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Stare a casa

mercoledì 3 agosto 2016

Un mio amico, che è tra quelli che hanno scritto il Repertorio dei matti della città di Bologna, mi ha mandato una cartolina da Bellaria con quattro fotografie di Bellaria, due di giorno, la spiaggia e il lungomare, due di notte, la baia buia e la baia coi fuochi d’artificio, e il disegno di un delfino e la scritta «Ciao da Bellaria», che è una cartolina che mi è piaciuta, un po’ perché tra Bellaria e Igea Marina io ci ho passato qualche estate, con mia mamma e i miei fratelli, quando ero piccolo, e erano state delle estati incantevoli, a pensarci adesso, un po’ perché nel testo della cartolina quel mio amico lì ci ha scritto: «Era meglio stare a casa. Buone vacanze».
Quando l’ho letto mi è venuto in mente uno dei piccoli racconti del Repertorio dei matti della città di Bologna, quello che dice così:
«Uno faceva il pittore. Aveva cominciato dipingendo un maiale viola sulla serranda del macellaio della Pescarola. Dopo aveva messo in giro la voce di essere l’autore del trompe l’oeil della chiesetta di San Donato in via Zamboni. Raccontava di essere stato diffidato dai carabinieri per l’una e l’altra cosa. Per vendicarsi aveva aspettato nove anni ed era tornato a dipingere una gallina con le orecchie sulla serranda del macellaio della Pescarola. Faceva dei quadri bassi e larghi, oppure stretti e lunghi, che intitolava tutti “Non era meglio stare a casa?”. Erano pianure, quelli bassi e larghi, oppure montagne, quelli stretti e lunghi, e dentro ci metteva certi particolari minimi, dei cartelli pubblicitari, dei segnali stradali, dei vasetti, delle lische di pesce».
E mi son venute anche in mente tutte le vacanze che, quando son stato là in vacanza, ho pensato che era meglio stare a casa: in Liguria, ad Alassio, in un albergo che ci pioveva dentro, quando pioveva, e pioveva spessissimo, quell’estate lì, e c’era un bambino, in quello stesso albergo, che per tutto il mese che eravam rimasti lì aveva provato a gonfiare il suo canotto col fiato e quando eravamo partiti non c’era ancora riuscito; in un paesino in Abruzzo che c’era un festival che si chiamava Erotika che, ho scoperto, qualche anno dopo ha cambiato nome in Afrodisiaka, e era il festival del porno soft e io ero lì con la mia morosa e ci passavamo davanti tutte le volte che tornavamo dal mare, stanchi arrossati arrabbiati dopo due mesi ci siamo lasciati, mi ricordo; in Armenia, a Erevan, che non avevo niente da fare tutto il giorno avevo conosciuto un pittore russo che mi aveva detto che suo figlio era un musicista faceva il conservatorio era un grande appassionato di Toto Cutugno; in Russia, in Transiberiana, che avevo incontrato una ragazzo che si occupava di moda e quando aveva saputo che ero italiano mi aveva chiesto «Ma tu, Gianfranco Ferrè, lo conosci, personalmente? No, così, per sapere», mi aveva detto, e, a pensarci, quelle vacanze lì, quelle che proprio van male, forse sono quelle che rimangono più in mente di tutte, son quelle le vacanze memorabili, non quelle che ti diverti, e mi è venuta voglia di organizzare un piccolo concorso, che si potrebbe chiamare «Era meglio stare a casa summer festival 2016» che chi vuole mi manda una cartolina (a: Paolo Nori, via Porrettana, 156 – 40033 Casalecchio di Reno) e ci scrive «Era meglio stare a casa» e poi tre righe dove racconta perché. Si vince una copia delle introvabili Opere complete di Learco Pignagnoli. Buone vacanze.

[Uscito oggi su Libero, l’ultimo pezzo mio su Libero (non scrivo più su Libero, trallallà)]

Una cosa che forse non ho scritto

sabato 23 luglio 2016

Una delle cose che mi dicono, sulle cose che scrivo, è che ne scrivo tante. Io ho l’impressione contraria, di scriverne poche. Nonostante questa impressione è difficile che, nelle cose che scrivo, non ci infili anche delle cose che ho già scritto, un po’ perché mi piacciono le ripetizioni, un po’ perché forse hanno ragione anche quelli che mi dicono che ne scrivo tante, di cose. La cosa che sto per scrivere credo sia una cosa che non ho mai scritto, anche se forse mi sbaglio, ed è il fatto che io, per un anno, nel 1984, sono stato iscritto a un partito politico. Era il Partito Radicale, la cui tessera, all’epoca, costava 200.000 lire, che io avevo pagato con il mio stipendio di manovale da muratore, aspettavo di andare a militare e avevo lavorato per tre mesi come manovale in una casa sulla via Emilia dove un giorno ero finito anche nel pozzo di un ascensore ho ancora la cicatrice sulla gamba sinistra e mi fa ancora male a pensarci. Mi sembrava sensato iscrivermi al Partito Radicale perché sentivo spesso Radio Radicale e ero incantato da alcune idee che ne venivano fuori, come per esempio l’idea che la durata è la forma delle cose, e che bastava anche un millimetro al giorno, ma che era importante che quel millimetro fosse nella direzione giusta. Ascolto ancora Radio Radicale ma, dopo quel 1984, non mi sono più iscritto al Partito. C’era, fin da subito, qualcosa che non andava, non riuscivo a capire bene che cosa e mi sembra d’averlo capito l’altroieri, trentadue anni dopo, quando ho sentito Maurizio Turco, tesoriere del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito, o Sergio D’Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino, uno dei due (li confondo, per radio) che, parlando delle ultime elezioni politiche (del 2013), alle quali i radicali hanno partecipato con una lista che si chiamava Amnistia, Giustizia e Libertà, lista che ha preso, alla camera, poco meno di 65.000 voti (0,19 %) e, al senato, poco più di 63.000 (0,2 %), ha detto che la colpa di quel brutto risultato elettorale non era dell’astruso programma radicale ma dei tanti, anche dentro il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito, che non avevano capito le rivoluzionarie idee della lista Amnistia, Giustizia e Libertà.
Quando ho sentito così, l’altro giorno, mi è venuta in mente un signore che mi viene in mente spesso, Iosif Brodskij.
Iosif Brodskij, che per via del fatto che faceva il poeta senza essere iscritto all’Unione dei Poeti era stato accusato, in Unione Sovietica, di parassitismo, e condannato, nel 1964, a cinque anni di lavori forzati, per riabilitarlo (e mi vien da pensare che i campi di riabilitazione sovietica funzionavano bene, l’hanno riabilitato talmente bene che poi è diventato premio Nobel per la letteratura), in un discorso che si chiama La condizione che noi chiamiamo esilio, tenuto a Vienna nel 1987, pochi mesi prima di ricevere il Nobel, a un certo momento dice: «Comunque, se vogliamo avere una parte più importante, la parte dell’uomo libero, allora dobbiamo essere capaci di accettare, o almeno di imitare, il modo in cui un uomo libero è sconfitto. Un uomo libero, – dice Brodskij, – quando è sconfitto, non dà la colpa a nessuno». Ecco perché, da un certo momento in poi, non ci si poteva più iscrivere al Partito Radicale (Nonviolento, Transnazionale e Transpartito), secondo me.

[Uscito ieri su Libero]

Gongolare

sabato 16 luglio 2016

L’altro giorno, ero al mare e io, il mare, d’estate, d’inverno il mare lo capisco, c’è quella canzone «Sabbia bagnata, una lettera che il vento sta portando via, punti invisibili rincorsi dai cani, stanche parabole di vecchi gabbiani e io, che rimango qui solo a cercare un caffè» mi piace, il mare d’inverno mi piace d’estate invece, non so come dire, è troppo sensato e io ho bisogno di cose insensate, per stare bene, e qui al mare, d’estate, cerco di concentrarmi sulle cose insensate, come la bandiera italiana, ci son stati gli europei e sono rimaste, attaccate ai balconi, delle bandiere italiane, o la carta igienica in bagno quando è finita è c’è solo quel cilindro di cartone marrone, o un orologio fermo in un luogo pubblico, e più è grande e più fa venire la malinconia, o quei treni che si chiamano jazz, nel venire in qua ho preso un treno che si chiamava jazz che mi ricordo ho pensato “Ma cosa c’entra, coi treni, il jazz?”, e di fianco alla scritta jazz c’era anche la bandiera italiana, povera bandiera italiana, o una bicicletta legata a un portabiciclette che le manca una ruota, o il sellino, o il manubrio, o un negozio vuoto con su scritto «Vendesi» con un cartello tutto spiegazzato e sbiadito dal tempo, o una fontanella per l’acqua pubblica che non funziona, o una scritta, sul lungomare, «No alla distruzione del turismo», che a me ha fatto venire in mente una scritta che c’è a Casalecchio di Reno, vicino alla palestra, «Abbasso la disoccupazione giovanile», o un negozio che c’è scritto che è aperto 24 ore su 24, che io ho pensato che potevano scriverci anche 48 ore su 48, o 96 ore su 96, o 122 ore su 122, o 1.749 ore su 1.749, o 22.476.391 ore su 22.476.391, e che sarebbe stato uguale, e perché hanno scelto 24 ore su 24, mancanza di fantasia?, mi sono chiesto, e tra le altre cose insensate, qui al mare dove abito io ho trovato una televisione, e ogni tanto la televisione è accesa, e era accesa l’altro giorno e dentro alla televisione c’era un signore che si chiama Bersani che commentava la difficile situazione in cui si trovava il suo partito, che si chiama, se non sbaglio, Partito Democratico, e la cosa stranissima e poco sensata di quell’intervento di quel signore della provincia piacentina era il fatto che lui sembrava così contento, del fatto che il suo partito, il Partito Democratico, stava andando male, gongolava, mi ricordo di avere pensato che se qualcuno avesse voluto fare un dizionario video della lingua italiana, alla voce “Gongolare” avrebbero potuto fare partire il video di quel signore che si chiama Bersani che commentava la difficile situazione del Partito Democratico che sarebbe stata la definizione ideale, avevo pensato, e questo succedeva dentro una televisione al primo piano di un appartamento in una città di mare e, per finire con le cose insensate, al pianterreno di quel condominio c’era l’insegna di un barbiere arabo, che c’era scritto il nome del barbiere e, sotto, «Parrucchieria», che devono avere pensato “Se il falegname ha la falegnameria, il parrucchiere ha la parrucchieria», che io quando l’ho visto ho pensato che tra poco l’Italia si riempirà di Baristerìe, Libraierìe, Cartolaierìe, Macellaierìe, Ortolanerìe, Tabaccaierìe, Maestrerìe (le scuole elementari), Professorererìe (le scuole medie e superiori), Docenterìe (le università) eccetera eccetera, forse.

[Uscito ieri su Libero]

Dove andare la prossima volta che andate a Pisa (un consiglio)

sabato 9 luglio 2016

L’altro giorno ero al mare, a Viareggio, avevo appena portato al mare un mini router che avevo comprato, un aggeggio che ti permette di navigare in rete dovunque tu sia, appena sveglio ho aperto la posta elettronica, la prima mail che ho letto mi informava che era nato il primo comparatore di Funerali e Agenzie Funebri on line, il miglior modo per dare ai tuoi cari l’ultimo ciao, c’era scritto, che a me era sembrato proprio un bel modo, di cominciar la giornata.
Poi, l’altro giorno, con una bambina di undici anni e sua mamma e una sua amica siamo andati a Pisa siamo passati prima da piazza dei miracoli, che c’era l’amica della bambina che non l’aveva mai vista, poi dovevamo andare all’Ikea a comprare una sedia.
In piazza dei miracoli, la cosa che ho notato, che c’era pieno di turisti, prevalentemente stranieri, che può sembrare una cosa ovvia ma secondo me è strano, è come quando uno va a vedere la Gioconda, o il Giudizio universale, che non vede la Gioconda, o il Giudizio universale, vede una folla di turisti, prevalentemente stranieri, che guardano la Gioconda o il Giudizio universale, e Piazza dei Miracoli uguale, che più che vedere i monumenti e la piazza noi abbiamo visto della gente che era lì a guardar della gente che era lì a guardar della gente che era lì a farsi le foto con le mani per aria a far finta di tenere in equilibrio la torre, originali, come foto.
Dopo, come dicevo, siamo andati all’Ikea, di Pisa, e quando siamo entrati, verso mezzogiorno, non c’era nessuno, e si stava così bene, all’Ikea, c’era un freschino, abbiamo deciso di pranzarci, all’Ikea, che c’era anche un ristorante, self service, e intanto che facevamo la fila io mi ricordo che, c’è da avere un po’ vergogna, a confessarlo, ma ho pensato che, a Pisa, io stavo meglio all’Ikea che in piazza dei Miracoli, e m’è venuta in mente la teoria dell’Assenzialismo, teoria che riguarda il filosofo di Campogalliano e di San Giovanni in Persiceto Learco Pignagnoli e che è stata enunciata dallo scrittore modenese Ugo Cornia.
L’assenzialismo, secondo Cornia, è un movimento che sceglie il non esserci come pratica quotidiana di mancare a qualsiasi evento, anche eventi minimi di una mattina qualunque, sceglie di essere assenti il più possibile a se stessi, agli altri e alle cose.
Se nel corso di qualsiasi evento, dice Cornia qualcuno chiede “C’è Pignagnoli?” la risposta inevitabile è “No, Pignagnoli non c’è”, perché Pignagnoli non c’è mai.
Pignagnoli è sempre assente. Ma l’abilità, il sentire col fiuto qualsiasi situazione come situazione in cui mancare, assume in Pignagnoli il valore della profezia, cioè il fatto di non esserci già prima degli altri, che invece ci saranno ancora, il che in pratica si realizzava nel non esserci di Pignagnoli per esempio a cavallo degli anni cinquanta negli stessi luoghi in cui tutti non volevano più esserci negli anni novanta, ma nel cinquanta solo Pignagnoli era assente e mancava.
Di conseguenza, conclude Cornia, conoscere gli innumerevoli eventi presso i quali Pignagnoli non è già a partire da oggi o non è stato negli anni appena trascorsi, potrebbe mostrarci luoghi o eventi ai quali vorremmo mancare nel 2030 ma oggi, per una carenza di fiuto, tutti accorriamo anche senza bisogno di esser pagati, come io, l’altro giorno, in piazza dei Miracoli insieme a tutti quei turisti, prevalentemente stranieri, che mi guardavano.

[Uscito ieri su Libero]

Le prime tredici righe di Anna Karenina

lunedì 4 luglio 2016

Anna Karenina Le Tolstoj Einaudi

In L’energia dell’errore Viktor Šklovskij racconta in che modo Tolstoj scriveva i suoi libri: «Desiderava che gli errori non finissero. Erano le tracce della verità. Erano la ricerca del senso della vita». Di Anna Karenina, il romanzo al quale Tolstoj aveva cominciato a pensare nel 1870 e che aveva pubblicato nel 1878, dopo dodici successive redazioni, Šklovskij scrive: «ciò che vi è scritto è più vero di quanto si trova sui giornali e, forse, nelle enciclopedie» (la traduzione di questi passi di Šklovskij è di Maria Di Salvo). Allora, quando l’altro giorno ho trovato in libreria la nuova traduzione di Anna Karenina, appena uscita per Einaudi (la traduttrice è Claudia Zonghetti, il libro è un supercorallo, ha 961 pagine e costa 28 euro) sono stato contento e l’ho aperto subito. E ho letto: «Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a modo suo». E ho avuto un’impressione strana, come se mi mancasse qualcosa; sono poi andato a verificare l’originale e ho trovato che Tolstoj scrive: «Vse sčastlivye sem’i pochoži drug na druga, každaja nesčastlivaja sem’ja nesčastliva po-svoemu», dove sem’ja significa famiglia, sčastlivye significa felici, nesčastlivaja significa infelice; sono poi andato a vedere la mia vecchia edizione italiana, di Anna Karenina, quella tradotta da Pietro Zveteremich e pubblicata da Garzanti, e ho trovato che dice: «Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». E qui a me è sembrato di ritrovare l’architettura sonora, se così si può dire, della frase di Tolstoj, con quella ripetizione finale di infelice che a me sembra capitale, nell’economia della frase e che la Zonghetti, non si capisce bene perché, elimina. Ho poi continuato a leggere la traduzione della Zonghetti: «Casa Oblonskij era sottosopra. La moglie aveva scoperto la tresca fra il marito e l’istitutrice francese che era stata per qualche tempo con loro, e lo aveva informato che non potevano più vivere sotto lo stesso tetto. Non c’era più motivo di stare insieme /…/ La signora non usciva dai suoi appartamenti e il signore non si vedeva da tre giorni». Sono tornato a Zveteremich: «Tutto era in scompiglio in casa Oblonskij. La moglie aveva saputo che il marito intratteneva una relazione con la governante francese che era stata in casa loro, e aveva dichiarato al marito di non poter più vivere nella stessa casa con lui /…/ la loro convivenza non aveva più senso /…/ La moglie non usciva dalle sue stanze, il marito non era in casa da più di due giorni». Com’è evidente, dalla nuova traduzione dell’Einaudi sono state tolte le ripetizioni (infelice, marito, moglie, casa), che nell’originale russo ci sono. Quando trovo una cosa del genere mi vien sempre in mente il caso della prima traduzione di American Psycho, il romanzo del 1991 di Bret Easton Ellis, nella prima pagina del quale compariva tre volte la parola «bus», parola che il traduttore italiano aveva reso prima con «autobus», poi con «corriera», poi con «torpedone», e per il lettore italiano era difficilissimo capire che quel «torpedone» alla fine della pagina era lo stesso autobus che c’era all’inizio che poi a metà si era trasformato in corriera. Cosa aveva fatto, quel traduttore? Aveva applicato a Ellis la regola che hanno insegnato a tutti noi alle scuole medie, nei temi di italiano, di non fare delle ripetizioni e usare dei sinonimi. Che è una regola che a scuola può forse andar bene, perché permette all’insegnante di valutare il bagaglio lessicale dell’alunno, ma Bret Easton Ellis che bisogno ha di provare di avere un bagaglio lessicale sviluppato? E Lev Tolstoj? I romanzieri russi, a sentire Dostoevskij, vengono tutti «dal Cappotto di Gogol’», e c’è un celebre studio di Boris Ejchenbaum che dimostra come Gogol’, le parole, le scegliesse per il suono, e così faceva probabilmente anche Tolstoj e se Tolstoj, dopo dodici successive stesure, ha deciso di usare più volte, nella prima pagina del suo romanzo (e anche nelle pagine successive), la figura retorica e fonica della ripetizione, che senso ha correggere questo romanzo come se fosse un tema di seconda media? Oltretutto Tolstoj, come dice sempre Šklovskij, «da vero grande scrittore, era un uomo fuori posto», e se fosse andato alle medie probabilmente l’avrebbero bocciato, secondo me. Però, come lettura per l’estate, Anna Karenina mi sembra un’idea bellissima, e la consiglio senz’altro, nell’edizione Garzanti, traduzione di Pietro Zveteremich, 803 pagine, 9 euro.

Anna Karenina, Tolstoj, Garzanti

[uscito ieri su Libero]

E indifferenza

sabato 2 luglio 2016

Sono andato a San Pietroburgo. Erano tredici anni che non ci andavo e ero un po’ in smania anche perché, per come son fatto io, a me succede che dalla Russia vedo meglio le cose. Per esempio, la seconda volta che ci sono andato, nel ’93, quando mi sono trovato a Mosca con degli studenti dell’accademia di belle arti di Mosca intorno a un tavolo con sopra una bottiglia di vodka e dei cetrioli e cantavamo Un italiano vero, di Toto Cutugno, che loro sapevano meglio di me, mi sono accorto che quella lì, che era una canzone che in Italia avevo sempre considerato con una certa sufficienza, cantata a 4.000 chilometri di distanza da casa manifestava la sua natura di canzone bellissima e avevo pensato che, se ci fosse stata una giustizia, quello sarebbe diventato il vero inno nazionale e io sarei campato abbastanza per vedere una partita della nazionale con i giocatori che, al centro del campo, cantavano «Buongiorno Italia gli spaghetti al dente, un partigiano come presidente, con l’autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra» eccetera eccetera. Solo che poi l’altro giorno, nel giugno del 2016, a 23 anni di distanza, nell’Albergo Ambassador di San Pietroburgo, quando è stato il momento degli inni nazionali, la partita era Italia Spagna, invece dell’inno che sarebbe piaciuto a me i calciatori italiani hanno poi cantato il solito inno, quello che dice «Noi fummo, da secoli, calpesti, derisi, perché non siam popoli, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò. Fratelli d’Italia eccetera eccetera. Son giunchi che piegano le spade vendute; già l’aquila d’Austria le penne ha perdute. Il sangue d’Italia e il sangue polacco bevé col cosacco ma il cuor le bruciò. Fratelli d’Italia eccetera eccetera». Che poi, comunque, nonostante l’inno un po’ così così, devo dire che è stata una partita che mi è piaciuta, l’altro giorno, a San Pietroburgo. L’abbiamo guardata in albergo, noi italiani da una parte e un gruppo di spagnoli dall’altra. Quando ha segnato l’Italia, nel primo tempo, noi l’abbiamo persa con un distacco, avevamo un’aria che sembrava che dicessimo «Guarda, ha segnato l’Italia». E nel secondo tempo, gli spagnoli, ogni volta che la Spagna arrivava a trenta metri dalla porta italiana, c’eran gli spagnoli, sia gli uomini che le donne, che dicevano «Dài dài dài dài dài dài», o un equivalente spagnolo, facevano una gran confusione e un signore genovese, a un certo punto, si è voltato verso di noi ha detto «È un popolo latino», e l’ha detto con un tono scandinàvo che a me è sembrato bellissimo. Per il resto, la Russia, io intanto che eravamo in aereo ho pensato una cosa che la penso sempre, quando vado in giro, «Non era meglio stare a casa?», ho pensato. Poi mi son detto che dovevo farmi forza, andare avanti, che così mi accorgevo meglio di quel che succedeva in Italia, che io in Russia vedo meglio le cose, mi sono detto, e poi dopo, in una libreria, ho comprato un quaderno che c’era scritto, in copertina, «Da Pietroburgo con apatia e indifferenza», e mi son detto che è proprio così, che bisogna scrivere, con apatia e indifferenza e che, d’ora in poi, tutti i libri che mi chiedono di autografare io la dedica la scrivo così; se me lo chiede, faccio per dire Luciana: «A Luciana con apatia e indifferenza, Paolo». E questo, in sostanza, è tutto.

[Uscito ieri su Libero]

Ralphs Malphs

sabato 18 giugno 2016

L’altro giorno mia figlia, che quando scrivo di lei la chiamo la Battaglia, ho sentito che cantava una canzone che mi sembrava di conoscerla, mi sono avvicinato, era: «Gli anni d’oro del gande Real, gli anni di Happy days e di Ralph Malph, gli anni delle immense compagnie, gli anni in motorino sempre in due, gli anni di “Che belli erano i film”, gli anni dei Roy Rogers come jeans, gli anni di “Qualsiasi cosa fai”, gli anni di “Tranquillo siam qui noi”», che è una canzone di Max Pezzali che parla di cose che succedevano trentacinque anni fa quando io avevo diciotto anni e alla Battaglia, che adesso di anni ne ha undici, le ho chiesto «Ascolta, ma lo sai tu chi era Ralph Malph?». «No», mi ha risposto lei. Ecco. Io ho appena finito di scrivere un libro che si chiama Le parole senza le cose che in epigrafe ho messo una frase di Joseph Roth che dice che «Avere in comune il presente è un legame più forte che avere in comune un modo di pensare », che è una frase che mi piace molto e che mi sembra molto chiara e che però questo episodio con la Battaglia l’ha un po’ complicata perché io e la Battaglia, è vero che abbiamo in comune Ralph Malph, però il mio Ralph Malph, secondo me, è un Ralph Malph completamente diverso dal Ralph Malph della Battaglia. E mi è venuto in mente che, se dovessi scegliere tra il mio Ralph Malph e quello della Battaglia sceglierei il suo perché il suo potrebbe essere qualsiasi cosa il mio invece era un po’ uno sfigato, poverino. E ho pensato a una cosa che ho sentito in uno spettacolo teatrale a Parma, qualche mese fa, che ci si immaginava come sarebbe vivere al contrario, cioè cominciare morendo, senza trauma, poi ti svegli in un letto di ospedale e ogni giorno stai un po’ meglio, e poi ti dimettono, e vai in posta a ritirar la pensione e più passa il tempo più le tue forze aumentano, le rughe scompaiono finché non inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro, e lavori quarant’anni finché non sei così giovane che smetti, e vai a delle feste, bevi, giochi, fiondi e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizia la scuola, e piano piano diventi un bambino piccolo, e quando sei piccolissimo ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere e gli ultimi nove mesi li passi tranquillo e sereno in un posto riscaldato con servizio in camera e senza nessuno che ti rompe i coglioni e lasci questo mondo in un orgasmo, dicevano, che non sarebbe male, se non fosse per certe cose, che, non so, faccio un esempio. Io sono appena stato a Livorno, e ho scoperto che a Livorno c’è un sindaco che, per il problema dei proprietari dei cani che non puliscono quando i loro cani fanno la cacca, ha proposto di fare una anagrafe canina con segnati nome, cognome, indirizzo e Dna di tutti i cani di Livorno e poi, quando si trova una cacca per strada, di mandarla ai Ris di Parma che l’analizzano e poi controllare con l’anagrafe e mandare una multa al padrone che è una proposta che, se l’avessi sentita da giovane, avrei preso paura, forse, una società autoritaria, il grande fratello, sentita da vecchio invece è una proposta che mi ha messo di buonumore perché mi sembra una gran puttanata. (i Ris di Parma li ho aggiunti io ma il resto a Livorno mi assicurano che è vero).

[uscito ieri su Libero]

Taccuini

venerdì 17 giugno 2016

dovlatov, taccuini

Dopo averlo letto, ho messo Taccuini, di Sergej Dovlatov, nella mia libreria, e mi sono accorto che di libri di Dovlatov in italiano ne ho ammucchiati, in questi anni, undici. Sono tutti pubblicati da Sellerio e tutti tradotti e curati da Laura Salmon, che credo vada ringraziata per essersi dedicata per così tanto tempo e con tanta cura all’introduzione e alla diffusione, in Italia, di un autore così popolare in Russia e così apparentemente semplice e così piacevolmente complicato; anche se questa volta, devo dire, con Taccuini, se si considera che il testo è di 185 pagine, e la nota del traduttore e la postfazione della Salmon ne prendono, di pagine, 124 (con un carattere più piccolo, e quindi il paratesto, in questo caso, coincide praticamente col testo), ho avuto l’impressione che abbia un po’ esagerato, con la cura, la Salmon, in questo caso, ma è questione di gusti, probabilmente, e io sono uno che, probabilmente, ho il difetto opposto, cioè che si cura pochissimo dei paratesti, o, meglio, se ne cura, ma li preferisce ridotti all’essenziale (quando scrivo dei libri, per esempio, la mia nota bio-bibliografica è quasi sempre così: «Paolo Nori, nato a Parma nel 1963, abita a Casalecchio di Reno e scrive dei libri»). Ma non stiamo parlando di me, né di Casalecchio di Reno, stiamo parlando di Sergej Dovlatov e dei suoi libri e di questo Taccuini, in particolare, che è una raccolta degli appunti di Dovlatov a Leningrado tra il 1967 e il 1978 e a New York tra il 1979 e il 1990. Sono dei microracconti, numerati dall’1 al 496, per esempio (nella parte di Leningrado) il numero 25: «Charms diceva: “Il mio numero di telefono è semplice: 32.08. È facile da ricordare: trentadue denti e otto dita». Oppure il numero 48: «Per caso una volta incontro il poeta Aleksandr Škljarinskij con un giaccone d’importazione foderato di pelliccia. “Splendido giaccone” gli dico. “Sì, – dice Škljarinskij – me l’ha regalato Viktor Sosnora e io, in cambio, gli ho dato sessanta rubli». O, ancora, il numero 52: «All’instituito di Drammaturgia di Leningrado era accaduto che, al cospetto degli studenti, fosse intervenuto lo chansonnier francese Gilbert Bécaud. Terminato finalmente l’incontro, l’organizzatore si era rivolto agli studenti. “Fate le vostre domande”. Tutti tacevano. “Fate domande all’artista!”. Silenzio. Allora il poeta Eremin, che si trovava in sala, aveva gridato a tutta voce: “Quelle heure est il?” (Che ore sono?). Gilbert Bécaud aveva guardato l’orologio e aveva risposto gentilmente “Le cinque e mezza”. Non si era offeso». Continua a leggere »

Esplorazioni sulla via Emilia

sabato 11 giugno 2016

Questa settimana son stato a Reggio Emilia a partecipare alla presentazione di un’antologia, Almanacco 2016. Esplorazioni sulla via Emilia, che è composta da venti racconti e a presentarla c’erano tutti e venti gli autori tranne uno, Learco Pignagnoli. Learco Pignagnoli ha scritto un solo libro, Le opere complete di Learco Pignagnoli, e in questa antologia ha pubblicato una cosa dal titolo Opere complete inedite, che è un titolo che a me ricorda il titolo di una raccolta di racconti dello scrittore Augusto Monterroso intitolata Opere complete e altri racconti (un racconto della raccolta si intitolava Opere complete). Per tornare alla presentazione dell’altra sera a Reggio Emilia, siccome Pignagnoli non c’era, le sue opere le ha lette il curatore di Almanacco 2016, Ermanno Cavazzoni, e tra le opere che ha letto c’erano l’opera numero numero 257, che fa così: «Opera n. 257 Il Dizionario dei detti dilettali di Reggio Emilia riporta, alla voce Avarizia, il caso di una famiglia così taccagna che quando erano a tavola, pur di non consumare il tovagliolo, si pulivano la bocca con il gatto»; l’opera numero 262: «Opera n. 262
L’undici settembre del 2001 è stato un giorno che non mi scorderò mai: ho preso una multa di 650.000 lire» e l’opera numero 269: «Opera n. 269 E spegni quel cazzo di telefonino». Alla fine della presentazione qualcuno degli scrittori ha chiesto agli altri di firmagli la sua copia del libro; l’hanno firmata tutti (tranne Learco Pignagnoli) e a me è venuto da pensare che adesso, tra cento anni, per esempio, la sua copia del libro varrà molto di più delle nostre. E mi son rimproverato di essere così poco attento al valore materiale delle cose. Chissà quante volte mi è successo, nella mia vita, ho pensato, di aver tra le mani, senza nemmeno badarci, qualcosa che tra cento anni varrà una cifra discreta e invece adesso mi sembra che non valga niente. E mi è venuta in mente una cosa che, quella sera, a Reggio Emilia, aveva letto Paolo Albani, che aveva letto dei passi degli scritti dello scrittore francese Ponson Du Terrail, l’autore di Rocambole, che, siccome scriveva moltissimo, delle volte scriveva delle cose del tipo «Con una mano prese per il collo il suo nemico, con l’altra afferrò la spada, mentre con l’altra si teneva fermo il cappello». Ecco, ho pensato, di tutta l’opera di Ponson Du Terrail, questa, cento anni dopo, è forse la frase più importante, più ricordata, più preziosa, e mi è venuto in mente quando, vent’anni fa, una mia amica mi aveva regalato una copia di un libro di Stefano Benni che aveva la copertina cucita al contrario, e quando lo leggevo in treno la gente, di fronte a me, mi guardava come se la prendessi in giro e, tra tutti i libri che ho, tra cent’anni forse quello è uno dei libri che varranno di più, grazie all’errore di incollatura al contrario, se così si può dire. E lo stesso discorso mi sembra valga per questa rubrica, che adesso che uno che la legge potrebbe dirmi «Ma non hai detto niente, hai scritto un articolo che non dice niente e non vale niente, com’è che scrivi delle cose che non dicono niente e non valgono niente?» e io potrei rispondere «Eh, io avrei voluto scrivere una cosa che diceva qualcosa, solo che, mi sono sbagliato, è venuta fuori una cosa che non dice niente che adesso, a guardarla, ti sembra che non vale niente, ma tra cent’anni chissà, quanto vale».

[uscito ieri su Libero]

Il romanzo dell’autore

domenica 5 giugno 2016

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In un libro memorabile del 1978, Mi ricordo, di Georges Perec, c’è scritto: «Mi ricordo la fatica per capire cosa volesse dire l’espressione “senza soluzione di continuità”». E in un libro memorabile del 1975, Factotum, di Charles Bukowski, c’è scritto: «Trovai lavoro in un magazzino di pezzi di ricambio per auto dietro Flower Street. Il direttore era un uomo alto e brutto senza culo. Tutte le volte che scopava la moglie me lo raccontava la mattina dopo. “Ieri sera ho scopato mia moglie. Prima l’ordine dei William Brothers”. “Non abbiamo più flange K-3”. “Ségnalo”. Lo segnai sulla distinta e sulla fattura. “Ieri sera ho scopato mia moglie”» (la traduzione è di Marisa Caramella). Questi due libri mi son venuti in mente intanto che leggevo Works, di Vitaliano Trevisan, un «romanzo autobiografico» (così in quarta di copertina) da poco uscito per Einaudi stile libero. Il libro di Bukowski mi è venuto in mente perché Chinaski, il protagonista di Factotum, come il protagonista del libro di Trevisan racconta una serie di lavori strampalati che gli capita di fare prima di trovare il modo di guadagnare scrivendo. Le differenze tra i due libri, però, sono evidenti, prima tra tutte il fatto che Factotum, nell’edizione che ho io, SUGARCo 1981, è 166 pagine, mentre Works di pagine ne ha 651, ma questa può essere una differenza quantitativa, superficiale; una differenza più sostanziale è forse nel fatto che il protagonista di Bukowski si chiama Chinaski, mentre il protagonista di Trevisan è lui stesso, Trevisan, che però quando parla di sé non dice quasi mai «io», dice «l’autore». «Al tavolo, oltre all’autore, ovvero chi scrive, la regista e la coproduttrice; il di lei giovane figlio, /…/ il di lui giovane figlio», si legge a pagina 9. Un po’ più avanti, a pagina 452, quando parla del fratello di sua moglie, Trevisan (o, meglio, l’autore) scrive che suo cognato diceva spesso «Noi imprenditori. Un giovane imprenditore come me, anche questo gli avevo sentito dire più di una volta, e sempre mi veniva da ridere, a sentirlo usare quella parola in riferimento a se stesso». Ecco, a me, devo dire, è venuto da pensare che è stranissimo, che Trevisan non abbia riso almeno un po’, all’idea di aver scritto un romanzo (autobiografico) di 651 pagine il cui protagonista, quando si riferisce a se stesso, scrive «l’autore», e lo scrive con la distanza che inevitabilmente si crea quando si ha a che fare con un «autore», distanza che dà alla lingua di Trevisan un registro stranissimo, quasi burocratico, tanto che una delle sue espressioni preferite è «Senza soluzione di continuità», che è un’espressione che io, prima di questo Works, non ricordo di aver trovato in nessun romanzo italiano, e che mi sembra più adatta a una prosa giornalistica o a una radiocronaca che a un romanzo autobiografico. Continua a leggere »