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Due persone al proprio servizio

sabato 21 ottobre 2017

Nella Russia della prima metà dell’ottocento, l’importanza delle persone si misurava con il numero di anime che possedevano, cioè il numero dei servi della gleba che avevano al proprio servizio. Se si valutasse il consigliere di collegio Pavel Ivanovič Čičikov, il protagonista delle Anime morte, romanzo di Nikolaj Gogol’ del 1842, con questo metro, considerando che Čičikov ha due persone, al proprio servizio, il cocchiere Selifan e il servo Petruška, si potrebbe pensare che valesse pochissimo, in un mondo di possidenti che avevano migliaia e migliaia di anime, solo che Čičikov era bravissimo a barcamenarsi, in un mondo così complicato, e aveva escogitato uno stratagemma che gli avrebbe permesso di brillare.
Il conteggio delle anime si faceva allora durante i censimenti, che si tenevano ogni dieci anni, e tra un censimento e l’altro un possidente doveva pagare le tasse su tutte le anime censite, anche su quelle che nel frattempo erano morte. Čičikov, nel corso del romanzo, si presenta ai principali possidenti della città capoluogo di governatorato di NN e, dopo aver pranzato con loro, chiede se, dall’ultimo censimento, sono morte loro delle anime, e loro dicono che ne sono morte tante, e se ne lamentano, e lui dice «Sa cosa? Gliele compro io. Le venda a me»; e loro, altro che vendergliele, gliele regalano, contenti di liberarsi delle tasse da qui al prossimo censimento e lui, sulla carta, diventa un possidente con un numero di anime significativo e in grado di ambire ai finanziamenti statali predisposti per chi si stabilisce, con le sue anime, nelle terre vergini.
Le prima edizione delle Anime morte che ho letto, era un libro di mio nonno, un Oscar Mondadori del 1965, era costato 350 lire, era tradotto da Agostino Villa e cominciava col fatto che, dal portone di un albergo della città di NN era entrato un piccolo calesse a molle abbastanza bello, del tipo di quelli sui cui viaggiavano gli scapoli, i tenenti colonnelli a riposo, i capitani, i proprietari che avevano un centinaio di anime di contadini, cioè tutti quelli che erano definiti «signori di mezza tacca».
Su questo calesse c’era un signore non bello ma nemmeno brutto d’aspetto, né troppo grasso né troppo magro. «Non si poteva dire che fosse troppo vecchio», scrive Gogol’, «però non è che fosse neanche troppo giovane». Era il Consigliere di collegio Pavel Ivanovič Čičikov, possidente, in viaggio per affari privati.
Il mondo in cui si muove Čičikov, la città capoluogo di governato di NN., era una città né troppo grande né troppo piccola, la nobiltà del luogo non era né troppo alla mano né troppo snob, le regole non erano né troppo rigide né troppo lasche, il tempo atmosferico, perfino, era adatto a Čičikov, con delle giornate né troppo serene né troppo cupe, «ma di quella specie di colore grigiochiaro che hanno le vecchie finanziere dei soldati di guarnigione, quel battaglione di solito pacifico, ma in parte brillo nei giorni di festa».
Quando il piano di Čičikov comincia a funzionare, le signore, che fino ad allora avevano parlato poco di Čičikov «dal momento in cui cominciarono a circolar delle voci sulla sua natura di milionario, cercarono in lui delle qualità. Anche se le signore, non è che fossero interessate; la colpa l’aveva solo la parola “milionario”, non il milionario in sé, ma proprio la parola; perché nel solo suono di questa parola, non consideriamo i mucchi di soldi, c’è racchiuso qualcosa che fa effetto sulle persone vigliacche, e sulle persone così così, e sulle brave persone, in una parola su tutti, fa effetto. Un milionario ha questo vantaggio, che può guardare la viltà, la viltà disinteressata, pura, non fondata su nessun calcolo; molti sanno benissimo che non riceveranno niente da lui, e che non hanno diritto a ricevere niente, ma immancabilmente o gli corron davanti, o gli sorridono, o si tolgono il cappello, o brigano per farsi per forza invitare a un pranzo dove sanno che è stato invitato il milionario. Non si può dire che questa tenera inclinazione alla viltà fosse condivisa dalle signore: tuttavia in molti salotti si cominciò a dire che, naturalmente, non si poteva dire che Čičikov fosse una gran bellezza, però era proprio così come doveva essere un uomo, e bastava che fosse un po’ più grasso o un po’ più pienotto, che non sarebbe stata più la stessa cosa. Dopo di che si aggiungeva qualcosa che poteva suonare anche un po’ offensivo sul conto dell’uomo magro: che assomigliava più a una specie di stuzzicadenti, che a un uomo». Continua a leggere »

La cosa peggiore

mercoledì 18 ottobre 2017

Vladimir Nabokov, Nikolaj Gogol'

Fece anche qualcos’altro. Fece la cosa peggiore che uno scrittore potesse fare in quelle circostanze: cominciò a spiegare a mezzo stampa i punti del suo lavoro che i critici avevano o trascurato o rivolto contro di lui. Gogol’, essendo Gogol’ e vivendo in un mondo a specchio, aveva la speciale abilità di pianificare per intero le proprie opere dopo averle scritte e pubblicate. E così fece con Il revisore. Vi aggiunse una sorta di epilogo in cui spiegava che il vero Revisore che si profila di lontano alla fine dell’ultimo atto è la Coscienza dell’uomo mentre gli altri personaggi sono le Passioni che albergano nelle nostre Anime. In altre parole, si doveva credere che queste passioni erano simboleggiate da funzionari di provincia grotteschi e corrotti e che la Coscienza più elevata era simboleggiata dal Governo.

[Vladimir Nabokov, Nikolaj Gogol’, a cura di Cinzia De Lotto e Susanna Zinato, Milano, Adelphi 2014, p. 62]

Una banconota secondo un commissario di polizia nel Naso di Gogol’

giovedì 27 luglio 2017

«È una cosa, – diceva di solito, – che non c’è cosa migliore, di questa cosa: non gli devi dar da mangiare, tiene poco posto, in tasca ci sta sempre, se la fai cadere non si rompe».

[Nikolaj Gogol’, Il naso, in Racconti di Pietroburgo, testo russo a fronte, Milano, BUR 2011 (6), pp. 146, 148]

Fa passare il mal di testa, la malinconia

martedì 25 luglio 2017

– Io, davvero, mi dispiace molto, che le sia successa una cosa del genere. Non vuole una presa di tabacco? Fa passare il mal di testa, la malinconia: anche in rapporto alle emorroidi è una cosa che fa bene.
Dicendo così, l’impiegato aveva allungato a Kovalev una tabacchiera, ne aveva rovesciato abbastanza agilmente all’indietro il coperchio con il ritratto di una signora con lo scialle.
Questo atto sconsiderato aveva fatto perdere la pazienza a Kovalev.
– Non capisco come le venga in mente di scherzare, – aveva detto con rabbia, – forse non vede che mi manca quello che mi servirebbe per fiutare! Al diavolo il suo tabacco! Mi viene il nervoso solo a guardarlo, e non solo il suo trinciato che non vale niente, perfino se mi offrisse del rapè!

[Nikolaj Gogol’, Il naso, in Racconti di Pietroburgo, testo russo a fronte, Milano, BUR 2011 (6), pp. 146, 148]

Schiller e Hoffmann

venerdì 21 luglio 2017

Era entrato in una stanza molto diversa dalla prima, molto pulita e ordinata, cosa dalla quale risultava evidente che il padrone di casa era tedesco. Era stato colpito dalla cosa stranissima che aveva visto.
Davanti a lui sedeva Schiller, non lo Schiller che aveva scritto il Guglielmo Tell o la Storia della guerra dei trent’anni, ma il celebre Schiller, il lattoniere di via Meščanskaja. Vicino a Schiller c’era Hoffmann, non lo scrittore, un calzolaio abbastanza bravo di via Oficerskaja, grande amico di Schiller. Schiller era ubriaco e stava seduto e batteva il piede e diceva qualcosa con passione. Questa cosa non avrebbero stupito così tanto Pirogov, l’aveva stupito la stranissima posizione dei due corpi. Schiller stava seduto sporgendo in fuori il naso piuttosto grosso e alzando la testa; Hoffman, invece, lo teneva per il naso con due dita e faceva volteggiare la lama del suo coltello da calzolaio proprio sulla superficie del naso. Questi due personaggi parlavano in tedesco, quindi Pirogov, che in tedesco sapeva solo «Gut Morgen», non capiva niente di quel che dicevano. Comunque, ecco in cosa consisteva il discorso di Schiller.
«Non lo voglio, non ho bisogno del naso, – diceva agitando le braccia. – Per un naso solo mi vanno tre libre di tabacco al mese. E pago, in un fetido negozio russo, visto che nel negozio tedesco non hanno il tabacco russo, pago in un fetido negozio russo per ogni libbra quaranta copeche; cioè un rublo e venti copeche; dodici volte un rublo e venti copeche, fa quattordici rubli e quaranta copeche. Amico mio, Hoffmann, hai capito? Per un naso quattordici rubli e quaranta copeche. E nei giorni di festa fiuto il rapè perché non voglio fiutare, nei giorni di festa, del fetido tabacco russo. In un anno ho fiutato due libbre di rapè, a due rubli la libbra. Sei e quattordici, venti rubli e quaranta copeche solo per il tabacco. Questo è banditismo! Ti chiedo, amico mio Hoffmann, non è così? – Hoffmann, che era ubriaco perso anche lui, aveva risposto di sì. – Venti rubli e quaranta copeche! Io sono un tedesco di Svevia; io ho un re, in Germania! Non lo voglio, il naso. Tagliami il naso! Eccoti qua il mio naso!».

[Nikolaj Gogol’, La prospettiva Nevskij, in Racconti di Pietroburgo, testo russo a fronte, Milano, BUR 2011 (6), pp. 92, 94]

Più interessante dei ghiacciai svizzeri

sabato 8 luglio 2017

Nel racconto (La prospettiva Nevskij), che piacque molto a Puškin, ebbe influenza l’opera dello scrittore francese Jules Janin (1804-1874), negli anni Trenta particolarmente fecondo e autorevole. Fu Janin a formulare l’idea del «fantastico nel reale», a trovare un comune caseggiato di Parigi più interessante e affascinante dei ghiacciai svizzeri.

[Eridano Bazzarelli, Introduzione a Nikolaj Gogol’, Racconti di Pietroburgo, Milano, Bur 2011 (6), p. 7]

Rompere le sedie

martedì 20 giugno 2017

PODESTÀ Devo farle un’osservazione anche sull’insegnante di storia. Si vede che è uno che sa, un sacco di cose, ma spiega con tale ardore da perdere il controllo. Una volta l’ho ascoltato: finché parlava di assiri e babilonesi poetava ancora andare, ma appena è giunto ad Alessandro Magno, non posso dirle cosa sia successo. Com’è vero Iddio, credevo che ci fosse un incendio! È balzato giù dalla cattedra e batteva la sedia sul pavimento con quanta forza aveva. Naturalmente, Alessandro Magno è un eroe, ma perché rompere le sedie? È un danno per lo stato.

[Nikolaj Gogol’, Il revisore, a cura di Emilia Magnanini, Venezia, Marsilio 1990, p. 81]

Il revisore

sabato 17 giugno 2017

PODESTÀ Anche a lei, Ammos Fedorovič, consiglierei di prestare attenzione al tribunale. Là da lei, nell’atrio, dove normalmente si presentano i postulanti, gli uscieri si sono messi ad allevare oche domestiche con intere nidiate, che ti corron qua e là sotto i piedi. Certo, non può che essere un merito per chiunque impiantare un’economia domestica, e perché non dovrebbero farlo gli uscieri? Solo che, sa, in un posto simile non sta bene. Volevo farle quest’osservazione anche prima, ma me ne sono sempre scordato.

[Nikolaj Gogol’, Il revisore, a cura di Emilia Magnanini, Venezia, Marsilio 1990, p. 77]

Solamente

domenica 19 marzo 2017

gogol', il cappotto

Solamente, se lo scherzo era troppo insopportabile, quando gli urtavano il braccio, impedendogli di lavorare, diceva: «Lasciatemi in pace, perché mi offendete?».

[Nikolaj Gogol’, Il cappotto, traduzione di Eridano Bazzarelli, Milano, Bur 1980, pp. 102-103]

La colpa

venerdì 30 dicembre 2016

Nikolaj Gogol'

Non è colpa dello specchio, signori, se le vostre facce sono storte.

[Nikolaj Gogol’, Il revisore, epigrafe]