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Nato nel 1885 e basta

domenica 5 luglio 2015

Qualche mese fa è uscito un romanzo che si intitola La bambina fulminante, che è il secondo libro per bambini che ho scritto e ogni tanto mi telefonavano le radio mi chiedevano di fare delle interviste e io, due o tre volte, quando mi intervistavano per radio, c’era con me mia figlia che, per iscritto, la chiamo la Battaglia, e una volta la Battaglia mi ha detto «Ma ti chiamano tanto, per intervistarti». «Guarda, – le ho detto io, – con tutti gli scrittori che ci sono, io non capisco come mai mi chiamano proprio a me». «Davvero», mi ha detto lei. Ecco, io, devo dire, quando mi intervistano, cerco di non riascoltarmi o di non rileggermi mai, perché ascoltar la mia voce, veder le mie foto, veder le mie parole virgolettate è una cosa che mi viene vergogna. Mi ricordo una volta, una dozzina di anni fa, ero andato alla scuola Holden di Torino, uno studente mi aveva chiesto di autografargli la prima pagina di un saggio che avevo pubblicato in un libro collettivo che si chiamava Scrivere sul fronte occidentale e me l’aveva aperta davanti e le tre pagine delle cose che avevo scritto eran tutte sottolineate e io ho pensato «Ma cosa le hai sottolineate a fare?»; mi sembrava stranissimo, esser diventato un oggetto di studio, mi sembrava di essere morto, un po’, e allora avevo meno di quarant’anni era ancora presto, credo. Allora per quello mi sono molto sorpreso quando, in questi giorni, sono stato contento nel vedere un’intervista sulla Bambina fulminante pubblicata sul numero di Topolino della settimana scorsa che a rileggerla non mi ha fatto nessuna impressione c’è stata solo una cosa , che mi ha colpito, che quando mi hanno chiesto qual è il mio eroe preferito io ho scritto: «Eroe preferito: Velimir Chlebnikov (è un poeta russo, nato nel 1885, morto nel 1922)». E ero molto contento, che si parlasse su Topolino di Chlebnikov, che è, che Dio l’abbia in gloria, il poeta su cui ho fatto la tesi, che ci ho messo due anni, ed è stato un periodo che, prima che nascesse mia figlia, io credevo fosse stato il periodo più bello della mia vita. Solo che, quando sono andato a rilegger l’intervista su Topolino ho visto che hanno scritto «Velimir Chlebnikov, poeta russo nato nel 1885». E basta. Hanno tolto la morte. E a me è venuto da pensare che su Topolino, in tutti questi anni, in tutte le storie che hanno pubblicato in tutti i paesi dove son distribuiti forse non è morto mai nessuno. Come se ai bambini non si dovesse parlare della morte. E mi son ricordato di una filastrocca di Bruno Tognolini, intitolata Filastrocca per la morte del nonno che a me fa pensare il contrario, che ai bambini si può parlare, della morte, e dice così: « Caro nonno, son passati tanti giorni / Ho aspettato e ho capito che non torni / Ti hanno messo come un seme in un bell’orto / Ho guardato e ho capito che sei morto / Vorrei farti ritornare, ma non posso / Nel mio cuore il dolore ha fatto un fosso / In quel fosso come un seme ti ho sepolto / E per innaffiarti bene ho pianto molto / È venuta primavera e sei fiorito / Quando il pianto dei miei occhi era finito / Ora è maggio e oramai non piango più / Nel giardino son fioriti i gigli blu / E io ancora non ti vedo, però ora so perché / Non ti vedo perché sei dentro di me.»

[uscito ieri su Libero]

Io e la Russia

giovedì 16 aprile 2015

chlebnikov

IO E LA RUSSIA

A migliaia di migliaia la Russia ha dato la libertà.
Non c’è cosa migliore. A lungo la ricorderanno per questo.
Io invece mi sono tolto la camicia,
E tutti i grattacieli di specchi dei miei peli,
Tutte le fessure
Della città del corpo
Hanno esposto tappeti e tessuti rossi.
Le cittadine e i cittadini
Del Me – stato
Si sono affollati alle finestre dei riccioli dalle mille finestre.
Le Olghe e gli Igor’,
Non per convenienza,
Rallegrandosi del sole, hanno guardato attraverso la pelle.
Era finita la prigionia della camicia.
Mi ero semplicemente tolto la camicia
E avevo dato il sole al popolo del Me.
Ero nudo, vicino al mare.
Così ho regalato la libertà ai popoli,
Alle genti che prendevano il sole.

Con sentenza definitiva

lunedì 14 luglio 2014

A pensarci, è stranissimo, ma Tolstoj, Dostoevskij, Brodskij, Charms, Chlebnikov, Erofeev, oltre a Spinoza e a Giordano Bruno, e a Balzac, e a Puškin, anche, e anche a Lermontov, credo, e a Anna Achmatova, e a Mandel’štam, e a Sinjavskij, ecco loro, son tutti condannati con sentenza definitiva, e io, però, non mi stanco di leggerli, e se dovessi scegliere se smettere di leggere i condannati con sentenza definitiva o i non condannati con sentenza definitiva, io, non lo so, di preciso, ma credo che smetterei di leggere i non condannati con sentenza definitiva.

Su un quaderno vecchio

domenica 13 luglio 2014

Mi ero segnato che la gente che piace a me, come Chlebnikov, o Charms, o Puškin, o Tolstoj, è tutta gente che non aspiravano a prendere il potere, ma a essere tramite di un potere che è più potere del potere, una cosa vergognosa, dal tanto che è grossa, mi ero segnato.

Appunto

sabato 7 giugno 2014

ripellino
 

 

 

 

È appunto l’infantilismo ripetitore e sconnesso, che sbanda di palo in frasca e che muta a ogni passo il tempo dei verbi, è appunto l’astuta innocenza, la novità geniale nell’arte di Chlébnikov. Come il consigliere Crespel di Hoffmann, che si divertiva a sminuzzare violini, così Chlébnikov, ligi alla strategia dell’iterazione, con insistenza grafomane sbriciola le metafore , ridisponendone i pezzi in incastri diversi, come un giuoco di cubi puerili. L’effetto che consegue dall’ossessivo ripetersi delle molecole di una metafora in molteplici aggregazioni assomiglia a quello di alcune sequele iterative di immagini di artisti Pop.
I procedimenti e le aspirazioni di Chlébnikov hanno radici nella pittura moderna: molte delle sue pagine non si spiegherebbero senza metterne in luce il rapporto coi trucchi di Tatlin, Filonov, Malevič. Del resto tutta la scuola cubofuturistica russa anelò di introdurre in poesia gli espedienti e i colori delle nuove tendenze pittoriche.
Fra tutti i futuristi Velimir è però il più sfuggente e il più misterioso. Attraversa quegli anni di soqquadro e tormenta, solitario, randagio, in disparte.

[Angelo Maria Ripellino, Alla scoperta di Chlébnikov, in Saggi in forma di ballate, Torino, Einaudi 1978, p. 151-152]

18 marzo – Bologna

martedì 18 marzo 2014

Martedì 18 marzo,
a Bologna,
nell’ambito del corso di
Fenomenologia dell’arte contemporanea
(Prof.ssa Silvia Grandi),
dalle 11 alle 13, nell’Aula Magna
del Dipartimento delle Arti,
in Piazzetta Morandi 2
si parla di Chlebnikov
e di poesia transmentale (zaum’).

14 dicembre – Bologna

venerdì 14 dicembre 2012

Venerdì 14 dicembre,
a Bologna,
in sala Borsa,
alle ore 18 e 30 (credo)
discorso su Velimir Chlebnikov
e Angelo Maria Ripellino.

Rifiuto

mercoledì 12 dicembre 2012

Per me è molto più piacevole
Guardare le stelle
Che firmare una condanna a morte.
Per me è molto più piacevole
Ascoltare la voce dei fiori,
Che sussurrano «È lui»
Chinando la testolina,
Quando attraverso il giardino,
Che vedere gli scuri fucili della guardia
Uccidere quelli
Che vogliono uccidere me.
Ecco perché io non sarò mai,
E poi mai, un Governante.

[Velimir Chlebnikov, 47 poesie facili e una difficile, Macerata, Quodlibet 2009, p. 10]

Il senso dell’idiota

mercoledì 30 maggio 2012

Qualcuno mi aveva detto che il libro Falene, di Eugenio Baroncelli (237 vite quasi perfette), valeva la pena di leggerlo e quando l’ho visto, in libreria, l’ho preso in mano, l’ho aperto a caso e ho visto un titolo A Baden Baden, a Baden Baden! che mi ha fatto venire in mente il modo in cui Daniil Charms parlava di Turgenev in alcune delle sue Scene dalla vita di Puškin e di Tolstoj, queste:

4.


Turgenev, voleva essere coraggioso come Lermontov, è andato a comprare una sciabola. Puškin, passava vicino al negozio, l’ha visto dalla finestra. Allora s’è messo a gridare, apposta: – Guarda ve’, Gogol’ – (ma con lui Gogol’ non c’era). – Guarda ve’, c’è Turgenev che compra una sciabola. Compriamo un fucile, io e te –. Turgenev, s’è spaventato, quella stessa notte è partito per Baden-Baden.

5.


Lev Tolstoj e F.M. Dostoevskij avevan scommesso su chi tra loro avrebbe scritto il romanzo più bello. A far da giudice avevano chiamato Turgenev. Tolstoj era corso a casa, si era chiuso nello studio e aveva cominciato a scrivere. Di bambini, naturalmente (li amava molto). Dostoevskij invece è a casa sua che pensa: Turgenev è uno pauroso. Adesso è a casa sua e pensa: Dostoevskij è uno nervoso. Se dico che il suo romanzo è il più brutto, è capace di ammazzarmi, perfino. Cosa mi sforzo a fare? (questo lo pensa Dostoevskij). Il romanzo lo scrivo male, apposta, la grana me la becco comunque (avevan scommesso cento rubli). Nello stesso momento Turgenev è a casa sua e pensa: Dostoevskij è uno nervoso. Se dico che il suo romanzo è il più brutto, è capace di ammazzarmi, perfino. D’altra parte Tostoj è un conte. Anche con lui è meglio evitare polemiche. Ma che vadano… E quella stessa notte, di nascosto, è partito per Baden-Baden.

La biografia che c’è in Falene (pagg. 265-266), quella che si intitola A Baden Baden, a Baden Baden! è questa qua:

È un’anima mite in un corpo da lottatore. È gentile, come quei musici di una volta che nei suoi romanzi intonano le loro rapsodie fino a tardi nelle notti estive, ma vorrebbe essere audace come gli eroi e coraggioso come Lermontov. Un giorno, entra in un negozio scintillante di lame e chiede di comprare una sciabola. Bello e sfrontato, Puškin, che passa di lì per caso, lo vede attraverso la vetrina e si mette a gridare: «Guarda un po’, c’è Ivan Sergeevič che si compra una sciabola. Compriamo piuttosto un fucile, tu e io!». Lui è così spaventato che quella stessa notte parte per Baden Baden. Un giorno, Tolstoj e Dostoevskij, che hanno scommesso cento rubli su chi dei due scriverà il romanzo più bello, a far da giudice chiamano lui. Tolstoj corre a casa, si chiude nello studio e comincia a scrivere (di bambini, naturalmente). Anche Dostoevskij corre a casa, ma invece che a scrivere (di demoni, naturalmente, e nei Demoni, nel fatuo romanziere Karamzinov, avrebbe ritratto giusto lui) si mette a pensare. Pensa: «Quello è un pavido, che in questo momento sta pensando: Dostoevskij è un fascio di nervi; se boccio il suo romanzo, è capace di ammazzarmi». Pensa: «Butto giù un romanzetto da niente e mi becco la grana comunque». Pressapoco in quei momenti, lui è a casa che pensa: «Dostoevkij è un tipo nervoso. Se boccio il suo romanzo è capace di ammazzarmi. E Tolstoj? Se boccio il romanzo suo, magari non mi ammazza, ma è pur sempre un conte. Meglio evitare guai anche con lui». Quella sera corre in gran segreto alla stazione Bielorussia e prende il primo treno per Baden Baden. Scappò, con la geniale e spavalda Russia che gli sferragliava accanto nelle sospirate tenebre della notte.

Sciascia, in una nota alla fine del Candido (Un sogno fatto in Sicilia), cita quella frase di Montesquieu che dice che «un’opera originale ne fa quasi sempre nascere cinque o seicento altre, queste servendosi della prima all’incirca come i gemoetri si servono delle loro formule». Da un certo punto di vista è anche bello che oggi, in Italia, dopo che da anni succede in Russia, le opere di Charms comincino a diventare una di quelle opere originali che servono come le formule dei geometri; credo che a Charms, che non è riuscito a vedere pubblicate le sue opere nel corso della sua vita, la cosa farebbe piacere, e ancor più piacere, forse, gli farebbe essere citato come fonte, quando succede.
Baroncelli si occupa anche di un altro grande russo dei primi del novecento, Velimir Chlebnkov e, citando Madel’štam, lo definisce «una specie di Einstein idiota»; «scrisse versi immortali – scrive Baroncelli – ma non si curava di pubblicarli»; «paragonò la vita a una travolgente onda di risacca, ma era troppo idiota per correre a cercarsi un riparo». Continua a leggere »

Lo zoo

giovedì 3 maggio 2012

Dove la mascella di un bianco grande lama dagli occhi neri, e quella di un piccolo bufalo dalle corna piatte, e quella di altri ruminanti, si muove piano a destra e a sinistra, come la vita del paese.

[Velimir Chlebnikov, Lo zoo, 47 poesie facili e una difficile, p. 19]