Erofeev
Per loro non era tragico, e per me lo era anche molto.
«E tutti scoppiavano a ridere, e Venja scoppiava a piangere».
[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, cit., p. 121]
Per loro non era tragico, e per me lo era anche molto.
«E tutti scoppiavano a ridere, e Venja scoppiava a piangere».
[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, cit., p. 121]

Be’, anche Chlebnikov ha dei meriti. Per esempio, ha inventato la parola «aviatore» (al posto di «aviatano» che l’aveva inventata Blok).
[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, cit., p. 118]

Sto facendo tanti di quei progressi, sembro un villaggio del Kazakistan.
[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, cit., p. 118]

Le persone più insopportabili sono quelle per le quali tutto si spiega da sé. Cos’è questo tutto? E cos’è da sé? E cosa si spiega?
[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, cit., p. 119]

Conflitti nelle canzoni italiane:
«Mi piac-ciono, i mac-cheroni…
anche se alla mia fidanzata non piacciono»
[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaeamoe, cit., p. 91]

Anche quando sono in tanti, io comunque do del tu a tutti.
[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, cit., p. 64]

– Mi dica, dove stimano di più l’uomo russo, al di qua o al di là dei Pirenei?
– Non so come stanno le cose al di là, ma al di qua non lo si stima affatto. Io, per esempio, sono stato in Italia, e là non prestano la minima attenzione, all’uomo russo. Là non fanno altro che cantare e dipingere. Un tipo, per esempio, sta lì beato e pacifico a cantare. Un altro, lì vicino, è seduto a dipingere quello che canta. Un terzo, a una certa distanza da questi due, canta qualcosa su quello che dipinge quello che canta. E che tristezza si prova per tutto ciò. Loro, invece, la nostra tristezza non la capiscono affatto.
– Son poi anche italiani, cosa vuole che capiscano?
[Venedikt Erofeev, Moskva-Petuški, Moskva 1990, p. 80]

Quando leggi i suoi coetanei-antipodi, ti capita di ritrovarti così assordato da non sapere più “cos’è che vuoi”. Ti viene voglia di essere scagliato nella polvere, o di scagliare la polvere negli occhi dei popoli d’Europa; e poi d’impantanarti in qualcosa. Ti viene voglia di reimmergerti in qualcosa, ma non si capisce bene in che cosa; nell’infanzia, nel peccato, nello splendore o nell’idiotismo. Affiora il desiderio, infine, che ti uccidano con un azzurro stipite intagliato e che gettino il tuo cadavere tra gli arbusti di fusaggine. E roba simile. Con Saša Čërnyj, invece, “è bello starsene seduti sotto il ribes nero” (“facendo una scorpacciata di yogurt ghiacciato”) o sotto un cipressino (“e mangiare col riso un tacchino”). E senza il timore che ti venga il bruciore di stomaco, cosa che, l’ho notato, Saša Čërnyj fa venire a molti babbei esoterici.
[Venedikt Erofeev, Saša Čërnyj e gli altri, in Mosca-Petuški e altre opere, cit., p. 208]

Mi chiedono perché mi piacciono i fiori e gli uccelli. I fiori mi piacciono per le buone maniere, gli uccelli per la tendenza alla monogamia.
[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, cit., p. 148]
