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Cose che sono piaciute a Daniele Benati

giovedì 9 agosto 2018

Credo che, per chi scrive, un’età fondamentale sia quella della adolescenza: quando ancora non si fa parte del mondo degli adulti, ma si sente che la vita vera sta per arrivare, e si fanno le grandi scoperte, si provano le prime emozioni forti e ci si accorge che il mondo è fatto anche di libri, canzoni, film, quadri. Quando ci si accorge, ad esempio, che la letteratura non è solo quella materia barbosa che si deve studiare a scuola, ma una cosa viva, che parla di esperienze che anche noi saremo destinati a fare e che per il momento possiamo solo vivere di riflesso, immedesimandoci in un qualche personaggio. È in questa età che si viene segnati, in un modo o nell’altro.
Per quanto mi riguarda, io sono sempre stato uno studente mediocre. Nel senso che me la sono sempre cavata per il rotto della cuffia, studiando il meno possibile, e senza mai leggere niente di mia spontanea volontà, tranne lo stretto necessario per tirare avanti. Non leggevo nemmeno i giornalini, da ragazzo. E nemmeno i quotidiani sportivi, benché fossi un appassionato di calcio. Questo non è certo un merito. E dunque non ho letture adolescenziali formative a cui ritornare con la memoria, e non posso citare, come fanno in molti, un’antica passione per Giulio Verne o Salgari, o l’amore per romanzi d’avventura come L’isola del tesoro, Zanna bianca, Il richiamo della foresta, o Moby Dick nell’edizione per ragazzi. Come regalo di promozione dalla prima alla seconda media avevo chiesto ai miei genitori La capanna dello zio Tom, ma poi non l’ho mai letto. Ricordo però che verso i dodici, tredici anni ero rimasto molto colpito dalla riduzione televisiva di Illusioni perdute, il romanzo di Honoré de Balzac che narra le vicende di un giovane aspirante scrittore che tenta la scalata al successo nella Parigi ottocentesca; e dagli sceneggiati tratti dai romanzi di Simenon sulle inchieste del commissario Maigret. Di queste ultime mi piaceva molto anche la sigla, con la voce triste di Luigi Tenco che cantava Un giorno dopo l’altro in francese, mentre si vedeva Gino Cervi, nei panni di Maigret, che passeggiava sul lungosenna e di tanto in tanto si fermava davanti a una bancarella di libri usati.

[Daniele Benati, Vicolo della desolazione, dal numero 3 di Qualcosa (esce ai primi di settembre)]