Il migliore pittore moscovita

venerdì 12 ottobre 2018

[Ieri a Milano, allo Iulm, abbiamo tradotto un pezzetto di un libro con le fotografie di Marianna Volkova e i testi di Sergej Dovlatov che si intitola Non solo Brodskij (Mosca, PIK Kul’tura 1992); alla foto della Volkova che c’è qui sopra, per esempio, corrispondeva questo testo di Dovlatov]

Questa fotografia è stata fatta in un ospedale psichiatrico. Nella foto è rappresentato il pittore Jakovlev.
Bachčanjan, per dire, pensa che Jakovlev sia il migliore pittore moscovita. O, meglio, quello con più talento.
Oltretutto, Bachčanjan fino a un certo punto pensava che Jakovlev fosse perfettamente sano.
Una volta Bachčanjan gli ha detto:
– Mi lasci il suo numero di telefono.
– Scriva. Uno, due, tre…
– Poi?
– Quattro, cinque, sei, sette, otto…
E aveva contato fino a cinquanta.
– Va bene, – aveva detto Bachčanjan, – ci sentiamo…

Monasteri

giovedì 27 settembre 2018

Ascanio Celestini, Matteo Bordone, Roberto Bui (Wu Ming 1), Maria Antonietta, Lisa Ginzburg, Alessandro Robecchi, Davide Enia, Fulvio Abbate, Daniele Giglioli, Roberto Camurri, Claudio Giunta, Monika Bulaj, Maurizio Bettini, Antonio Manzini, Riccardo Falcinelli, Dario Voltolini, Francesca Genti, Annalena Benini, Massimo Mantellini, Gaia Manzini, Francesca Manfredi, Andrea Mingardi, Martina Testa, Paola Gallo, Giorgio Biferali, Ginevra Lamberti, Marco Franzoso, Roberto Citran, Massimo Recalcati e Daniela Collu nelle biblioteche della provincia di Reggio Emilia dal 6 ottobre al 20 dicembre, a raccontare i libri (o le musiche, o i quadri) della loro vita per la rassegna Il monastero del proprio spirito, organizzata da Arci Reggio Emilia e Regione Emilia Romagna, immagine di Guido Scarabottolo, programma completo qui: clic
Il titolo viene da una cosa che Sergej Dovlatov ha scritto di Iosif Brodskij: «In confronto con Brodskij, – ha scritto Dovlatov – gli altri giovani anticonformisti sembrava che facessero un altro mestiere. Brodskij aveva creato un modello di comportamento inaudito. Non viveva in uno stato proletario, viveva nel monastero del proprio spirito. Non si opponeva al regime. Non lo considerava. E non era nemmeno sicuro della sua esistenza. Non conosceva i membri del Politburo. Quando sulla facciata del suo palazzo avevan montato un ritratto di sei metri di Mžavanadze (segretario del partito comunista georgiano), Brodskij aveva detto: – Chi è? Sembra William Blake».

Invece

venerdì 31 agosto 2018

In un libro di Sergej Dovlatov a un certo momento si legge:

Questa cosa è successa all’accademia d’arte drammatica di Leningrado. Si era esibito davanti agli studenti il noto chansonnier francese Gilbert Becaud. Alla fine l’esibizione era finita. Il presentatore si era rivolto agli studenti.
– Fate delle domande.
Tutti avevan taciuto.
– Fate delle domande all’artista.
Silenzio.
E allora il poeta Eremin, che si trovava in sala, aveva detto, ad alta voce:
– Chèl òr ètìl? (Che ore sono?)
Gilbert Becaud aveva guardato l’orologio e aveva risposto, gentilmente:
– Le cinque e mezza.
E non si era offeso.

Ecco. La Russia di Dovlatov non era la Russia triste, seria e noiosa che in Italia si immaginava che fosse, la Russia di Dovlatov era un posto che mi sembrava di essere in un bar della periferia di Parma, con degli asini che erano simili, secondo me, agli asini parmigiani che conoscevo io.

Un monumento a Dovlatov

giovedì 19 luglio 2018

[A San Pietroburgo, in ulica Rubinštejn, c’è un nuovo monumento a Sergej Dovlatov, che è quello che, dagli Stati Uniti, dove è andato perché in Russia non lo pubblicavano, e dove è riuscito a pubblicare tutti i suoi libri, ha scritto questa cosa qua:]

Io non discuto. Lo Stato sovietico non è il posto migliore al mondo. E laggiù c’erano tante cose spaventose. Tuttavia c’erano anche cose che non dimenticheremo mai.
Sgozzatemi, squartatemi pure, ma i nostri fiammiferi erano meglio di quelli americani. È una sciocchezza, tanto per cominciare.
Andiamo avanti. La milizia a Leningrado agiva più operativamente.
E non parlo dei dissidenti. Delle malefatte del KGB. Parlo dei normali, banali miliziani. E dei normali, banali teppisti…
Se si urla su una via di Mosca «Aiuto!», la folla accorre. Qui ti passano accanto.
Là, in autobus, cedevano il posto agli anziani. Qui non succede mai. In nessuna circostanza. E va detto che ci siamo abituati in fretta pure noi.
In generale c’erano molte buone cose. Ci si aiutava a vicenda un po’ più volentieri. E ci si azzuffava senza paura delle conseguenze. E ci si congedava dall’ultima banconota senza tormentosi indugi.
Non sta a me criticare l’America. Io per primo sono sopravvissuto grazie all’emigrazione. E amo sempre di più questo paese. Cosa che non mi impedisce, penso io, di amare la patria che ho lasciato…
I fiammiferi sono una sciocchezza. Sono altre le cose importanti. Esiste il concetto di pubblica opinione. A Mosca era una forza reale. Una persona si vergognava di mentire. Si vergognava di adulare le autorità. Si vergognava di essere venale, furba, cattiva. Le avrebbero chiuso le porte in faccia. Sarebbe divenuta uno zimbello, un reietto. E questo era peggio della galera.

[Sergej Dovlatov, La marcia dei solitari, tr. it. Laura Salmon, Palermo, Sellerio 2006, pp. 229-230]

Cinismo astratto

giovedì 12 aprile 2018

Lëva Baranov ha più di sessant’anni. È un ex pitore-molotovista. Al principio della sua carriera, dipingeva esclusivamente Molotov. I suo lavori venivano esposti in innumerevoli edifici amministrativi, poliambulatori, comitati di lavoro. Persino sulle pareti delle chiese sconsacrate.
Baranov aveva studiato fin nei particolari l’aspetto di questo ministro dal viso di operaio qualificato. Per scommessa disegnava Molotov in dieci secondi e, come se non bastasse, lo disegnava anche ad occhi bendati.
Poi Molotov fu destituito. Lëva tentò di disegnare Chruščëv, mea era inutile: i lineamenti di un agiato contadino si rivelarono al di sopra delle sue fozre.
La stessa storia accadde con Brežnev. La sua fisionomia da cantante d’opera a Baranov proprio non riusciva. E così Lëva, dal dispiacere, si trasformò in astrattista. si mise a dipingere macchie, linee e ghirigori colorati. E inoltre si mise a bere e a far risse.
I vicini si lamentarono di Lëva con il commissario di quartiere:
– Beve, si azzuffa, si occupa di robe tipo cinismo astratto…
In definitiva Lëva emigrò [in America], si mise al volante [a fare il tassista] e si calmò. Nei momenti di tempo libero raffigura Reagan a cavallo.

[Sergej Dovlatov, Straniera, a cura di Laura Salmon, Palermo, Sellerio 2016 (4), pp. 13-14]

Se sentiamo parlare inglese

mercoledì 11 aprile 2018

Nel nostro quartiere è accaduta questa storia. Marusja Tatarovič ha ceduto e si è innamorata del sudamericano Rafael. Per due anni ha tentennato, ma poi ha fatto la sua scelta. Seppure, a guardar bene, Marusja non avesse altro da scegliere.
Tutta la nostra via stava in ansia a vedere come si sarebbero evoluti gli eventi. Queste son cose, si sa, che qui da noi si prendono sul serio.
Noi, significa sei edifici in mattoni attorno ad un supermarket, abitati prevalentemente da russi. Cioè, da ex cittadini sovietici. Oppure, come scrivono i giornali, da emigrati della «terza ondata».
Il nostro quartiere si estende dalla rete ferroviaria fino alla sinagoga. Un po’ più a nord, c’è il Meadow lake, a sud il Queens Boulevard. E noi stiamo in mezzo.
La Centottava Strada è la nostra arteria principale.
Noi abbiamo negozi russi, asili, fotografi e parrucchieri russi. C’è un agenzia di viaggi russa. Ci sono avvocati russi, scrittori, medici ed agenti immobiliari russi. Ci sono gangster e matti russi. Prostitute russe. C’è persino un suonatore cieco russo.
Da noi gli abitanti del posto sono considerati alla stregua di stranieri. Se sentiamo parlare inglese, ci mettiamo subito in guardia. In questi casi, chiediamo con insistenza:  
– Parli russo!
È finita che alcuni abitanti si sono messi a parlare il russo. IL cinese della tavola calda mi saluta sempre in russo:
– Buongiorno Solženicyn! – (A lui vien fuore Soloseniza).

[(Mi sono accorto adesso che hanno ristampato) Sergej Dovlatov, Straniera, a cura di Laura Salmon, Palermo, Sellerio 2016 (4), pp. 11-12]

No no, io sono d’accordo, con quel che dici tu

venerdì 2 marzo 2018

Chissà chi si ricorda di Oscar Luigi Scalfaro, un signore molto cattolico, nato a Novara nel 1918, che era stato magistrato, e poi era entrato nell’assemblea costituente, e poi era stato parlamentare dal 1946 al 1992, e poi era diventato il nono presidente della Repubblica Italiana, carica alla quale l’aveva candidato Marco Pannella, che vedeva in lui «un Pertini cattolico» e che poi aveva detto di essersi sbagliato e che Scalfaro era stato il peggiore presidente di sempre. Adesso io non voglio giudicare il valore politico del lavoro di Oscar Luigi Scalfaro, mi sento però di poter dire qualcosa sulla voce, di Scalfaro, che aveva una voce, un mondo di parlare, un’intonazione, diceva le cose con una cantilena che, quando mi capitava di sentirlo, per radio, o in televisione, a me veniva da pensare che, qualsiasi cosa avesse detto, Scalfaro, io ero contrario. Avesse anche letto un testo scritto da me, non so, l’inizio di questo pezzetto, queste poche righe in cui dico che io, qualsiasi cosa dicesse Scalfaro, ero contrario, a me, se lo sentissi, per assurdo, detto da Scalfaro, Scalfaro avrebbe un modo, di dire che io sono sempre in disaccordo con quel che dice lui, che a me verrebbe da dire «No no, io sono d’accordo, con quel che dici tu», dando il via a una spirale illogica e insensata che è meglio chiuderla subito qui, perché non è di Scalfaro, che mi voglio occupare oggi, ma di Laura Boldrini. E quel che voglio dire, di Laura Boldrini, la presidente della camera, è che lei quando parla, ha un tono, alle cose che dice dà una tale aria d’importanza, sembrano venire così dall’alto, le parole della Boldrini, che io, prima ancora che mi arrivi il senso esatto delle sue parole, a me mi viene da dire «No no, non ci siamo». Quindi, per me, parlare di Laura Boldrini, è un po’ complicato, e, di conseguenza, questo pezzetto non sarà così chiaro, e imparziale, e distaccato come quelli che l’han preceduto, portate pazienza, per cortesia, ma poca, perché di cose, sulla Boldrini, dopo questa lunga introduzione su Scalfaro, ne dirò solo e due una, la seconda, avrò solo il tempo di accennarla. La prima cosa che voglio dire riguarda la proposta della presidente della camera di introdurre una riforma linguistica che doveva portare a chiamare i ministri femmine la ministra, e i sindaci femmine la sindaca, e gli assessori femmine l’assessora e così via. La prima volta che ne avevo sentito parlare, io avevo pensato che allora, se si voleva essere almeno minimamente coerenti, bisognava chiamare un pilota maschio il piloto, uno psichiatra maschio lo psichiatro, un giornalista maschio il giornalisto, una guida alpina maschio il guido alpino, una guida turistica maschio il guido turistico, una guardia giurata maschio il guardio giurato, una vedetta, maschio, il vedetto, una sentinella, maschio, il sentinello, un pediatra, maschio, il pediatro, un barista, maschio, il baristo, un fascista, maschio, il fascisto, un ambientalista, maschio, l’ambientalisto, un obbligazionista, maschio, l’obbligazionisto, un omicida, maschio, l’omicido e che una lingua così, a me l’italiano piaceva moltissimo, e mi sembrava, come aveva detto un poeta russo che si chiama Osip Mandel’štam, «la più dadaista delle lingue romanze», ma era una lingua, che, secondo me, proprio per com’era fatta lei, non poteva rispondere sissignore agli ordini di nessuno, neanche della presidente della camera, e quando avevo sentito questa proposta a me era venuta in mente una cosa che mi sembra avesse detto un filosofo austriaco che si chiamava Wittgenstein quando aveva detto che «la lingua si cura da sé», che era una cosa che mi sembrava che fosse così, e la direzione in cui va la lingua non dipende da una persona, per quanto importante creda di essere, ma dall’insieme dei discorsi che fanno tutti i parlanti di quella lingua lì.
Un altro tema del quale si è occupata recentemente la Boldrini è l’antifascismo. Antifascismo che è diventato, un po’ a sorpresa, uno dei temi di questa campagna elettorale; la Boldrini, da una parte, sostiene che «I gruppi neofascisti vanno sciolti», qualcuno, d’altro canto, cita Pasolini e il suo «Fascismo dell’antifascismo». Io, devo dire, quando penso a Pasolini mi viene sempre in mente Manganelli, che una volta ha scritto che in certe cose che scriveva Pasolini «Quel che si nota è una tale quantità di superiorità morale nei confronti dell’universo, da essere difficilmente compatibile con una prosa comprensibile».
Ma il discorso sul fascismo e sull’antifascismo preferisco non liquidarlo nelle poche righe che mi rimangono, ci dedicheremo magari un pezzo a parte, magari già quello di domani, e oggi finisco con una frase di uno scrittore russo che in Unione Sovietica non è mai riuscito a pubblicare e che, uscito dall’Unione Sovietica e stabilitosi in America, è diventato uno dei più importanti scrittori russi del ‘900, Sergej Dovlatov. Ecco lui, Sergej Dovlatov, alla fine degli anni settanta, appena arrivato a New York, scrive: «Dopo i comunisti, quelli che sopporto meno sono gli anticomunisti».
A domani.

[Uscito ieri sulla Verità]

La verità

giovedì 5 ottobre 2017

dovlatov

Il contrario dell’amore non è l’odio. E nemmeno l’indifferenza. È la menzogna. Di conseguenza, l’opposto dell’odio è la verità.

[Sergej Dovlatov, Sobranie sočinenij (Raccolta delle opere), Spb, Azbuka 2000, t. 4, p. 195]

Dovlatov

martedì 30 maggio 2017

USA: Tutto quello che non è vietato è permesso.
URSS: Tutto quello che non è permesso è vietato.

[Sergej Dovlatov, Taccuini, a cura di Laura Salmon, Palermo, Sellerio 2016, p. 167]

Brodskij

martedì 30 maggio 2017

Brodskij:
«Per lungo tempo ho creduto che in inglese non si potessero dire idiozie».

[Sergej Dovlatov, Taccuini, a cura di Laura Salmon, Palermo, Sellerio 2016, p. 167]