Cos’era successo

sabato 1 dicembre 2018

Il 25 giugno del 1988, al pomeriggio, ero da solo nella sala della casa di Basilicanova dove abitavo, con la mia famiglia, d’estate (d’inverno abitavamo a Parma).
Ero da solo, dietro al tavolo, in piedi, non mi ricordo perché ero in piedi, e guardavo, oltre il tavolo, la televisione, c’era la finale dei campionati europei, Olanda – Unione Sovietica.
Si erano già incontrate, l’Olanda e l’Unione Sovietica, in quegli europei, nel girone, e l’Unione Sovietica aveva vinto uno a zero, gol di Rats, centrocampista ventisettenne della Dinamo Kiev.
Molti dei giocatori di quell’Unione Sovietica venivano dalla Dinamo Kiev, oltre a Rats Baltača, Dem’janenko, Zavarov, Kusnetsov, Michailičenko, Belanov e Protasov, almeno, e dalla Dinamo Kiev veniva l’allenatore, Valerij Lobanovskij, che era un signore allora quarantanovenne che, a guardarlo, quando sedeva in panchina, sembrava uno che non aveva tutti i suoi a casa, come si dice a Parma: dondolava continuamente, come se avesse una specie di delirium dondolens, se così si può dire, ma a guardare le sue squadre, la dinamo Kiev, che aveva vinto, con lui in panchina, la coppa delle coppe nel 1975 e nel 1986 e la supercoppa UEFA nel 1975, e la nazionale sovietica, che aveva vinto il bronzo alle olimpiadi di Montreal del 1976, eran due squadre, la Dinamo Kiev e l’Unione Sovietica di Lobanovskij, che giocavano un calcio efficace e ordinatissimo, e quei giocatori, Zavarov, Belanov, Protasov, Michailičenko, sembravan che facessero in modo semplicissimo delle cose complicate e a me eran sembrati fortissimi, e non eran sembrati fortissimi solo a me: Zavarov, per esempio, l’avrebbe poi comprato la Juventus, in quel 1988, ma non aveva fatto una riuscita memorabile, probabilmente perché quello fortissimo, in quell’Unione Sovietica, era uno che sedeva in panchina e dondolava continuamente.
Io, in quella finale, tenevo per l’Unione Sovietica per via di un’inspiegabile passione per la Russia che, pochi mesi dopo, mi avrebbe portato a iscrivermi all’università: nell’autunno di quel 1988 avrei cominciato a studiare russo, cosa che mi avrebbe condotto, qualche anno dopo, anche a Kiev, ma Lobanovskij non l’avrei mai incontrato, non avremmo frequentato le stesse compagnie, io mi sarei poi occupato di letteratura, mi sarei messo, più avanti, anche a scrivere, cosa che facevo in un certo senso da sempre, da quando ero piccolo, e che è legata anche questa al gioco del calcio, come ho raccontato una volta in un romanzo che si chiama Spinoza, quando ho raccontato in che modo mi son messo scrivere, mi permetto di copiare questo pezzetto qua sotto anche se non c’entra niente né con Lobanovskij, né con l’Unione Sovietica né con l’Olanda:
«Quando ho cominciato a scrivere, un caso stranissimo.
Da piccolo facevo il portiere. Giocavo nella squadra del quartiere dove abitavo, il quartiere Montebello. Portiere degli allievi della Montebello. Allora una volta, ero lì che dovevo rinviare la palla coi piedi, mi sono chiesto improvvisamente “Chi me lo fa fare a me, di rinviare la palla coi piedi?”.
C’erano i miei compagni, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’erano gli avversari, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. E io ero lì, la palla in mano, avevo appena fatto una parata, facile, colpo di testa senza forza, dritto tra le mie braccia, ero lì che cercavo di ricordarmi chi me lo faceva fare, di rinviare la palla coi piedi.
 C’erano i panchinari della mia squadra, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’erano i panchinari della squadra avversaria, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’era l’allenatore della squadra avversaria, tutto voltato verso di me, aspettava tutto che rinviassi la palla coi piedi. C’era il mio allenatore, gridava “Che cazzo fai? Muoviti!”. Io stavo lì, col pallone in braccio, pensavo, pensavo.
C’erano i guardalinee, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’era l’arbitro, tutto voltato verso di me, aspettava tutto che rinviassi la palla coi piedi. Poi dopo ha fischiato. Punizione a due in area per la squadra avversaria.
Battono, tirano, gol.
Cominciato a scrivere».
Tornando a quel pomeriggio di giugno del 1988, la partita era stata una bella partita, l’Unione Sovietica era stata molto pericolosa, Belanov e Protasov e Zavarov avevano avuto diverse occasioni e poi, come succede, aveva segnato l’Olanda, Gullit di testa al trentaduesimo del primo tempo.
Io, il secondo tempo, mi aspettavo la reazione dell’Unione Sovietica, erano troppo forti, secondo me, troppo più forti dell’Olanda, solo che, dopo nove minuti dall’inizio del secondo tempo, il numero 8 olandese, Mühren, aveva crossato, in area, un cross non tanto riuscito, quasi sulla linea di fondo, e Van Basten, il centravanti, aveva aspettato che la palla scendesse e poi aveva fatto un tiro che io, un tiro così bello, nel calcio, non l’ho mai visto.
Questo gol l’ho poi rivisto, qualche volta, e ho visto l’allenatore dell’Olanda, Rinus Michels, che si metteva le mani nei capelli, come per chiedersi cos’era successo, e ho visto che poi, qualche minuto dopo, l’Unione Sovietica ha preso un palo e ha sbagliato un rigore che avrebbe potuto rimetterla in partita, ma allora, quel pomeriggio di giugno del 1988, io mi ricordo che, al gol di Van Basten, avevo spento la televisione, mi ero messo un paio di stivali, ero montato in macchina, ero andato a Parma, ero arrivato al bar dove andavo, il bar Riviera, in piazzale Maestri, ero sceso dalla macchina, il primo che avevo incontrato, non mi ricordo chi era, gli avevo detto che avevo visto una cosa stupefacente, un gol di Van Basten che era stato così bello che avevo spento la televisione.
Come quando leggi un romanzo che ti piace così tanto che hai bisogno di parlarne con qualcuno.
Poi quello lì, non mi ricordo chi era, non mi rispondeva, io mi son guardato le scarpe mi ho detto «Ve’, ho gli stivali. Chissà come mai mi son messo gli stivali, con questo caldo».
E anche adesso, a trent’anni di distanza, la voglia di parlare di quel gol lì mi è rimasta, l’altro giorno, per dire, ho telefonato a mia mamma per dirle una cosa, lei mi ha chiesto di che partita avrei parlato questa settimana, io le ho detto Olanda – Unione Sovietica, la finale degli europei del 1988, lei mi ha detto che non l’aveva vista, io le ho detto che c’era stato un famoso gol di Van Basten che era stato così bello che mi aveva fatto spegnere la televisione, lei mi ha detto che Carmelo Bene, una volta, quando gli han chiesto cos’è l’arte, lui aveva risposto «L’arte è andare a San Siro a vedere giocare Van Basten».

[Uscito ieri per la Verità]