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Basta, basta, basta, per favore

venerdì 21 gennaio 2011

Comincia alle sei di sera, alle cinque e mezza non ci sono già più posti a sedere. Vien da pensare che sia per il titolo, anche, un po’. Il numero della rivista Limes che si presenta oggi si intitola: Berlusconi nel mondo. Qualche mese fa ero stato qui, alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna, a vedere la presentazione di un libro di Michele Cogo che si intitolava Fenomenologia di Umberto Eco, e era uguale, mezz’ora prima non c’erano più posti a sedere. Una persona, allora, aveva detto: «Molti pensavano che ci sarebbe stato Umberto Eco, per quello, c’è pieno». Forse questa volta molti pensavano che ci sarebbe stato Berlusconi, ma forse no. Anche se nei titoli, delle volte, metterci dentro dei nomi è una cosa che serve. C’è un mio amico, Giuseppe Genna, che quando è uscito il suo romanzo che si intitola Hitler, si lamentava del fatto che la casa editrice non lo promuoveva abbastanza: «Con un titolo così, diceva, dagli appena una spinta che poi è un libro che va da solo». E, effettivamente, il libro era andato poi bene, e io, un po’ invidioso, avevo pensato di fare un romanzo che si intitolasse Goering. Ma passiamo oltre.
Per cominciare hanno aspettato Pennacchi e Pascale, che sono arrivati con una decina di minuti di ritardo. C’erano già un signore con un maglione azzurro e Enrico Brizzi con un completo fumo di Londra e una camicia immacolata. «È dimagrito», ho sentito dire alle mie spalle. «Eh, si vede che camminare fa bene», ho sentito rispondere.
Pennacchi, quand’è arrivato, col cappello, la sciarpa e il bastone, sembrava un po’ Nino Manfredi quando faceva mastro Geppetto.
Quello che presentava, mi scuso non han detto il nome, aveva una camicia con un colletto beige con due bottoni neri che lo tenevano fermo. Prima di tutto ha dato la parola a Domenico Pellicanò, presidente della fondazione Barberini. Domenico Pellicanò, presidente della fondazione Barberini, ha parlato in tutto dieci secondi, ha detto che questi incontri permettono un confronto democratico e ha ringraziato Maurizio Prioni, presidente della fondazione Barberini. Che a uno gli veniva da chiedersi «Ma quanti presidenti hanno, in questa fondazione Barberini che io non l’avevo neanche mai sentita nominare?». Ma passiamo oltre.
Poi il presentatore ha presentato il signore col maglione azzurro, Lucio Caracciolo, direttore di Limes, rivista di geopolitica, l’unica rivista di Geopolitica italiana, ha detto il presentatore, e a me è venuta in mente una rivista che si chiama L’accalappiacani e che è un settemestrale di letteratura comparata al nulla, l’unico settemestrale di letteratura comparata al nulla al mondo, ho pensato.
Lucio Caracciolo ha detto che per parlare di questo tema, Berlusconi nel mondo, ha invitato «La crème della crème della letteratura mondiale». E a me, mi dispiace dirlo, mi è stato subito antipatico, perché se inviti qualcuno poi non lo prendi per il culo. Forse era uno scherzo che si eran fatti tra di loro, ma Brizzi, Pennacchi e Pascale non ridevano mica, li ho guardati. Poi ha detto che Berlusconi, lui, quando l’ha incontrato, che c’è andato anche a cena, ha notato che è uno che parla sempre di sé.
Brizzi aveva delle calze rosse.
Dopo, per lui, da quel che ho capito, Berlusconi è la figurazione di un vuoto. Cioè che però il vuoto non viene da lui, da Berlsconi, ma è il vuoto che ci siamo inflitti una ventina d’anni fa dopo la caduta del muro di Berlino.
Sulle calze di Brizzi c’era una scritta grigia: Falks. Credo.
Poi Caracciolo ha detto che con Berlusconi, in Europa, nei paesi avanzati, la gente che conta, non ci vuole avere niente a che fare.
Brizzi ha detto che lui quand’era giovane, gli sembrava chiaro chi era dalla parte del torto e chi della ragione. E uno che era comunista, in Emilia, si sapeva almeno che non aveva avuto niente a che fare col fascismo. E che trent’anni fa, i nemici c’erano, i fascisti per esempio a Bologna c’erano, ma c’era rispetto per i nemici, invece oggi no.
Poi ha parlato Pascale che detto che lui non sa niente, di Berlusconi, e l’unica idea che ha su Berlusconi è che quando lui era giovane, a Caserta, c’era uno che era più o meno della stesso ceto sociale della famiglia di Pascale che d’un tratto comincia a arricchire e a far delle feste, e tutti lo invidiano, e adesso poi si è scoperto che era uno che era in affari con dei camorristi. Però molti all’epoca volevan diventar come lui, anche i genitori di Pascale, dice Pascale, e poi dice che questa è l’unica idea che ha su Berlusconi.
Poi è intervenuto Pennacchi ha detto che, su Berlusconi, tutto il peggio che si può dire di Berlusconi secondo lui è tutto vero. E tutto il peggio che Berlusconi e gli amici di Berlusconi possono dire sulla sinistra, secondo lui è vero anche quello. Perché lui, a Latina, da piccolo, era fascista. Poi i fascisti l’hanno espulso e, da qualche doveva pur andare, ha detto, è diventato comunista. E da comunista lui ha letto, e è rimasto affascinato, dai testi classici, Marx e Engels. «Solo che, – ha detto, – passare da Marx e Engels a Ermete Realacci è un passaggio un po’ brusco». E che a lui non lo convince né la demonizzazione di Berlusconi, né l’idealizzazione del passato. Che secondo lui non è vero che trent’anni fa i nemici li si rispettava, «Trent’anni fa ai nemici gli si sparava». Che secondo lui non era vero che chi era comunista non aveva avuto niente a che fare con il fascismo, e che molti iscritti al Partito Comunista eran stati fasciti e che alla fine degli anni trenta, «quando ci sono state le leggi razziali, non c’è stata una scritta sul muro, in Italia, contro le leggi razziali». E che secondo lui, anche l’esaltazione della magistratura, lui ha avuto diversi processi, quando era colpevole, l’hanno sempre assolto, l’unica volta che era innocente, l’hanno condannato. E che secondo lui, se andiamo avanti così, tra un po’ il ruolo dell’Italia sarà quello di pizza e mandolino. Che a lui, è crollata Pompei, se crollassero anche tutte Venezia e Pompei lui sarebbe contento, che almeno facciamo dell’altro. Ha parlato molto, Pennacchi, e alla fine ha detto che secondo lui, la cosa che lo fa più incazzare, è la mobilità sociale, che uno che è figlio di un operaio se andiamo avanti così sarà difficile, che riesca a fare il dirigente. E a me è venuta in mente l’opera numero 138 di un filosofo emiliano che si chiama Learco Pignagnoli, che è questa qua.
Opera n. 138
I figli dei notai che diventano notai, degli attori che diventano attori, dei musicisti che diventano musicisti, dei giornalisti che diventano giornalisti, degli industriali che diventano industriali, dei dottori che diventano dottori, degli architetti che diventano architetti, degli avvocati che diventano avvocati, degli ingegneri che diventano ingegneri. Ma andatevela a prendere nel culo.
E mentre mi veniva in mente questa cosa, dietro di me sentivo dire «Basta, basta, noi vogliam sentir parlar di Berlusconi».

[È uscita oggi su Gli altri]