Altalene

mercoledì 15 agosto 2018

La legge delle altalene prescrive
Che si abbiano scarpe ora larghe, ora strette.
Che sia ora notte, ora giorno.
E che signori della terra siano ora il rinoceronte, ora l’uomo.

[Velimir Chlebnikov, 1911]

Chlebnikov e Puni

venerdì 27 luglio 2018

Domani andiamo da Chlebnikov, al cimitero di Novoeviče, e per strada leggo questa cosa di Šklovskij su Puni:

Ivan Puni è l’uomo timido per eccellenza. Ha capelli neri, parla piano, suo padre era italiano. Ho veduto di questi timidi sullo schermo cinematografico.
Ecco un imbianchino che se ne va con una lunga scala sulla spalla. Modesto, silenzioso. Ma la scala urta i cappelli dei passanti, fracassa i vetri, ferma i tram, distrugge case.
Puni invece dipinge.
Se dovessimo raccogliere tutte le recensioni scritte su di lui in russo e spremerne il furore, si potrebbero raccogliere alcuni secchi di liquido molto corrosivo e inoculare con questo la rabbia a tutti i cani di Berlino.
I cani a Berlino sono 500.000.
Puni offende la gente perché non si beffa mai di nessuno. Dipinge un quadro, lo guarda, pensa: Io non c’entro, doveva essere fatto così.
I suoi quadri sono irrevocabili e obbligatori. Egli vede lo spettatore, ma è organicamente incapace di tenerne conto. Accetta gli insulti dei critici come un fenomeno atmosferico.
Fintanto che vive, conversa. Così Colombo navigando verso l’America non ancora scoperta, giocava a scacchi seduto sulla tolda.
Per ora Puni è un pittore per pittori. Questi non lo capiscono ancora, ma già s’inquietano.
Dopo la sua morte – non la desidero, sono suo coetano e anch’io solo, – dopo la morte di Puni, erigeranno un museo sopra la sua tomba. Vi saranno appesi i suoi calzoni e il suo cappello.
Diranno: guardate come fu modesto quest’uomo geniale, con quel cappello grigio calcato sulle sopracciglia, nascondeva i raggi che gli irradiavano dalla fronte.
Qualcuno scriverà qualcosa anche sui suoi calzoni.
Infatti, Puni sa vestirsi.
Attaccheranno al muro la bolletta del gas di Puni, la pagheranno proprio per questo. Chiameranno «punico» il nostro tempo. Possano coprirsi di lebbra tutti coloro che verranno a coprire le nostre tombe con le loro menzioni onorevoli.
A nome nostro opprimeranno le generazioni venture. È così che si fanno le conserve alimentari.
Riconoscere un pittore è il mezzo più sicuro per renderlo innocuo.
Ma forse un museo non ci sarà?
Faremo del nostro meglio.
Intanto Puni, con un sorriso cortese, dipinge attentamente i suoi quadri. Sotto la giacca grigia porta una furibonda volpe rossiccia, che lo mangiucchia a poco a poco. È molto doloroso, anche se da antologia scolastica.

[Viktor Sklovskij, La mossa del cavallo, Bari, De Donato 1967, pp. 103-105]

Va mò là

domenica 1 luglio 2018

Le ragazze, quelle che camminano,
con stivali di occhi neri
sui fiori del mio cuore.
Le ragazze, che hanno abbassato le lance
Sul lago delle proprie ciglia.
Le ragazze, che si lavano i piedi
Nel lago delle mie parole.

Avevano torto

giovedì 19 aprile 2018

Dopo, non avrei mai detto, nel 2009 ho curato perfino un’antologia, delle poesie di Chlebnikov.
L’ho intitolata 47 poesie facili e una difficile, e ci ho messo una specie di postfazione dove dicevo che avevo, nello scrivere quella postfazione, un imbarazzo che mi sembrava uguale e contrario a quello che avevo quando facevo l’università, dopo che avevo deciso di scrivere la tesi su Chlebnikov e dopo che avevo cominciato, un po’, a studiarlo, e dopo che mi ero sentito, in un certo senso, un esperto, di Chlebnikov.
Che, allora, venticinque anni fa, io se sentivo qualcun altro che parlava di Chlebnikov, non lo stavo a sentire. Cercavo di interromperlo subito, e se continuava mi veniva proprio l’istinto fisico di andare via e intanto pensavo «Come si permette, questo, di parlare di Chlebnikov, che l’esperto di Chlebnikov sono io?».
Cioè a me, dopo che avevo letto un po’ di cose di Chlebnikov e su Chlebnikov, eran cresciuti come dei paraurti retrattili davanti e didietro che saltavano fuori ogni volta che veniva fuori l’argomento Chlebnikov e che mi impedivano di avvicinarmi e di imparare di più, ero talmente convinto di saperne, su Chlebnikov, che su questo argomento ero diventato cieco, e sordo, non muto, ne parlavo continuamente anche a della gente che, poveretti, la poesia d’avanguardia dei primi anni del novecento nella Russia presovietica e sovietica non era stranamente un argomento che li appassionava.
Adesso, venticinque anni dopo, al contrario, per un meccanismo che non mi è chiarissimo, io di Chlebnikov ne parlo il meno possibile.
Forse perché, come ho detto, Chlebnikov, secondo me, è molto di più di quello che io riesco a dire.
Šklovskij diceva che era un campione, Jakobson diceva il più grande poeta del novecento, Tynjanov diceva una direzione, Markov diceva il Lenin del futurismo russo, Ripellino diceva il poeta del futuro, e avevan ragione, secondo me, tutti, però avevano torto, anche, secondo me, e avevano torto perché, secondo me, Chlebnikov è molto di più.
Basterebbe leggere le cose che ha scritto, dovrebbe bastare.
Come dirà Korov’ev di Dostoevskij, più avanti, tra molti paragrafi portatili, se avrete la pazienza di andare avanti.

[Dalla Grande Russia portatile, in preparazione (esce in agosto)]

Attraverso

martedì 20 febbraio 2018

Le parole diventano potenti se hanno due significati, se sono occhi spalancati sul mistero, e se attraverso la saliva del significato ordinario, si intravede il loro secondo significato.

[Velimir Chlebnikov, Sobranie sočinenij (raccolta delle opere), a cura di Rudol’f Duganov, sesto tomo, secondo libro, Mosca, Imli Ran 2006, p. 101]

Il libro futurista russo

mercoledì 19 luglio 2017

Sono stato in una libreria sulla Fontanka, a San Pietroburgo, e ho trovato un libro di Evgenij Kovtun, Russkaja futurističeskaja kniga (Il libro futurista russo), e quando l’ho comprato ho detto al libraio che Kovtun l’avevo incontrato quando avevo scritto la tesi, nel 1994, nel suo ufficio del museo russo, e che ero contento di vedere che nel 2014 aveva pubblicato questo libro, e il libraio mi ha chiesto su chi ho fatto la tesi, e io gli ho detto su Chlebnikov, e lui mi ha detto: Круто, che, più o meno, significa: Fico.

Rifiuto

martedì 6 giugno 2017

Per me è molto più piacevole
Guardare le stelle
Che firmare una condanna a morte.
Per me è molto più piacevole
Ascoltare la voce dei fiori,
Che sussurrano «È lui»
Chinando la testolina,
Quando attraverso il giardino,
Che vedere gli scuri fucili della guardia
Uccidere quelli
Che vogliono uccidere me.
Ecco perché io non sarò mai,
E poi mai, un Governante.

[Ristampato 47 poesie facili e una difficile, mi dicono]

Bobeobi

domenica 9 aprile 2017

Clic

A leggere Guerra e pace

sabato 8 aprile 2017

Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.

[L’altro giorno, a leggere Guerra e pace, sembrava che ci fosse dentro questa poesia di Chelbnikov]

Il modo intelligente

domenica 24 luglio 2016

imgres

Il desiderio di capire la parola in modo «intelligente», non transmentale, ha portato alla perdita della relazione estetica con la parola. Dico questo come ammonimento.

[Velimir Chlebnikov, Tvorenija, a cura di M. Ja. Poljakov, Moskva, Sovetskij pisatel’ 1986, p. 37]