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Come l’istinto di conservazione

sabato 11 novembre 2017

Una decina di anni fa, nel 2006, una casa editrice mi ha chiesto di scrivere la quarta di copertina di Guerra e pace e io, l’avevo già letto, due volte, ma per non scrivere delle stupidate l’ho riletto tutto, e credo sia stato, se consideriamo le ore che ci ho messo, e quanto mi hanno pagato, il lavoro pagato peggio di tutta la mia vita, ma pazienza. Alla fine avevo scritto che, in quel libro, Tolstoj, tra straniamento, polivocità, triangolo del desiderio, skaz, fattografie, uso dell’errore, messa a nudo del procedimento, soggettiva libera indiretta, tutto quello che avevo studiato nei miei sei anni di università, dentro quel libro c’era già tutto cento anni prima di essere concepito. La stessa cosa avrei potuto dirla di un altro romanzo di Tolstoj, molto più breve, molto meno conosciuto ma non meno potente, mi vien da dire, Chadži-Murat.
Il grande critico letterario Viktor Šklovskij, nel suo ultimo libro, che si intitola L’energia dell’errore, scrive: «Fra le grandi opere di Tolstoj ce n’è una grandissima: Chadži-Murat». «Tolstoj tentò più volte di pregare, creandosi un suo dio, migliore, non da preti. La vera preghiera di Tolstoj è il manoscritto di Chadži-Murat». «Chadži-Murat è un libro grande e straordinario. Io non sono capace di scriverne» (la traduzione è di Maria Di Salvo).
Adesso, se Šklovskij, grande conoscitore dell’opera di Tolstoj, e suo grande biografo, non era capace di scrivere di Chadži-Murat, figuriamoci se sono capace di scriverne io, non sono capace, quindi vi prego di prendere quello che segue come qualcosa scritto da un incapace.

Il libro comincia con Tolstoj che, tornando a casa per un campo arato, trova un fiore rosso, una lappola, che dev’essere una specie di cardo, strappato, con quel che restava del gambo che spiccava come un braccio amputato.
Ci era passata sopra la ruota di un carro, e dopo si era rialzato, e era un po’ di traverso, però stava dritto. «Come se gli avessero stappato una parte del corpo, rivoltato le interiora, staccato un braccio, cavato gli occhi – scrive Tolstoj –. Ma lui stava dritto, e non si arrendeva all’uomo che, intorno a lui, aveva distrutto tutti i suoi fratelli». “Che energia!” aveva pensato Tolstoj, e gli era venuta in mente un’antica storia caucasica, che in parte aveva vissuto, in parte aveva sentito raccontare da testimoni oculari e in parte si era immaginato, la storia di Chadži-Murat.
Chadži-Murat è un personaggio storico realmente esistito, il principale aiutante di Šamil, che è, a metà dell’ottocento, il capo dei ceceni che si ribellano ai russi. Il romanzo comincia in un momento in cui Chadži-Murat ha deciso di lasciare Šamil e di passare ai russi, e passa la notte in una saclia, una casa cecena di pietra e argilla, col tetto piatto, ospite di un ceceno che gli copre la fuga, e si vede il figlio di questo padrone di casa con gli occhi scintillanti, innamorati, che non si stanca di guardare Chadži-Murat, se lo mangia con gli occhi, come si dice. Chadži-Murat è un mussulmano, e, nel corso del romanzo, ogni tanto si ferma a pregare, e la sua spiritualità è descritta da Tolstoj con una pulizia e un rispetto che fanno star bene e che contrastano con la descrizione della spiritualità dello zar ortodosso Nicola I, che continuamente pensa di sé «Cosa sarebbe la Russia, se non ci fossi io? E l’Europa, cosa sarebbe l’Europa, se non ci fossi io?», e che quando va in chiesa pensa che la gente non stia pregando Dio, stia pregando lui, lo zar.
Tolstoj, che finisce di scrivere Chadži-Murat nel 1902, e che muore poi nel 1910, predispone che il romanzo esca postumo, perché crede che il capitolo sullo zar gli avrebbe creato poi dei problemi con la censura, cosa che poi succede, dalla prima edizione russa viene censurato il capitolo XV, quello che parla dello zar e che attribuisce allo zar la disastrosa decisione di saccheggiare i villaggi ceceni. Le conseguenze di questa decisione si leggono nel capitolo XVII, e, forse, aveva poi ragione Šklovskij, non sono capace di scrivere di Chadži-Murat, per fare capire che libro è la cosa migliore è dare la parola a Tolstoj, che cento anni fa parla di una cosa che succede adesso anche a noi, la convivenza tra due culture diverse, e ne parla in un modo terribile: «Il villaggio saccheggiato era lo stesso villaggio nel quale Chadži-Murat aveva trascorso la notte precedente il suo passaggio ai russi.
Sado, presso il quale si era fermato Chadži-Murat, era fuggito con la famiglia sulle montagne appena i russi si erano avvicinati. Tornato al villaggio, aveva trovato la sua saclia distrutta: il tetto era sfondato, e la porta e le colonnine della piccola loggia bruciati, e l’interno tutto sottosopra. Suo figlio, quel bel ragazzino con gli occhi splendenti che guardava entusiasta Chadži-Murat, era stato portato morto in moschea su un cavallo coperto da un mantello di feltro. Era stato colpito da una baionettata alla schiena. La donna austera che aveva servito Chadži-Murat quando era stato lì’, ospite, adesso, con la camicia strappata sul petto a scoprirle il vecchio seno avvizzito, coi capelli sciolti, stava di fronte al figlio e si graffiava a sangue il volto e non smetteva di piangere a dirotto. Sado, con pala e piccone, era uscito con i parenti a scavare la tomba al figlio. Il vecchio nonno sedeva appoggiato alla parete distrutta della saclia, e, incidendo un bastoncino, guardava fisso davanti a sé. Era appena tornato dai suoi alveari. Lassù due covoni di fieno erano stati bruciati: erano stati spezzati e bruciati gli alberi di albicocche e di ciliegie che egli stesso aveva piantato e che eran cresciuti, e, soprattutto, erano stati bruciati tutti gli alveari e le api. I pianti delle donne si sentivano in tutte le case e nella piazza dove erano stati portati altri due corpi. I bambini piccoli piangevano insieme alle madri. Si lamentava anche il bestiame affamato, al quale non c’era niente da dare. I bambini grandi non giocavano, ma con occhi impauriti guardavano gli adulti.
La fontana era stata imbrattata, evidentemente apposta, tanto che non si poteva prenderne acqua. Era stata imbrattata anche la moschea, e il mullah con i suoi aiutanti la stava pulendo.
Gli anziani si erano raccolti sulla piazza e, seduti sui talloni, ragionavano sulla situazione. Di odio per i russi nessuno parlava. Il sentimento che provavano tutti i ceceni, dal più piccolo al più grande, era più forte dell’odio. Non era odio, era il non riconoscere a questi cani russi lo status di uomini, e un disgusto tale, una ripugnanza e un imbarazzo tali di fronte alla crudeltà insensata di questi esseri, che il desiderio di sterminarli, così come il desiderio di sterminare i topi, i ragni velenosi o i lupi, era tanto naturale quanto l’istinto di conservazione».

[uscito ieri sulla Verità]