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Il grande critico realista

martedì 10 ottobre 2017

Il grande critico realista Belinskij non lo chiamavano realista ma era realista lo stesso.

[Viktor ŠKlovskij, Racconto sull’Opojaz, in Formal’nyj metod. Antologija russkogo modernizma, Kabinetnyj učenyj, Moskva-Ekaterinburg 2016, pp. 295]

Viaggio sentimentale

sabato 30 settembre 2017

[Doveva uscire, in ottobre, per Einaudi, una nuova edizione di un libro, secondo me, bellissimo, di Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale; per una incomprensione sui diritti, il libro, già annunciato, già prenotato, già pronto, non uscirà. Io avevo scritto una prefazione, la metto qui; grazie a Mauro Bersani, dell’Einaudi, che me lo consente. E peccato]

1. Tre motivi

Quando si presenta un libro, o dal vivo, o per radio, o sopra ai giornali, ogni tanto succede che qualcuno ti chieda tre motivi per cui bisognerebbe leggere il libro che stai presentando.
Ecco io devo dire che a me, una domanda del genere è sempre sembrata una domanda strana e io, che prevalentemente ho letto dei libri russi, nella mia vita, se dovessi rispondere a una domanda del genere direi che motivi non ce ne sono, se non il fatto che leggere libri russi, per me, è una specie di malattia, della quale ha detto delle cose che mi sembrano molto interessanti Giorgio Manganelli:

«Leggere i russi» è un’esperienza che molti fanno nell’adolescenza, più o meno al tempo delle sigarette e dei primi, sani desideri di scappare di casa e andare a fare il mozzo. Di questi desideri i «russi» sono i più tenaci, e se poche sono le possibilità che ci si dedichi a correre lungo i moli in cerca di un brigantino, assai minori sono quelle di liberarsi di un Dostoevskij una volta che vi è entrato nel sangue. Ma non è solo lui; non esistono disintossicanti per Gogol’, ed è molto più facile dimenticare il numero del telefono del primo amore, che la prima lettura della Sonata a Kreutzer di Tolstoj, o della Steppa di Cechov. Così accade che, periodicamente, nella vita, veniamo accolti da un attacco di «leggere i russi» .

Quando ho letto per la prima volta questa cosa di Manganelli, ho provato a ricordarmi il numero di telefono della mia prima fidanzata (si chiamava Francesca), non ci sono riuscito e, adesso non mi ricordo di preciso, ma è molto probabile che, quello stesso giorno, abbia preso tra le mani un libro simile a questo che avete, probabilmente, tra le mani voi, perché il libro che avete, probabilmente, tra le mani voi, io l’ho letto quattro volte, e a me sembra uno di quei libri che, la gente che li legge, non ha bisogno di un motivo per leggere, ha bisogno di un motivo per smettere, casomai, anzi, non ha bisogno di niente, perché quella malattia, leggere i russi, è una malattia che gli piace.
Anche se non è facilissimo, ammalarsi di leggere i russi, soprattutto all’inizio ci sono una serie di ostacoli dei quali ha detto qualcosa lo scrittore e lettore svizzero Peter Bichsel:

Tutti noi abbiamo vissuto momenti di disperazione di fronte alle prime pagine dei grandi romanzi russi, quando non capivamo chi fosse lo zio e chi il fratello e se la zia fosse la moglie dello zio e se fosse il fratello o l’amico a essere innamorato della figlia e di chi fosse figlia la figlia. Siamo allenati e sappiamo come si affronta il problema: si continua a leggere, prima o poi si capirà».

In tutto questo, cioè in quell’entità che diffonde il virus che provoca la malattia di leggere i russi (entità che si potrebbe forse definire, grossolanamente, letteratura russa), io ho l’impressione che Šklovskij abbia un ruolo tutt’altro che marginale.
Lev Trockij, il signore che ha dato origine al fenomeno chiamato trozkismo, in un saggio pubblicato nel 1923 in Letteratura e rivoluzione, scrive che «l’unica teoria che in Russia si sia opposta al marxismo in questi anni è la teoria formalistica dell’arte», che Viktor Šklovskij è «il capo della scuola formalista», che «in virtù degli sforzi di Šklovskij – e questo è un merito nient’affatto insignificante (scrive Trockij) – la teoria dell’arte, e parzialmente l’arte stessa, si è alla fine elevata dalla condizione dell’alchimia a quella della chimica». Continua a leggere »

Non sono gli uomini

giovedì 28 settembre 2017

Nelle steppa stanno i nomadi. D’estate se ne vanno nelle montagne, d’inverno scendono a valle, dove il bestiame mangia l’erba rinsecchita o la scava da sotto la neve. Altri girano per le steppe, compiendo di anno in anno un circolo chiuso.
Lungo i circoli si scavano pozzi. I territori racchiusi dai circoli sono delimitati dall’uso.
Non sono gli uomini a pungolare il bestiame: questo cammina e gli uomini lo seguono.
Nel Tadzikistan, nella vallata di Lokaj, i pastori si legano tuttora a un montone per svegliarsi quando questo si alza e ricomincia a pascolare.

[Viktor Šklovskij, Marco Polo, traduzione di Maria Olsoufieva, Macerata, Quodlibet 2017, p. 9]

Una scoperta

venerdì 15 settembre 2017

Viktor Šklovskij, L’energia dell’errore

E come è sacro per me il ricordo di un bambino di due anni e mezzo, che, tornando da fuori tutto agitato, senza che facessimo neppure in tempo a togliergli il cappuccio, mi si avvicinò e disse: «Papà, ho scoperto che i cavalli non hanno le corna».

[Viktor Šklovskij, L’energia dell’errore, traduzione di Maria Di Salvo, Roma, Editori Riuniti 1984, p. 266]

Come camminano gli alberi

lunedì 28 agosto 2017

Tolstoj, nel Libro di lettura, ha scritto due racconti, uno si intitola Il ciliegio a grappoli, l’altro si intitola Come camminano gli alberi. Fanno così: Lev Nikolaevič aveva bisogno di mettere in ordine il suo giardino, e aveva visto che, sopra un sentiero, era nato un ciliegio a grappoli, e aveva ordinato di tagliarlo. Un servo aveva cominciato a tagliarlo, poi era arrivato Tolstoj in persona e aveva detto «Quando si lavora bisogna essere allegri», e si era messo a tagliare anche lui. E l’albero aveva tremato, e d’un tratto qualcosa, da dentro l’albero, era come se avesse gridato e l’albero era caduto, pieno di fiori e di api. «Mi dispiace», aveva detto il servo. «Mi dispiace anche a me», aveva detto Tolstoj. Dopo qualche anno, Tolstoj aveva visto che su un altro sentiero era cresciuto un ciliegio a grappoli. L’era andato a guardare, e aveva visto che era nato da uno dei rami del ciliegio a grappoli che avevano tagliato insieme al servo. Il racconto l’aveva intitolato Come camminano gli alberi.
Non abbiate paura dei fallimenti.
Il riconoscimento, la fama, arrivano sempre dopo, ma la scrittura, prima della fama, è un godimento.

[Viktor ŠKlovskij, Racconto sull’Opojaz, in Formal’nyj metod. Antologija russkogo modernizma, Kabinetnyj učenyj, Moskva-Ekaterinburg 2016, pp. 293-294]

Come si scrivono i libri

domenica 27 agosto 2017

Bisogna raccontare come si scrivono i libri.
Avevo bisogno di soldi.
Una volta Gor’kij mi ha detto che la cosa più importante, in letteratura, è non sforzarsi e non affannarsi. Non affannarsi di diventare subito un eroe. Ma allora cosa bisogna fare? «Fatti dare un anticipo e spendilo, poi siediti e ditti: non abbiamo più soldi, ma io sono qua seduto a lavorare e lavoro quattro ore al giorno».
Poi mi ha detto in un orecchio: «Vedrai che funziona. Bisogna sapersi frenare e mettersi in una condizione tale che bisogna finire per forza. Poi si può riscrivere. Meglio scrivere tre romanzi e buttarne via due, ma quello che scrivi lo devi finire, perché i manoscritti sono più intelligenti di noi. Quando si scrive, ci si lega a un lavoro che coinvolge l’umanità intera, si diventa più intelligenti».
/…/
Quando ho scritto Zoo ero senza soldi, e ho deciso di scrivere un libro su quelli che erano emigrati a Berlino. C’erano Andrej Belyj, Pasternak, Chagall. C’era molta gente.

[Viktor ŠKlovskij, Racconto sull’Opojaz, in Formal’nyj metod. Antologija russkogo modernizma, Kabinetnyj učenyj, Moskva-Ekaterinburg 2016, pp. 290-291]

Come si fanno i film

sabato 26 agosto 2017

Viktor Šklovskijб Gamburgskij sčët

Tito Livio, se non erro, riporta un’antica leggenda:
Gli dèi contrattano con Numa Pompilio sul carattere del sacrificio da loro gradito. Gli dèi vogliono sacrifici umani. Numa Pompilio finge di non capirli.
– Vogliamo qualcosa di umano, – continuano gli dèi.
Numa presenta loro un ciuffo di capelli.
– Qualcosa di vivo, – continuano gli dèi.
Numa aggiunge due pesci vivi.
– Vogliamo qualcosa di tondo, vogliamo una testa, – dicono gli dèi.
Numa offre una cipolla.
Così gli dèi ottengono un assortimento di cose del tutto inutili.
Press’a poco allo stesso modo si svolgono oggi le conversazioni tra gli sceneggiatori e il CEP, il Centro Educazione Politica.
Il CEP vuole soggetti umani, sostenuti da materiale vivo, che esprima i rapporti esistenti tra le classi.
Gli sceneggiatori offrono pesce, cipolle e didascalie.
Le trattative sono lunghe e penose.

[Viktor ŠKlovskij, Il punteggio di Amburgo, traduzione di Maria Olsoufieva, Bari, De Donato 1969, p. 30]

Semplicemente

mercoledì 2 agosto 2017

Ho pianto come una vite tagliata, quando ho descritto le ultime pagine della fuga di Tolstoj, perché era così famoso che non aveva un posto dove poter scappare.
Non era stato capace di rifare il mondo, e non era stato capace di trovare un posto tranquillo dove essere buono, semplicemente buono.

[Viktor ŠKlovskij, Racconto sull’Opojaz, in Formal’nyj metod. Antologija russkogo modernizma, Kabinetnyj učenyj, Moskva-Ekaterinburg 2016, p. 293]

Il mio primo amico

mercoledì 19 luglio 2017

Il mio primo amico, allievo di Pavlov, il dottor Kul’bin, quando andavo da lui mi diceva: «Tutti gli esseri umani sono in grado di camminare su un filo sospeso a mezz’aria grazie al modo in cui sono formati i loro labirinti auricolari, ma non lo sanno».

[Viktor ŠKlovskij, Racconto sull’Opojaz, in Formal’nyj metod. Antologija russkogo modernizma, Kabinetnyj učenyj, Moskva-Ekaterinburg 2016, p. 282]

Gli esseri di Gogol’

sabato 1 luglio 2017

Viktor Šklovskij, L’energia dell’errore

Gogol’ è uno scrittore che descrive gli esseri insignificanti come se fossero grandi.

[Viktor Šklovskij, L’energia dell’errore, traduzione di Maria Di Salvo, Roma, Editori Riuniti 1984, p. 349]