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Troppo complicata

venerdì 8 dicembre 2017

La mail che avevo mandato a Maritoni diceva così:

Buongiorno Giacomo Maritoni; per il mio gusto personale, la cosa che mi ha mandato è troppo complicata. Le copio qua sotto una cosa che mi piace, è la descrizione di un gatto ed è stata pubblicata dal quotidiano francese Le Figaro:

Il gatto è un animale che ha due zampe davanti, due zampe dietro, due zampe sul lato destro e due zampe sul lato sinistro.
Le zampe davanti gli servono per correre, le zampe dietro gli servono da freno. Il gatto ha una coda che segue il suo corpo. Essa finisce improvvisamente.
Egli ha dei peli sotto il naso, rigidi come dei fili di ferro. È per questo che egli è nell’ordine dei «filini». Ogni anno il gatto desidera avere dei piccoli. Allora li fa: è a questo momento che diventa una gatta.

L’ha scritta, negli anni cinquanta, una bambina francese di nove anni. Il mio gusto, ci tengo a sottolinearlo, non vale niente, è il mio, e basta. Ma nel suo caso c’è anche un altro problema del quale le parlo adesso al telefono.
Stia bene 
Marco Pietramellara

[Paolo Onori, Fare pochissimo, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 154-155]

Gli altri

martedì 5 dicembre 2017

Sull’autobus ero riuscito a sedermi davanti, vicino all’autista, sono sempre contento, io, quando riesco a sedermi, sugli autobus, e mi ero messo a leggere, mi metto sempre a leggere, io, quando sono seduto sull’autobus, e di solito leggo dei romanzi, che leggere dei romanzi, per me, quando sono sugli autobus, o sui treni, è come la macchina del tempo, arrivo che non mi accorgo della noia del viaggio, o del fastidio dei passeggeri che io, devo dire, se guardo oggettivamente ai miei sentimenti, la gente mi dà un po’ fastidio, a me.
Gli altri, non io, io vado bene, son gli altri, che non me li spiego, e gli altri, quando sono su un autobus, o su un treno, diventano i passeggeri che io, quando sono su un treno, o su un autobus, che qualcuno si viene a sedere vicino a me, io, la cosa che mi viene da pensare, “Ma proprio vicino a me, doveva venirsi a sedere, con tutti i posti che c’erano?”.

[Paolo Onori, Fare pochissimo, Milano, Marcos y Marcos 2017, p. 45]

Se no avrei potuto leggere il giornale

lunedì 27 novembre 2017

Poi mi ero seduto mi ero messo a aspettare.
Purtroppo quel giorno lì era sabato, non avevo il giornale, se no avrei potuto leggere il giornale.
Avevo cercato tra i libri della libreria, ne avevo trovato uno che avevo già letto ma che avrei riletto volentieri.
Si intitolava Il libro dei fincipit; il fincipit era una pratica che consisteva nel prendere l’inizio di un libro o di una poesia o di una canzone famosa e nell’immaginare un seguito repentino e disastroso che avrebbe provocato la fine immediata di quell’opera o di quella canzone.
E mi ero seduto lì, sulla scaletta, e avevo letto: «Ei fu. Siccome immobile, pagava l’ICI; Chiamatemi Ismaele. Che a me vede il numero sul cellulare e non risponde; Non so che viso avesse, neppure come si chiamava mi spieghi come facevo a andarlo a prendere in stazione?; C’è una strana espressione nei tuoi occhi:
non ti sarai mica cagato addosso?; Alla fiera dell’Est, per due soldi, un topolino mio padre comprò. Ma io l’avevo già letto; Una rotonda sul mare, è mia sorella che nuota; Respiri piano per non far rumore,
o sei proprio morta?; Tanto gentile e tanto onesta pare,
invece non rilascia mai fattura; Meriggiare pallido ‘a soreta; “Chiamatemi Ismaele”. “Ismaeleeee!”; E se domani io non potessi rivedere te, fissiamo per dopodomani?; Una canzone per te; non te l’aspettavi, eh? Invece, eccola qua: però, ti avviso, fa cagare; Tutti ormai lo chiamavano Don Ciccio. Anche se il suo vero nome era Ismaele; Ho visto le menti migliori della mia generazione e ho pensato “Ah, andiam bene. Ah, andiam proprio bene, andiamo”».
Ero arrivato qui, che mi era suonato il telefono.

[Paolo Onori, Fare pochissimo, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 212-213]

La partecipazione

venerdì 24 novembre 2017

Non mi piaceva, la mia collega, Enrica Spadoni in Coltellini.
E non mi piaceva, il quotidiano per cui lavoravamo, Emilia Today (il vostro quotidiano preferito).
E non mi piaceva, la televisione alla quale collaboravamo, Emilia Together (la vostra televisione preferita).
E non mi piaceva, il mio mestiere, chissà perché lo facevo.
Ogni tanto dovevo scrivere delle cose, non so, una volta mi avevano chiesto di dire che cos’era la partecipazione, e io, la mia prima reazione era stata «Cosa vuoi che sappia io della partecipazione?».
Poi, ero in cucina, nella mia casa, non nella casa di Nilde, NELLA MIA CASA, e mi era venuto da pensare a una cosa che mi succedeva tutti gli anni a un festival di letteratura slava, in Cecoslovacchia quando mi invitavano ai festival di letteratura slava, tanto tempo prima, che c’era una piazza, centinaia di persone che, mossi dalla voce di qualcuno che era in piedi su un palco, cominciavano a respirare insieme, come se fossero un’unica bestia.
E io, che ero lì con loro, non ero più io, ero una parte di quella bestia.
Non so cos’era, aveva qualcosa, è difficile usare la parola magia, nel nostro secolo così poco avventuroso, ma era una specie di magia.
Mi succede ancora con mia figlia e con Nilde: son dei momenti, ce ne son tre o quattro all’anno, chissà cosa succede, chissà cos’è che li scatena, ma noi, in quei momenti lì, non siamo più tre, siamo un’unica bestia, e è una cosa, non so come dire, commovente, avevo pensato lì in piedi, nel bianco della mia cucina, più che in piedi in punta, di piedi, trattenendo il fiato, era stato un pensiero che era si sviluppato dall’inizio alla fine e intanto che lo pensavo io non mi vedevo ma se mi fossi guardato, probabilmente avrei visto che ero in punta di piedi e che tenevo le labbra come a pronunciare una u, come se fossi un barista.

[Paolo Onori, Fare pochissimo, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 31-32]

Pàpa

mercoledì 22 novembre 2017

Io, devo confessare, quando ero piccolo, fino a quando non avevo compiuto ventisette anni, io non ci avevo mai pensato, di fare una bambina.
Il primo momento che mi era venuto in mente di fare una bambina, era stato per via di una parola, la parola papa, che non c’entrava niente con la religione cattolica.
Che c’era stato un momento, tanti anni prima, che ero uno che studiava.
Cioè ero stato studente, come tutti.
Avevo fatto l’università, come tutti.
Avevo studiato lingua e letteratura russa, come tutti.
Cioè come tutti, come tutti quelli che hanno studiato lingua e letteratura russa.
E come tutti quelli che hanno studiato lingua e letteratura russa, ero andato in Russia a abitare, per un po’.
E ero andato a abitare in un appartamento di periferia, in uno di quei condomini di diciassette piani che c’erano allora alla periferia di Mosca e che immagino ci siano ancora.
E, all’epoca fumavo, e nell’appartamento dove abitavo, abitavo in casa di una famiglia di russi, e i russi con i quali abitavo non volevano che si fumasse in casa, e allora a fumare io andavo sul pianerottolo.
Che era il pianerottolo di un condominio della periferia di Mosca, al tredicesimo di diciassette piani e all’epoca, a Mosca, nei condomini di periferia, i pianerottoli non erano posti molto belli, c’era anche una cosa che si chiamava musoroprovòd.
Condotto di scarico dell’immondizia, significa, che era un condotto che si faceva tutti e diciassette i piani e mandava un odore suo particolare che era un odore che non c’era un gran buon odore, nel pianerottolo dov’ero io, a metà degli anni novanta, in un condominio della periferia di Mosca, dove fumavo delle sigarette bulgare che non erano delle gran sigarette, devo dire, e una sera, ero lì, sul pianerottolo, con intorno l’odore del condotto di scarico dell’immondizia, un’immondizia sovietica, con un odore tutto suo particolare, e avevo nella testa delle domande del tipo “Ma perché sto fumando delle sigarette bulgare? Ma non facevo prima a portarmele dall’Italia?”, e si era aperta la porta dell’ascensore e era uscito dall’ascensore un signore con il suo cappotto grigiofumo, il suo cappello di pelo grigiofumo, la sua borsa di fintapelle grigiofumo, i suoi resti di neve grigiofumo sulle spalle, era aprile, nevicava, erano le sei di sera, e questo burocrate sovietico di mezz’età tornava dall’ufficio, probabilmente, e aveva un fascino pari a niente, uno dei pochissimi russi con un carisma nullo che avevo incontrato fino a quel giorno, era tipo il mio dodicesimo giorno in Russia, e lui era uscito dall’ascensore, era arrivato alla porta del suo appartamento, l’aveva aperta con la sua chiave e, da dentro, era venuta la voce di un bambino che diceva «Pàpa!».
Che significa Babbo.
E aveva un modo così bello, così amorevole, era così contento, che fosse tornato suo babbo, che io mi ricordo che lì, il momento forse meno interessante, più basso del mio primo viaggio in Russia, era stato trasformato, da una parola, nel momento in cui, per la prima volta nella mia vita, avevo pensato che forse poteva valere la pena di fare un bambino.
O una bambina.
Stàsùdadòss.
Allora non lo sapevo.
Una bambina.
Sarebbe poi stata.
Stàsùdadòss.

[Paolo Onori, Fare pochissimo, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 69-70]

Ti ho svegliato?

lunedì 20 novembre 2017

Il mattino dopo ero stato svegliato alle sei e quaranta da una telefonata del mio avvocato.
Che mi aveva chiesto «Ti ho svegliato?».
«No», gli avevo detto io, con un tono come per dire «No no no».
A me, devo dire, io non ero contrario, a raccontar delle balle.
Mi piaceva anche, un po’, raccontarne.
Farle girare, vedere che effetto facevano.
Ma questa, quando il mio avvocato, chiamandomi alle sei e quaranta del mattino, mi aveva chiesto se mi aveva svegliato, il fatto di dirgli di no, che non mi aveva svegliato, non era una balla premeditata, era venuta su dallo stomaco, e anche se avessi voluto sforzarmi, credo che non sarei riuscito, a dire la verità, a dire di sì, che mi aveva svegliato, a nessuno, non solo al mio avvocato, non so perché.
Forse perché mi sembrava sempre di dormire troppo, e mi vergognavo, che gli altri sapessero che dormivo, alle sei e quaranta del mattino.
Ma al mio avvocato, in particolare, che si chiamava Matteo Bernazzoli, mi sarebbe stato molto difficile, dire di sì, che mi aveva svegliato, quando mi aveva chiamato alle sei e quaranta del mattino perché una volta, tanto tempo prima, gli dovevo aver detto che io mi svegliavo tutte le mattine alle quattro e mezza per andare a correre.
Non so perché gli avevo detto una cosa del genere.
Che era vero, che andavo a correre tutte le mattine, solo non mi svegliavo alle quattro e mezza del mattino.
Forse mi sembrava di rendermi più interessante, dicendo che mi svegliavo alle quattro e mezza del mattino, non so.
So però che lui, che aveva meno di quarant’anni, e si vestiva come si vestiva l’avvocato Gianni Agnelli quarant’anni fa, quando lui era appena nato, con delle cravatte larghe con sotto i maglioni, con dei completi di sartoria con sotto gli anfibi, con l’orologio sul polsino della camicia e tutto, gli dispiaceva soltanto di non avere i capelli grigi ma era confortato dal fatto che tra qualche anno ce li avrebbe avuti anche lui, ecco lui, secondo me, doveva aver sentito che Gianni Agnelli, tutte le mattine, tra le cinque e le sei, telefonava ai suoi collaboratori, tra i quali Giampiero Boniperti, presidente della Juventus, e li intratteneva in amabili conversazioni, e secondo me a lui, al mio avvocato, Matteo Bernazzoli, non sembrava vero di avere un cliente così coglione da inventarsi la balla che lui si svegliava tutte le mattine alle quattro e mezza per andare a correre e da dargli quindi la possibilità di telefonare impunemente a degli orari come le sei e quaranta del mattino e, dopo aver chiesto educatamente «Ti ho svegliato?», sentirsi rispondere «No» con un tono come per dire «No no no».

[Paolo Onori, Fare pochissimo, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 57-59]

Così un giovanotto

domenica 19 novembre 2017

“Buongiorno, compagno dottore”.
“Chi è lei?”, avevo chiesto io.
“Egoryč, – si era presentato l’uomo, – sono il guardiano, qui. L’aspettavamo, era un po’ che l’aspettavamo…”
E aveva afferrato la valigia, se l’era gettata sulle spalle e si era avviato. Io mi ero messo a zoppicargli dietro, cercando, senza successo, di infilarmi una mano in tasca per estrarne il portafoglio.
L’uomo, in sostanza, ha bisogno di molto poco. E prima di tutto ha bisogno del fuoco. Muovendomi verso quell’angolo di mondo che era Mur’e io, mi ricordo, ancora a Mosca, mi ero ripromesso di darmi un po’ di importanza. Il mio aspetto giovanile mi aveva avvelenato l’esistenza nei primi passi della mia carriera. A tutti mi toccava
presentarmi come: “Il dottor tal dei tali”. E tutti, senza eccezioni, alzavano un sopracciglio e chiedevano:
“Davvero? Pensavo che fosse ancora studente”.
“No, ho finito”, rispondevo io, cupo, e pensavo “Dovrei mettermi gli occhiali, ecco cosa dovrei fare”. Ma di mettermi gli occhiali non avevo motivi, i miei occhi erano in perfetta salute, e la loro chiarezza non era ancora stata guastata delle esperienze della vita. Non avendo la possibilità di difendermi dai sempre presenti sorrisi indulgenti e carezzevoli con gli occhiali, mi ero sforzato di elaborare un comportamento tale da incutere rispetto. Cercavo di parlare con misura e in modo autorevole, di evitare, per quanto possibile, i movimenti bruschi, di non correre come corrono i ventitreenni che hanno appena finito l’università, ma di camminare. Tutto ciò, lo capisco adesso, dopo molti anni, mi riusciva malissimo.
In quel momento avevo violato questo codice di comportamento non scritto. Mi ero seduto, tutto raggomitolato, con i soli calzini, e non mi ero seduto da qualche parte nel mio studio, mi ero seduto in cucina, e, come un adoratore del fuoco, mi allungavo, ispirato e appassionato, verso i ceppi di betulla che bruciavano nella stufa. Alla mia sinistra c’era una piccola botte capovolta, e su di lei c’erano le mie scarpe, vicino a loro un gallo spennato e nudo, dal collo insanguinato, vicino al gallo il mucchio delle sue penne. Il fatto è che, ancora pietrificato dal freddo, ero riuscito a compiere una serie di azioni che la vita stessa aveva richiesto. A Aksin’ja, col suo naso a punta, la moglie di Egoryč, era stato affidato, da me, l’incarico di essere la mia cuoca. La conseguenza era stata che il gallo, per opera sua, aveva perso la vita. Avrei dovuto mangiarmelo. Avevo conosciuto tutti. L’infermiere si chiamava Dem’jan Lukič, le ostetriche Pelageja Ivanovna e Anna Nikolaevna. Ero riuscito a fare un giro dell’ospedale e, con assoluta evidenza, mi ero convinto che c’era un ricchissimo strumentario. E, con la stessa assoluta evidenza, avevo dovuto confessare (a me stesso, naturalmente) che l’uso di molti di quegli splendidi strumenti nuovissimi mi era del tutto sconosciuto. Non solo non li avevo mai tenuti in mano, non li avevo nemmeno, lo confesso apertamente, mai visti.
“Mmmh” avevo muggito con aria molto significativa “avete proprio una strumentazione notevolissima. Mmh”.
“Sì ve’”, aveva detto bonariamente Dem’jan Lukič “per via degli sforzi del suo predecessore, Leopol’d Leopol’dovič. Operava da mattina a sera”.
Lì mi ero coperto di sudore freddo e avevo guardato con angoscia gli splendenti armadietti a specchio.
Poi avevamo fatto il giro delle corsie vuote e mi ero reso conto che potevano tranquillamente ospitare quaranta persone.
“Leopol’d Leopol’dovič delle volte ne aveva anche cinquanta” mi aveva confortato Dem’jan Lukič, e Anna Nikolaevna, con una gran testa di capelli grigi, non so a che proposito aveva detto:
“Lei, dottore, sembra così un giovanotto, così un giovanotto… è proprio incredibile. Sembra uno studente”.
“Accidenti”, avevo pensato io. “Come se si erano siano messi d’accordo, parola d’onore”.
E avevo brontolato tra i denti:
“Mmh… no, io… sì, sembro un giovanotto…

[Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 18-21]

Memorie di un giovane medico 2

domenica 15 ottobre 2017

[continua]

Questi racconti, ambientati e maturati nel 1917 (Bulgakov, medico anche lui, ha vissuto delle esperienze simili a quelle raccontate dall’io narrante delle Memorie di un giovane di medico), e pubblicati per la prima volta nel 1925 e nel 1926 su due riviste sovietiche, Medicinskij rabotnik (Il medico) e Krasnaja panorama (Panorama rosso, o Panorama bello – in russo rosso vuol dire anche bello), questi racconti, dicevo, a parte l’ultimo, che parla di quel che è successo a Kiev nel 1919, parlano pochissimo di rivoluzione, e se ci si trova una parola che significa anche rivoluzione (povorot, in russo), qui è usata nel senso del procedimento medico che serve per fare uscire un nascituro che è messo male nella pancia della mamma, e credo si traduca “rivolgimento”.
Del resto il protagonista di Cuore di cane (uscito anche lui nel 1925) Filip Filipovič Preobraženskij, è uno che ha il coraggio di dire, nella Russia degli anni venti: «Ja ne ljublju proletariat» («A me non piace il proletariato»), e il suo autore, Michail Afan’asevič Bulgakov, è uno che, nel 1930, scriverà a Stalin: «Passando in rassegna i miei ritagli di giornale, ho constatato di aver ricevuto dalla stampa sovietica, nei dieci anni della mia attività letteraria, 301 recensioni, di cui 3 favorevoli e 298 ostili e ingiuriose».
Ma, a parte il coraggio, che non credo sia necessariamente una qualità letteraria, si trova qui dentro un momento che, appena prima di cominciare a darsi da fare per un parto complicato, una “presentazione anomala”, «I volti dell’infermiere e delle ostetriche erano diventati seri, come ispirati», e, mi sbaglierò, ma a me son sembrati come dei musicisti che stanno per cominciare a suonare, e io credo che questa cosa, di diventare seri, come ispirati, sia successa, nei cento anni che sono passati da quando questa storia è incominciata, a innumerevoli lettori delle Memorie di un giovane medico di Michail Bulgakov intanto che leggevano questo libro stupefacente che si intitola Le memorie di un giovane medico e che è stato scritto da Michail Bulgakov.

P. N.
Casalecchio di Reno, ottobre 2017

[Seconda parte dell’introduzione a Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, esce per Marcos y Marcos il 16 novembre]

Memorie di un giovane medico

sabato 14 ottobre 2017

Qualche anno fa, a Bologna, ho tenuto un corso che si è chiamato Scuola media inferiore di letteratura popolare, e aveva un sottotitolo che era: “come scrivere un romanzo che vende moltissimo”.
Il sottotitolo l’avevo messo per via di un libro che avevo letto qualche anno prima, Il quinto angolo, di Izrail’ Metter, il cui protagonista insegnava matematica senza saperla e diceva che, se vuoi imparare a fare una cosa, il modo migliore è insegnarla.
In quel corso avevamo parlato delle descrizioni, e a me era venuta in mente la moglie del Maestro e Margherita, non Margherita, quella di prima, la prima moglie, che Bulgakov risolve in tre parole, in russo, che diventano cinque in italiano: «un eterno vestitino a righe».
Che è una liquidazione talmente potente che io me la ricordo a memoria fin dalla prima volta che ho letto quel libro lì, trentacinque anni fa, circa.
Qualche anno prima, avevo tenuto un corso che si chiamava Scuola elementare di letteratura russa, e avevamo letto L’asciugamano col gallo, che è il primo dei racconti che trovate in questa raccolta (che è una specie di romanzo involontario, come raccolta, perché i racconti sono tutti con lo stesso io narrante e, più o meno, hanno tutti la stessa ambientazione).
Come forse vedrete, qui Bulgakov racconta di un medico che, nel 1917, viene mandato in un angolo sperduto della Russia nord occidentale, dove è l’unico medico nel giro di diversi chilometri e deve far tutto lui, e la maggior parte delle cose che deve fare non le ha mai fatte, e non sa come si fanno, e le fa in un modo, cioè si muove in un modo, il contrario di quelli che si muovono con nonchalance, cioè si muove con chalance, se così si può dire, che, tradotto in italiano, nonchalance dovrebbe essere disinvoltura, chalance involtura, si muove con involtura, praticamente, questo protagonista.
E la sua urgenza, la sua disperazione, la sua vergogna, e la comicità, anche, della sua condizione, lo costringono a vedere le cose con una potenza, che un banale vestito a righe diventa un eterno vestitino a righe e resta impresso per sempre nella memoria del lettore.
O, meglio, il vestitino a righe nel Maestro e Margherita, invece qui, per me, la parola «Canfora», che mi sono trovato a pronunciare più volte ad alta voce per vedere che effetto faceva, o un asciugamano con un gallo, o le scatole di caramelle su cui si disegnano bambine così, o le paginette lucide del Döderlein, Chirurgia ostetrica, o una bambina imbacuccata, sembrava un comodino, o una borsa con dentro la caffeina, e la canfora, e la morfina, e l’adrenalina, e le pinzette emostatiche, e il materiale sterile, la siringa, la sonda, la pistola, le sigarette, i fiammiferi, l’orologio, lo stetoscopio, o delle ciocche di capelli che erano avvolte intorno alle dita, una susina Reine Claude di grosse dimensioni, una palla di colore giallo della grandezza di una piccola mela e molte altre cose ancora.

[segue]

[Prima parte dell’introduzione a Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, esce per Marcos y Marcos il 16 novembre]

Normale

sabato 24 giugno 2017

Un giorno, in centro, mi ero perso, vedo una donna, mi avvicino, Scusi, dico, le posso chieder un’informazione? e lei dice Dipende. Dipende? Come dipende? È un’informazione, mi son perso, ho bisogno di un’informazione. Dipende.
Ecco, a me, queste cose, mi allontano. Mi metto a correre e vado così forte che non mi vedon più. Il verde, il grigio, mi piacciono, ma preferisco il giallo, e la paura a me mi fa paura.
Poi ci son stato ancora, a lavorarci, e una delle prime volte che ci andavo, sopra la scale della metropolitana, mi viene incontro uno, mi guarda e dice Che Dio ti maledica.
Lì quello lo capisco un po’ di più, non me la sono presa. Lì quella lì, secondo me, è normale.

[Sei città, illustrazioni di Timofej Kostin, esce il 29 giugno]