I colori delle bandiere

giovedì 30 ottobre 2014

giorgio fontana, morte di un uomo felice

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giacomo Colnaghi, magistrato quarantenne protagonista della Morte di un uomo felice, di Giorgio Fontana, chiede al figlio quindicenne di un chirurgo democristiano ucciso dalla Formazione proletaria combattente, una cellula scissionista delle Br: «Cosa dovremmo fare, con l’assassino di tuo padre?». E il quindicenne risponde «Lo ammazzerei. Lo ammazzerei subito, con le mie mani». Il magistrato allora gli dice che, a farsi vendetta, «Alla fine resta solo la morte. Non c’è più spazio per la conoscenza, per l’amore, per una pizza, per una passeggiata». Ecco io, quando ho letto questa cosa, sono rimasto molto colpito dalla pizza, che allora, tra l’altro, nell’81, non mi sembra fosse così diffusa come adesso (si vedevano, allora, dei cartelli, nei ristoranti, dove c’era scritto «Pizza anche a pranzo», ma erano pochi, mi sembra). Questa scena è nel primo capitolo, e si svolge in un asilo nido in cui avviene la commemorazione del politico ucciso e il magistrato, che è cattolico e democristiano anche lui, nel tornare a casa in tram, sempre nel capitolo uno, si dice, nella sua testa, “Qual è il miglior nome per un magistrato? Massimo della Pena. No no, Giacomino, – si dice il magistrato, – Puoi fare di meglio. L’inquirente dice all’imputato: Abbiamo tre persone che testimoniano di avervi visto. E l’imputato E quindi? Posso portarvene centomila che testimoniano di non avermi visto!”. Questo magistrato, che è l’uomo felice del titolo, e è un signore molto gentile, e molto umorista, che legge «gli Albi di Topolino», e nel leggerli ride, e tifa per l’Inter, e ha un babbo partigiano, che lui non ha mai conosciuto perché gliel’hanno ucciso i fascisti, questo magistrato, dicevo, alla fine, (mi permetto di anticipare la fine perché è anticipata dal titolo, ma se qualcuno vuol leggere il libro senza conoscer la fine può smettere di leggere questo articolo adesso), questo magistrato, dicevo, alla fine, quando muore, ucciso dai brigatisti, la cosa che pensa prima di morire è: “Ciao papà, non vedo l’ora di incontrarti. So che non avrei dovuto morire in questo modo atroce e lasciare la mamma da sola, ma è andata così. Ho fatto bene? Sei fiero di me?”. È un libro, questo Morte di un uomo felice, con delle descrizioni molto accurate di una Milano di trentacinque anni fa, e lo sforzo che Fontana fa per caricare le sue descrizioni di significato a me è sembrato ammirevole, anche quando mi sembra che non ci prenda tanto, come quando per dire che un treno si ferma appena fuori dalla stazione, che è una cosa che succede spesso, quando si viaggia in treno, ecco Fontana, dicevo, per descrivere questa cosa dice: «Quando il treno si arenava come un cetaceo»; che è un paragone che a me sembra stranissimo perché non ho mai visto un cetaceo arenarsi, io, e probabilmente, adesso che ci penso, non ho mai visto neanche un cetaceo non arenarsi e se lo vedessi ho il dubbio che non sarebbe tanto simile a un treno, un cetaceo, ma non è quello che volevo dire, quel che volevo è che questo libro di Fontana mi ha fatto venire in mente due cose, una frase di Šklovskij, che negli anni venti del novecento, in Unione Sovietica, ha scritto che «il colore della bandiera dell’arte non deve mai riflettere il colore della bandiera che c’è sulla cittadella del potere», e invece mi sembra che Fontana, nel suo romanzo, mettendo in scena un magistrato così buono, così sereno, così umorista e così figlio di un partigiano, mi sembra rifletta in pieno i colori della bandiera del potere di oggi, e se dovessi collegare una filosofia al libro di Fontana, mi verrebbe in mente la filosofia che mi sembra imperante oggi in Italia, che è la filosofia del Maresciallo Rocca, cioè di una adesione spinta alla legalità e di un senso dell’umorismo molto sviluppato, per così dire; la seconda cosa alla quale mi ha fatto pensare questo libro è l’inizio di Resurrezione, di Lev Tolstoj, che comincia con una prostituta, in tribunale, che quando le chiedono di giurare sulla Bibbia si rifiuta di farlo perché dice che dentro quel libro lì, La Bibbia, c’è scritto di non giurare. E mi sono detto che, se una prostituta era così attenta all’Antico Testamento, è strano che il magistrato cattolico messo in scena da Fontana, questo Giacomo Colnaghi, sia così sereno e non sia per nulla tormentato, per esempio, dalla relazione che c’è tra la sua professione e la sua fede, dal momento che giudicare i propri simili a me sembra una cosa che ha abbastanza a che fare con un peccato mortale, ma forse sono io che non sono molto istruito, in queste materie.

[uscito ieri su Libero]

I treni e i cetacei

lunedì 6 ottobre 2014

In un libro che sto leggendo adesso,  che si intitola Morte di un uomo felice, e l’ha scritto Giorgio Fontana, per dire che un treno si ferma appena fuori dalla stazione, che è una cosa che succede spesso, nelle stazioni che frequento io, per lo meno, che sono, prevalentemente, Bologna, Firenze e Prato, in quel libro lì, dicevo, per descrivere quel momento lì che il treno si ferma fuori dalla stazione c’è scritto così: «Quando il treno si arenava come un cetaceo»; che è un paragone che a me sembra stranissimo, non ha mai visto un cetaceo arenarsi, io, e probabilmente, adesso che ci penso, non ho mai visto neanche un cetaceo non arenarsi ma, a pensarci, ho il dubbio che non sia tanto simile a un treno, un cetaceo, che invece un treno lo conosco, ci son stato, delle volte, sopra un treno, anche ieri e ci torno probabilmente anche domenica prossima, se tutto va bene.