Crea sito

C’è un commissario

lunedì 24 settembre 2018

C’è un commissario, nel Naso, uno dei racconti che compongono questo libretto, che, per descrivere una banconota, dice così:
«È una cosa che non c’è niente di meglio, di questa cosa: non chiede da mangiare, non occupa spazio, in tasca ci sta sempre, la fai cadere non si rompe».
E quando si incontra il Personaggio importante, nel Cappotto, Gogol’ lo introduce così:
«Quale fosse e in cosa consistesse la carica del personaggio importante, ancora oggi non si sa. Bisogna sapere che quel personaggio importante era diventato da poco un personaggio importante e, fino a poco prima, era stato un personaggio che non era importante».
E quando, poco prima, Akàkij Akàkevič entra nella cucina del sarto, leggiamo questo:
«La porta era aperta perché la padrona di casa, preparando non so bene che pesce, aveva fatto così tanto fumo, in cucina, che non si vedevan neanche più gli scarafaggi».
E per la moglie del barbiere del Naso, Gogol’ trova tre parole, «una signora abbastanza rispettabile», che ce la squadernano sotto gli occhi in un modo che prefigura il dialogo straordinario delle Anime morte tra la «Signora piacevole sotto tutti i punti di vista» e la signora «Semplicemente piacevole».
Nelle storie della letteratura russa, a un certo punto si arriva al realismo, e il primo autore realista in cui ci si imbatte, di solito, è Nikolaj Gogol’.
Che è una cosa abbastanza stupefacente, se si considera che, in questo libretto, a un certo punto, alla polizia viene impartita «la disposizione di catturare il morto a tutti i costi, vivo o morto, e di punirlo, che servisse d’esempio, nel modo più crudele possibile».
O che, qualche pagina prima: «Il naso aveva guardato il maggiore, e le sue sopracciglia si erano un po’ aggrottate». Le sopracciglia del naso, come tratto realistico, sono molto realistiche, effettivamente. Per non parlare di quel «colore del viso che si chiama emorroidale», la cui colpa è «del clima pietroburghese». O della luna che «la fanno ad Amburgo, e la fanno malissimo». O del fatto che «tutto questo succede, credo, perché la gente si immagina che il cervello si trovi nella testa; no ve’: lo porta il vento dalle parti del mar Caspio».

[Da Il futuro della letteratura russa, introduzione alla nuova edizione dei Racconti di Pietroburgo di Gogol’ che uscirà, tra qualche settimana, per Marcos y Marcos]

Le sopracciglia del naso (il realismo di Gogol’)

sabato 22 settembre 2018

Il naso aveva guardato il maggiore, e le sue sopracciglia si erano un po’ aggrottate.

[Dai Racconti di Pietorburgo]

Una cucina descritta da Gogol’

venerdì 21 settembre 2018

La porta era aperta perché la padrona di casa, preparando non so bene che pesce, aveva fatto così tanto fumo, in cucina, che non si vedevan neanche più gli scarafaggi.

[Nikolaj Gogol’, Il cappotto, esce, nei Racconti di Pietroburgo, in novembre, forse, per Marcos y Marcos]

Un naso di Gogol’

giovedì 20 settembre 2018

Era stato colpito da una scena molto insolita.
Davanti a lui sedeva Schiller, non lo Schiller che aveva scritto il “Guglielmo Tell” e la “Storia della guerra dei trent’anni”, ma il celebre Schiller che faceva il lattoniere in via Meščànskaja. Vicino a Schiller c’era Hoffmann, non lo scrittore Hoffmann, ma un calzolaio abbastanza bravo di via Oficèrskaja, grande amico di Schiller. Schiller era ubriaco e stava seduto battendo un piede e dicendo qualcosa con fervore. Tutto ciò non avrebbe ancora stupito Pìrogov, ma lo aveva stupito la stranissima posa dei due. Schiller sedeva sporgendo in fuori il suo naso abbastanza grosso e con la testa voltata verso l’alto; Hoffmann lo teneva per il naso con due dita e faceva volteggiare la lama del suo coltello da calzolaio vicino alla sua superficie. Entrambi i soggetti parlavano in tedesco perciò il tenente Pìrogov, che in tedesco sapeva dire solo “Gut Morgen”, non poteva capire niente di tutta la faccenda. Comunque, le parole di Schiller erano le seguenti:
«Non lo voglio, non mi serve il naso», diceva agitando le braccia. «A me, solo per il naso, mi ci vogliono tre libbre di tabacco al mese. E spendo, in un lurido negozio russo, perché in un negozio tedesco il tabacco russo non lo vendono, spendo, in un lurido negozio russo, 40 copeche per ogni libbra. Cioè un rublo e venti copeche; dodici volte un rublo e venti copeche: quattordici rubli e quaranta copeche! E i giorni di festa annuso rapè, perché non voglio fiutare, nei giorni di festa, del lurido tabacco russo. In un anno fiuto due libbre di rapè, a due rubli la libbra. Sei e quattrodici, venti rubli e quaranta copeche solo di tabacco. Io sono un tedesco di Svevia; io ho un re in Germania. Il naso non lo voglio! Tagliami il naso! Ecco il mio naso!».

[Nikolaj Gogol’, La prospettiva Nevskij]

Il realismo di Gogol’

mercoledì 19 settembre 2018

Alla polizia era stata impartita la disposizione di catturare il morto a tutti i costi, vivo o morto, e di punirlo, che servisse d’esempio, nel modo più crudele possibile, e per poco non c’eran riusciti, perfino.

[Il cappotto di Gogol’, oggi finiamo]

Gogol’

sabato 15 settembre 2018

Quale fosse e in cosa consistesse la carica del personaggio importante ancora oggi non si sa. Bisogna sapere che quel personaggio importante era diventato da poco un personaggio importante, e fino a poco prima era stato un personaggio che non era importante.

[Il cappotto, di Gogol’]

Un monologo

giovedì 13 settembre 2018

Per strada, Akàkij Akakèvič era come se stesse sognando. «Questo, così, questa cosa…» aveva detto tra sé, «davvero non credevo, che sarebbe saltata fuori questa cosa…»; e poi, dopo un breve silenzio, aveva aggiunto: «Così ecco cos’è! Alla fine ecco cosa è saltato fuori, e io proprio non lo potevo immaginare, che sarebbe stato così». Al che era seguito un altro lungo silenzio, dopo il quale Akàkij Akakèvič aveva detto: «Così ecco cos’è! Una cosa così è proprio inaspettata, una cosa così… non c’era verso di… ma che brutto lavoro!».

[Nikolaj Gogol’, Il cappotto]

Una frase di Gogol’

martedì 11 settembre 2018

Perfino nelle ore in cui il cielo grigio di Pietroburgo si spegneva completamente, e tutto il popolo impiegatizio mangiava da star male, e pranzava, ognuno come poteva, in conformità con lo stipendio che gli davano e secondo il proprio capriccio, quando tutti ormai si riposavano, dopo il dipartimentale scricchiolio dei pennini, dopo le corse, dopo le occupazioni inevitabili, per sé e per gli altri, e dopo tutte le cose che un uomo instancabile si impegna volontariamente a fare, perfino più di quel che sarebbe necessario, quando i funzionari si affrettavano a dedicare al piacere il tempo che era loro rimasto, chi, più vivace, andava a teatro, chi, per strada, dedicava il suo tempo all’osservazione di certi cappellini, chi, a una serata, lo perdeva a far dei complimenti a una ragazza avvenente, stella di una piccola cerchia di impiegati, chi, e questo succedeva il più delle volte, andava, semplicemente, da suo fratello, al terzo o al secondo piano, due piccole stanze con anticamera e cucina, e certe pretese di moda, una lampada, o un’altra cosetta, che erano costate molti sacrifici, rinunzie a pranzi e a passeggiate, insomma, anche nel momento in cui tutti i funzionari si sparpagliavano negli appartamentini dei loro conoscenti a giocare un whist all’assalto, bevendo il tè dal bicchiere, con dei biscotti secchi da una copeca, tirando il fumo da lunghi bocchini, raccontando, mentre distribuivano le carte, un pettegolezzo raccolto nell’alta società, cosa dalla quale mai, in nessun caso, può esimersi l’uomo russo, o perfino, quando non c’era niente da dire, riraccontando l’eterna storiella del comandante al quale erano andati a dire che la coda del cavallo del monumento di Falconet si era rotta, insomma, anche quando tutti si sforzavano di divertirsi, Akàkij Akakèvič non si concedeva nessuno svago.

[Nikolaj Gogol’, Il cappotto]

Il colore di un’uniforme

martedì 4 settembre 2018

Mia nonna, che aveva il diabete, che lei chiamava «la diabete», non poteva mangiare i farinacei, che lei chiamava «i farinacci», e adesso, sto traducendo un passo dove c’è un’uniforme color rossiccio-farinaceo, stavo traducendo rossiccio-farinaccio.

Che farci

lunedì 3 settembre 2018

Ho cominciato a tradurre un racconto il cui protagonista è un impiegato: «un impiegato che non si può dire che fosse molto interessante: basso di statura, un po’ butterato, un po’ rossiccio, perfino un po’ miope, a guardarlo, con una grande stempiatura sulla fronte, con delle rughe sulle due guance e con quel colore del viso che si chiama emorroidale… Che farci. La colpa è del clima pietroburghese».