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Avevano torto

giovedì 19 aprile 2018

Dopo, non avrei mai detto, nel 2009 ho curato perfino un’antologia, delle poesie di Chlebnikov.
L’ho intitolata 47 poesie facili e una difficile, e ci ho messo una specie di postfazione dove dicevo che avevo, nello scrivere quella postfazione, un imbarazzo che mi sembrava uguale e contrario a quello che avevo quando facevo l’università, dopo che avevo deciso di scrivere la tesi su Chlebnikov e dopo che avevo cominciato, un po’, a studiarlo, e dopo che mi ero sentito, in un certo senso, un esperto, di Chlebnikov.
Che, allora, venticinque anni fa, io se sentivo qualcun altro che parlava di Chlebnikov, non lo stavo a sentire. Cercavo di interromperlo subito, e se continuava mi veniva proprio l’istinto fisico di andare via e intanto pensavo «Come si permette, questo, di parlare di Chlebnikov, che l’esperto di Chlebnikov sono io?».
Cioè a me, dopo che avevo letto un po’ di cose di Chlebnikov e su Chlebnikov, eran cresciuti come dei paraurti retrattili davanti e didietro che saltavano fuori ogni volta che veniva fuori l’argomento Chlebnikov e che mi impedivano di avvicinarmi e di imparare di più, ero talmente convinto di saperne, su Chlebnikov, che su questo argomento ero diventato cieco, e sordo, non muto, ne parlavo continuamente anche a della gente che, poveretti, la poesia d’avanguardia dei primi anni del novecento nella Russia presovietica e sovietica non era stranamente un argomento che li appassionava.
Adesso, venticinque anni dopo, al contrario, per un meccanismo che non mi è chiarissimo, io di Chlebnikov ne parlo il meno possibile.
Forse perché, come ho detto, Chlebnikov, secondo me, è molto di più di quello che io riesco a dire.
Šklovskij diceva che era un campione, Jakobson diceva il più grande poeta del novecento, Tynjanov diceva una direzione, Markov diceva il Lenin del futurismo russo, Ripellino diceva il poeta del futuro, e avevan ragione, secondo me, tutti, però avevano torto, anche, secondo me, e avevano torto perché, secondo me, Chlebnikov è molto di più.
Basterebbe leggere le cose che ha scritto, dovrebbe bastare.
Come dirà Korov’ev di Dostoevskij, più avanti, tra molti paragrafi portatili, se avrete la pazienza di andare avanti.

[Dalla Grande Russia portatile, in preparazione (esce in agosto)]

Attraverso

martedì 20 febbraio 2018

Le parole diventano potenti se hanno due significati, se sono occhi spalancati sul mistero, e se attraverso la saliva del significato ordinario, si intravede il loro secondo significato.

[Velimir Chlebnikov, Sobranie sočinenij (raccolta delle opere), a cura di Rudol’f Duganov, sesto tomo, secondo libro, Mosca, Imli Ran 2006, p. 101]

Il libro futurista russo

mercoledì 19 luglio 2017

Sono stato in una libreria sulla Fontanka, a San Pietroburgo, e ho trovato un libro di Evgenij Kovtun, Russkaja futurističeskaja kniga (Il libro futurista russo), e quando l’ho comprato ho detto al libraio che Kovtun l’avevo incontrato quando avevo scritto la tesi, nel 1994, nel suo ufficio del museo russo, e che ero contento di vedere che nel 2014 aveva pubblicato questo libro, e il libraio mi ha chiesto su chi ho fatto la tesi, e io gli ho detto su Chlebnikov, e lui mi ha detto: Круто, che, più o meno, significa: Fico.

Rifiuto

martedì 6 giugno 2017

Per me è molto più piacevole
Guardare le stelle
Che firmare una condanna a morte.
Per me è molto più piacevole
Ascoltare la voce dei fiori,
Che sussurrano «È lui»
Chinando la testolina,
Quando attraverso il giardino,
Che vedere gli scuri fucili della guardia
Uccidere quelli
Che vogliono uccidere me.
Ecco perché io non sarò mai,
E poi mai, un Governante.

[Ristampato 47 poesie facili e una difficile, mi dicono]

Bobeobi

domenica 9 aprile 2017

Clic

A leggere Guerra e pace

sabato 8 aprile 2017

Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.

[L’altro giorno, a leggere Guerra e pace, sembrava che ci fosse dentro questa poesia di Chelbnikov]

Il modo intelligente

domenica 24 luglio 2016

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Il desiderio di capire la parola in modo «intelligente», non transmentale, ha portato alla perdita della relazione estetica con la parola. Dico questo come ammonimento.

[Velimir Chlebnikov, Tvorenija, a cura di M. Ja. Poljakov, Moskva, Sovetskij pisatel’ 1986, p. 37]

Cosa contiene un’antologia

domenica 31 gennaio 2016

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Un’antologia, secondo quel che dice il poeta del cinema Aleksandr Dovženko, «contiene tutto tranne quello che non c’è».

[Luda Schnitzer, Vélimir Khlebnikov sans «et», in Vélimir Chlebnikov, Choix de poèmes, Honfluer-Paris, Pierre Jean Oswald 1967, p. 31]

Le ragazze

domenica 27 dicembre 2015

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E scrive, Stephen King, che «La similitudine zen è uno dei tanti possibili trabocchetti del linguaggio figurato. La più comune (al solito, cascarci dentro dipende spesso da una scarsa quantità di letture) consiste nell’uso di immagini, metafore e paragoni stereotipati. Correre come un pazzo, bella come il sole, furbo come una volpe, forte come un leone… per favore, non infierite su di me, o chiunque altro, con questo vecchiume. Rischiate di sembrare svogliati o ignoranti, il che non gioverà alla vostra reputazione di scrittori.
A ogni modo, – continua Stephen King, – le mie similitudini preferite in assoluto arrivano dalla narrativa hard boiled degli anni Quaranta-Cinquanta e dagli eredi della tradizione pulp. Tra le tante, “Era una notte scura come un grande buco di culo” (George V. Higgins) e “Accendersi una sigaretta [che] aveva il saporaccio di un fazzoletto da idraulico” (Raymond Chandler)».
E adesso, al di là dell’idea delle cose preferite, che io non lo so quali sono le mie similitudini preferite, forse queste qua di Ammaniti e Hotakainen: clic, però, intanto che leggevo questo pezzetto di Stephen King mi è venuto in mente l’inizio di una poesia di Chlebnikov, «Le ragazze, quelle che camminano, con stivali di occhi neri, sui fiori del mio cuore» e un pezzo di Viktor Šklovskij che dice così: «Le sei del mattino. Fuori, nella Kaiserallee, è ancora buio. A te si può telefonare alle 10.30. Quattro ore e mezzo, e poi ancora venti inutili ore, ed in mezzo la tua voce. Mi è odiosa la mia stanza. Non amo la mia scrivania, sulla quale scrivo lettere, solo a te. Sono seduto qui, innamorato come un telegrafista. Sarebbe bello procurarsi una chitarra e cantare».

Nato nel 1885 e basta

domenica 5 luglio 2015

Qualche mese fa è uscito un romanzo che si intitola La bambina fulminante, che è il secondo libro per bambini che ho scritto e ogni tanto mi telefonavano le radio mi chiedevano di fare delle interviste e io, due o tre volte, quando mi intervistavano per radio, c’era con me mia figlia che, per iscritto, la chiamo la Battaglia, e una volta la Battaglia mi ha detto «Ma ti chiamano tanto, per intervistarti». «Guarda, – le ho detto io, – con tutti gli scrittori che ci sono, io non capisco come mai mi chiamano proprio a me». «Davvero», mi ha detto lei. Ecco, io, devo dire, quando mi intervistano, cerco di non riascoltarmi o di non rileggermi mai, perché ascoltar la mia voce, veder le mie foto, veder le mie parole virgolettate è una cosa che mi viene vergogna. Mi ricordo una volta, una dozzina di anni fa, ero andato alla scuola Holden di Torino, uno studente mi aveva chiesto di autografargli la prima pagina di un saggio che avevo pubblicato in un libro collettivo che si chiamava Scrivere sul fronte occidentale e me l’aveva aperta davanti e le tre pagine delle cose che avevo scritto eran tutte sottolineate e io ho pensato «Ma cosa le hai sottolineate a fare?»; mi sembrava stranissimo, esser diventato un oggetto di studio, mi sembrava di essere morto, un po’, e allora avevo meno di quarant’anni era ancora presto, credo. Allora per quello mi sono molto sorpreso quando, in questi giorni, sono stato contento nel vedere un’intervista sulla Bambina fulminante pubblicata sul numero di Topolino della settimana scorsa che a rileggerla non mi ha fatto nessuna impressione c’è stata solo una cosa , che mi ha colpito, che quando mi hanno chiesto qual è il mio eroe preferito io ho scritto: «Eroe preferito: Velimir Chlebnikov (è un poeta russo, nato nel 1885, morto nel 1922)». E ero molto contento, che si parlasse su Topolino di Chlebnikov, che è, che Dio l’abbia in gloria, il poeta su cui ho fatto la tesi, che ci ho messo due anni, ed è stato un periodo che, prima che nascesse mia figlia, io credevo fosse stato il periodo più bello della mia vita. Solo che, quando sono andato a rilegger l’intervista su Topolino ho visto che hanno scritto «Velimir Chlebnikov, poeta russo nato nel 1885». E basta. Hanno tolto la morte. E a me è venuto da pensare che su Topolino, in tutti questi anni, in tutte le storie che hanno pubblicato in tutti i paesi dove son distribuiti forse non è morto mai nessuno. Come se ai bambini non si dovesse parlare della morte. E mi son ricordato di una filastrocca di Bruno Tognolini, intitolata Filastrocca per la morte del nonno che a me fa pensare il contrario, che ai bambini si può parlare, della morte, e dice così: « Caro nonno, son passati tanti giorni / Ho aspettato e ho capito che non torni / Ti hanno messo come un seme in un bell’orto / Ho guardato e ho capito che sei morto / Vorrei farti ritornare, ma non posso / Nel mio cuore il dolore ha fatto un fosso / In quel fosso come un seme ti ho sepolto / E per innaffiarti bene ho pianto molto / È venuta primavera e sei fiorito / Quando il pianto dei miei occhi era finito / Ora è maggio e oramai non piango più / Nel giardino son fioriti i gigli blu / E io ancora non ti vedo, però ora so perché / Non ti vedo perché sei dentro di me.»

[uscito ieri su Libero]