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Carmelo Cicognani

mercoledì 7 febbraio 2018

[Il compito di Nicoletta Bianconi alla scuola media inferiore di scrittura biografica, il compito era: raccontate una storia stupefacente]

Carmelo Cicognani era un signore piccolo e forte, con i capelli rossi, anzi arancioni e faceva il macellaio al macello comunale, mia mamma era andata a lavorare lì come ragioniera quando aveva 18 anni e ci è rimasta fino al 1980 e Carmelo le ha voluto un bene, come a una figlia, forse perché lei il babbo non ce l’ha mai avuto.
Il macello comunale era dove adesso c’è il cinema Lumiere in via Azzo Gardino e quando c’era il macello quei posti lì non si chiamavano mica Piazzetta Pasolini e Piazzetta Magnani, lì c’era pieno di animali e c’era un odore tremendo, mia mamma mi raccontava che le portavano sempre le bolle e le fatture sporche di sangue.
Un giorno poi è successo che è scappato un toro e si è messo a correre e ha ucciso una donna che stava andando in bicicletta.
Carmelo entrava nel recinto da solo con uno strumento che era una specie di pugnale e con un colpo secco nella prima vertebra uccideva le bestie una dopo l’altra.
Voleva così bene a mia mamma che anche dopo che lei aveva cambiato lavoro e lui era andato in pensione continuava a venirla a trovare e il giorno di Natale era sempre a mangiare da noi e ci raccontava, come faceva lui, mezzo in dialetto e mezzo in italiano, dei fatti della sua vita, e io l’avrei ascoltati per giorni interi i suoi racconti, soprattutto quello di quando da giovane subito dopo la guerra aveva trovato lavoro come garzone da un macellaio vicino a casa sua, che lui abitava in via Torleone, e c’era un signore in via Fondazza che allora era povero anche lui che si chiamava Giorgio Morandi e lo chiamava sempre in casa per farsi legare la pancetta, Carmelo, diceva, vieni su che ho una pancetta fresca da legare.
E Carmelo andava, ma il sig. Giorgio Morandi non aveva dei soldi da dargli e gli diceva, tieni ti dò due quadri, no, diceva Carmelo, dei quadri non me ne faccio niente, con i quadri non metto mica su la pentola.
E non si perdonava di questa cosa, adesso sarei un signore, diceva, e avrei fatto fare la signora anche alla Bassini, che era sua moglie e che chiamava per cognome.
Poi, ci raccontava di quell’altra parte della sua vita, perché Carmelo aveva una specie di secondo lavoro, ma non era un lavoro perché non prendeva niente, era una passione, era l’uomo tuttofare di Nino Benvenuti.
E Nino voleva solo Carmelo, ovunque andasse voleva lui.
Anche fra il 1967 e il 1968 quando a New York al Medison Square Garden Benvenuti incontrò Griffith per 3 volte per il titolo mondiale Carmelo era nel suo angolo del ring.
Partivano in nave, 3 settimane di viaggio perché Nino doveva abituarsi al fuso orario e si allenava, raccontava Carmelo, in mezzo all’oceano, correndo e saltellando per tutta la nave.
E, diceva, Nino era tesissimo, allora i giorni prima lo portavo a correre al Central Park e gli urlavo dai Ninni che il titolo mondiale lo portiamo in Italia, forza dai, dai.
E c’è un libro che si chiama “Anche i pugili piangono” di Sandro Mazzinghi dove c’è un pezzo che fa così: “Carmelo Cicognani ha lustrato a lungo ieri sera le scarpette da combattimento di Nino Benvenuti. Quando è andato silenziosamente e nella camera del pugile a riporle nella valigia Nino dormiva già da qualche ora. Ero un sonno tranquillo, quello dello sfidante, il sonno di uno che si sente a un passo dalla vittoria. Il sig. Cicognani è capo abbattitore al macello di Bologna, si vanta di essere l’ultimo artista della macellazione, l’ultimo a usare una sorta di coltello rigido a due lame. Ci ha detto: Per usarlo ci vuole forza, tempismo, polso di ferro e velocità, Benvenuti potrebbe fare il mio mestiere, Mazzinghi no è troppo violento, precipitoso, impreciso; per questa ragione Nino vincerà e vincerà anche perché gli ho lucidato le scarpe, gliele ho fatte diventare molto simili agli stivali delle sette leghe”.