venerdì 4 marzo 2011
Oggi ho aperto a caso il punteggio di Amburgo, di Šklovskij, a pagina 133, e c’era un articolo che si intitolava La legna, sottotitolo Conversazione davanti al cancello di una prigione, e cominciava così:
Era davvero così pesante anche prima?
Quando riesci a trovarla, e poi a portarla, anzi a trascinarla su per le scale, arrivato a casa non hai neppure più voglia di accendere.
E intanto la Battaglia mi diceva Papà cosa facciamo intanto? Eh? Me lo dici?
martedì 1 marzo 2011

Un ragioniere che si mette a scrivere è come un pompiere di teatro che si metta a cantare.
[Viktor Šklovskij, Il punteggio di Amburgo, traduzione dal russo di Maria Olsoufieva, Bari, De Donato 1960, p. 15]

giovedì 24 febbraio 2011

Portavamo giacchette di fustagno, grigie, con l’elastico fatto passare di sotto. Sotto l’elastico il fazzoletto da naso: i calzoncini corti erano senza tasche. Pantaloncini di panno.
La parola «camicetta» è offensiva, non è maschile.
Non la si dimentica. Le offese d’infanzia non sono una scheggia sotto l’unghia: restano.
Nell’infanzia i giorni sono pieni di novità, lunghi per i dispiaceri.
Anche adesso ricordo l’offesa di quando ti pulivano il naso con il ruvido fazzoletto, forte e con cura.
Era un’offesa grande.
Qualche volta andavamo all’isola Vasil’evskij: vi abitava lo zio Anatolij, specialista di vini. Viveva in una casa di legno, sua moglie aveva uno specchio a tre portelle, sulla cui mensola c’era un piccolo salvadanaio rosa, un maiale; per me esso si trovava all’estremo limite del mondo.
A casa Nastas’ja Fëdorovna ci raccontava cose alle quali noi si credeva senza discutere; per esempio, che se si calpestava un’orma bagnata di forma rotonda lasciata da un secchio, sul viso comparivano dei cerchi. Anche adesso non metto mai il piede su una di queste impronte.
[Viktor Šklovskij, C'era una volta, traduzione di Sergio Leone, Milano, Il saggiatore 1968, pp. 19-20]

sabato 13 novembre 2010

Gli scrittori fanno la loro comparsa in letteratura in modo vario; con prefazione o senza.
Gli scrittori con prefazione, di regola, non hanno vita lunga.
[Viktor Šklovskij, Il punteggio di Amburgo, tr. it. di Maria Olsoufeva, Bari, De donato 1969, p. 83]
sabato 21 agosto 2010

Tutta quanta la mia vita è fatta di pezzi, collegati unicamente dalle mie abitudini.
[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale, cit., p. 301]

venerdì 20 agosto 2010

Nel 1913 successe il fatto seguente, nel circo Ciniselli. Un acrobata aveva inventato un numero durante il quale saltava giù dal trapezio dopo aver infilato il collo in un cappio. Aveva il collo forte, il nodo era sistemato sulla nuca, evidentemente il cappio stesso passava sotto il mento, e dopo lo sfilava, si arrampicava su e salutava il pubblico. Il numero si chiamava L’uomo dal collo di ferro. Una volta sbagliò, il cappio capitò sul collo e rimase impiccato. Cominciò il panico. Furono portate scale: non bastarono. Lo raggiunsero, ma avevano dimenticato il coltello; un acrobata, salito fino a lui, non riusciva a liberarlo dal cappio. Il pubblico urlava, l’uomo dal collo di ferro continuava a penzolare. Allora dalla piccionaia si alza in piedi un omone dall’aspetto di mercante, grande e grosso, certamente una pasta d’uomo, tende avanti le braccia e grida: «La smetta, mia moglie piange!». È un fatto realmente accaduto.
[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale, cit., p. 298-299]

giovedì 19 agosto 2010

Un altro breve racconto: tre settimane fa incontrai in treno fra Petrograd e Mosca un soldato dell’armata di Persia. Mi raccontò i particolari sullo scoppio. Appena avvenuto, i soldati, accerchiati dal nemico, in attesa di un convoglio, si misero a cercare i brandelli dei cadaveri dei compagni e a ricomporli. Ci misero molto tempo. Naturalmente parti di corpi furono confuse. Un ufficiale si avvicinò alla lunga fila di cadaveri. L’ultimo era stato composto con i pezzi avanzati. Era il torso d’un uomo di forte corporatura. Vi era stata accostata una piccola testa e sul petto, incrociate, stavano due piccole mani ineguali, ambedue sinistre.
L’ufficiale stette piuttosto a lungo ad osservare, poi sedette per terra e si mise a ridere… ridere… ridere…
[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale, cit., p. 155]

martedì 17 agosto 2010

Sarebbe bene fossimo meno furbi e lungimiranti, in politica. se invece di cercare di fare la storia, cercassimo semplicemente di essere responsabili per i singoli eventi che la compongono, forse non ci renderemmo ridicoli.
Non la storia si deve fare, ma una biografia.
[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale. Ricordi 1917-1922, traduzione e note di Maria Olsoufieva, Milano, 1991, p. 131]

lunedì 16 agosto 2010

Non vidi l’Ottobre, non vidi lo scoppio, se scoppio c’era stato, e capitai dritto nel cratere.
Mi vidi arrivare allora un inviato da parte di Grigorij Semjonov. Con questo tizio m’ero incontrato anche prima, a Smol’nyj: piccolo di statura, con una giubba e un paio di brache che lo mettono in evidente disagio, la fronte alquanto sfuggente, il naso piccolo, gli occhiali. Parla con voce da soprano, giudiziosamente, con timbro che persuade. Ha il labbro superiore corto. È insomma un tipo ottuso, tagliato per la politica. Non sa parlare; è capace di vederti con una donna e chiedere se è la tua innamorata, ma senza vivacità, con un che di burocratico, «pregasi accusar ricevuta dell’allegato…». Non so se ho reso l’idea, altrimenti potete andarci a parlare di persona. In bocca sua, queste frasi non infastidiscono.
[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale. Ricordi 1917-1922, traduzione e note di Maria Olsoufieva, Milano, 1991, p. 162]