sabato 2 gennaio 2010
Sabato 13 marzo,
a Reggio Emilia,
alla Biblioteca delle arti,
in piazza della vittoria, 5
si parla del libro
La fondazione
di Raffaello Baldini,
(traduzione e cura di Giuseppe Bellosi)
nell’ambito della rassegna
Come se i libri eran motori
(e chi li leggeva era un meccanico)
con Giuseppe Bellosi
giovedì 17 dicembre 2009
Mercoledì 13 gennaio
a Bologna,
alla libreria modo infoshop interno 4
in via Mascarella
alle ore 21 (circa)
presentazione dei numeri 1, 2, 3 e 4
dell’accalappiacani, con Paolo Colagrande,
Giovanni Maccari,
Paolo Nori, Mauro Orletti,
Giovanni Previdi
e forse anche degli altri.
Forse c’è Ugo Cornia.
Daniele Benati non c’è,
è in Ungheria.
martedì 8 dicembre 2009
Braccio di Ferro non è morto con il suo autore, ma ha continuato a vivere per mano di allievi (Bela Zaboly, Bud Sagendorf) che sempre più si sono allontanati dallo spirito del maestro, trasformando un fumetto per adulti, surreale clownesco, raffinatissimo e becero, in un melenso prodotto per bambini sub-normali.
[Beppi Zanclan, Braccio di Ferro: l'autore e l'opera, in E. C. Segar, Cinquant'anni di spinaci, Milano, Mondadori 1979, p. 8, cit. in L'accalappiacani, n. 4-speciale, Roma, DeriveApprodi 2009, p. 8 nota 5]

sabato 9 maggio 2009

Il ritorno dello Pseudo-Venantius
Un giorno uno studente di lettere classiche andò a chiedere la tesi a un professore potente e indaffarato. Il professore, giudicando con un’occhiata che lo studente non sembrava destinato a niente di particolare nella vita, gli assegnò una tesi sullo Pseudo-Venantius. Lo studente ci rimase male, perché una tesi sullo Pseudo-Venantius non aveva mai aperto la carriera di nessuno, ma era intimorito dal professore e non obiettò. Cominciando a studiare il poco materiale a disposizione, rimase affascinato dall’abisso di oblio in cui può cadere un essere umano, questo animale dotato di memoria. Si appassionò allo Pseudo-Venanius, dedicandosi alla tesi giorno e notte. Fece viaggi lunghissimi, ricerche massacranti, collazioni di testi che avrebbero sfiancato un’abbazia di filologi. Gli anni volarono via, i genitori trapassarono, i suoi amici fecero in tempo a sposarsi e a divorziare, il professore morì d’infarto tra le braccia di una studentessa, l’università venne trasferita, i confini della nazione furono modificati, ma lo studente continuava a lavorare alla sua tesi, abbagliato dallo Pseudo-Venantius come da una luce oscura, destinata solo a lui. Finì a fare un lavoro ignobile in una città volgare, miope e solo, poverissimo e disprezzato, felice di essere morto al mondo, in compagnia del suo segreto, della sua felicità, del suo autore.
[L'accalappiacani numero 3, cit., pag. 88]

giovedì 7 maggio 2009

Vita e opere dello Pseudo-Venantius
Lo Pseudo-Venantius è l’autore più sconosciuto della tarda antichità. Il secolo che l’ha visto nascere è incerto, il suo borgo natale è stato raso al suolo, della sua vita non si sa niente e le sue opere, di cui non si conosce affatto il contenuto, non hanno mai interessato anima viva. Nessuno, del resto, si è mai dato la minima pena di conservarle. Gli autori medievali che lo citano si confondono sempre con qualcun altro che ha un nome che gli somiglia e gli fanno dire cose che molto probabilmente non avrebbe mai detto neanche per sbaglio. I pochi frammenti che gli si potrebbero assegnare sono stati per secoli attribuiti a quegli altri autori che hanno un nome che gli somiglia e gli studiosi di quegli altri autori non intendono cedere una virgola allo Pseudo-Venantius. Di lui non si sa cosa pensava, non si sa cosa voleva, non si sa se era felice o infelice, laico o chierico, scapolo o ammogliato, se era di tendenze suicide o se aveva un motivo qualsiasi per stare al mondo. Pare che dopo qualche giorno passato senza vederlo non lo riconoscessero nemmeno gli amici. L’unica testimonianza certa rimasta di lui è che una volta suo padre, incontrandolo sulle scale di casa, gli chiese: “E tu chi sei?”
[L'accalappiacani numero 3, cit., pag. 79]

venerdì 19 dicembre 2008
Viene voglia di scrivere una guida a Vattelacaccia, a leggere questa cosa qui

martedì 16 dicembre 2008
Tra i testi arrivati questo mese al settemestrale di letteratura l’accalappiacani, c’era questo, di Silvia Marmiroli, che si intitola Ghirri il fotografo
Ghirri il fotografo
Mi ricordo che Ghirri, Ghirri il fotografo, faceva i ritratti delle persone da dietro.
Nei suoi scatti di ritratti infatti la gente è di spalle, seduta su una panchina di spalle, di spalle mentre cammina, di spalle mentre guarda un lago o qualcosa in un lago.
Il suo sguardo, nei ritratti, è sempre da dietro, per quello che conosco io del fotografo Ghirri. Mi sembra di aver letto che questa cosa dei ritratti da dietro era a suo vedere il modo migliore per rappresentare le persone, perché le persone da dietro, secondo la sua opinione, raccontano meglio se stesse. Da allora io faccio molto caso a questa cosa del vedere da dietro se davvero da dietro si capisce di più delle persone che vedere dal davanti. Delle volte mi sembra che abbia ragione, Ghirri, delle volte no.
Delle volte guardare da dietro, se penso a mia nonna, dico che non ci sarebbe voluto molto a capire il suo carattere, da dietro, per via di quello schiacciamento a raggiera dei capelli non pettinati che lasciavano sempre vedere un cerchio di cute bianca. Non ci sarebbe voluto molto a capire che era un tipo essenziale, di natura anche un po’ burbera e che non amava perder del tempo in cure di bellezza. Delle volte non perdeva tempo neanche a vestirsi, negli ultimi tempi andava a fare la spesa in sottoveste, si scordava la gonna a casa e il fruttivendolo ormai non si scandalizzava neanche più, la serviva, non ci faceva più caso. Io la stavo a guardare dalla finestra, là che andava col suo cane al guinzaglio.

venerdì 8 agosto 2008
Sabato 9 maggio,
a Montecchio Emilia,
al bainait,
alle ore 21 e 30
presentazione del numero 3
dell’accalappiacani,
(e anche del numero 1
e del numero 2)