9 ottobre – Gualtieri (RE)

domenica 9 ottobre 2011

Domenica 9 ottobre,
a Gualtieri (RE),
a palazzo Bentivoglio,
salone dei Giganti,
alle 17,
Daniele Benati,
Ermanno Cavazzoni,
Ugo Cornia
e Paolo Nori
leggono Raffaello Baldini.

Il dottor Magnavacca

martedì 26 ottobre 2010

È difficile per uno di due, tre, quattro, cinque anni fare dei gran giochi, soprattutto in cui ci si muove, con una persona che è obbligata a stare sempre su una carrozzina a rotelle, soprattutto se in alternativa hai altre due persone che hanno ancora l’uso completo delle gambe, perché per esempio, d’estate, su a Guzzano, mi ricordo quando il nonno mi portava a vedere il fosso, e a giocare coi girini, e poi anche a vedere la stalla, che le mucche sono un animale che mi è sempre piaciuto moltissimo, anche quando mio nonno mi metteva a cavallo di qualche mucca, e per esempio al fosso, o nelle stalle, ci andavo con mio nonno e con mia madre, e qualche volta anche con la zia Maria, che potevano camminare e gli piaceva camminare, mentre la nonna era bloccata sulla sua carrozzina a rotelle e quindi più di tanto era immobile, mentre della nonna io mi ricordo ancora bene invece, che per me doveva essere come una specie di piccola festa, quando veniva a casa loro il dentista, il dottor Magnavacca, e tutte le volte che veniva mi portavano a vedere, che si mettevano in sala, sul tavolo, e la nonna stava lì, tra il tavolo e la finestra, e questo dottor Magnavacca aveva tutta la sua strumentazione dentistica, ma portatile, messa lì sulla tavola, e usava spesso una fiamma, perché doveva avere un qualcosa come una specie di piccolissimo fornello a gas, e io stavo a guardare che questo dottor Magnavacca trafficava nella bocca della nonna Olga, e tirava fuori delle cose e usava i suoi strumenti, e li metteva in bocca alla nonna e poi li tirava fuori, e poi dava anche una sfiammata a qualcosa, e così sia.

[Ugo Cornia, Autobiografia della mia infanzia, Milano, Topipittori 2010, pp. 25-26 ]

Addio

venerdì 22 ottobre 2010

Diario di un addio di Pietro Scarnera, appena uscito per Comma 22 (ha 80 pagine e costa 12 euro), mi viene da dire che è un romanzo a fumetti, di quelli che credo si usi definire graphic novel. Questo romanzo a fumetti, secondo me, parla della morte. Anche se, per essere più precisi, e lo si capisce dagli scritti che seguono il romanzo, uno di Beppino Englaro (il padre di Eluana), l’altro di Fulvio De Nigris, (il Direttore del Centro Studi per la Ricerca sul Coma della Casa dei Risvegli Luca De Nigris), bisognerebbe dire che parla di: fine vita.
Solo che, come graphic novel è un’espressione recente che, ai più, non è tanto familiare, così fine vita è una locuzione burocratica che sembra fatta apposta per non pronunciare la parola morte, che è una parola che, non si capisce bene il motivo, si fa fatica a dire e si fa fatica a scrivere.
Una decina di anni fa un mio amico ha scritto un romanzo che parlava della morte dei suoi genitori, morti avvenute a una distanza di pochi mesi l’una dall’altra, e il libro, nella sua prima versione, aveva un titolo che mi aveva molto stupito, quando l’avevo letto per la prima volta: Tra poco saremo tutto morti. E io avevo pensato che era vero, e che non ci avevo mai pensato, e questa cosa qua, che era vera dieci anni fa, per una qualità che non saprei definire che hanno pochissime frasi tra le innumerevoli che uno sente dire o dice o legge o scrive, era vera anche cento anni fa, e sarà vera anche tra un centinaio d’anni. Tra poco, cioè tra pochi decenni, tutti noi, anche quelli che hanno preso in mano questo settimanale, ma non solo loro, anche quelli che sono passati dall’edicola e hanno deciso di non comprarlo, e anche l’edicolante stesso, e anche tutti quelli che da quell’edicola non ci sono passati, anche quelli che questo settimanale non l’hanno mai sentito nominare perché vivono magari in Islanda, e anche tutti gli innumerevoli cinesi che dicono siano ormai non so più quanti miliardi, tutti loro, e tutti noi, anche io che scrivo e anche tutti i miei parenti e i miei amici, incluso il mio amico che ha scritto quel romanzo lì, tra una manciata di decadi, vale a dire tra poco, saremo tutti morti. Dopo, uno può provare sollievo, a questo pensiero (non so perché mi son sempre rimasti in mente quattro versi di Metastasio che dicono «Non è ver che sia la morte / il peggior di tutti i mali / è un sollievo de’ mortali / che son stanchi di soffrir»), uno può preferire non averne, di pensieri del genere, ma la frase «Tra poco saremo tutti morti» ha in sé una potenza e una durata e, mi vien da dire, una verità, che a me sembrano incomparabilmente superiori a quelle della frase, per esempio «Tra un po’ saremo tutti arrivati al nostro fine vita». Continua a leggere »

Non so

mercoledì 13 ottobre 2010

Non so di preciso come stanno le cose, in generale, ma credo che ogni lettore si costruisca un canone, un empireo, un’hit parade degli scrittori che gli piaccion di più, perlomeno io faccio così, e nella mia personale hit parade degli scrittori italiani al di sotto dei cinquant’anni Ugo Cornia occupa, da tempo, il primo posto, e non credo di essere in questo influenzato dal fatto che siamo amici, anzi. Io non so se succede anche agli altri che scrivon dei libri, ma io, l’invidia, la puntura dell’invidia io la sento non per gli estranei, per gli amici. Se esce, per dire, un libro di Tiziano Scarpa (non che io e Scarpa siam proprio estranei, ma non è che siamo amici), se esce un libro di Tiziano Scarpa e riceve consensi di pubblico e di critica e vince magari anche il premio Strega, io sono contento. Se la stessa cosa succedesse con un libro di Ugo Cornia, io non lo so, come reagirei. Secondo me in pubblico direi che sono molto contento, dentro di me ci resterei malissimo. Continua a leggere »

4 settembre 2010

lunedì 11 ottobre 2010

Una volta, circa cinquant’anni fa, a San Cesario sul Panaro, era una mattina freddissima di marzo di uno di quei periodi d’inverno spostati in avanti, che il freddo era arrivato tradi, però non voleva più andar via. Infatti dicono che è rimasto sottozero per un’altra quarantina di giorni. C’erano una quindicina di lavoranti che potavano le viti di un vigneto, posto a mezzo chilomentro da San Cesario, e tra questi c’era uno, detto Saponetta, che era tre o quattro giorni che non riusciva a andare in bagno. A un certo punto Sapoentta ha detto agli altri che doveva assolutamente correre a cagare, se no si cagava adosso, e quegli altri gli hanno detto di andare più in là, dopo la strada. Saponetta è andato, ha fatto, poi è tornato, e era tutto contento di esser riuscito a svuotarsi, poi ha detto che una cosa così non l’aveva mai fatta prima in vita sua né per grandezza e neanche per lunghezza. Allora qualcuno degl altri lavoranti che doveva pisciare andava a vedere e quando tornava gli diceva “Dio canta, Saponetta, ma che merda hai fatto” e così, chi prima e chi dopo, tutti quelli che erano lì a potare, prima di andare a casa, sono andati a vedersi la merda di Saponetta. E quando han finito di lavorare e sono tornati a casa l’han detto ai loro famigliari che l’han detto a degli altri e c’è stata un po’ di gente che di nascosto è andata a vedere e si è sparsa la voce della merda di Saponetta. E visto che è stato sottozero per altri quaranta giorni, la merda di Saponetta si coservava perché era come se l’avesero messa nel frizer e è partita la procesione. Dicono che in quei quaranta giorni, qualcuno di nascosto e qulcuno in compagnia, tutto San Cesario è andato a vedere la merda di Sapoentta. Poi finalmente è arrivato più caldo e la merda di Saponetta, come tutte le cose, si è decomposta e è sparita.

[Ugo Cornia, Le storie di mia zia (e di altri parenti), Milano, Feltrinelli 2008, pp. 68-69, cit. in La matematica è scolpita nel granito, bozze]

Giove

sabato 25 settembre 2010

operette-ipotetiche

E comunque Giove aveva detto «gli piace il demagogo, si tengano il demagogo, poi che si tengano anche la vita eterna, tra l’altro una panzana come che uno per avere la vita eterna deve prima morire non si era mai sentita», e poi aveva detto che lui aveva deciso che con la città, per un po’, aveva chiuso, per lo meno finché restavano in giro tutti ‘sti cristiani. «Io mi do all’anonimato» aveva detto Giove, «mi trovo uno pseudonimo e vado in giro per la campagna finché non cambia l’aria».

[Ugo Cornia, Operette ipotetiche, cit., p. 67]

Paratesti e esempio

martedì 14 settembre 2010

operette-ipotetiche

Ugo Cornia abita Modena come i filosofi greci abitavano Atene, nel senso che Modena è la sua patria, come Atene era la patria ad esempio di Diogene Cinico. E senza Modena non si sa cosa Ugo Cornia avrebbe fatto, se avrebbe mai scritto i suoi tipici e incantevoli libricini; come Diogene, che senza Atene non sarebbe stato un cinico famoso ma solo un barbone. Qui in queste “Operette ipotetiche” Ugo Cornia si mette a fare dei ragionamenti partendo da una più o meno accettabile ipotesi: cosa succederebbe se Dio facesse sparire per un po’ Piazza Grande di Modena; o resuscitasse la mummia di Tutankhamon con tutti i problemi connessi; se il Dio monoteista si fosse affermato sugli antichi dèi politeisti con pestaggi indiscriminati; se Giove e Mercurio esistessero davvero e interferissero col genere umano e con le donne in particolare; se coi progressi della plastica una mucca potesse diventare una signora… Come si vede sarebbe un libricino classico di filosofia, se non fosse tutto fatto di storie comiche e campate per aria, che però danno da pensare filosoficamente.

[Ugo Cornia, Operette ipotetiche, Macerata, Quodlibet 2010, 120 pp., 12 euro, l'esempio è qui]

Ottemperanze

mercoledì 25 agosto 2010

Quest’anno, la redazione della parte scritta del catalogo del gruppo Fiori per Ecomondo è stata affidata agli ex allievi della scuola media inferiore di scrittura emiliana. La scuola media inferiore di scrittura emiliana è un’emanazione della scuola elementare di scrittura emiliana; è il grado successivo, e ultimo, di un corso di scrittura che si chiama così, Scuola elementare di scrittura emiliana, e che è cominciato cinque anni fa, nel 2005, a Reggio Emilia, quando i maestri erano tre, Daniele Benati, Ugo Cornia e io, che mi chiamo Paolo Nori. Dal 2008 il corso si è trasferito a Bologna e siamo passati, in ottemperanza alle direttive impartite dal ministero attualmente retto da una signora che si chiama Gelmini, al maestro unico, che sono poi sempre io.

[Dalla bozza della postfazione al catologo del Gruppo Fiori per Ecomondo, che per il momento si intitola, la postfazione, Come è successo che è stato scritto quello che è scritto in questo catalogo, che per il momento si intitola, il catalogo, Io desidero un autobus blu e altre dodici storie con tredici facce]

Ugo

lunedì 31 maggio 2010

ugo

Questa è la cronaca abbastanza fedele di alcuni anni molto faticosi ma belli che a un certo punto mi sono capitati. L’unica cosa che si può dire è che le cose capitano e noi dobbiamo lasciarle capitare. Ma queste cose che capitano hanno la virtù principale di sfracellarci la testa.
Adesso, con un inevitabile sfacelo sulle spalle, portandomelo dietro tutti i giorni, dopo aver preso nota di tante cose sono tornato a vivere il mondo come prima.
Un po’ mi dispiace.

[Ugo Cornia, Sulla felicità a oltranza, Palermo, Sellerio 1999, p. 11]