Una volta

martedì 29 settembre 2009

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Una volta, per esempio, vorrei stampare sul giornale un articolo di traverso, e non solo per ragioni architettoniche.

[Viktor Šklovskij, La mossa del cavallo, cit., p. 173]

Ivan Puni

sabato 26 settembre 2009

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Ivan Puni è l’uomo timido per eccellenza. Ha capelli neri, parla piano, suo padre era italiano. Ho veduto di questi timidi sullo schermo cinematografico.
Ecco un imbianchino che se ne va con una lunga scala sulla spalla. Modesto, silenzioso. Ma la scala urta i cappelli dei passanti, fracassa i vetri, ferma i tram, distrugge case.
Puni invece dipinge.
Se dovessimo raccogliere tutte le recensioni scritte su di lui in russo e spremerne il furore, si potrebbero raccogliere alcuni secchi di liquido molto corrosivo e inoculare con questo la rabbia a tutti i cani di Berlino.
I cani a Berlino sono 500.000.
Puni offende la gente perché non si beffa mai di nessuno. Dipinge un quadro, lo guarda, pensa: Io non c’entro, doveva essere fatto così.
I suoi quadri sono irrevocabili e obbligatori. Egli vede lo spettatore, ma è organicamente incapace di tenerne conto. Accetta gli insulti dei critici come un fenomeno atmosferico.
Fintanto che vive, conversa. Così Colombo navigando verso l’America non ancora scoperta, giocava a scacchi seduto sulla tolda.
Per ora Puni è un pittore per pittori. Questi non lo capiscono ancora, ma già s’inquietano.
Dopo la sua morte – non la desidero, sono suo coetano e anch’io solo, – dopo la morte di Puni, erigeranno un museo sopra la sua tomba. Vi saranno appesi i suoi calzoni e il suo cappello.
Diranno: guardate come fu modesto quest’uomo geniale, con quel cappello grigio calcato sulle sopracciglia, nascondeva i raggi che gli irradiavano dalla fronte.
Qualcuno scriverà qualcosa anche sui suoi calzoni.
Infatti, Puni sa vestirsi.
Attaccheranno al muro la bolletta del gas di Puni, la pagheranno proprio per questo. Chiameranno «punico» il nostro tempo. Possano coprirsi di lebbra tutti coloro che verranno a coprire le nostre tombe con le loro menzioni onorevoli.
A nome nostro opprimeranno le generazioni venture. È così che si fanno le conserve alimentari.
Riconoscere un pittore è il mezzo più sicuro per renderlo innocuo.
Ma forse un museo non ci sarà?
Faremo del nostro meglio.
Intanto Puni, con un sorriso cortese, dipinge attentamente i suoi quadri. Sotto la giacca grigia porta una furibonda volpe rossiccia, che lo mangiucchia a poco a poco. È molto doloroso, anche se da antologia scolastica.

[Viktor Sklovskij, La mossa del cavallo, Bari, De Donato 1967, pp. 103-105 (non c'è l'indicazione del traduttore)]

Degli schiaffi

sabato 8 agosto 2009

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Lasciando da parte la debole eco dei sistemi ideologici pre-rivoluzionari, l’unica teoria che in Russia si sia opposta al marxismo in questi anni è la teoria formalistica dell’arte. Il paradosso consiste nel fatto che il formalismo russo si è legato strettamente con il futurismo russo e mentre quest’ultimo ha capitolato politicamente di fronte al comunismo, il formalismo si è opposto al marxismo con tutta la sua forza teorica.
Victor Shklovsky è il teorico del futurismo e al tempo stesso il capo della scuola formalista. Secondo questa teoria, l’arte è sempre stata opera di pure forme autosufficienti e ciò è stato riconosciuto per la prima volta dal futurismo. Così il futurismo è la prima arte cosciente della storia, e la scuola formalista è la prima scuola scientifica dell’arte. In virtù degli sforzi dei Shklovsky - e questo è un merito nient’affatto insignificante - la teoria dell’arte, e parzialmente l’arte stessa, si è alla fine elevata dalla condizione dell’alchimia a quella della chimica. L’araldo della scuola formalista, il primo chimico dell’arte, dà degli schiaffi poco amichevoli a quei futuristi ‘conciliatori’ che cercano un ponte verso la rivoluzione e che tentano di trovare questo ponte nella concezione materialistica della storia. Un simile ponte non è necessario: il futurismo è in grado di bastare a se stesso.

[Leone Trotsky, La scuola poetica formalista e il marxismo, in Letteratura, arte, libertà, traduzione di Livio Maitan, Milano, Schwarz 1958, p. 38]

Dov’è nato?

mercoledì 1 luglio 2009

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A Lev Nikolaevič Tolstoj piaceva giocare a domande - risposte, tenere dei diari domestici. Anche in casa, gli piaceva più scrivere che parlare.
La figlia Tat’jana aveva un libro delle domande: in questo libro venivano raccolti delle specie di questionari sull’enorme famiglia che viveva in quella casa che era continuamente in fase di ristrutturazione. Alla prima domanda del questionario: «Dove è nato?», Lev Nikolaevič aveva risposto: «A Jasnana Poljana, su un divano di pelle».
Questo divano si trova ancor oggi in un angolo dell’ultimo studio di Lev Nikolaevič.

[Viktor Šklovskij, Lev Tolstoj, Mosca, CK VLKSM «Molodaja Gvardija», 1967, p. 7]

Te lo giuro

domenica 5 aprile 2009

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Te lo giuro: i pantaloni non devono avere la piega!
I pantaloni si portano per non avere freddo.
Chiedilo ai Serapionidi.
Protendersi verso il cibo, forse, non è bello davvero.
Tu dici di noi, che non sappiamo mangiare.
Ci pieghiamo troppo sul piatto e non portiamo il cibo verso di noi.
Che fare? Ci stupiremo a vicenda.
Ci sono molto cose che mi stupiscono in questo paese, dove i pantaloni devono avere la piega sul davanti; i più poveri, la notte, mettono i pantaloni sotto il matersasso.
Nella letteratura russa, questo mezzo è noto; nelle opere di Kuprin viene utilizzato dai mendicanti di professione che hanno nobili origini.
Mi irrita il modo di vita locale!
Così si irritò Levin, in Anna Karenina, quando vide che in casa cuocevano la marmellata non al modo dei Levin, ma al modo della famiglia di Kitty.

[Viktor Šklovskij, Zoo o lettere non d'amore, tr. it. Maria Zalambani, Palermo, Sellerio 2002, p. 68]

Il protagonista

venerdì 3 aprile 2009

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Il protagonista svolge il ruolo della crocetta sulla fotografia o del bastoncino sull’acqua che scorre: semplifica il meccanismo concentrando l’attenzione.

[Viktor Šklovksij, Verso una tecnica della prosa senza intreccio, in La morte del romanzo, Dall'avanguardia al realismo socialista, a cura di Maria Zalambani, Roma, Carocci 2003, p. 175]

Combinazione

domenica 14 dicembre 2008

Leggo nel Conteggio di Amburgo, di Šklovskij:

Un redattore, cui è stato portato un voluminoso manoscritto:
- È un romanzo?
- Sì.
- L’eroina si chiama Nina?
- Sì, Nina, - risponde felice l’autore.
- Se lo riprenda, - risponde tetro il redattore.

Ecco. Io ho scritto un romanzo dove l’eroina si chiama Nina.