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Così un giovanotto

domenica 19 novembre 2017

“Buongiorno, compagno dottore”.
“Chi è lei?”, avevo chiesto io.
“Egoryč, – si era presentato l’uomo, – sono il guardiano, qui. L’aspettavamo, era un po’ che l’aspettavamo…”
E aveva afferrato la valigia, se l’era gettata sulle spalle e si era avviato. Io mi ero messo a zoppicargli dietro, cercando, senza successo, di infilarmi una mano in tasca per estrarne il portafoglio.
L’uomo, in sostanza, ha bisogno di molto poco. E prima di tutto ha bisogno del fuoco. Muovendomi verso quell’angolo di mondo che era Mur’e io, mi ricordo, ancora a Mosca, mi ero ripromesso di darmi un po’ di importanza. Il mio aspetto giovanile mi aveva avvelenato l’esistenza nei primi passi della mia carriera. A tutti mi toccava
presentarmi come: “Il dottor tal dei tali”. E tutti, senza eccezioni, alzavano un sopracciglio e chiedevano:
“Davvero? Pensavo che fosse ancora studente”.
“No, ho finito”, rispondevo io, cupo, e pensavo “Dovrei mettermi gli occhiali, ecco cosa dovrei fare”. Ma di mettermi gli occhiali non avevo motivi, i miei occhi erano in perfetta salute, e la loro chiarezza non era ancora stata guastata delle esperienze della vita. Non avendo la possibilità di difendermi dai sempre presenti sorrisi indulgenti e carezzevoli con gli occhiali, mi ero sforzato di elaborare un comportamento tale da incutere rispetto. Cercavo di parlare con misura e in modo autorevole, di evitare, per quanto possibile, i movimenti bruschi, di non correre come corrono i ventitreenni che hanno appena finito l’università, ma di camminare. Tutto ciò, lo capisco adesso, dopo molti anni, mi riusciva malissimo.
In quel momento avevo violato questo codice di comportamento non scritto. Mi ero seduto, tutto raggomitolato, con i soli calzini, e non mi ero seduto da qualche parte nel mio studio, mi ero seduto in cucina, e, come un adoratore del fuoco, mi allungavo, ispirato e appassionato, verso i ceppi di betulla che bruciavano nella stufa. Alla mia sinistra c’era una piccola botte capovolta, e su di lei c’erano le mie scarpe, vicino a loro un gallo spennato e nudo, dal collo insanguinato, vicino al gallo il mucchio delle sue penne. Il fatto è che, ancora pietrificato dal freddo, ero riuscito a compiere una serie di azioni che la vita stessa aveva richiesto. A Aksin’ja, col suo naso a punta, la moglie di Egoryč, era stato affidato, da me, l’incarico di essere la mia cuoca. La conseguenza era stata che il gallo, per opera sua, aveva perso la vita. Avrei dovuto mangiarmelo. Avevo conosciuto tutti. L’infermiere si chiamava Dem’jan Lukič, le ostetriche Pelageja Ivanovna e Anna Nikolaevna. Ero riuscito a fare un giro dell’ospedale e, con assoluta evidenza, mi ero convinto che c’era un ricchissimo strumentario. E, con la stessa assoluta evidenza, avevo dovuto confessare (a me stesso, naturalmente) che l’uso di molti di quegli splendidi strumenti nuovissimi mi era del tutto sconosciuto. Non solo non li avevo mai tenuti in mano, non li avevo nemmeno, lo confesso apertamente, mai visti.
“Mmmh” avevo muggito con aria molto significativa “avete proprio una strumentazione notevolissima. Mmh”.
“Sì ve’”, aveva detto bonariamente Dem’jan Lukič “per via degli sforzi del suo predecessore, Leopol’d Leopol’dovič. Operava da mattina a sera”.
Lì mi ero coperto di sudore freddo e avevo guardato con angoscia gli splendenti armadietti a specchio.
Poi avevamo fatto il giro delle corsie vuote e mi ero reso conto che potevano tranquillamente ospitare quaranta persone.
“Leopol’d Leopol’dovič delle volte ne aveva anche cinquanta” mi aveva confortato Dem’jan Lukič, e Anna Nikolaevna, con una gran testa di capelli grigi, non so a che proposito aveva detto:
“Lei, dottore, sembra così un giovanotto, così un giovanotto… è proprio incredibile. Sembra uno studente”.
“Accidenti”, avevo pensato io. “Come se si erano siano messi d’accordo, parola d’onore”.
E avevo brontolato tra i denti:
“Mmh… no, io… sì, sembro un giovanotto…

[Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 18-21]