Venedikt Erofeev

sabato 24 novembre 2018

Bellissimo in Turgenev: «L’uomo russo è buono soprattuto per via del fatto che, di sé stesso, ha una pessima opinione».

[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, Moskva, Vagrius 2001, p. 149]

Venedikt Erofeev

martedì 20 novembre 2018

perfezionarsi nel disinteresse

[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, Moskva, Vagrius 2001, p. 149]

Venedikt Erofeev

domenica 28 ottobre 2018

Mi ricordo che aveva un cognome lungo che finiva con ch. Tipo «Sosnopomvolostvoichovsjanych».

[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, Moskva, Vagrius 2001, p. 124]

Vera Dulova

mercoledì 22 agosto 2018

In questo film russo di Kirill Serebrennikov sul gruppo Kino (clic), che si intitola Leto (Estate) e è stato quest’anno a Berlino, dopo un’ora 37 minuti e 36 secondi si parla dell’arpista sovietica Vera Dulova, della quale parla anche Venedikt Erofeev nel suo poema ferroviario Mosca – Petuški, al capitolo 61MO CHILOMETRO – 65MO CHILOMETRO, e dice così:

– C’era un mio amico, non me lo dimenticherò mai. Era sempre stato, in un certo senso, un uomo appassionato, ma quella volta lì era come se gli fosse entrato dentro un diavolo. Era impazzito, e sapete per chi? Per Ol’ga Erdeli, la famosa arpista sovietica. Forse, anche Vera Dulova è un’arpista famosa. Ma lui era impazzito per la Erdeli. E non l’aveva mai vista in vita sua, l’aveva solo sentita strimpellare sull’arpa per radio e, pensa un po’ te, era impazzito…
Era impazzito e stava a letto. Non lavorava, non studiava, non fumava, non beveva, non si alzava da letto, non gli piacevano le ragazze, non si affacciava alla finestra. Dagli Ol’ga Erdeli, il discorso è tutto lì. Quando mi godrò l’arpista Ol’ga Erdeli, solo allora risorgerò: mi alzerò dal letto, lavorerò e studierò, berrò e fumerò e mi affaccerò alla finestra. Noi gli dicevamo:
– Ma perché proprio Ol’ga Erdeli? Prendi almeno Vera Dulova al posto della Erdeli. Vera Dulova suona benissimo!
E lui:
– Che vi venga un canchero a voi e a Vera Dulova! La vostra Vera Dulova non la posso neanche vedere. Non ci cagherei neanche insieme, con la vostra Vera Dulova!
Insomma, vediamo che il ragazzo ha fuso. E dopo tre giorni andiamo ancora da lui:
– Be’, sei ancora lì a farneticare di Ol’ga Erdeli? Abbiam trovato una medicina: vuoi che ti trasciniamo qua, domani, Vera Dulova?
– Certo – ha risposto, – se volete che la strangoli con una corda della sua arpa, la vostra Vera Dulova, prego, trascinatemela qua. Io la strangolo.
Cosa potevamo fare? Il ragazzo si stava spegnendo, bisognava salvarlo. Sono andato da Ol’ga Erdeli, volevo spiegarle la faccenda, ma poi non ce l’ho fatta. Volevo andare anche da Vera Dulova, ma no, ho pensato, che poi la strangola come un nontiscordardime. E passeggiavo per Mosca, di sera, e ero triste: loro là eran sedute alle loro arpe e suonavano, ingrassavano e si gonfiavano, alle loro arpe, e del ragazzo sarebbero rimaste solo rovine e polvere.

Venedikt Erofeev

giovedì 16 agosto 2018

E nei nostri passaporti c’è scritto così. Nel mio: «Bastardo», e nel suo: «Nata dalla schiuma del mare».

[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, Moskva, Vagrius 2001, p. 137]

Venedikt Erofeev

sabato 11 agosto 2018

Fare una vita di tipo stellare, vale a dire brillare, più o meno, delle volte cadere, ecc.

[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, Moskva, Vagrius 2001, p. 141]

Il predicato

lunedì 9 luglio 2018

E mi hanno piantato ancora in asso. L’ho guarda-
ta andarsene, era una donna, con repulsione. Soprat- tutto le calze bianche senza cuciture. Le cuciture mi avrebbero calmato, avrebbero alleggerito l’anima e la coscienza…
Perché sono tutti così maleducati? Eh? E maledu- cati ostentatamente, maleducati proprio in quei mo- menti in cui non si può essere maleducati, quando una persona inciclonata ha tutti i nervi scoperti, quando è vigliacco e mite. Perché è così? Oh, se tutto il mondo, se tutti, al mondo, fossero come sono io adesso, mite e pavido, e se non fossero sicuri di niente, né di sé stessi, né della serietà del proprio posto al sole, come sareb- be bello! Nessun entusiasta, nessuna impresa, nessuna mania, una generale vigliaccheria. Accetterei di vivere per l’eternità, se mi mostrassero un angolino dove non è sempre il momento di fare delle imprese. «Una ge- nerale vigliaccheria», si, ecco, questa è la salvezza da tutti i mali, questa è la panacea, questo è il predicato della massima perfezione!

8 luglio – Milano

domenica 8 luglio 2018

Domenica 8 luglio,
a Milano,
al Paolo Pini,
in Via Ippocrate, 45,
alle 21 e 45
Mosca–Petuški
di Venedikt Erofeev
(ingresso libero, necessaria prenotazione
02.66200646 olinda@olinda.org)

L’Italia e la Sorbona

domenica 8 luglio 2018

E il Baffonero aveva detto:
– Be’, lei ha visto molto, ha viaggiato molto, mi dica: dove stimano di più l’uomo russo, al di qua o al di là dei Pirenei?
– Non so come sia al di là. Ma al di qua non lo stimano affatto. Io per esempio son stato in Italia: là all’uomo russo non ci pensano minimamente. Là cantano e dipingono, e basta. Uno, per dire, sta in piedi e canta. E un altro, lì vicino, sta seduto e fa il ritratto a quello che canta. E un terzo, a una certa distanza, canta di quello che fa il ritratto. Ti vien su una tristezza. E loro la nostra tristezza non la capiscono…
– Son poi italiani. Capiscono forse qualcosa, gli italiani? – mi aveva dato ragione il Baffonero.
– Proprio. Quando ero a Venezia, il giorno di San Marco volevo vedere la regata delle gondole. E m’è venuta una tristezza, a vedere questa regata. Il cuo- re si scioglieva in lacrime ma le labbra serbavano il silenzio. E gli italiani non capivano, ridevano, mi in- dicavano col dito: «Guardate, c’è Erofeev, ancora in giro, tutto scoglionato!». Ero scoglionato? Non ero scoglionato. Solo, le labbra serbavano il silenzio.
Che in Italia, io, a dire il vero, non avevo niente da fare. Volevo solo vedere tre cose: il Vesuvio, Ercolano e Pompei. Ma mi hanno detto che il Vesuvio era già un po’ che non c’era più, e mi hanno mandato a Ercolano. E a Ercolano mi han detto: «Ma cosa te ne fai, coglione, di Ercolano? Vai piuttosto a Pompei».
Arrivo a Pompei, e mi dicono «E basta, con questo Pompei! Vai piuttosto a Ercolano».
Pianto baracca e burattini e parto per la Francia. Cammino cammino, mi avvicino già alla linea Magi- not, e d’un tratto mi vien da pensare: ascolta, penso, torniamo indietro, andiamo a stare un po’ da Lui- gi Longo, leggiamo un po’ di libri, per non girare a vuoto. Certo, sarebbe meglio afittare una branda da Palmiro Togliatti, però è appena morto. E cos’ha, che non va, Luigi Longo1?
Comunque poi indietro non ci son tornato. E passando dal Tirolo sono andato in direzione della Sorbo- na. Sono arrivato alla Sorbona e ho detto: voglio studiare al baccalauréat. E mi chiedono: «Se vuoi studiare al baccalauréat, devi avere qualcosa di caratteristico come fenomeno. E cos’hai, come fenomeno, di caratteristico?». Io, cosa potevo rispondergli? Gli ho detto: «Be’, cosa posso avere, come fenomeno, di caratteristi- co? Sono un orfano». «Dalla Siberia?» mi chiedono. Io dico: «Dalla Siberia». «Be’, se vieni dalla Siberia, in questo caso, almeno nella tua psiche dovrà pur esserci qualcosa di caratteristico. Cosa c’è di caratteristico nella tua psiche?». Ci ho pensato: non eravamo mica a Chrapunovo, eravamo alla Sorbona, bisognava dir qualcosa di intelligente. Ci ho pensato e ho detto «A me, come fenomeno, è caratteristico il logos autocrescente».

Venedikt Erofeev

lunedì 2 luglio 2018

E questo è un libro, questo poema (ferroviario) di Venedikt Erofeev, dove sui treni i biglietti si pagano un grammo di vodka al chilometro, e i controllori vanno in giro con i bicchieri e se li fanno riempire dai passeggeri, e se un passeggero ha il biglietto vero e proprio gli altri passeggeri lo guardan malissimo.
E io ho un amico che si chiama Marco Raffaini e che ha fatto una tesi sulla vodka nella letteratura russa e nella sua tesi ha scritto che una volta c’era una sua amica, di Erofeev, che lo doveva ospitare e prima che arrivasse aveva pensato «Aspetta che nascondo tutti i profumi», che aveva paura che Erofeev le bevesse i profumi. Poi s’era scordata, di nasconderli, Erofeev era arrivato, lei era andata a lavorare, era tornata, era andata a guardare in bagno, non c’erano più i profumi. Allora aveva cacciato di casa Erofeev. «Mi ricorderò sempre il modo in cui mi guardava, – ha scritto anni dopo questa signora, – è uscito di casa guardandomi senza dir niente, ascoltava i miei insulti in assoluto silenzio con un’espressione beata e pacifica che mi faceva arrabbiare ancora di più». Dopo era arrivato il marito, di questa signora «Dov’è Erofeev?» le aveva chiesto. «Dev’essere andato dalla Petrova». «Ma non doveva venire da noi?». «È venuto, ma poi mi ha bevuto i profumi l’ho cacciato di casa». «Ti ha bevuto i profumi? – le aveva chiesto il marito, – E come ha fatto, che li ho nascosti io li ho messi in cantina?». Allora quella signora, aveva scritto Marco nella sua tesi, aveva chiamato Erofeev dalla Petrova, «Mi devi scusare», gli aveva detto. «Scusare di cosa?». «Che ti ho cacciato via perché pensavo che avevi bevuto i profumi». «Ma figurati, – le aveva detto Erofeev, – mi ero già dimenticato». «Anche te però, – aveva detto la signora, – non dicevi niente». «Eh, – aveva detto Erofeev, – mi dispiaceva per te, pensavo a come ci saresti rimasta quando ti saresti accorta che non ero stato io».

[Parte della lettura di domenica prossima, al Paolo Pini]