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Rompere le sedie

martedì 20 giugno 2017

PODESTÀ Devo farle un’osservazione anche sull’insegnante di storia. Si vede che è uno che sa, un sacco di cose, ma spiega con tale ardore da perdere il controllo. Una volta l’ho ascoltato: finché parlava di assiri e babilonesi poetava ancora andare, am appena è giunto ad Alessandro Magno, non posso dirle cosa sia successo. Com’è vero Iddio, credevo che ci fosse un incendio! È balzato giù dalla cattedra e batteva la sedia sul pavimento con quanta forza aveva. Naturalmente, Alessandro Magno è un eroe, ma perché rompere le sedie? È un danno per lo stato.

[Nikolaj Gogol’, Il revisore, a cura di Emilia Magnanini, Venezia, Marsilio 1990, p. 81]

Il revisore

sabato 17 giugno 2017

PODESTÀ Anche a lei, Ammos Fedorovič, consiglierei di prestare attenzione al tribunale. Là da lei, nell’atrio, dove normalmente si presentano i postulanti, gli uscieri si sono messi ad allevare oche domestiche con intere nidiate, che ti corron qua e là sotto i piedi. Certo, non può che essere un merito per chiunque impiantare un’economia domestica, e perché non dovrebbero farlo gli uscieri? Solo che, sa, in un posto simile non sta bene. Volevo farle quest’osservazione anche prima, ma me ne sono sempre scordato.

[Nikolaj Gogol’, Il revisore, a cura di Emilia Magnanini, Venezia, Marsilio 1990, p. 77]

Solamente

domenica 19 marzo 2017

gogol', il cappotto

Solamente, se lo scherzo era troppo insopportabile, quando gli urtavano il braccio, impedendogli di lavorare, diceva: «Lasciatemi in pace, perché mi offendete?».

[Nikolaj Gogol’, Il cappotto, traduzione di Eridano Bazzarelli, Milano, Bur 1980, pp. 102-103]

La colpa

venerdì 30 dicembre 2016

Nikolaj Gogol'

Non è colpa dello specchio, signori, se le vostre facce sono storte.

[Nikolaj Gogol’, Il revisore, epigrafe]

Le calze e il cappotto nuovo

giovedì 17 novembre 2016

gogol', il cappotto

«No», disse Petrovič deciso: «non si può far niente. La situazione è troppo brutta. Sarebbe meglio che lei, quando verrà il freddo tempo dell’inverno, ne faccia delle fasce per le gambe, perché le calze non scaldano. Le calze le hanno inventate i tedeschi, per fare un po’ più di soldi (a Petrovič piaceva, se c’era l’occasione, pizzicare i tedeschi). È chiaro che deve proprio farsi un cappotto nuovo».

[Nikolaj Gogol’, Il cappotto, traduzione di Eridano Bazzarelli, Milano, Bur 1980, pp. 118-119]

Un’epigrafe

lunedì 1 agosto 2016

Era sparito e se n’era andato un essere che nessuno aveva mai difeso, che non era caro a nessuno, che non interessava a nessuno, che non aveva attirato nemmeno l’attenzione del naturalista che non manca di infilzare su uno spillo una mosca ordinaria e di osservarla con il microscopio; un essere che aveva sopportato con pazienza le prese in giro dei colleghi e che era sceso nella tomba senza aver compiuto nessuna impresa straordinaria ma per il quale, ad ogni modo, anche se alla fine della vita, era comparso un ospite luminoso in forma di cappotto che aveva ravvivato, per un attimo, quella povera vita, un essere contro il quale si era poi abbattuta in modo così intollerabile la sventura, come si abbatteva contro zar e imperatori.

Nikolaj Gogol’

Il personaggio importante

lunedì 23 novembre 2015

gogol', il cappotto

La sua conversazione abituale con gli inferiori si distingueva per la severità, e consisteva quasi esclusivamente di tre frasi: «Come osa?» «Sa lei con chi parla?» «Capisce lei davanti a chi si trova?». Del resto era nell’anima un buon uomo, bravo con i compagni, servizievole; ma il grado di generale lo aveva completamente tolto di senno. Dopo aver ottenuto il grado di generale, si era in qualche modo confuso, come smarrito, e non sapeva proprio come comportarsi. Se gli accadeva di trovarsi con dei suoi pari, era ancora un uomo come si deve, un uomo a posto, sotto molti rapporti persino non stupido; ma non appena gli capitava di trovarsi in una società in cui c’erano persone che fossero sia pure di un grado inferiori a lui, allora le cose si mettevano semplicemente male: stava zitto, e il suo atteggiamento suscitava compatimento, tanto più che egli stesso sentiva che avrebbe potuto trascorrere il tempo in modo incomparabilmente migliore. Si notava nei suoi occhi, talvolta, un forte desiderio di unirsi a una qualche conversazione interessante, a un qualche gruppo, ma un’idea lo fermava: non era troppo da parte sua? non sarebbe sembrato troppo familiare? non sminuiva troppo, con questo, la sua importanza?

[Nikolaj Gogol’, Il cappotto, traduzione di Eridano Bazzarelli, Milano, Rizzoli 1987 (2), pp. 147-149]

Drin drin

sabato 31 ottobre 2015

Un mio amico marchigiano mi ha detto che sta scrivendo un pezzo per un convegno dove vuol parlare della Romagna, ma non la Romagna allegra di cui parla Tondelli in Rimini, non la Romagna delle spiagge, delle discoteche, delle notti d’estate, non la Romagna ottimista di Romagna e sangiovese di Raoul Casadei, non la Romagna del boom economico, no, a lui interessa la Romagna triste, intima, malinconica, la Romagna di Guido Guidi, il fotografo, quella di Raffaello Baldini, il poeta, e io gli ho detto che era strano che me lo diceva e che usava proprio quella parola lì malinconica perché io avevo appena cominciato a fare una lettura integrale delle poesie di Raffaello Baldini in una libreria di Bologna, e dopo che le leggo le metto in rete, la registrazione, su un sito internet che si intitola ilpost punto it dove uno se vuole le può ascoltare e se vuole può anche commentare quel che ha sentito e avevo appena messo in rete la prima lettura, l’integrale della prima raccolta di Baldini che si intitola E’ solitèri, che significa Il solitario, nel senso del gioco delle carte, e un signore l’aveva commentata dicendo che facevamo bene a divulgare l’opera di Raffaello Baldini che però non lo convinceva per niente la «cantilena parmense» di Nori, che aggiungeva «un velo di malinconia rassegnata che nell’originale, specialmente se letto dallo stesso Baldini, è del tutto assente».
Adesso, io, parmense, secondo me quel signore lì non è tanto pratico di Parma perché io, parmense, non sono parmense, son parmigiano, parmensi son quelli della provincia io son di Parma, nato a Parma cresciuto a Parma ma a parte quello, quel signore lì, ho detto al mio amico, ha un’idea della Romagna che non dico che sia sbagliata, mi ricordo per esempio una volta che con mia mamma abbiam letto una poesia che c’è in copertina del libro che sto leggendo a Bologna (che si intitola La nàiva Furistìr Ciacri), poesia che dice: «Ma così, delle volte, quando torno a casa, la sera, prima d’infilare la chiave, suono, drin, drin, – non risponde mai nessuno», che a mia mamma, questa poesia qua, la fa ridere, e a me invece un po’ mi immalinconisce ma son contento, di immalinconirmi, gli ho detto al mio amico, anche se non mi sembra che la mia sia una malinconia rassegnata, sicuramente non è parmense e probabilmente non è rassegnata che io ho cominciato anche un romanzo con una premessa che fa così: «Io ormai è una vita che sono sul punto di rassegnarmi», che mi sembra la condizione di uno che non è rassegnato, altrimenti non sarebbe sul punto, di rassegnarsi e a me, per esempio, l’altro giorno ho comprato un libro perché aveva in epigrafe al quinto capitolo una frase di Kafka che diceva così: «C’è speranza ma non per noi», che a me l’idea di una vita senza speranza mi piace molto e non mi sembra per niente rassegnata e tra l’altro, gli ho detto al mio amico, anche quella Romagna lì di Tondelli delle feste delle discoteche, a me mi sembra malinconica anche quella, che io, il posto più malinconico dove son stato è Eurodisney, gli ho detto, che mi ha fatto venire in mente quella frase di Gogol’ che dice «Avete provato anche voi quella sensazione di dopo la festa, che ti sembra che la pelle ti si stacca di dosso?»; ecco quella sensazione lì, gli ho detto al mio amico, secondo me è romagnola anche quella, ma anche emiliana, e anche parigina, devo dire, l’ho trovata a Eurodisney.

[uscito ieri su Libero]

10 giugno – Novara

mercoledì 10 giugno 2015

Mercoledì 10 giugno,
a Novara,
al Piccolo Coccia,
in Piazza Martiri 2,
alle 18 e 30
lettura integrale di
Memorie di un pazzo
di Gogol’

Arrancando dunque per questa scala

domenica 15 febbraio 2015

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Arrancando per la scala che conduceva da Petrovič e che, quel che è giusto è giusto, era tutta sporca di acqua, di sciacquature di piatti, e impregnata da un tale odore di alcoolici che bruciava gli occhi, odore che si trova immancabilmente in tutte le scale di servizio delle case pietroburghesi, arrancando dunque per questa scala, Akakij Akakievič pensava e ripensava a quanto avrebbe chiesto Petrovič e col pensiero si proponeva di non dargli più di due rubli. La porta era aperta perché la padrona,che cuoceva non so quale pesce, aveva a tal punto riempito di fumo la cucina che non si potevano vedere neppure gli scarafaggi.

[NIkolaj Gogol’, Il cappotto, traduzione di Eridano Bazzarelli, Milano, Rizzoli 1987 (2), p. 113]