A Seneghe

mercoledì 1 settembre 2010

Ero a Seneghe, dovevo cominciare un seminario, con i ragazzi del paese, una scuola elementare di scrittura emiliana all’estero per minorenni, avevo appuntamento davanti alla biblioteca alle 9 e mezza con l’organizzatore, Luigi Zoccheddu, alle 9 e 50 non era ancora arrivato, e la biblioteca era chiusa, e mi montava un bel nervoso e, a un certo punto, avevo visto arrivare una macchina guidata da un ragazzo giovane, con la barba, poteva essere lui, e avevo sentito, dentro di me, una specie di dispiacere, che se arrivava, se fosse stato lui, mi sarebbe calato il nervoso che mi faceva stare così bene. Non era lui.

Una premessa

lunedì 30 agosto 2010

Buonasera. Faccio una breve premessa. Questo breve discorso sulla poesia, m’han chiesto un titolo, qualche mese fa, e io gli ho detto che il discorso si sarebbe intitolato Ma pensa, che è un titolo preso da una poesia che si chiama Ma pensa te che fa così:

Ma pensa te

Mi son messo anche a scrivere
Delle poesie.

Solo che poi questa poesia qua, Ma pensa te, che è una delle prime poesie che ho scritto, a rileggerla adesso, 28 agosto 2010, mentre sto scrivendo questo discorso che dirò a Seneghe il 4 settembre, non mi sembra una poesia.

Ce n’era anche un’altra, che si chiamava Ma pensa te (2), che fa così.

Ma pensa te (2)

Non avrei mai pensato
Di mettermi a guardare
una femmina,
intanto che dorme,
e pensare
Guarda come dorme bene.
Avevo delle altre idee,
per il mio futuro.

Ecco, si potrebbe pensare che, essendoci anche Ma pensa te (2), avrei potuto lasciare il titolo Ma pensa, al discorso. Solo che oggi, 28 agosto 2010, mentre sto scrivendo questo discorso, neanche Ma pensa (2) mi sembra tanto una poesia. Un po’ più di Ma pensa te ma non a sufficienza per diventare una poesia, nella mia personalissima comprensione di questa parola, Poesia, e sicuramente non a sufficienza per diventare il titolo del discorso, che i titoli son delle cose importanti, quindi il discorso che sto per leggere e che nei programmi trovate indicato come Ma pensa non si chiama più Ma pensa si chiama Andare in giro nudi. Ecco. Adesso cominciamo.

26 giugno - Seneghe

lunedì 14 settembre 2009

Sabato 26 giugno
alle ore 19
nella biblioteca comunale
di Seneghe (OR)
si parla dei Malcontenti
con Mario Cubeddu
e Paolo Nori

3/5 settembre - Seneghe (OR)

mercoledì 29 luglio 2009

Dal venerdì 3 a
domenica 5 settembre
a Seneghe,
dentro la sesta edizione
del Cabudanne de sos poetas,
tutti i giorni
alle 21 e 45
(più o meno)
in partza de sos ballos
ci sono i diari.

4 settembre - Seneghe (OR)

venerdì 24 luglio 2009

Sabato, 4 settembre,
a Seneghe,
a Sa fontana de sa rocca,
intorno a mezzanotte,
se non sbaglio,
Ma pensa
(discorso brevissimo sulla poesia)

5 settembre - Seneghe (OR)

giovedì 23 luglio 2009

Domenica 3 settembre
a Seneghe (OR)
in patza de sos ballos,
alle ore 19 e 30,
lettura musicata
(da Luigi Zoccheddu)
di Noi e i governi
discorso sull’anarchia,
sulla violenza dello stato
sulla poesia
e sulla cura di sé
(probabilmente)

Due estati fa

sabato 3 gennaio 2009

In questa cosa, registrata due estati fa (2007), che mi è arrivata adesso (grazie Giovannapaola), si parla di un festival che a me piace molto.

Esprit de l’escalier

domenica 26 ottobre 2008

Sul treno che mi riportava a Roma da Civitavecchia, ripensavo a una domanda che mi aveva fatto una studentessa del liceo classico di Civitavecchia, una domanda sulla dominio del significato sulla forma nella critica letteraria.
A questa domanda avevo risposto, e mi sembrava di aver detto tutto quello che avevo da dire, solo che poi, sul treno che mi riportava a Roma da Civitavecchia mi era tornata in mente una cosa che avrei potuto dire.
Questa cosa l’avevo sentita dire quest’estate (a Seneghe) da Franco Cocco, che aveva raccontato di una volta che a un professore, una volta, quale una studentessa aveva chiesto cosa volesse dire Leopardi quando ha scritto Sempre caro mi fu quest’ermo colle. Adesso ti spiego, aveva detto il professore, Leopardi voleva dire Sempre caro mi fu quest’ermo colle. Sì, professore, ma cosa intendeva, dicendo sempre caro mi fu quest’ermo colle? Ah, vuoi sapere cosa intendeva, adesso ti spiego, intendeva sempre caro mi fu quest’ermo colle.

Du cubisme

sabato 25 ottobre 2008

Quest’estate, a Seneghe, c’è stato un incontro con dei musicisti sardi dove a un certo momento uno di questi musicisti, che adesso fa il pittore, se non sbaglio, e si chiama Salvatore Garau, ha raccontato che loro dei Salis & Salis, che è il gruppo dove suonava lui, e è un gruppo che in Sardegna ancora oggi son molto famosi, han conosciuto gli Stormy six, che è il gruppo dove ha suonato dopo, per via che gli aveva telefonato per chiedergli l’impianto la Fgci, che organizzava un concerto degli Stormy six a Nuoro, se non ricordo male, e a quel punto Giacomo Serreli, che coordinava l’incontro, ha detto, rivolto alla gente, La Federazione Giovani Comunisti Italiani, e Salvatore Garau ha detto Eh, perché, cosa pensavi? e Serrali ha detto No magari qualcuno poteva pensare alla Federazione Italiana Gioco Calcio.
Che questa cosa che oggi quando uno dice Figicì vien più da pensare alla Federazione Italiana Gioco Calcio che alla Federazione Giovani Comunisti Italiani, a me è sembrato che avesse magari un significato, e mi è tornata in mente una cosa che mi era successa una volta, starà stato il novantatrè, ero appena tornato in Italia dalla Russia dove ero stato sei mesi a trovar materiale per la mia tesi, e avevo studiato anche parecchie cose di arte moderna, e avevo letto anche Du cubisme, di Gleizes et Metzinger, che è forse il primo saggio mai uscito sul cubismo, che in Russia, nel 1912, anno della sua uscita, aveva avuto due traduzioni, una a Mosca, una a San Pietroburgo, e avevo visto molti quadri cubisti, e avevo letto diverse cose sul cubismo e sull’impatto che il cubismo aveva avuto nella Russia dei primi del novecento, c’era stato un filosofo, che si chiama Berdjaev, che dopo aver visto una grande mostra di Picasso aveva scritto un libretto intitolato La morte dell’arte, se non ricordo male, che a leggerlo sembrava che quella mostra lì di Picasso per Berdjaev era stata un’esperienza che gli aveva cambiato il modo di vedere il mondo, a Berdjaev, che era ed è uno dei più considerati filosofi russi dell’epoca, e io, tornato in Italia, una volta, nel novantatrè, ero passato davanti alla televisione e avevo sentito che parlavano di una cubista e avevo detto Guarda, parlano di una pittrice, e mi ero fermato a ascoltare e avevo scoperto che parlavano di una che ballava sui cubi e c’ero rimasto malissimo.