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Come gli antichi romani

sabato 14 maggio 2016

Questa settimana c’è stata una sera che la Battaglia (che sarebbe mia figlia) non voleva lavarsi la testa allora sua mamma mi ha detto di provare a convincerla, io sono andato nella stanza della Battaglia le ho detto «Battaglia, lavati la testa», e lei mi ha detto «Va bene».
E si è alzata da letto si è andata a lavare la testa e io intanto pensavo “Ma cosa fai, obbedisci?”.
Mi sembrava strano, che ubbidisse, perché la Battaglia, che ha undici anni, è entrata in una fase pre-adolescienziale che ci si può aspettare di tutto, da lei, dei capricci anche per lavarsi la testa e la cosa che a me non torna è il fatto che lei lo sa, che noi ci aspettiamo che faccia i capricci anche per lavarsi la testa, e, l’altra sera no, ma ogni tanto un po’ se ne approfitta.
E la cosa a me non torna per via che io, quando ero adolescente, son stato adolescente anch’io, solo che io non lo sapevo, di essere un adolescente.
Come gli antichi romani, che per noi son gli antichi romani, ma loro, di sé, non pensavano mica di essere gli antichi romani. Ecco, la Battaglia, e i coetanei occidentali della Battaglia, io ho l’impressione che siano degli antichi romani che sanno di essere degli antichi romani e si aspettano di conseguenza il rispetto dovuto agli antichi romani che non lo so, se è una condizione migliore o peggiore, di quella in cui ero io, che ero un antico romano senza saperlo; mi viene in mente una favola indiana di cui parla Šklovskij, che c’è una tartaruga che fa molti complimenti al millepiedi e gli dice «Ma come fai a capire che posizione deve occupare il tuo novecentosettantottesimo piede quando porti avanti il quinto?». E il millepiedi è contento, ma poi si chiede davvero dove sono tutti i suoi piedi, mette su la centralizzazione, la cancelleria, la burocrazia e va a finire che non può più muoverne neanche uno, di piedi, e dà la colpa non mi ricordo più a chi.
Ecco, essere così coscienti della propria natura di antichi romani, adesso io non me ne intendo, ma mi sembra sia una cosa che fa aumentare le nostre aspettative nei confronti del prossimo, e mi ricordo una cosa che diceva Julio Velasco, l’allenatore di pallavolo, di uno schiacciatore che aveva allenato una volta che quando non gli riusciva una schiacciata si voltava verso l’alzatore e gli faceva segno di alzargli la palla un po’ più alta e un po’ più vicina alla rete. E quando Velasco aveva proibito questi segni, lo schiacciatore, tutte le volte che riusciva a schiacciare, si voltava verso l’alzatore e gli faceva segno che l’alzata andava bene. E Velasco aveva proibito anche questo segno perché lui voleva uno schiacciatore che buttasse di là tutte le palle, sia quelle che andavano bene che quelle che non andavano bene, e che non se la prendesse con l’alzatore se non ci riusciva. E io vorrei una Battaglia che fosse sempre pronta a lavarsi la testa e non tanto consapevole di essere un’antica romana adolescente, ma forse chiedo troppo, perché io, per esempio, che sono suo babbo, un anno fa, al salone del libro di Torino, mi ricordo c’è stato un bambino che, dopo mezz’ora che parlavo, mi ha chiesto «Ma lei, è Paolo Nori, o è uno che imita, Paolo Nori?», e io ci ho pensato e poi gli ho risposto «Un po’ tutti e due».

[Uscito ieri su Libero]