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Il leone e la formica

domenica 6 marzo 2016

Una formica voleva avere gli stessi diritti di un leone. Così un giorno fu stanca della solita vita e decise di farsi valere e andò dal leone con aria di prepotenza. Il leone non la vide neanche arrivare e lei subito iniziò a urlare “Ehi tu! Non mi vedi? Sono io la formica… Brutto prepotente!”. Il leone continuava a mangiare il capriolo che aveva preso e senza neanche volere abbassò gli occhi: “Ciao piccolo mostriciattolo come va?”. La formica offesa si girò e disse: “Ciao bestione ma chi ti credi di essere? Io sono piccola ma sono più grande di te… Sai io non sono cresciuta perché ho avuto una grave malattia che non mi ha permesso di crescere… altrimenti vedevi come crescevo”. Il leone cominciò a ridere a più non posso sdraiandosi a terra e sbattendo le zampe… e disse: “Tu più grande di me? Ci credo, ci credo… mi sa che questa grave malattia sia un bel po’ diffusa nel tuo formicaio…”. La formica ancora più offesa sprecò l’ultimo fil di voce che aveva urlandogli: “Spero che questo possa accadere anche a te e venirmi a chiedere qualcosa un giorno e lì in quel momento saprai conoscere la mia tristezza…”. E andò via. Al leone quel che gli aveva detto la formica gli importava poco e niente. E continuò la sua merenda senza problemi o dispiaceri. La formica tornò il giorno dopo con le sue amiche e disse al leone: “Allora la smetti o ti farò vedere” ma il leone disse: “Mi fai vedere? E vediamo cosa mi fai…”. La formica urlò con tutta la sua forza e disse: “Amiche… attaccate!!!!”. Così tutte le formiche si buttarono addosso al leone quasi soffocandolo… Il leone da allora in poi obbedì alle formiche ed erano le formiche a dare ordini. Questo vuol dire che non sempre la prepotenza vince.

[Una favola che hanno scritto Margherita e Fatima, che nel 2003 facevano la terza a alla scuola media G. Cavani di Serramazzoni, dove, con Ugo Cornia, abbiamo fatto un Laboratorio di scrittura]

Proposta per il Nobel

sabato 17 ottobre 2015

Quando ho saputo che il premio Nobel per la letteratura l’avevano dato a Svetlana Aleksievič, ho ripreso in mano il suo ultimo libro tradotto in italiano, Tempo di seconda mano, che avevo cominciato a leggere quand’era uscito, nel 2014, e l’ho riaperto alla pagina alla quale mi ero fermato, pagina 13, e ho ritrovato il punto in cui avevo smesso di leggere, questo qui: «Non finisco mai di meravigliarmi nel constatare fino a che punto le vite delle persone comuni siano in realtà interessanti. Con la loro infinita varietà di cose vissute… La storia è interessata solo ai fatti, e le emozioni ne restano escluse. Non hanno accesso alla grande storia. Io invece guardo il mondo non con gli occhi dello storico ma di chi cerca anzitutto l’uomo e non finisce mai di lasciarsene stupire…» (la traduzione è di Nadia Cicognini e Sergio Rapetti). Quando avevo letto queste righe m’era tornato in mente una volta, nel 2007, che ero andato a sentir l’Aleksievič a Reggio Emilia, che c’era l’assessore alla cultura di Reggio, con il suo dolcevita e il suo completo in velluto marrone e aveva detto, questo assessore «Dar contezza del contesto». Che io mi ricordo che avevo pensato “Va bene”. Poi era cominciata la presentazione e c’era una traduttrice che era la capa di un’associazione di badanti che lavoravano a Reggio Emilia che il russo lo sapeva benissimo, era russa, l’italiano così così. A un certo punto l’Aleksievič aveva detto che tempo fa in Russia il cibo era più genuino, la traduttrice aveva tradotto che in Russia non c’era più il cibo Giannino. Dopo l’Aleksievič aveva detto che Flaubuert diceva di sé di essere un uomo penna, lei invece era una donna orecchio, la traduttrice aveva tradotto che Flaubert diceva di sé di essere un uomo birro. Poi l’Aleksievič aveva detto che la sua poetica era come quella di Dostoevskij, che voleva sapere quanto di umano c’era nell’uomo, e la traduttrice aveva tradotto che l’Aleksievič voleva sapere quanti uomini ci sono in un uomo. Era stata una serata indimenticabile che io, se avessi dovuto scegliere, il premio Nobel l’avrei dato alla traduttrice, che aveva una lingua meravigliosa. Anche la cosa delle vite delle persone comuni che sarebbero così interessanti, quella cosa lì che dice l’Aleksievič all’inizio del suo ultimo libro, a me ha fatto venire una cosa che ha scritto Ugo Cornia che fa così: «C’è qualcosa nelle nostre vite singolari, cioè nelle vite che ognuno di noi fa normalmente tutti i giorni, che per sua virtù propria ha il potere di sbalestrare qualsiasi discorso: nei fatti noi, quasi tutti, non siamo altro che delle collezioni ambulanti, una collezione di cose in bilico dove ci sta dentro un po’ di tutto, un po’ di prati, pioppeti, lavori, hobby, nuvole, carriole del nonno, automobili, mamme» (da Sulle tristezze e i ragionamenti, pubblicato da Quodlibet nel 2008). Ecco io, mi rendo conto che è un giudizio un po’ superficiale, ma a giudicare da queste due frasi secondo me il premio Nobel lo merita Ugo. C’è il problema che Ugo è un mio amico, abbiam cominciato a scrivere insieme, e per come son fatto io, che son fatto male, se prendesse il Nobel, io sono sicuro che ci rimango malissimo. Forse è meglio se voto per la traduttrice che non mi ricordo come si chiama ma era la capa delle badanti di Reggio Emilia nel 2007 secondo me si può rintracciare.

[uscito ieri su Libero]

Il vernacolo peggiore d’Italia

venerdì 9 ottobre 2015

Sono appena usciti i primi due libri di una nuova collana alla quale, con la casa editrice Marcos y Marcos, pensavamo da qualche anno; la collana è ispirata a una celebre collana russa diretta da Maksim Gor’kij e intitolata «Vite di uomini illustri», una serie di biografie scritte da persone che, abitualmente, non scrivevano biografie, per esempio Michail Bulgakov, al quale era stata affidata la vita di Molière, o Viktor Šklovskij, che per Vite di uomini illustri è stato un meraviglioso biografo di Lev Tolstoj.
La collana italiana che è appena partita prende il titolo dall’opera numero 13 delle Opere complete di Learco Pigagnoli, che è un filosofo emiliano che ha scritto un solo libro che poi non l’ha scritto neanche lui (l’ha scritto Daniele Benati) e l’opera numero 13 fa così: «Opera numero 13. Tranne me e te, tutto il mondo è pieno di gente strana, e poi anche te sei un po’ strano».
Ecco: per Il mondo è pieno di gente strana sono usciti da poco i primi due libri: Sono socievole fino all’eccesso (vita di Montaigne), di Ugo Cornia, e Il medico, la moglie l’amante (come Čechov cornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura) di Fausto Malcovati.
Nel libro di Cornia si racconta la vita di Montaigne partendo da Essais, l’opera di Montaigne nella quale si legge: «nessuna stagione mi è nemica, se non il calore intenso d’un sole sferzante… mi piacciono la pioggia e il fango, come alle anitre. Il cambiamento d’aria e di clima non mi dà alcun fastidio: qualsiasi cielo è per me lo stesso», e «È possibile evitare la debolezza e i mali della vecchiaia? Sì. Basta morire prima», e «Tutta la saggezza e i ragionamenti del mondo non si riducono che a questo, di insegnarci a non aver paura di morire»; la conoscenza di Montaigne attraverso il libro di Cornia porta il lettore a conoscere anche il miglior amico di Montaigne, Etienne de la Boétie, l’autore del Discorso sulla servitù volontaria, un’opera del 1576 nella quale si legge: «Vorrei solo capire come sia possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante nazioni, a volte sopportino un solo tiranno che non ha altra potenza se non quella che essi gli concedono; che non ha potere di nuocere, se non in quanto essi hanno la volontà di sopportarlo». «La libertà – continua La Boétie, – è la sola cosa che gli uomini non desiderano affatto, o almeno così sembra, per la semplice ragione che se la desiderassero l’avrebbero», che per essere un pensiero del 1576 è un pensiero abbastanza stupefacente, come molti altri pensieri che si trovano in questo libro, come questo: «Montaigne (nel suo viaggio in Italia) trova che il papa parla un italiano che risente troppo del suo vernacolo bolognese, il peggiore d’Italia».
Se il libro di Cornia è illuminato da una simpatia per Montaigne che l’autore non sa e non vuole nascondere, la stessa cosa vale per Malcovati e per Čechov.
Nel Medico, la moglie, l’amante, Čechov è simpatico anche quando si lamenta («Conversazioni lunghe e sciocche, visite, postulanti, miseri guadagni di uno, due rubli, insomma una baraonda che fa venir voglia di scappare di casa. Mi chiedono soldi e non me li restituiscono, mi portan via libri, mi fanno perder tempo… Mi manca solo un amore infelice»), e quando poi trova l’amore felice, le lettere alla moglie Ol’ga sono una parte non indifferente dell’incanto di questo libro («Quando Ol’ga, in un momento di depressione, si chiede che senso abbia la su vita, Čechov le risponde: “Che cos’è la vita? È come chiedere che cos’è una carota. Una carota è una carota, di più non si sa”»). E resta in mente, alla fine della lettura, un’epigrafe di Vasilij Grossman che vale per Čechov e forse vale un po’ anche per Montaigne: «Čechov ha introdotto nei suoi racconti milioni di persone di tutte le classi, ceti, età da vero democratico, lo capite? Da vero democratico! Nessuno, neanche Tolstoj, ha detto con tanta chiarezza: noi tutti, prima di ogni altra cosa, siamo uomini, capite? Uomini, uomini, uomini. Solo in un secondo tempo siamo vescovi, bottegai, possidenti, operai. Gli uomini sono buoni o cattivi non in quanto vescovi o operai, ma in quanto uomini».

[uscito ieri su Libero]

7 ottobre – Milano

mercoledì 7 ottobre 2015

Mercoledì 7 ottobre,
a Milano,
ai Frigoriferi milanesi,
in via Piranesi, 10,
alle 20 e 30,
si parla di
Sono socievole fino all’eccesso (vita di Montaigne),
di Ugo Cornia,
e di Il medico, la moglie, l’amante
(come Čechov cornificava la moglie-medicina
con l’amante-letteratura),
di Fausto Malcovati,
con Ugo Cornia e Fausto Malcovati.

2 ottobre – Bologna

venerdì 2 ottobre 2015

Venerdì 2 ottobre,
a Bologna,
alla libreria Ambasciatori,
in via degli Orefici 19,
alle 18,
si parla di
Sono socievole fino all’eccesso, vita di Montaigne,
di Ugo Cornia,
e di Il medico, la moglie, l’amante, come
Čechov cornificava la moglie-medicina
con l’amante-letteratura,
di Fausto Malcovati,
con Ugo Cornia e Fausto Malcovati.

Un’idea di Montaigne

mercoledì 30 settembre 2015

Ugo Cornia, Sono socievole fino all'eccesso

È possibile evitare i mali della debolezza e della vecchiaia? Sì. Basta morire prima.

[Ugo Cornia, Sono socievole fino all’accesso. Vita di Montaigne, Milano, Marcos y Marcos 2015, pp. 117]

L’abitudine

giovedì 17 settembre 2015

Ugo Cornia, Sono socievole fino all'eccesso

Ma ritorniamo alla caccia, che diventa un deciso paradigma non soltanto del rapporto tra uomo e animali, ma anche del rapporto tra uomo e uomo. Montaigne non ha mai potuto veder inseguire una bestia innocente, indifesa e dalla quale non riceviamo nessuna offesa. “E quello che accade comunemente, che il cervo, sentendosi senza fiato e senza forza, non avendo più altro scampo, si rimette e si arrende a noi che lo stiamo inseguendo, chiedendoci grazia con le sue lacrime, questo mi è sempre sembrato uno spettacolo spiacevolissimo. Non prendo mai una bestia viva a cui non ridia la libertà. Pitagora le comprava dai pescatori e dagli uccellatori per fare altrettanto. Le nature sanguinarie nei riguardi delle bestie rivelano una naturale propensione alla crudeltà”.

Dunque la crudeltà è il peggiore dei vizi. E la crudeltà verso gli animali è la base di ogni ulteriore crudeltà, cioè della crudeltà verso gli altri uomini. Ma i vizi sono radicati nelle abitudini, e ovviamente sono radicati nelle cattive abitudini. “Platone sgridò un bambino che giocava alle noci. Questi gli rispose ‘Mi sgrida per una cosa da poco’. ‘L’abitudine’ replicò Platone ‘non è cosa da poco’.

[Ugo Cornia, Sono socievole fino all’eccesso, Milano, Marcos y Marcos 2015, pp. 71-72 (è uscito oggi)]

Come si fa a vedere un’abitudine

sabato 29 agosto 2015

Ugo Cornia, Sono socievole fino all'eccesso

Ma come si fa a vedere un’abitudine? Si guarda alle abitudini di altri paesi, spesso gratuite come le nostre. Oppure si incontrano per caso, anche a casa nostra, delle strane pratiche: “Un gentiluomo francese si puliva sempre il naso con le mani: cosa assai contraria ai nostri usi. Difendendo questo suo modo di fare – era famoso per i suoi motti di spirito – mi domandò che privilegio avesse quel sudicio escremento perché gli apprestassimo un bel tessuto delicato per riceverlo e poi, per di più, per impacchettarlo e serrarcelo addosso con cura. Che questo doveva far più orrore e più schifo che non vederlo gettare ove che fosse, come faccio per tutti gli altri escrementi. Trovai che non parlava senza ragione”.

[Ugo Cornia, Sono socievole fino all’eccesso. Vita di Montaigne, Milano, Marcos y Marcos 2015, pp. 73-74 (esce il 17 settembre)]

Tanti

martedì 18 agosto 2015

Oggi Giovanni Maccari, a Farhenheit, presentando per radio questo libro qua (clic), ha detto che Ermanno Cavazzoni, Ugo Cornia e io, quando scriviamo, siamo emiliani militanti, che è stata una cosa che a me è piaciuta.

Una volta che hai avuto paura o ti è venuto da ridere

mercoledì 24 dicembre 2014

Ho ritrovato un quadernetto di un laboratorio di scrittura che abbiamo fatto, con Ugo Cornia, undici anni fa, nel 2003, in una scuola media di Serramazzoni, sull’appennino modenese, e uno dei compiti che avevamo dato, «Racconta di una volta che hai avuto paura o ti è venuto da ridere», è stato risolto due ragazzi, che si chiamavano Andrea e Davide, così: «Un giorno nell’ora di tecnica il professore mandò fuori dalla classe un nostro compagno perché disturbava. Quando era fuori lui si mise a muovere la maniglia della porta su e giù: il prof. infastidito gli corse dietro per tutto il corridoio. Dopo una corsa sfrenata nell’intento di raggiungere l’alunno entrò in classe e disse: “Vi spacco il c**o a tutti”, subito dopo tirò il cancellino vicino alla faccia del nostro compagno Giacomo, poi si recò verso Pietro e gli buttò per terra tutti i libri. Questo episodio chi ha fatto un po’ ridere e un po’ paura».