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A mio avviso

sabato 6 febbraio 2016

Una mia amica mi ha detto che una popolazione africana del Mali, i Dogon, erano stati accusati di fingere di avere dei riti speciali per far contenti gli antropologi che li andavano a studiare lì in Africa dove abitavano e a me, non so se sia vero, ma a me è venuto in mente che io, nel corso della mia vita, più di una volta mi son comportato con i miei interlocutori come forse si comportavano i Dogon con gli antropologi occidentali.
Per esempio quando ero un bambino, quando mi avevano regalato il primo orologio, io ogni dieci minuti guardavo l’orologio e facevo una faccia che mi sembrava che tutti mi guardassero e che si immaginassero i pensieri profondi che c’erano nella mia testa, e io mi ricordo cercavo di atteggiar la mia faccia all’espressione che fa uno quando pensa la frase seguente: «A mio avviso».
Oppure, sempre da bambino, quando avevo avuto il mio primo portafogli ogni tanto io mi fermavo, nei giri che facevo in città, entravo in un bar, prendevo un succo di frutta e dopo pagavo con un’aria come per fare intendere al barista che io ne avevo già bevuti, dei grappini.
Oppure quand’ero un ragazzo che giocavo a pallone che quando entravamo e ci mettevamo in fila al centro del campo e l’arbitro poi dopo fischiava per dire che potevamo schierarci ognuno al suo posto, io subito dopo quel fischio mi mettevo a saltellare e a fare dei gesti come per sciogliere i muscoli che cercavo di fare capire agli spettatori, che poi eran tutti parenti di noi che giocavamo, che io avevo dei muscoli duri abbastanza che se non li scioglievo prima di cominciare a giocare sarebbe stato un problema.
Oppure, quand’ero a scuola, le volte che la professoressa stava per chiamare qualcuno per interrogarlo io guardavo fuori dalla finestra con un’aria che manifestava al mondo la serenità mia interiore che era la serenità di uno che nelle ore successive non c’era nessun avvenimento che poteva turbarne l’interno benessere.
O infine, ma solo perché poi lo spazio di questa rubrica finisce, da quando ho cominciato a scriver dei libri io quando mi fotografano per via che scrivo dei libri io cerco di atteggiar la mia faccia all’espressione che fa uno quando pensa una frase che che poi è sempre quella: «A mio avviso».
Ogni tanto, è raro, ma ogni tanto ci son dei momenti che i miei comportamenti non sono dettati degli antropologi che mi stanno studiando, per esempio l’altro giorno son stato a Fabbrico, un paese in provincia di Reggio Emilia che non c’ero mai stato, e data la mia passione per l’Unione Sovietica ero contento, d’andarci, che Fabbrico dev’essere stato uno dei paesi più comunisti d’Italia e avevano un sindaco, mi han raccontato, un ex partigiano, che quand’era partigiano, un sabato sera, i fascisti gli avevan sparato e l’avevan lasciato lì pensando che fosse morto e invece non era morto e si era trascinato fino a una casa che l’avevan curato e lui, una cosa che gli dispiaceva moltissimo, era il fatto che aveva il vestito della festa che gliel’avevan bucato, e poi dopo la guerra aveva fatto l’operaio e poi era diventato il sindaco di Fabbrico, uno dei paesi più comunisti d’Italia e l’altra sera, quando sono arrivato a Fabbrico, la prima cosa che ho visto quando sono uscito dalla macchina che mi era venuta a prendere in stazione, ho visto un bar che fuori c’era un’insegna che diceva Bar Beautiful, e ho fatto la faccia come di uno che ci era rimasto d’un male.

[uscito ieri su Libero]

Che la realtà sia realistica, che la natura sia naturale

mercoledì 3 febbraio 2016

Giorgio Manganelli, Ufo e altri oggetti non identificati

Prevedere dove vanno a finire le frasi di Giorgio Manganelli è una cosa difficilissima. Nel libro Ufo e altri oggetti non identificati 1972-1990, da poco uscito per Mincione Edizioni per la cura di Raffaele Manica, si racconta di un momento in cui gli Ufo erano «quegli oggetti non identificati che consentivano a persone di instabile equilibrio nervoso e mentale, tra le quali» dice Manganelli «mi annovero, momenti di vana ma onesta eccitazione». Delle loro ipotetiche apparizioni restavano «sui giornali fotografie enigmatiche, come se le macchine fotografiche avessero scoperto le ambigue delizie dell’alcool: punti fosforescenti, cerchi, oggetti oblunghi». «Non c’è persona lievemente squilibrata» scrive Manganelli «che non abbia sperato di incontrarsi con quegli omarini cosmici, almeno di vedere le loro macchine volanti. Ovviamente» aggiunge «io preferisco crederci. Ma, ormai, non è questo il punto. Che cosa vuol dire questo loro ritorno, e in luoghi così umili, così appartati? Li hanno visti sulla Spezia, dove si mangia così male, scommetto che varrebbe la pena impiantare degli osservatori ad Alessandria o a Foggia. A trent’anni eravamo così fiduciosi, così disperatamente ansiosi di vederli scendere fra noi; dopo vent’anni sono un recupero, uno di quei repèchages cosmici che ogni tanto i fabbricatori della moda lanciano nella nostra via lattea, sempre più smaniosa, vizza e quagliata. Essendo un recupero di dubbio successo, cominciano con un giro in provincia; “Vediamo se alla Spezia fa effetto”, si saranno detti; “gli spezzini sono tutti d’un pezzo, se quelli si montano la testa passiamo subito all’Abruzzo e poi a Milano”». Questa antologia degli scritti di Manganelli contiene anche una prova dell’esistenza dei dischi volanti. «Non ho mai visto dischi volanti»  c’è scritto «e questa è l’unica prova a favore della loro esistenza che sono in grado di addurre. Infatti, se fosse un caso di psicosi collettiva, come qualcuno dice, non c’è dubbio che io ci sarei cascato. Insomma, se non ci fossero stati, io certamente li avrei visti. Ma non li ho visti, dunque non è improbabile che esistano». Un ribaltamento simile si ritrova in un articolo in cui Magnanelli parla dello sbarco sulla luna: «In questi giorni si fa un gran parlare di quella notte magata in cui, vent’anni fa, l’uomo, più esattamente il signor Armstrong, mise un piede sulla luna, e recitò il suo temino che si era preparato a casa. Ricordo quella notte perché io andai a dormire come al solito e non assistei allo spettacolo straordinario. Stupido vero? Assolutamente. Ma lo rifarei. Voglio dire che non fu una mirabile impresa? Certo che lo fu, ma io non amo le mirabili imprese. Ne ho paura»; nonostante questa paura, Manganelli è un grande lettore di fantascienza: «Per anni consumai fantascienza, come altri consuma whisky o cocaina». A questi due temi, i dischi volanti e la fantascienza, Manganelli imparenta le fate e gli gnomi: «Mi sembra che non abbia torto Carroll quando scrive – e suppongo fosse esattamente quello che pensava – di non provare alcun disagio mentale all’idea dell’esistenza delle fate. Vorrei aggiungere che la nostra diffidenza culturale nei confronti di qualcosa che pure continua ad affascinarci si fonda su due goffe tautologie: che la realtà sia realistica e che la natura sia naturale. La realtà include, dovete ammetterlo, i sogni, i numeri del lotto e il grande amore: quanto alla natura, non posso non pensare che esseri come la zebra – questa irriverente ed arcaica parodia della Juventus – come le farfalle, i pavoni, il colibrì, le lumache, siano nati dalla creatività di una natura per nulla interessata ad essere naturale».

[Uscito ieri su Libero]

Licenze

sabato 30 gennaio 2016

La scorsa settimana era successo che era stato presentato il dossier per la candidatura di Parma a Capitale italiana della cultura 2017, e che l’assessore alla cultura della città di Parma, che si chiama Laura Maria Ferraris, aveva detto che, in quel dossier, ci avevano messo «la Parma più… più migliore».
Dopo, a chi le ha fatto notare che, per un assessore alla cultura, e in un contesto come la presentazione del dossier per la candidatura di Parma a capitale italiana della cultura, dire «più migliore» era un errore un po’ grosso, l’assessore Laura Maria Ferraris aveva replicato che non era affatto un errore, era una licenza rafforzativa.
Che io, forse per via del fatto che, come dicevo anche la scorsa settimana, non sono tanto aggiornato, ma io non avevo mai sentito parlare di licenze rafforzative e quando avevo sentito così ero andato in rete a cercarle subito non le avevo trovate, avevo trovato la licenza poetica, la licenza di pesca, la licenza windows 7, la licenza di caccia, la licenza media, ma di licenze rafforzative, niente.
Dopo, in una scheda di una grammatica italiana pubblicata su un sito che si chiama google books, avevo trovato un caso che forse aveva a che fare con quello che aveva detto l’assessore: la scheda parlava dei pronomi io e tu e del caso che si trovassero insieme, che se tu era il primo restava tu (tu e io), se era il secondo diventava te (io e te). «Questo te – diceva la scheda – è un lascito del complemento di compagnia latino (tecum = con te), ancora presente nelle forme letterarie meco e teco. Meco e teco, – continuava la scheda, – contengono già la preposizione con, che quindi non va ripetuta, nonostante l’illustre licenza poetica, con un finalità eminentemente rafforzativa», e c’era l’esempio di un passo dell’Inferno di Dante «pianger senti’ fra ‘l sonno i miei figlioli / ch’eran con meco e domandar del pane».
Quindi, se ho capito bene, la licenza rafforzativa non esiste, esiste la licenza poetica con funzione rafforzativa e forse è stata quella, che ha usato l’assessore alla cultura della città di Parma quando ha detto «più migliore».
Solo che, per usare una licenza poetica, secondo me è un po’ come la licenza di pesca, o di caccia, cioè se uno va in giro per la città con un fucile e si mette a sparare, non è che se gli chiedono «Scusi, cosa sta facendo?», e lui dice «Licenza di caccia», se la cava così.
Cioè la licenza di caccia, intanto bisogna averla, e poi si può esercitare solo nelle riserve di caccia, non in città in mezzo al traffico, e la stessa cosa mi sembra valga per la licenza poetica, sia con funzione rafforzativa che senza funzione rafforzativa, secondo me. Che intanto uno dev’essere un poeta, e poi dev’essere dentro una poesia, o dentro un poema, e una che è un assessore e presenta il dossier per la candidatura di Parma a Capitale italiana della cultura 2017, non credo che possa usar delle grandi licenze poetiche, rafforzative o non rafforzative, quello lì era un errore, secondo me. Che non c’è niente di male, a me piaccion molto gli errori, se non altro perché son memorabili, che io, prima che dicesse «più migliore», non ci avevo mai fatto caso, a quello che diceva l’assessore alla cultura della città di Parma, Laura Maria Ferraris. Comunque poi dopo la capitale italiana della cultura 2017 hanno scelto Pistoia, alla fine.

[uscito ieri su Libero]

Non si può

sabato 23 gennaio 2016

Un anno fa, la città di Parma ha concorso all’assegnazione del titolo di Capitale italiana della cultura 2016, e non ha vinto, ha vinto Mantova. Un anno dopo, la città di Parma concorre all’assegnazione del titolo di Capitale italiana della cultura 2017, e in questi primi giorni del 2016 è stato presentato pubblicamente il dossier che sostiene questa candidatura. A presentarlo, insieme al sindaco, Federico Pizzarotti, il cui libro preferito, mi vien sempre in mente quando penso a lui, è Il gabbiano Johnatan Livingston (e non c’è niente di male, è un bel libro, con delle belle foto, anche), insieme al sindaco Federico Pizzarotti (a cui piace moltissimo Il Gabbiano Johnatan Livingston), a sostenere la candidatura di Parma a Capitale italiana della cultura 2017 c’era anche l’assessore alla cultura della città di Parma che, essendo una donna, io non so come si debba dire, e visto che adesso si dice ministra e non ministro, a me viene il dubbio che di debba dire assessrice, invece di assessore, non lo so, comunque c’era lei, la responsabile (o responsabila) della cultura, che dal sito del comune di Parma si vede che è anche responsabile (o responsabila) del Coordinamento delle Politiche Culturali, dei Servizi Cimiteriali, della toponomastica e dei T.S.O., che, se non sbaglio, sono i Trattamenti Sanitari Obbligatori, del comune di Parma. Questa donna, che si chiama Maria Laura Ferraris, e che, si legge nel suo curriculum, pubblicato sul sito del comune di Parma, prima di fare la responsabile (responsabila) della cultura della città di Parma ha lavorato «con Volkswagen Group in progetti legati alla guida sicura e alla responsabilità sociale di impresa e con Contemporary International per le Olimpiadi di Torino 2006 in qualità di deputy venue manager», questa donna, in occasione della presentazione del dossier che sosteneva la candidatura della città di Parma a Capitale italiana della cultura 2017, ha detto che nel dossier loro, gli estensori, hanno cercato «di descrivere la Parma più… più migliore». Non le è scappato, si è proprio fermata, ci ha pensato e poi ha detto: «più migliore» e poi ha continuato come se niente fosse. Allora adesso io, la grammatica e la morfologia della lingua italiana cambiano continuamente, adesso si dice perfino ministra invece di ministro, io è un po’ di tempo che non mi aggiorno per esser sicuro ho chiesto a mia figlia, che ha undici anni e che è fresca di studi e che ha, tra l’altro, appena cominciato anche lei a legger dei libri da grandi, non è ancora arrivata al Gabbiano Johnatan Livingston è ancora ferma a Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen, che dopo averlo letto l’altro giorno mi ha detto che io scrivo dei libri strani.
E io le chiesto strani in che senso e lei mi ha detto che la Austen, quando scrive un libro, scrive il libro e basta. E io le ho detto
«Eh, anch’io, quando scrivo un libro scrivo il libro e basta».
«No, – mi ha detto lei – te ci metti dentro anche un sacco di Secondo me, un sacco di parentesi, parli parli. La Austen non ci mette mai tutti quei Secondo me, tutte quelle parentesi, non parla, scrive il libro e basta», mi ha detto la Battaglia (quando scrivo di lei, la chiamo La Battaglia), ma questo non c’entra, l’altro giorno l’ho presa e le ho detto «Battaglia, si può dire più migliore?». «No, – mi ha riposto lei, – non si può». Ecco. Quindi. Non si può.

[uscito ieri su Libero]

Le osservazioni

sabato 16 gennaio 2016

Io, quando vado in giro, di solito, non è che vado in giro così, senza niente da fare, ho delle cose da fare, e le cose che devo fare sono le osservazioni, tutti i giorni ne devo fare due o tre.
Il giorno che è morto il cantante inglese David Bowie, per esempio, ero a Milano e, tra le altre cose, son tornato in quella libreria che c’è in piazza Gae Aulenti che si chiama Feltrinelli RED, e son tornato a guardarla perché la prima volta che l’avevo vista mi era sembrata incredibile, una libreria così poco libreria, e quella seconda volta lì avevo pensato che difatti quella lì non era una libreria, era un un incrocio tra un autogrill e la scuola Holden.
E, fatta questa osservazione, con la piacevole impressione di aver fatto il mio dovere ero andato in stazione ero montato su un treno per Bologna e nei posti davanti a me c’erano un ragazzo e una ragazza che io non li vedevo in faccia, sentivo solo quel che dicevano e lei aveva detto detto a lui «Hai sentito chi è morto?», «Chi è morto?», «Quel cantante lì, famosissimo», «Bob Dylan?», «Sì lui».
Che io mi ero ricordato di una volta, dieci anni prima, che ero alla stazione di Bologna, alle sei e mezza di mattino, correvo per prendere il treno, nel sottopassaggio della stazione, uno che arrivava di corsa giù dalle scale si era rivolto a un altro che arrivava in senso inverso «Ma è vero che è morto Berlusconi?» gli aveva chiesto.
«Sì», aveva risposto l’altro, «è vero».
«Be’», aveva detto il primo, «meglio lui di me».
Allora per me, quel giorno lì, il viaggio in treno e poi tutto il mattino, era morto Berlusconi. Tutti i pensieri «Chissà il suo medico, che diceva che scampava fino a centoventi anni. Che figura». «E le televisioni?». «E il Milan?». Dopo, verso l’una, quando ero ritornato a Bologna, non ne parlava nessuno “Forse non è mica vero”, avevo pensato. Ma per me, quelle quattro ore lì, era stato vero, e avevo pensato che fare un repertorio degli abbagli, delle notizie che si eran rivelate tutte sballate ma che erano esistite, per del tempo, nella nostra testa, sarebbe stato un repertorio forse anche bello, a me per esempio tutte le volte che vado in un albergo, quando poi esco, al mattino, dopo dieci minuti che sono uscito mi fermo di colpo, apro la borsa, comincio a frugarci dentro perché mi è venuto in mente che mi sono scordato nella stanza d’albergo il caricatore del telefono.
E intanto che frugo mi immagino che telefono in albergo e gli dico di cercare, per cortesia, nella stanza 207 che ho lasciato lì il caricatore del telefono e se me lo possono mandare, a carico del destinatario, a casa mia a Casalecchio di Reno. E subito dopo penso che probabilmente non lo troveranno e mi vedo, la mattina dopo, a Bologna, a entrare nel negozio della Apple, andare al primo piano, comprare un caricatore e pagare col bancomat.
Quanto può costare? mi chiedo nella mia testa, e mi immagino che costi intorno ai venti euro, secondo me, massimo trenta, e mi sono appena detto così che trovo il caricatore e son così contento.
Ecco, queste cose qua, la morte, finta, di Bob Dylan, o la scomparsa, finta, del caricatore del mio telefono, sono cose che, per un certo periodo di tempo, son così vere, producono un’energia così potente che, se si trovasse il modo di trasformarla in un liquido, o in un gas, potrebbe essere il carburante dei prossimi decenni, secondo me.

[uscito ieri su Libero]

Comunque proviamo

sabato 9 gennaio 2016

Questa settimana son stato così contento di cominciare l’anno nuovo, con tutte le cose che devi fare nei giorni normali, appena svegliato, lavarti, farti la barba, vestiti, metterti le scarpe, allacciarle.
Quando si ricomincia, i primi di gennaio, non so se succede a tutti, ma per me è come se questi gesti abituali riprendessero senso, e mi è tornata in mente una cosa che mi hanno detto l’anno scorso a proposito delle cose che scrivo, che parlano della vita quotidiana, mi han detto, e quando mi han detto così a me era venuto da pensare che io conoscevo solo la vita quotidiana e che la vita settimanale, la vita quindicinale, la vita mensile, la vita bimestrale non le frequentavo, e quest’anno, davanti allo specchio del mio bagno, il sei di gennaio, intanto che mi facevo la barba, mi è venuto da pensare che mi auguravo che quest’anno, il 2016, fosse pieno di vita quotidiana e che fosse un anno dove sarei riuscito a lavorare tutti i giorni, che è una cosa difficile perché tutti i giorni son tutti i giorni comunque proviamo, ho pensato.
E questo entusiasmo, se così si può dire, per l’anno nuovo, secondo me dipendeva anche dal fatto che l’anno scorso, il 2015, forse mi aveva un po’ stancato, e quando eravamo arrivati alla fine io mi ricordo che avevo pensato che, siccome quest’anno è un anno bisestile, io mi ero chiesto se non era magari possibile fare l’anno bisestile ogni due anni e ogni quattro anni saltare l’ultimo dell’anno. Cioè fare un anno senza l’ultimo dell’anno, che è così impegnativo, l’ultimo dell’anno, con tutte quelle cene speciali, quelle pettinature speciali, quelle toilette, quelle bottiglie messe da parte per l’occasione che io, forse son io che sono così, ma a me non mi piacciono, le occasioni, a me piacciono i supermercati e le librerie e quest’anno, i primi giorni dell’anno, ero in fila alla cassa del supermercato mi è venuta voglia di prender dei fiori, di mettere sul mio tavolo da lavoro un mazzo di fiori e ho preso dei fiori gialli, i primi che mi son capitati, e quando son stato a casa mi sono accorto di due cose strane, la prima, che non avevo un vaso dove metterli, li ho messi dentro un termo, per il caffè, la seconda, che erano dei crisantemi, ho cominciato l’anno con dei crisantemi gialli sopra il mio tavolo da lavoro che sono ancora qui che mi guardano, questo a proposito di supermercati. A proposito delle librerie, invece, la prima libreria dove son stato quest’anno è stato una libreria di Milano che si chiama Feltrinelli RED che è una libreria, ho scoperto, che non è una libreria, è praticamente un bar dove i libri è come se servissero per fare atmosfera, sono sparsi un po’ qua e là e dove c’è una libreria, sulla parete là in fondo, sopra c’è scritto, in un maiuscolo grosso: LIBRI, così se uno non li ha mai visti sa cosa sono, quei bagagli lì colorati.
Era molto colorato anche quel bar lì, il bar Feltrinelli che si chiamava RED, c’erano anche delle scritte sui muri, c’era anche una barzelletta su Dante, scritta sui muri, diceva che si racconta che Dante avesse una memoria eccezionale. Che un giorno avesse incontrato uno che gli aveva chiesto qual era il cibo più buono del mondo, e che Dante aveva risposto L’uovo. E che poi l’aveva incontrato ancora un anno dopo e aveva aggiunto Col sale. Molto divertente. Una delle cose fondamentali, di Dante. L’uovo. Col sale. Bellissima libreria. La prima dell’anno.

[uscito ieri su Libero]

Avverbi

venerdì 8 gennaio 2016

stephen king

È uscita da poco, per Frassinelli, una nuova edizione di On writing, di Stephen King, un libro a metà tra il manuale di scrittura e l’autobiografia. Chi, come me, ha letto poco di Stephen King, resterà probabilmente colpito dalla seconda prefazione (ci sono tre prefazioni) che Stephen King comincia così: «Questo è un libro breve perché la maggior parte dei manuali di scrittura creativa sono pieni di stronzate» (la traduzione è di Giovanni Arduino).
Dopo, nella prima parte del libro, che si intitola “Curriculum vitae”, e che è una parte sostanzialmente autobiografia, King, che è del 1947, scrive: «Soffermandosi a rifletterci sopra, sono parte di un gruppo abbastanza esclusivo: l’ultimo pugno di romanzieri americani che ha imparato a leggere e scrivere prima di una dieta quotidiana a base di stronzate video». Che vuol dire, se non ho capito male, che lui e i suoi coetanei guardavano poco la televisione, e che questo è un bene.
Poi si racconta di quando King ha cominciato a scrivere, che aveva sei anni: «Copiavo parola per parola le avventure di Combat-Casey (un fumetto di guerra, se non ho capito male) sul bloc-notes, talora aggiungendo mie descrizioni dove sembravano più opportune. “Erano accampati in un grande cascinale, tormentati dai pifferi”. Avrei impiegato un altro paio d’anni – continua King – a scoprire che piffero e spiffero erano due parole diverse. A quei tempi ero anche convinto che dettagli fosse uguale a dentali e che una troia fosse una stanga di donna, perché i giocatori di pallacanestro venivano spesso chiamati figli di troia durante le partite. A sei anni, hai ancora la testa piena di tessere dello Scarabeo mischiate alla rinfusa». Continua a leggere »

Insomma

mercoledì 30 dicembre 2015

Il 18, il 19 e il 20 dicembre c’è stata, a Reggio Emilia, la seconda edizione del festival sonoro della letteratura Questa è l’acqua, che mi hanno chiesto di curare, e io ho pensato che sarebbe stato bello iniziare con una conferenza di Andrea Moro, che è un linguista italiano bravissimo, uno dei principali collaboratori di Noam Chomsky, che ha inaugurato il festival con una conferenza sul linguaggio e mi piaceva molto questo fatto di iniziare un festival di letteratura con una conferenza sul linguaggio, che è una cosa che, nella mia testa, sarebbe stato come iniziare un festival di architettura con una conferenza sul calcestruzzo.
Andrea Moro ha detto che quando ha ricevuto il nostro invito è rimasto colpito per via del fatto che i suoi studi recenti dimostrerebbero che le onde elettriche che colpiscono il cervello quando si attiva il linguaggio, agiscono in modo molto simile alle onde sonore che colpiscono i timpani quando si parla, e che questa cosa, nel cervello, succede anche quando uno legge a bassa voce, e che se lui dovesse, oggi, rispondere con una battuta alla domanda «Di cosa è fatto il linguaggio?», lui risponderebbe: «Di suoni».
Quando dopo mi han chiesto come mai il festival sonoro della letteratura si chiamava Questa è l’acqua, io ho detto che si chiamava così per via del fatto che, secondo me, quel che si fa, in un festival di letteratura, è costruire dei silenzi; la qualità dei festival di letteratura, per come li capisco io, ho detto, dipende dalla qualità dei loro silenzi, cioè dalla potenza e dalla durata dei momenti che gli spettatori si trasformano da spettatori individuali in un gruppo di persone che respirano insieme, una specie di bestia che trattiene il fiato, e il silenzio che segue il discorso tenuto da Foster Wallace il 21 maggio del 2005 per il conferimento della lauree al Kenyon college di Gambier, in Ohio  è molto eloquente, e quel discorso si intitola Questa è l’acqua, ho risposto.
E la contraddizione che deriva dal fatto che la qualità di un festival sonoro la si capisce dal silenzio, mi sembra sia stata risolta da uno dei testi che è stato letto nel corso di questa edizione del festival Questa è l’acqua, L’Etimologiario di Maria Sebregondi, che è un libro fatto da 101 definizioni da dizionario etimologico, la decima delle quali è: contraddizione, e fa così: «contraddizione s. f. – una delle operazioni fondamentali dell’aritmetica, opposta all’addizione. In base al principio di contraddizione i termini (contraddendi) invece di unirsi si scontrano dando luogo a paradossi, aporie, antinomie,. Il risultato, opposto alla somma, è l’insomma, con valore dubitativo».
Hanno partecipato anche Ermanno Cavazzoni, che ha letto l’Intervista con Dio onnipotente di Giorgio Manganelli, Leo Ortolani, che ha letto il suo Gande Magazzi, Antonio Pennacchi, che ha letto L’autobus di Stalin, Sara Loreni e Lorenzo Buso, che hanno musicato l’Etimologiario, Fabio Genovesi, che ha letto e raccontato Morte dei marmi e, accompagnato da Luisanna Messeri, Paolo Poli, che ha detto le cose paradossali e bellissime che dice lui come, a proposito dei greci, questa (tratta da Alfabeto Poli, a cura di Luca Scarlini): « Gli antichi in un vaso per l’insalata ci disegnavano donne che facevano i pompini. Ma che persone civili! Ma che cosa meravigliosa!».

[uscito ieri su Libero]

Dove che manzemo in sedici

mercoledì 23 dicembre 2015

antonio pennacchi, canale mussolinoi parte seconda

Una delle cose che succedono a chi legge Canale Mussolini parte seconda, romanzo di Antonio Pennacchi appena uscito per Mondadori, è di trovare delle frasi come: «Un fiòlo l’è senpre una benedision. Dove che manzemo in sedici, mangeremo in diciassette», che rendono il modo in cui parlavano negli anni venti i futuri coloni veneti di Littoria, l’attuale Latina; mettendo per iscritto questo veneto comprensibilissimo, Pennacchi scrive in un modo che mi ricorda il modo di scrivere del poeta veneto Giacomo Noventa che ha scritto, tra le altre cose: «Parché scrivo in dialeto…? / Dante, Petrarca e quel dai Diese Giorni / Gà pur scrito in toscan. // Seguo l’esempio».
Ecco, anche Pennacchi, mi sembra, segue l’esempio di Dante, che nel De vulgari eloquentia scrive che «la lingua volgare è quella che, senza bisogno di alcuna regola, si apprende imitando la nutrice. Abbiamo poi anche, – continua Dante, – oltre a questa, una seconda lingua che fu chiamata dai Romani «gramatica». Questa seconda lingua è posseduta anche dai Greci e da altri popoli, ma non da tutti. Poche sono d’altronde le persone che giungono alla padronanza di essa, perché non si apprendono le sue regole e non ci si istruisce in essa se non col tempo e con l’assiduità dello studio. La più nobile di queste due lingue, – scrive Dante, – è il volgare, sia perché fu la prima a essere usata dal genere umano, sia perché tutto il mondo ne fruisce, sia perché ci è naturale, mentre l’altra è artificiale. Proprio di questa lingua più nobile è nostro intento trattare», conclude Dante e sembra incredibile che per secoli i due «più nobile» di Dante, «nobilior», nell’originale latino, sono diventati, nelle edizioni a stampa, «più mobile», «mobilior»: i filologi e i grammatici non potevano concepire il fatto che Dante considerasse la lingua volgare, la lingua parlata, il dialetto, una lingua più nobile della lingua scritta, codificata e grammaticata della quale loro erano i depositari. Ecco: l’impressione che si ha a leggere questo ultimo romanzo di Antonio Pennacchi è di essere di fronte a quella lingua più nobile di cui parla Dante.

[uscito ieri su Libero]

L’editing dei Promessi sposi e di Guerra e pace

lunedì 21 dicembre 2015

Antonio Manzini, Sull'orlo del precipizio

Il libro di Antonio Manzini Sull’orlo del precipizio (Sellerio 2015, 115 pagine, 8 euro), comincia con un celebre scrittore, Giorgio Volpe, che consegna il suo ultimo romanzo alla sua casa editrice proprio nel momento in cui la sua casa editrice viene comprata dal gruppo Sigma, che ha comprato contemporaneamente tutte le principali case editrici italiane; quando arriva il momento dell’editing, invece che con Fiorella, la redattrice con la quale di solito lavora ai suoi testi, Volpe è costretto a avere a che fare con Aldo e Sergej, due redattori che, prima del suo libro, si sono occupati dei Promessi sposi e di Guerra e pace. Di Guerra e pace hanno fatto un’edizione senza le parti noiose, «senza Waterloo, più corto. Solo 300 pagine». Dei Promessi sposi hanno fatto una traduzione pensata per «avvicinare i ragazzi alla letteratura e usare una lingua che gli faccia amare i libri». Allora l’inizio: «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume» diventa: «Quel pezzo di lago in provincia di Como (città di 85 mila abitanti, situata in Lombardia dove nacquero Plinio il vecchio, Plinio il giovane e Alessandro Volta, l’inventore della pila), che davvero non si incula nessuno, sperduto in mezzo a montagne lunghe lunghe, pieno di insenature e golfi, si restringe all’improvviso e, toh, sembra quasi un fiume!». «Ecco, – dice il redattore – lo sente? La prosa diventa moderna, pochi fronzoli, informazioni utili come se il testo fosse su internet e cliccando Como rilasciasse dettagli. Vuole che le legga l’incontro fra i coatti e don Abbondio?». «I coatti?», chiede Volpe. «I Bravi, dai. “Questo matrimonio non s’ha da fare…” Ma chi parla così? Ora, invece, senta che meraviglia: “Prova a fa’ sto matrimonio e ti rompiamo il culo, bello”. È un’altra cosa. È così che i giovani si avvicinano alla letteratura». Sergej sta lavorando anche a una nuova edizione di Anna Karenina in cui Anna non finisce sotto il treno, ma c’è, in qualche modo, un lieto fine. Volpe, che all’inizio non è tanto contento dell’andiamo che ha preso la cosa, viene messo di fronte a dei dati concreti. Il suo primo romanzo ha venduto 560 mila copie, il suo secondo romanzo 760 mila, il suo terzo romanzo 180 mila. «Questa ciclotimia – dicono a Volpe – non è sopportabile». Nei suoi prossimi libri, gli dicono, bisogna unificare i codici prodotto, come una fabbrica qualsiasi. Come la Ferrero. «C’è un codice prodotto, per la Nutella, diciamo, ed è sempre lo stesso. E ogni anno prevedono quante ne venderanno. Così di Ferrero Rocher, così di Mon Chéri. Sanno già quanti pezzi venderanno perché il prodotto è sempre quello. Non cambia mai». A Volpe chiedono la stessa cosa. Di scrivere libri con sempre gli stessi ingredienti in modo da non scendere mai sotto le 700 mila copie.
Il panorama editoriale immaginato da Manzini ricorda un racconto del 1953 dello scrittore britannico Roal Dahl, The Great Automatic Grammatisator, tradotto da Massimo Bocchiola come Lo scrittore automatico (e disponibile nel volume Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra, Guanda editore).
Il protagonista è un informatico appassionato di letteratura, Adolph Knipe, che inventa una macchina per scrivere i romanzi; c’è proprio il volante, le marce, il pedale della suspence, quello della passione, e se uno ci monta sopra, gira la chiavetta e guida un po’, poi alla fine di sotto salta fuori il libro rilegato.
«Sono previste anche molte piccole raffinatezze» dice Knipe al suo principale, il signor Bohlen. «“Le vedrà quando studierà il progetto nei particolari. Per esempio, è previsto un espediente che usano quasi tutti gli scrittori, quello di inserire in ogni racconto almeno una parolona lunga e incomprensibile. Questo fa pensare al lettore che l’autore sia molto dotto e intelligente. Perciò la macchina farà automaticamente lo stesso. Avremo un intero stock di parole lunghe memorizzate appositamente per questo scopo”. “Dove?” – chiese Bohlen. – “Nella sezione ‘memoria parole”, rispose epesegeticamente Knipe».

[Uscito ieri su Libero]