Di pezzi
Tutta quanta la mia vita è fatta di pezzi, collegati unicamente dalle mie abitudini.
[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale, cit., p. 301]
Tutta quanta la mia vita è fatta di pezzi, collegati unicamente dalle mie abitudini.
[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale, cit., p. 301]

Nel 1913 successe il fatto seguente, nel circo Ciniselli. Un acrobata aveva inventato un numero durante il quale saltava giù dal trapezio dopo aver infilato il collo in un cappio. Aveva il collo forte, il nodo era sistemato sulla nuca, evidentemente il cappio stesso passava sotto il mento, e dopo lo sfilava, si arrampicava su e salutava il pubblico. Il numero si chiamava L’uomo dal collo di ferro. Una volta sbagliò, il cappio capitò sul collo e rimase impiccato. Cominciò il panico. Furono portate scale: non bastarono. Lo raggiunsero, ma avevano dimenticato il coltello; un acrobata, salito fino a lui, non riusciva a liberarlo dal cappio. Il pubblico urlava, l’uomo dal collo di ferro continuava a penzolare. Allora dalla piccionaia si alza in piedi un omone dall’aspetto di mercante, grande e grosso, certamente una pasta d’uomo, tende avanti le braccia e grida: «La smetta, mia moglie piange!». È un fatto realmente accaduto.
[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale, cit., p. 298-299]

Un altro breve racconto: tre settimane fa incontrai in treno fra Petrograd e Mosca un soldato dell’armata di Persia. Mi raccontò i particolari sullo scoppio. Appena avvenuto, i soldati, accerchiati dal nemico, in attesa di un convoglio, si misero a cercare i brandelli dei cadaveri dei compagni e a ricomporli. Ci misero molto tempo. Naturalmente parti di corpi furono confuse. Un ufficiale si avvicinò alla lunga fila di cadaveri. L’ultimo era stato composto con i pezzi avanzati. Era il torso d’un uomo di forte corporatura. Vi era stata accostata una piccola testa e sul petto, incrociate, stavano due piccole mani ineguali, ambedue sinistre.
L’ufficiale stette piuttosto a lungo ad osservare, poi sedette per terra e si mise a ridere… ridere… ridere…
[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale, cit., p. 155]

Sarebbe bene fossimo meno furbi e lungimiranti, in politica. se invece di cercare di fare la storia, cercassimo semplicemente di essere responsabili per i singoli eventi che la compongono, forse non ci renderemmo ridicoli.
Non la storia si deve fare, ma una biografia.
[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale. Ricordi 1917-1922, traduzione e note di Maria Olsoufieva, Milano, 1991, p. 131]

Non vidi l’Ottobre, non vidi lo scoppio, se scoppio c’era stato, e capitai dritto nel cratere.
Mi vidi arrivare allora un inviato da parte di Grigorij Semjonov. Con questo tizio m’ero incontrato anche prima, a Smol’nyj: piccolo di statura, con una giubba e un paio di brache che lo mettono in evidente disagio, la fronte alquanto sfuggente, il naso piccolo, gli occhiali. Parla con voce da soprano, giudiziosamente, con timbro che persuade. Ha il labbro superiore corto. È insomma un tipo ottuso, tagliato per la politica. Non sa parlare; è capace di vederti con una donna e chiedere se è la tua innamorata, ma senza vivacità, con un che di burocratico, «pregasi accusar ricevuta dell’allegato…». Non so se ho reso l’idea, altrimenti potete andarci a parlare di persona. In bocca sua, queste frasi non infastidiscono.
[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale. Ricordi 1917-1922, traduzione e note di Maria Olsoufieva, Milano, 1991, p. 162]

Una volta, per esempio, vorrei stampare sul giornale un articolo di traverso, e non solo per ragioni architettoniche.
[Viktor Šklovskij, La mossa del cavallo, cit., p. 173]

Ivan Puni è l’uomo timido per eccellenza. Ha capelli neri, parla piano, suo padre era italiano. Ho veduto di questi timidi sullo schermo cinematografico.
Ecco un imbianchino che se ne va con una lunga scala sulla spalla. Modesto, silenzioso. Ma la scala urta i cappelli dei passanti, fracassa i vetri, ferma i tram, distrugge case.
Puni invece dipinge.
Se dovessimo raccogliere tutte le recensioni scritte su di lui in russo e spremerne il furore, si potrebbero raccogliere alcuni secchi di liquido molto corrosivo e inoculare con questo la rabbia a tutti i cani di Berlino.
I cani a Berlino sono 500.000.
Puni offende la gente perché non si beffa mai di nessuno. Dipinge un quadro, lo guarda, pensa: Io non c’entro, doveva essere fatto così.
I suoi quadri sono irrevocabili e obbligatori. Egli vede lo spettatore, ma è organicamente incapace di tenerne conto. Accetta gli insulti dei critici come un fenomeno atmosferico.
Fintanto che vive, conversa. Così Colombo navigando verso l’America non ancora scoperta, giocava a scacchi seduto sulla tolda.
Per ora Puni è un pittore per pittori. Questi non lo capiscono ancora, ma già s’inquietano.
Dopo la sua morte – non la desidero, sono suo coetano e anch’io solo, – dopo la morte di Puni, erigeranno un museo sopra la sua tomba. Vi saranno appesi i suoi calzoni e il suo cappello.
Diranno: guardate come fu modesto quest’uomo geniale, con quel cappello grigio calcato sulle sopracciglia, nascondeva i raggi che gli irradiavano dalla fronte.
Qualcuno scriverà qualcosa anche sui suoi calzoni.
Infatti, Puni sa vestirsi.
Attaccheranno al muro la bolletta del gas di Puni, la pagheranno proprio per questo. Chiameranno «punico» il nostro tempo. Possano coprirsi di lebbra tutti coloro che verranno a coprire le nostre tombe con le loro menzioni onorevoli.
A nome nostro opprimeranno le generazioni venture. È così che si fanno le conserve alimentari.
Riconoscere un pittore è il mezzo più sicuro per renderlo innocuo.
Ma forse un museo non ci sarà?
Faremo del nostro meglio.
Intanto Puni, con un sorriso cortese, dipinge attentamente i suoi quadri. Sotto la giacca grigia porta una furibonda volpe rossiccia, che lo mangiucchia a poco a poco. È molto doloroso, anche se da antologia scolastica.
[Viktor Sklovskij, La mossa del cavallo, Bari, De Donato 1967, pp. 103-105 (non c'è l'indicazione del traduttore)]

Lasciando da parte la debole eco dei sistemi ideologici pre-rivoluzionari, l’unica teoria che in Russia si sia opposta al marxismo in questi anni è la teoria formalistica dell’arte. Il paradosso consiste nel fatto che il formalismo russo si è legato strettamente con il futurismo russo e mentre quest’ultimo ha capitolato politicamente di fronte al comunismo, il formalismo si è opposto al marxismo con tutta la sua forza teorica.
Victor Shklovsky è il teorico del futurismo e al tempo stesso il capo della scuola formalista. Secondo questa teoria, l’arte è sempre stata opera di pure forme autosufficienti e ciò è stato riconosciuto per la prima volta dal futurismo. Così il futurismo è la prima arte cosciente della storia, e la scuola formalista è la prima scuola scientifica dell’arte. In virtù degli sforzi dei Shklovsky - e questo è un merito nient’affatto insignificante - la teoria dell’arte, e parzialmente l’arte stessa, si è alla fine elevata dalla condizione dell’alchimia a quella della chimica. L’araldo della scuola formalista, il primo chimico dell’arte, dà degli schiaffi poco amichevoli a quei futuristi ‘conciliatori’ che cercano un ponte verso la rivoluzione e che tentano di trovare questo ponte nella concezione materialistica della storia. Un simile ponte non è necessario: il futurismo è in grado di bastare a se stesso.
[Leone Trotsky, La scuola poetica formalista e il marxismo, in Letteratura, arte, libertà, traduzione di Livio Maitan, Milano, Schwarz 1958, p. 38]

A Lev Nikolaevič Tolstoj piaceva giocare a domande - risposte, tenere dei diari domestici. Anche in casa, gli piaceva più scrivere che parlare.
La figlia Tat’jana aveva un libro delle domande: in questo libro venivano raccolti delle specie di questionari sull’enorme famiglia che viveva in quella casa che era continuamente in fase di ristrutturazione. Alla prima domanda del questionario: «Dove è nato?», Lev Nikolaevič aveva risposto: «A Jasnana Poljana, su un divano di pelle».
Questo divano si trova ancor oggi in un angolo dell’ultimo studio di Lev Nikolaevič.
[Viktor Šklovskij, Lev Tolstoj, Mosca, CK VLKSM «Molodaja Gvardija», 1967, p. 7]
