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Bobeobi

domenica 9 aprile 2017

Clic

A leggere Guerra e pace

sabato 8 aprile 2017

Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.

[L’altro giorno, a leggere Guerra e pace, sembrava che ci fosse dentro questa poesia di Chelbnikov]

Il modo intelligente

domenica 24 luglio 2016

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Il desiderio di capire la parola in modo «intelligente», non transmentale, ha portato alla perdita della relazione estetica con la parola. Dico questo come ammonimento.

[Velimir Chlebnikov, Tvorenija, a cura di M. Ja. Poljakov, Moskva, Sovetskij pisatel’ 1986, p. 37]

Cosa contiene un’antologia

domenica 31 gennaio 2016

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Un’antologia, secondo quel che dice il poeta del cinema Aleksandr Dovženko, «contiene tutto tranne quello che non c’è».

[Luda Schnitzer, Vélimir Khlebnikov sans «et», in Vélimir Chlebnikov, Choix de poèmes, Honfluer-Paris, Pierre Jean Oswald 1967, p. 31]

Le ragazze

domenica 27 dicembre 2015

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E scrive, Stephen King, che «La similitudine zen è uno dei tanti possibili trabocchetti del linguaggio figurato. La più comune (al solito, cascarci dentro dipende spesso da una scarsa quantità di letture) consiste nell’uso di immagini, metafore e paragoni stereotipati. Correre come un pazzo, bella come il sole, furbo come una volpe, forte come un leone… per favore, non infierite su di me, o chiunque altro, con questo vecchiume. Rischiate di sembrare svogliati o ignoranti, il che non gioverà alla vostra reputazione di scrittori.
A ogni modo, – continua Stephen King, – le mie similitudini preferite in assoluto arrivano dalla narrativa hard boiled degli anni Quaranta-Cinquanta e dagli eredi della tradizione pulp. Tra le tante, “Era una notte scura come un grande buco di culo” (George V. Higgins) e “Accendersi una sigaretta [che] aveva il saporaccio di un fazzoletto da idraulico” (Raymond Chandler)».
E adesso, al di là dell’idea delle cose preferite, che io non lo so quali sono le mie similitudini preferite, forse queste qua di Ammaniti e Hotakainen: clic, però, intanto che leggevo questo pezzetto di Stephen King mi è venuto in mente l’inizio di una poesia di Chlebnikov, «Le ragazze, quelle che camminano, con stivali di occhi neri, sui fiori del mio cuore» e un pezzo di Viktor Šklovskij che dice così: «Le sei del mattino. Fuori, nella Kaiserallee, è ancora buio. A te si può telefonare alle 10.30. Quattro ore e mezzo, e poi ancora venti inutili ore, ed in mezzo la tua voce. Mi è odiosa la mia stanza. Non amo la mia scrivania, sulla quale scrivo lettere, solo a te. Sono seduto qui, innamorato come un telegrafista. Sarebbe bello procurarsi una chitarra e cantare».

Nato nel 1885 e basta

domenica 5 luglio 2015

Qualche mese fa è uscito un romanzo che si intitola La bambina fulminante, che è il secondo libro per bambini che ho scritto e ogni tanto mi telefonavano le radio mi chiedevano di fare delle interviste e io, due o tre volte, quando mi intervistavano per radio, c’era con me mia figlia che, per iscritto, la chiamo la Battaglia, e una volta la Battaglia mi ha detto «Ma ti chiamano tanto, per intervistarti». «Guarda, – le ho detto io, – con tutti gli scrittori che ci sono, io non capisco come mai mi chiamano proprio a me». «Davvero», mi ha detto lei. Ecco, io, devo dire, quando mi intervistano, cerco di non riascoltarmi o di non rileggermi mai, perché ascoltar la mia voce, veder le mie foto, veder le mie parole virgolettate è una cosa che mi viene vergogna. Mi ricordo una volta, una dozzina di anni fa, ero andato alla scuola Holden di Torino, uno studente mi aveva chiesto di autografargli la prima pagina di un saggio che avevo pubblicato in un libro collettivo che si chiamava Scrivere sul fronte occidentale e me l’aveva aperta davanti e le tre pagine delle cose che avevo scritto eran tutte sottolineate e io ho pensato «Ma cosa le hai sottolineate a fare?»; mi sembrava stranissimo, esser diventato un oggetto di studio, mi sembrava di essere morto, un po’, e allora avevo meno di quarant’anni era ancora presto, credo. Allora per quello mi sono molto sorpreso quando, in questi giorni, sono stato contento nel vedere un’intervista sulla Bambina fulminante pubblicata sul numero di Topolino della settimana scorsa che a rileggerla non mi ha fatto nessuna impressione c’è stata solo una cosa , che mi ha colpito, che quando mi hanno chiesto qual è il mio eroe preferito io ho scritto: «Eroe preferito: Velimir Chlebnikov (è un poeta russo, nato nel 1885, morto nel 1922)». E ero molto contento, che si parlasse su Topolino di Chlebnikov, che è, che Dio l’abbia in gloria, il poeta su cui ho fatto la tesi, che ci ho messo due anni, ed è stato un periodo che, prima che nascesse mia figlia, io credevo fosse stato il periodo più bello della mia vita. Solo che, quando sono andato a rilegger l’intervista su Topolino ho visto che hanno scritto «Velimir Chlebnikov, poeta russo nato nel 1885». E basta. Hanno tolto la morte. E a me è venuto da pensare che su Topolino, in tutti questi anni, in tutte le storie che hanno pubblicato in tutti i paesi dove son distribuiti forse non è morto mai nessuno. Come se ai bambini non si dovesse parlare della morte. E mi son ricordato di una filastrocca di Bruno Tognolini, intitolata Filastrocca per la morte del nonno che a me fa pensare il contrario, che ai bambini si può parlare, della morte, e dice così: « Caro nonno, son passati tanti giorni / Ho aspettato e ho capito che non torni / Ti hanno messo come un seme in un bell’orto / Ho guardato e ho capito che sei morto / Vorrei farti ritornare, ma non posso / Nel mio cuore il dolore ha fatto un fosso / In quel fosso come un seme ti ho sepolto / E per innaffiarti bene ho pianto molto / È venuta primavera e sei fiorito / Quando il pianto dei miei occhi era finito / Ora è maggio e oramai non piango più / Nel giardino son fioriti i gigli blu / E io ancora non ti vedo, però ora so perché / Non ti vedo perché sei dentro di me.»

[uscito ieri su Libero]

Io e la Russia

giovedì 16 aprile 2015

chlebnikov

IO E LA RUSSIA

A migliaia di migliaia la Russia ha dato la libertà.
Non c’è cosa migliore. A lungo la ricorderanno per questo.
Io invece mi sono tolto la camicia,
E tutti i grattacieli di specchi dei miei peli,
Tutte le fessure
Della città del corpo
Hanno esposto tappeti e tessuti rossi.
Le cittadine e i cittadini
Del Me – stato
Si sono affollati alle finestre dei riccioli dalle mille finestre.
Le Olghe e gli Igor’,
Non per convenienza,
Rallegrandosi del sole, hanno guardato attraverso la pelle.
Era finita la prigionia della camicia.
Mi ero semplicemente tolto la camicia
E avevo dato il sole al popolo del Me.
Ero nudo, vicino al mare.
Così ho regalato la libertà ai popoli,
Alle genti che prendevano il sole.

Con sentenza definitiva

lunedì 14 luglio 2014

A pensarci, è stranissimo, ma Tolstoj, Dostoevskij, Brodskij, Charms, Chlebnikov, Erofeev, oltre a Spinoza e a Giordano Bruno, e a Balzac, e a Puškin, anche, e anche a Lermontov, credo, e a Anna Achmatova, e a Mandel’štam, e a Sinjavskij, ecco loro, son tutti condannati con sentenza definitiva, e io, però, non mi stanco di leggerli, e se dovessi scegliere se smettere di leggere i condannati con sentenza definitiva o i non condannati con sentenza definitiva, io, non lo so, di preciso, ma credo che smetterei di leggere i non condannati con sentenza definitiva.

Su un quaderno vecchio

domenica 13 luglio 2014

Mi ero segnato che la gente che piace a me, come Chlebnikov, o Charms, o Puškin, o Tolstoj, è tutta gente che non aspiravano a prendere il potere, ma a essere tramite di un potere che è più potere del potere, una cosa vergognosa, dal tanto che è grossa, mi ero segnato.

Appunto

sabato 7 giugno 2014

ripellino
 

 

 

 

È appunto l’infantilismo ripetitore e sconnesso, che sbanda di palo in frasca e che muta a ogni passo il tempo dei verbi, è appunto l’astuta innocenza, la novità geniale nell’arte di Chlébnikov. Come il consigliere Crespel di Hoffmann, che si divertiva a sminuzzare violini, così Chlébnikov, ligi alla strategia dell’iterazione, con insistenza grafomane sbriciola le metafore , ridisponendone i pezzi in incastri diversi, come un giuoco di cubi puerili. L’effetto che consegue dall’ossessivo ripetersi delle molecole di una metafora in molteplici aggregazioni assomiglia a quello di alcune sequele iterative di immagini di artisti Pop.
I procedimenti e le aspirazioni di Chlébnikov hanno radici nella pittura moderna: molte delle sue pagine non si spiegherebbero senza metterne in luce il rapporto coi trucchi di Tatlin, Filonov, Malevič. Del resto tutta la scuola cubofuturistica russa anelò di introdurre in poesia gli espedienti e i colori delle nuove tendenze pittoriche.
Fra tutti i futuristi Velimir è però il più sfuggente e il più misterioso. Attraversa quegli anni di soqquadro e tormenta, solitario, randagio, in disparte.

[Angelo Maria Ripellino, Alla scoperta di Chlébnikov, in Saggi in forma di ballate, Torino, Einaudi 1978, p. 151-152]