giovedì 2 settembre 2010
Post (di Annusca Campani):
Poi ho saputo che Paolo Nori scrive su Libero: non voglio nemmeno argomentare. Basta così. cancellatelo dale mie citazioni.
Commento (di Catia Manfredi):
beh, da uno che sforna un libro ogni 2 mesi, cosa ti aspettavi?

domenica 29 agosto 2010

Giuseppe Caliceti fa un paragone (qui) tra il fatto che Fassino è andato in una trasmissione televisiva di Maria De Filipppi e il fatto che io scrivo su Libero. Adesso io non so come ha fatto Maria De Filippi a invitare Fassino, ma so come Francesco Borgonovo mi ha invitato su Libero. E l’ho già detto tante di quelle volte che non so neanch’io perché ne parlo ancora. Comunque, Francesco Borgonovo mi ha scritto perché aveva visto un pezzo che avevo pubblicato sul Manifesto, e mi ha detto: Mi piacerebbe che sul nostro quotidiano ci fossero degli articoli così. So che politicamente non la pensi come noi, ma se vorrai provare vedrai che sarai libero di scrivere quello che vuoi. Allora, se Maria De Filippi ha sentito un discorso di Fassino al Comitato Centrale del Partito Democratico (ammesso che esista) e gli ha telefonato e gli ha detto Mi è piaciuto molto il tuo discorso al Comitato Centrale del Partito Democratico dell’altro giorno, e mi piacerebbe avere dei discorsi simili in trasmissione da me. So che politicamente non la pensi come noi, ma se vorrai provare a venire in trasmissione da noi, vedrai che potrai fare qualsiasi discorso tu voglia, se è successo così, dicevo, allora va bene, capisco. Se non è successo così, mi sfugge il nesso.

domenica 25 luglio 2010

Il fatto di leggere comporta sempre dei problemi. O uno non ha tempo, di leggere, con tutto quello che c’è da fare, oppure quando ha tempo, come d’estate, non sa cosa scegliere, con tutti i libri che ci sono nelle librerie, tutte le novità e tutti i classici che tutti i giorni aumentano, oltretutto. Ecco, c’è un mio amico, che si chiama Paolo Colagrande, che mi ha detto che lui ha un metodo per decidere se un libro vale la pena di leggerlo oppure no. Il metodo è questo: si prendono le prime parole del libro e le ultime, le si uniscono in una frase e se la frase che salta fuori è una frase di senso compiuto vuol dire che il libro un qualche valore ce l’ha. Allora io sono andato a vedere subito un libro che ho scritto io, che si chiama I malcontenti, l’ho aperto e ho letto: «Questa è una storia che son tutte balle». Che un senso compiuto ce l’ha ma non tanto incoraggiante, per un lettore, mi sembra. Dopo sono andato alla libreria Ambasciatori, di Bologna, e mi sono imbattuto in un raccoglitore con i libri della collana contromano della Laterza e ho preso in mano Tristissimi Giardini, di Vitaliano Trevisan, e ho letto «Chiedo scusa alla fine». Che anche lì, mi è sembrato che fosse la stessa cosa. Dopo sono andato al bancone delle novità e ho preso Acciaio, di Silvia Avallone, secondo al premio Strega di quest’anno, e ho letto: «Nel cerchio sfocato, combaciavano perfettamente». Dopo ho preso il libro che ha vinto, il premio Stega, Canale Mussolini, di Antonio Pennacchi, e ho letto: «Per la fame. Siamo venuti giù per fame. Se Dio ci dà salute. Amen». Dopo lì vicino c’era Luminosa tenebra, di Michael Gregorio, di Einaudi stile libero: «Tre di loro sono in grado di consumare un cavallo morto nella mia mente e nella mia anima?». Poi c’era La strage, di Loriano Machiavelli: «Il pomeriggio del 30 giugno 1980 arrivarono a Bologna profumo penetrante di fiori e di polvere da sparo». Le perfezioni provvisorie, di Gianrico Carofiglio: «Tutto cominciò con un’innocua telefonata a pedalare veloce sulla strada deserta». Lì vicino c’era un libro di Sellerio, di Marco Malvaldi, Il re dei giochi: «Il biliardo è per un po’…». Poi c’era Acqua in bocca, di Camilleri e Lucarelli (minmumfax): «Caro collega, un forte abbraccio, tuo Salvo». Poi c’era I terribili segreti di Maxwell Sim, di Jonhatan Coe (Feltrinelli): «Nella notte di giovedì, una pattuglia della polizia di Grampiam, perlustrando il tratto isolato dalla neve della A93 tra Braemar e Spittal of Glenshee, schioccò le dita così». Poi lì vicino c’era la ristampa dei Detective selvaggi, di Bolaño (Sellerio): «Sono stato cordialmente invitato alla finestra?». Continua a leggere »

giovedì 1 luglio 2010

Nel libro di Carlo Fruttero Mutandine di Chiffon (Mondadori 2010, 219 pagine, 18 euro e 50), che ha come sottotitolo Memorie retribuite, c’è un capitolo intitolato Night of the Telegram nel quale si racconta delle reazioni che scatenò, negli uffici dell’Einaudi, dove Fruttero lavorava, la notizia dell’invasione russa d’Ungheria. Si resta un po’ stupiti, nel vedere che Fruttero, che quasi niente dice, in questo libro, della seconda guerra mondiale, dedica alcune pagine agli avvenimenti di Budapest, alla ricerca frenetica di notizie, alla convocazione di una segretaria russa, la signorina Dridso, per decifrare quel che dice Radio Budapest, alla scoperta che l’ungherese non è un lingua slava, alla successiva convocazione del germanista Cesare Cases per tradurre i notiziari di Radio Vienna, all’incertezza sul che fare che si prolunga fino a sera, quando Fruttero e Giulio Bollati sono invitati a cena in collina nella «bella villa di un’amica».
Quando sono ormai al dessert, arriva una telefonata di Giulio Einaudi per Bollati, e Bollati sparisce nello studio, e dopo un po’ si affaccia a chieder della carta, e poi sparisce ancora, e gli ospiti restano in sala da pranzo a chiedersi cosa si dicano di là Bollati e Einuadi, e la radio è accesa e parla di «combattimenti, barricate, morti, colonne di profughi e nient’altro». Quando Bollati, dopo quasi un’ora, ricompare, ha in mano dei fogli. È un lungo appello all’ONU, che Fruttero, «anglista ufficiale della maison», deve tradurre in inglese. Fruttero protesta, «un’iniziativa perfettamente inutile, persino ridicola, se permetti», ma non c’è niente da fare, gli tocca tradurlo lì, seduta stante, e comincia a confrontarsi con le «ferme prese di posizione», le «fiduciose speranze», i «valori democratici», il «ripudio d’ogni violenza», il «sangue innocente», il «comune sforzo per la patria», e così avanti «da un clichè all’altro». Fruttero prova a «tagliare, condensare, rifare, fondere, ribaltare», ma Bollati ripristina sempre la versione originale, «il padrone (ma se non sa l’inglese), il padrone, ti dico, controllerà, andrà su tutte le furie, deve essere il più letterale possibile». Alla fine, – scrive Fruttero – «mi arresi, e composi (a quel punto, anzi, con perversa scrupolosità) un testo di cui ancora oggi ho confusamente vergogna». Continua a leggere »

giovedì 13 maggio 2010
Alle 18 e 20 c’è un signore che si alza e dice «Tutte le volte che uno si siede, arriva qualcuno gli chiede di sedersi al suo posto». Avrà settant’anni, e un impermeabile nero sopra una maglietta bianca con il disegno di una donna che balla e sotto scritto: Rio de Janeiro. Ha la pancia gonfia, prominente, di una tondezza che colpisce. Ha lasciato il posto a un signore della sua età, un impermeabile chiaro, i capelli grigi, i baffi grigi, il bastone, che si volta e gli dice «Se le dà fastidio, torni qua». «No no», dice Rio de Janeiro, e fa per aprire un’altra sedia, di quelle pieghevoli, ma non la apre, è caduta la seduta ma le gambe son rimaste chiuse. La sedia non si sa perché resta in piedi, è appoggiata a qualcosa che dal mio posto non riesco a vedere. Mi passa davanti qualcuno, si spande nell’aria profumo di dopobarba. Si sente un colpo. Mi volto, Rio de Janeiro è per terra a gambe levate. Letteralmente a gambe levate, la schiena per terra e le gambe per aria. Sta fermo, i pugni stretti al petto, e non dice niente. Lo aiutano a alzarsi. «Vuole qualcosa da bere?» gli chiedono. «No no, – dice Rio de Janeiro, – sto bene, sto bene, son queste sedie. Si vede che non mi ha retto». La direttrice della libreria gli dice «Si sieda pure, ma non si dondoli». La mia vicina mi guarda mi dice «Noi siamo gli unici che sappiamo come sono andate le cose».
Alle 18 e 25 arriva Veltroni. Ha una giacca blu, una camicia azzurra, dei pantaloni grigi e un maglione di un colore che non saprei. Lo chiedo alla mia vicina, lei mi dice «Voi uomini queste cose non le sapete, si chiama Pavone. O Blu cobalto. Ma il nome che gli danno adesso è Pavone».
Ci sono 90 posti a sedere, quasi tutti occupati.
Di fianco a Veltroni e Pierdamiano Ori, che lo presenta, sul muro nudo di mattoni, si riconosce l’architettura della ex chiesa, coi tabernacoli scavati che uno si immagina che dentro ci fossero delle reliquie. Loro sono seduti più in alto, di noi, in quello che deve essere stato il pulpito. Alle loro spalle, al di là delle vetrate, si vede il mercato di via delle Peschierie vecchie, con la gente che passa e qualcuno ogni tanto ci guarda da fuori e sembra stupito. Continua a leggere »

domenica 9 maggio 2010

Per dei motivi che sarebbe troppo lungo e poco interessante raccontare, mi trovo a scrivere del libro di Michael Zadoorian Il mondo delle cose (Marcos y Marcos 2010, tr. dall’inglese di Michele Foschini e Gioia Guerzoni, pp. 269, euro 16,50) un mese circa dopo averlo letto, che è una cosa che non mi era mai successo di fare. Quando l’ho ripreso in mano, pensavo che non mi sarei ricordato tanto, del libro, e mi sono molto sorpreso quando mi sono accorto che di alcuni di questi racconti (è un libro di racconti tutti ambientati a Detroit), in particolare di Cicatrici di guerra e del Campo dei misteri, io mi ricordavo esattamente il momento in cui li avevo letti, con dei dettagli che mi hanno fatto tornare in mente il primo libro da grandi che ho letto nella mia vita.
Il primo libro da grandi che ho letto nella mia vita è stato Il buio oltre la siepe, di Harper Lee, e fino a pochi anni fa io ero convinto che Harper Lee fosse un uomo, invece due o tre anni fa ho visto una sua foto sul sito di Feltrinelli ho scoperto che era una donna. Continua a leggere »

giovedì 18 marzo 2010

Tomàś Bata, il fondatore del calzaturificio Bata, nel 1904 va in America per imparare a fare la scarpe in modo industriale. Ha con sé «un elenco di seicentottantotto domande alle quali cerca risposta». In America, Bata «si imbatte per la prima volta nel concetto di orologio da polso, e si rende conto che gli americani misurano il tempo in minuti, che sono la principale unità di misura della produzione». Tornato a Zlín, la cittadina cecoslovacca dove ha sede il suo calzaturificio, «dipinge sul muro della sua officina un’enorme scritta: UN GIORNO HA 86.400 SECONDI. La gente legge e dice che al figlio del vecchio Bata ha dato di volta il cervello».
Qualche settimana dopo Bata scrive sul muro del gommificio, «in lettere della grandezza di un uomo: GLI UOMINI PER PENSARE – LE MACCHINE PER SFACCHINARE». Dopo di che «recinta la fabbrica con un muro di mattoni. Sul muro fa scrivere: NON DOBBIAMO AVER PAURA DEGLI ALTRI, DOBBIAMO AVERE PAURA DI NOI STESSI». Continua a leggere »

martedì 19 gennaio 2010
[Esce oggi su Libero]
Chi ha letto le due pagine di Libero del 14 gennaio scorso che si aprivano con i titoli: “Inquisizione; Processate l’autore che scrive su Libero”; “In un incontro pubblico Paolo Nori dovrà spiegare perché firma per noi al critico Cortellessa”, pagine nelle quali si diceva che a Roma, alla libreria Giufà, era stata organizzata per stasera “una cialtronesca iniziativa nella quale si voleva mettere al rogo Paolo Nori”, chi ha letto quelle pagine, dicevo, credo non abbia potuto fare a meno di chiedersi: “Ma Nori, perché ci va? Perché va a farsi processare? Perché va a farsi mettere al rogo?”. Forse le cose non stanno proprio così. Riassumo, brevemente, quel che è successo. Continua a leggere »

venerdì 15 gennaio 2010
Libero ha scritto che qualcuno mi vorrebbe mettere al rogo. E un signore che si chiama Elio, di Cremona, ha scritto alla libreria Giufà dicendo che ospitare un dibattito sulla collaborazione con “Libero” è un’iniziativa degna dei censori nazisti o stalinisti. Andrea Cortellessa invece ha scritto che io sono come il masochista della barzelletta che implora il sadico di frustarlo. Andiamo benissimo.