sabato 12 dicembre 2009
Il premio letterario internazionale Russia Italia nei secoli l’han dato, poi dopo, alla traduzione alle Anime morte.
Ho fatto un discorso, che forse finirà nella prossima raccolta di pubblici discorsi, che diceva, più o meno, cito a memoria:
Vorrei nominare Albertine Cerutti, la responsabile della collana dei classici di Feltrinelli, che ha avuto l’idea di fare questa traduzione, e Barbara Travaglini, che ha redatto il volume e che ha lavorato con me alla revisione del testo. Eeeee, dopo, in una sala così bella, a ricevere un premio così importante, con una giuria così competente, verrebbe la tentazione di dire delle cose memorabili, peròòòòò, ho pensato che forse è meglio non cedere, a questa tentazione, e allora volevo solo ringraziarvi, grazie.
E finiva così. Ero molto contento.

mercoledì 14 ottobre 2009

Sotto questo rapporto è interessante ancora un passo del Cappotto dove si fa la descrizione dell’aspetto esteriore di Akakij Akakievič: «Dunque in un “dipartimento” prestava servizio un certo impiegato: non si può dire che fosse un impiegato molto ragguardevole: di statura era piccolino, era un po’ butterato, un po’ rossiccio, persino (a vederlo) un po’ miope, con una piccola calvizie sulla fronte, con rughe sulle due guance, e con quel colore del volto che si chiama emorroidale” /…/.
È interessante che, nella redazione di minuta, questa frase era molto più semplice: «Dunque, in questo dipartimento prestava servizio un impiegato, si direbbe non molto attraente, di piccola statura, pelato, un po’ butterato, un tantino rosso, persino un po’ miope». Nella redazione definitiva questa frase non è tanto la descrizione dell’aspetto esteriore, quanto la sua riproduzione mimica, e pronunciata: le parole sono state scelte e collocate in un certo ordine non in base al principio di una significazione di tratti caratteristici, ma in base al principio d’una semantica fonica. La visione interna rimane intatta (non c’è nulla di più difficile, penso, che dipingere gli eroi gogoliani) - di ogni frase, nella memoria, rimane più di tutto l’impressione d’un certo ordine fonico, che si conclude con quel «emorroidale» rimbombante e quasi, dal punto di vista logico, insensato, ma per questo insolitamente forte, per la sua espressività. Qui si può pienamente applicare l’osservazione di D. A. Obolenskij, che Gogol’ talora ha «usato una parola sonora unicamente per l’effetto armonico». Ogni frase ha aspetto di un intero compiuto, di un certo sistema di gesti fonici, per la realizzazione del quale sono state scelte le parole.
[Boris Michajlovič Ejchenbaum, Come è fatto il Cappotto di Gogol', in Nikolaj Gogol, Il cappotto, trad. di Eridano Bazzarelli, Milano, Rizzoli1987, pp. 69-70]

venerdì 14 agosto 2009

ANUCKIN
Scusate, egregio signore, la Sicilia avete detto, la Sicilia… è un bel paese, la Sicilia?
ZEVAKIN
Eh, bellissimo! Ci siamo stati 34 giorni. Il panorama? Divino, per servirvi! Boschi interi, eh, di alberelli, tutti melograni; e dappertutto delle italiane belle, come tante rose, da strapparvi i baci.
ANUCKIN
E educate?
ZEVAKIN
Meravigliosamente. Da noi solo le contesse hanno una educazione così. E quando si passava per le strade, eh, un tenente russo, con le spalline d’oro, qui, (accenna alle spalle) eh, quelle bellezze esotiche… sapete, ogni casa, là, ha il suo balconcino. E i tetti, ecco, sono piani come questo pavimento; e lì, dovunque guardi, dappertutto, dei fiori di bellezza. Eh, naturalmente, perché non pensino d’aver a che fare con uno zoticone, io m’inchino, (s’inchina e saluta con la mano) e lei, fa solo così… (muove la mano). E son vestite che è una meraviglia: qui un nastrino, lì un pizzo, tanti ornamenti. Eh, insomma, proprio tanti bocconcini da re!
ANUCKIN
Ma permettetevi di chiedervi ancora una cosa, egregio signore, che lingua parlano in Sicilia?
ZEVAKIN
Tutti il francese, naturalmente. Continua a leggere »

martedì 7 aprile 2009
Un mio amico, ieri, al telefono, della Nota del traduttore alle Anime morte di Gogol’ mi ha detto Ho letto il tuo messaggino.

domenica 29 marzo 2009
Tra la prima e la seconda parte delle Anime morte, nell’edizione per i classici di Feltrinelli che è appena uscita, c’è una nota che fa così:
Avviso del traduttore
Delle Anime morte, se posso permettermi, non si può dire niente.
E, indipendentemente dal fatto che non se ne può dire niente, bisogna dire che finiscono col primo volume.
Il secondo volume, se fosse dipeso da me, non l’avrei neanche tradotto. Solo che poi avevo preso l’impegno ho tradotto anche quello.
Pensavo di consigliare al lettore di non leggerlo neanche, il secondo volume, solo che poi l’altro giorno mi son ricordato dell’Avviso dell’autore a Moskva-Petuški, di Venedikt Erofeev (le Anime morte del 900, se posso permettermi), nel quale Avviso dell’autore Erofeev scrive che nella prefazione alla prima edizione di Moskva-Petuški, edizione in un unico esemplare, l’autore, cioè lui, aveva avvisato tutte le lettrici giovani che il capitolo Serp i molot-Karačarovo era meglio non leggerlo, perché, dopo la frase «E giù a bere», seguiva una pagina e mezzo di bestemmie schiette, tanto che in quel capitolo non c’era neanche una parola castigata, se si eccettua la frase «E giù a bere».
L’unico effetto di questo consiglio, scrive Erofeev, è stato il fatto che tutti, e soprattutto le lettrici giovani, si sono buttati sul capitolo Serp i molot-Karačarovo senza neanche leggere i capitoli precedenti.
Allora niente.
È bellissimo, il secondo volume delle Anime morte, è ancora più bello del primo. Il primo volume, senza il secondo, non avrebbe neanche senso. Peccato che non ce ne sia un terzo. O un quarto. O un quinto. O un sesto. O un settimo. E un ottavo. E un nono. E un decimo. E un undicesimo. E un dodicesimo.

mercoledì 25 marzo 2009

martedì 17 marzo 2009

Nel primo capito dell’edizione Mondadori del 1959 del Taras Bul’ba di Gogol’ (tr. it. di Nicola Festa, illustrazioni di A. M. Gherasimov), a pagina 25 c’è scritto: Bul’ba saltò sul suo Diavolo, che sobbalzò furiosamente quando si sentì addosso il peso di dodici pud, giacché Taras Bul’ba era straordinarmaente pesante e grosso.
Poi c’è una nota che dice: Secondo il testo si dovrebbe dire di venti [pud], ma la cosa è troppo inverosimile. Un pud rappresenta un peso di kg. 16,375; sicché il peso di Taras avrebbe dovuto essere di kg. 337,50! Ho quindi supposto che dwadzati sia una svista invece di dwienadzati. Possiamo immaginare un gigante di kg. 197,50.

domenica 15 febbraio 2009

E delle altre accuse arriveranno all’autore da parte dei cosiddetti patrioti, i quali siedono tranquilli in un angolo e si occupano di cose del tutto secondarie, e mettono da parte i loro piccoli capitali, costruendo la propria fortuna a spese di altri: ma appena succede qualcosa che, secondo loro, è offensivo per la patria, appena appare un qualche libro in cui si dice una qualche amara verità, si mettono a correre in tutti gli angoli, come ragni che abbiano visto che nella ragnatela è rimasta impigliata una mosca e alzano d’un tratto un grido: «Vi sembra bene mettere queste cose in piazza, farle sapere? Le cose che son scritte qui, son cose nostre, vi sembra forse bene? Cosa diranno gli stranieri? È forse divertente sentir che gli altri ci giudicano male? Penseranno che non ce ne importa? Penseranno che non siamo patrioti?». A queste sagge osservazioni, soprattutto a proposito del parere degli stranieri, confesso che non si può rispondere niente. O forse, ecco che cosa. Vivevano in un angolo remoto della Russia due cittadini. Uno era un padre di famiglia, che si chiamava Kifa Mokievič, un uomo d’indole mite, che tirava avanti così come veniva. Della famiglia sua non si occupava: la sua esistenza era orientata piuttosto verso il polo meditativo e assorta nel seguente problema filosofico, come lo chiamava: «Ecco, per esempio, una bestia, — diceva, camminando per la stanza, — una bestia nasce nuda. Perché proprio nuda? Perché non come un uccello, perché non viene fuori da un uovo? No, veramente, succede così: capirai sempre meno la natura, man mano che ti ci addentri». Continua a leggere »

mercoledì 11 febbraio 2009

Mettiamo per esempio che ci sia una segreteria, non qui, nel regno terzonono, e che nella segreteria, mettiamo, ci sia un direttore di segreteria. Prego, guardarlo quando siede in mezzo ai suoi subordinati: sì, dalla paura, semplicemente, ammutolisci! Orgoglio e nobiltà, e che cos’altro non esprime quel suo volto? Prendi solo un pennello, e dipingi: Prometeo, un autentico Prometeo! Gira lo sguardo come un’aquila, si muove gradualmente, ritmicamente. Quella stessa aquila, basta che esca dalla stanza e si avvicini al gabinetto del suo superiore, una pernice che si affretta con delle carte sottobraccio, ti fa cader le braccia. In società e alle serate, se ci son tutti gradi bassi, Prometeo resta poi Prometeo, ma se sono un po’ più alti del suo, in Prometeo c’è una tale metamorfosi, che neanche Ovidio ne ha mai inventata una così; una mosca, meno persino di una mosca, si è ridotto a un granello di sabbia! “No, non è Ivan Petrovič, – dici, guardandolo, – Ivan Petrovič è più alto, questo è basso, e magro; quello parla ad alta voce, con voce di basso, e non ride mai, e questo, lo sa il diavolo, fischietta come un uccello e non fa altro che ridere”. Ti avvicini, guardi, è proprio Ivan Petrovič.
[Nikolaj Gogol', Anime morte, parte prima, capitolo terzo]
