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Una maledizione

martedì 12 giugno 2018

Che non possa più bersi un bicchierino di vodka la mattina, il cane!

[Nikolaj Gogol’, Veglie alla fattoria presso Dikan’ka, traduzione di Emanuela Guercetti, Milano, Rizzoli 2016, p. 144]

Quel colore del viso

venerdì 1 giugno 2018

Così, in un dipartimento lavorava un funzionario; un funzionario che non si può dire che fosse una persona straordinaria, era basso, un po’ butterato, rossiccio un po’, sembrava perfino un po’ miope, appena stempiato, con delle rughe sulle due guance e con quel colore del viso che chiamano emorroidale…

[Dai Racconti di Pietroburgo, di Gogol’, nuova traduzione, esce in ottobre, se non mi sbaglio]

Rastrellus

mercoledì 30 maggio 2018

E uno degli ospiti… Be’, quello poi era un signorotto tale che te lo vedevi subito nei panni di un assessore o di un giudice. Capitava che mettesse davanti a sé un dito e, guardandone la punta, attaccasse a raccontare, ma in maniera così lambiccata e astrusa, che pareva un libro stampato! Certe volte ascoltavi, ascoltavi, e ti assaliva il dubbio. Non ci capivi un acca, neanche a morire. Dove sarà andato a pescarle, certe parole! Foma Grigor’evič una volta a questo proposito gli inventò un bell’apologo; gli raccontò di uno scolaro che dopo aver imparato a leggere e scrivere da un chierico, tornò dal padre e divenne un tale latinista che dimenticò perfino la nostra lingua ortodossa. Tutte le parole le faceva finire in «us». La vanga per lui era vangus, la donna donnus. Ecco, una volta accadde che andò nel campo insieme al padre. Il latinista vide un rastrello e domandò al padre: «Papà, come lo chiamate questo, voialtri?». E, con la testa tra le nuvole, salì col piede sui denti del rastrello. Il padre non fece in tempo a rispondergli, che il manico si drizzò di slancio e – bang sulla fronte. «Maledetto rastrello!» gridò lo studente, portandosi la mano alla fronte e facendo un salto di un metro «Che male che fa! che il diavolo spinga suo padre giù dal ponte!» Hai capito! Si era ricordato anche il nome, il cocco di mamma! Tale apologo non andò a genio al ricercato narratore. Senza dire una parola, si alzò dal suo posto, si piantò a gambe larghe in mezzo alla stanza, piegò un po’ la testa in avanti, infilò la mano nella tasca posteriore del suo caffetano verde pisello, ne estrasse una tabacchiera rotonda laccata, diede un colpetto col dito sul muso di non so che generale busurmano che ne ornava il coperchio, e raccolta una notevole presa di tabacco tritato con cenere e foglie di levistico, se la portò al naso col braccio a bilanciere e col naso aspirò al volo tutto il mucchietto, senza neppure sfiorare il pollice, – e tutto senza una parola; ma quando ebbe infilato la mano nell’altra tasca e ne ebbe tratto un fazzoletto di cotone azzurro a quadri, solo allora borbottò fra sé qualcosa di simile al detto: «Non gettate le perle ai porci»… “Adesso ci sarà una lite” pensai, notando che le dita di Foma Grigor’evič si preparavano a far marameo. Fortunatamente, la mia vecchia ebbe l’ispirazione di mettere in tavola una focaccia calda col burro. Tutti si misero all’opera. La mano di Foma Grigor’evič, invece di fare un gestaccio, si protese verso la focaccia e, come sempre accade, cominciarono i complimenti all’abile padrona di casa.

[Nikolaj Gogol’, Veglie alla fattoria presso Dikan’ka, traduzione di Emanuela Guercetti, Milano, Rizzoli 2016, pp. 23-24]

24 giugno – Milano

giovedì 10 maggio 2018

Domenica 24 giugno,
a Milano,
al Paolo Pini,
in Via Ippocrate, 45,
alle 21 e 45
Memorie di un pazzo di Gogol’
(ingresso libero, necessaria prenotazione
02.66200646 olinda@olinda.org)

Com’era fatto il cappotto di Gogol’

martedì 6 marzo 2018

[Cliccare sull’immagine per ingrandire]

Tre cappotti

martedì 6 marzo 2018

Oggi alla scuola elementare abbiamo parlato del Cappotto di Gogol’, poi abbiamo parlato del capotto di Mariengof, che è questo qua: clic, poi abbiamo parlato di un paletot che compare nel poscritto di una lettera di un condannato a morte per la resistenza italiana. Si chiama Giuseppe Bianchetti, era un operaio trentaquattrenne di Montescheno, in provincia di Novara e ha scritto.

Caro Fratello Giovanni, scusa se dopo tutto il sacrificio che tu hai fatto per me mi permetto ancora di inviarti questa mia lettera. Non posso nasconderti che fra mezz’ora sarò fucilato; però ti raccomando le mie bambine di dar loro il migliore aiuto possibile. Come tu sai che siamo cresciuti senza padre e così volle il destino anche per le mie bambine.
T’auguro a te e a tua famiglia ogni bene, accetta questo mio ultimo saluto da tuo fratello
Giuseppe

E poi c’è il poscritto, fa così:

Di una cosa ancora ti disturbo: di venire a Novara a prendere il mio paletot e ciò che resta. Ciau tuo fratello.
Giuseppe

Il realismo di Gogol’

lunedì 5 marzo 2018

Alla polizia fu impartito l’ordine di catturare il morto, e di punirlo nel modo più severo, in modo che servisse da esempio, e per poco non ci riuscirono, persino. Proprio il poliziotto che stava presso un caseggiato della via Kirjusšnik, aveva già completamente afferrato il morto per il colletto, nello stesso luogo del delito, colto in flagrante mentre tentava di strappare un cappotto di panno di frisia a un musicante in pensione, che a suo tempo aveva suonato il flauto.

[Gogol’, Il cappotto, traduzione di Eridano Bazzarelli, Milano, Rizzoli 1987 (2), p. 159]

Due persone al proprio servizio

sabato 21 ottobre 2017

Nella Russia della prima metà dell’ottocento, l’importanza delle persone si misurava con il numero di anime che possedevano, cioè il numero dei servi della gleba che avevano al proprio servizio. Se si valutasse il consigliere di collegio Pavel Ivanovič Čičikov, il protagonista delle Anime morte, romanzo di Nikolaj Gogol’ del 1842, con questo metro, considerando che Čičikov ha due persone, al proprio servizio, il cocchiere Selifan e il servo Petruška, si potrebbe pensare che valesse pochissimo, in un mondo di possidenti che avevano migliaia e migliaia di anime, solo che Čičikov era bravissimo a barcamenarsi, in un mondo così complicato, e aveva escogitato uno stratagemma che gli avrebbe permesso di brillare.
Il conteggio delle anime si faceva allora durante i censimenti, che si tenevano ogni dieci anni, e tra un censimento e l’altro un possidente doveva pagare le tasse su tutte le anime censite, anche su quelle che nel frattempo erano morte. Čičikov, nel corso del romanzo, si presenta ai principali possidenti della città capoluogo di governatorato di NN e, dopo aver pranzato con loro, chiede se, dall’ultimo censimento, sono morte loro delle anime, e loro dicono che ne sono morte tante, e se ne lamentano, e lui dice «Sa cosa? Gliele compro io. Le venda a me»; e loro, altro che vendergliele, gliele regalano, contenti di liberarsi delle tasse da qui al prossimo censimento e lui, sulla carta, diventa un possidente con un numero di anime significativo e in grado di ambire ai finanziamenti statali predisposti per chi si stabilisce, con le sue anime, nelle terre vergini.
Le prima edizione delle Anime morte che ho letto, era un libro di mio nonno, un Oscar Mondadori del 1965, era costato 350 lire, era tradotto da Agostino Villa e cominciava col fatto che, dal portone di un albergo della città di NN era entrato un piccolo calesse a molle abbastanza bello, del tipo di quelli sui cui viaggiavano gli scapoli, i tenenti colonnelli a riposo, i capitani, i proprietari che avevano un centinaio di anime di contadini, cioè tutti quelli che erano definiti «signori di mezza tacca».
Su questo calesse c’era un signore non bello ma nemmeno brutto d’aspetto, né troppo grasso né troppo magro. «Non si poteva dire che fosse troppo vecchio», scrive Gogol’, «però non è che fosse neanche troppo giovane». Era il Consigliere di collegio Pavel Ivanovič Čičikov, possidente, in viaggio per affari privati.
Il mondo in cui si muove Čičikov, la città capoluogo di governato di NN., era una città né troppo grande né troppo piccola, la nobiltà del luogo non era né troppo alla mano né troppo snob, le regole non erano né troppo rigide né troppo lasche, il tempo atmosferico, perfino, era adatto a Čičikov, con delle giornate né troppo serene né troppo cupe, «ma di quella specie di colore grigiochiaro che hanno le vecchie finanziere dei soldati di guarnigione, quel battaglione di solito pacifico, ma in parte brillo nei giorni di festa».
Quando il piano di Čičikov comincia a funzionare, le signore, che fino ad allora avevano parlato poco di Čičikov «dal momento in cui cominciarono a circolar delle voci sulla sua natura di milionario, cercarono in lui delle qualità. Anche se le signore, non è che fossero interessate; la colpa l’aveva solo la parola “milionario”, non il milionario in sé, ma proprio la parola; perché nel solo suono di questa parola, non consideriamo i mucchi di soldi, c’è racchiuso qualcosa che fa effetto sulle persone vigliacche, e sulle persone così così, e sulle brave persone, in una parola su tutti, fa effetto. Un milionario ha questo vantaggio, che può guardare la viltà, la viltà disinteressata, pura, non fondata su nessun calcolo; molti sanno benissimo che non riceveranno niente da lui, e che non hanno diritto a ricevere niente, ma immancabilmente o gli corron davanti, o gli sorridono, o si tolgono il cappello, o brigano per farsi per forza invitare a un pranzo dove sanno che è stato invitato il milionario. Non si può dire che questa tenera inclinazione alla viltà fosse condivisa dalle signore: tuttavia in molti salotti si cominciò a dire che, naturalmente, non si poteva dire che Čičikov fosse una gran bellezza, però era proprio così come doveva essere un uomo, e bastava che fosse un po’ più grasso o un po’ più pienotto, che non sarebbe stata più la stessa cosa. Dopo di che si aggiungeva qualcosa che poteva suonare anche un po’ offensivo sul conto dell’uomo magro: che assomigliava più a una specie di stuzzicadenti, che a un uomo». Continua a leggere »

La cosa peggiore

mercoledì 18 ottobre 2017

Vladimir Nabokov, Nikolaj Gogol'

Fece anche qualcos’altro. Fece la cosa peggiore che uno scrittore potesse fare in quelle circostanze: cominciò a spiegare a mezzo stampa i punti del suo lavoro che i critici avevano o trascurato o rivolto contro di lui. Gogol’, essendo Gogol’ e vivendo in un mondo a specchio, aveva la speciale abilità di pianificare per intero le proprie opere dopo averle scritte e pubblicate. E così fece con Il revisore. Vi aggiunse una sorta di epilogo in cui spiegava che il vero Revisore che si profila di lontano alla fine dell’ultimo atto è la Coscienza dell’uomo mentre gli altri personaggi sono le Passioni che albergano nelle nostre Anime. In altre parole, si doveva credere che queste passioni erano simboleggiate da funzionari di provincia grotteschi e corrotti e che la Coscienza più elevata era simboleggiata dal Governo.

[Vladimir Nabokov, Nikolaj Gogol’, a cura di Cinzia De Lotto e Susanna Zinato, Milano, Adelphi 2014, p. 62]

Una banconota secondo un commissario di polizia nel Naso di Gogol’

giovedì 27 luglio 2017

«È una cosa, – diceva di solito, – che non c’è cosa migliore, di questa cosa: non gli devi dar da mangiare, tiene poco posto, in tasca ci sta sempre, se la fai cadere non si rompe».

[Nikolaj Gogol’, Il naso, in Racconti di Pietroburgo, testo russo a fronte, Milano, BUR 2011 (6), pp. 146, 148]