C’è la gentilezza e c’è il savoir-vivre

sabato 8 dicembre 2018

L’ultima delle dieci partite di calcio che mi hanno più impressionato, nella mia vita, è l’ultima partita di calcio che ho visto, allo stadio Meazza di Milano, Milan – Parma, anticipo della tredicesima giornata del campionato di calcio di serie A che si è giocato domenica 2 dicembre alle 12 e 30.
Lo stadio Meazza di Milano, la prima volta che ci sono entrato, 50 anni fa, si chiamava stadio San Siro e era uno stadio bellissimo che aveva la caratteristica che, in qualsiasi posto uno si sedesse, la partita la vedeva benissimo.
Dopo, in Italia ci sono stati i mondiali del 1990, con quella mascotte disgustosa che si chiamava Ciao, che era una specie di Pinocchio stilizzato bianco rosso e verde, una cosa che non si poteva guardava, ma, a parte quello, una conseguenza dei mondiali del 1990 è stato il fatto che gli stadi italiani, in seguito ai lavori di miglioramento a cui sono stati sottoposti per i mondiali del 90, sono peggiorati tutti.
Lo stadio di Bologna, il primo stadio italiano, che in origine si chiamava il Littoriale, e che era stato inaugurato da Benito Mussolini il 31 ottobre del 1926, il giorno che il giovanissimo Anteo Zamboni, in via Indipendenza, gli avrebbe poi sparato, a Mussolini, mancandolo di poco, il Littoriale, dicevo, che adesso si chiama Renato Dall’Ara, nel 1990 l’hanno coperto con una enorme struttura metallica talmente utile che adesso, 28 anni dopo, toglierla e rottamarla è uno dei principali interventi di manutenzione che credo stiano pensando di fare allo stadio Renato Dall’Ara, già Littoriale.
Nello stadio Meazza, invece, già stadio San Siro, il terzo anello che era stato aggiunto nel 1990, per questa partita Milan – Parma è chiuso, non accessibile, tranne uno spicchio dietro la porta a sinistra della tribuna dove prendono posto i tifosi del Parma.
Cioè non tutti, i tifosi del Parma, perché io per esempio vado in tribuna stampa e sono molto contento, di andare in tribuna stampa a San Siro, perché, in uno stadio dove, escluso il terzo anello, si vede benissimo in qualsiasi posto tu vada, io credevo che in tribuna stampa ci sarebbe stata una vista spettacolare, solo che il nostro posto, in tribuna stampa, di quelli che, come me, sono inviati per la trasmissione televisiva Quelli che il calcio, è nell’ultima fila di sedie del secondo anello, cioè il posto più vicino al terzo anello che si possa immaginare.
Che si vedrebbe ancora bene, si vede bene dovunque tu sia, nei primi due anelli, come devo avere anche detto, solo che, davanti a me, c’è una balaustra, un tubo di metallo che, quando la palla è sulla fascia sinistra io mi devo alzar sulle punte, o devo piegare la testa sul tavolino che ho davanti per riuscire a vedere chi ha la palla e cosa sta facendo, proprio un bel posto, mi è stato riservato.
Mi consolo col fatto che mio fratello, che tiene per il Milan, è anche lui allo stadio con mia nipote, sua figlia, sono tutti e due abbonati, al secondo anello dall’altra parte, di fronte a me, e ci telefoniamo e ci mettiamo in un posto che ci si possa riconoscere e ci riconosciamo da una tribuna all’altra a un centinaio di metri di distanza e ci salutiamo e siamo contenti come se fossimo due bambini piccoli e mica tanto intelligenti.
Una cosa che mi colpisce, poi, è lo striscione che c’è appeso sulla balaustra del secondo anello di fronte a me, uno striscione a strisce rossonere con scritto, in bianco: «Commercialisti rossoneri». Che io quando lo vedo penso che, se facessero delle cene sociali, i commercialisti rossoneri, io ci vorrei andare. O forse no. Forse vorrei stare a casa.
Dopo poi comincia la partita e il primo tempo non succede molto, tiene più la palla il Milan ma il Parma ha tre occasioni, il Milan una sola, comunque 0 a 0, alla fine del primo tempo.
Poi comincia il secondo tempo e, dopo pochi minuti, segna il Parma, un bellissimo gol su calcio d’angolo di Roberto Inglese, 1 a 0 per noi, io esulto con compostezza, alzo le mani ma poco, non grido neanche tanto, son bravo.
Passa qualche minuto e il Milan pareggia, un gol viziato, come si dice, dal fuorigioco di un giocatore turco che gioca nel Milan del quale non scrivo il nome per semplicità, perché ha un nome complicato, e l’arbitro aspetta a riprendere il gioco perché aspetta che i suoi colleghi al VAR rivedano l’azione e annullino il gol, l’azione la rivedono ma il gol non l’annullano 1 a 1.
Nello stadio esultano tutti, o quasi tutti, alcuni con compostezza alcuni in modo scomposto e pazienza.
Passa ancora qualche minuto e l’arbitro, nel bel mezzo di un’azione, interrompe il gioco e si mette a ascoltare quel che gli dicono i suoi colleghi al VAR, e tutti pensano che non gli diranno niente di particolare, nessuno si è accorto di niente, nessuno ha visto irregolarità, e dopo alla fine lui fa il segno della televisione e fischia un rigore a favore del Milan.
Esultano tutti con anche segni di far dei salami, che è un’espressione emiliana che significa una cosa commendevole poco.
Tira il rigore un giocatore del Milan che si chiama Kessie e, chi l’avrebbe mai detto, fa gol. 2 a 1 per il Milan. Esultano ancora tantissimo, intorno
Che io, l’altro giorno ho letto un libro scritto in francese dallo scrittore di Praga Patrik Ourednik, e in quel libro a un certo punto un istitutore dice che c’è la gentilezza e c’è il savoir-vivre; e che, se uno starnutisce, non bisogna dire, «Che Dio la benedica» o «Salute», è meglio astenersi, dal momento che, se la persona starnutisse ancora, e poi ancora, e poi ancora, bisognerebbe ripetere all’infinito le stesse frasi, e sarebbe fastidioso, e allo stesso modo questi che esultano tre volte, devo dire, per me è proprio fastidioso, ha ragione l’istitutore del libro di Ourednik,
Comunque, in questo contesto di maleducazione poi il Parma si mette a attaccare e il Milan sbaglia 3 o 4 gol in contropiede però alla fine poi vince lo stesso, 2 a 1 per loro, e dalla televisione (io sono sempre in collegamento con Quelli che il calcio) un comico ligure che si chiama Vergassola dice che la mia faccia sembra la faccia di sua moglie il giorno che si sono sposati, con i baffi e tutto, e io la mia faccia non la vedo e sua moglie non la conosco non so se ha ragione.
Però so che quando abbiam cominciato questa rassegna ho citato il tennista americano Andre Agassi che, quando ha vinto il suo primo Wimbledon, ha detto che ha avuto la sensazione di essere stato messo a parte di un piccolo segreto, che vincere non cambia niente. «Adesso che ho vinto uno slam, – ha detto Agassi – so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanamente». Quindi, ho detto in quel primo articolo, per me perdere è forse più interessante, che vincere, e lo penso ancora, non ho cambiato opinione, però se il Parma vinceva l’altro giorno a Milano secondo me era poi meglio.

[uscito ieri sulla Verità]

L’importante è partecipare

sabato 24 novembre 2018

Quelli che dicono che, quando ci sono le coppe europee, e gioca una squadra italiana che non è la squadra per la quale tengono loro, loro tengono per la squadra italiana perché è italiana, ecco io, quelli lì, non che pensi che raccontino delle balle, magari dicono la verità, ma a me sembrano come quelli che fumano senza respirare.
C’è della gente che va avanti degli anni, a fumare senza respirare, e senza sospettare che quello che fanno loro non è fumare, è un’altra cosa. Che per carità, se a loro piace, fanno benissimo, e se dicon che fumano, possono dirlo, solo che, mi dispiace, loro non fumano, fanno un’altra cosa.
Allo stesso modo io, che, da tossico del calcio, se così si può dire, quando perde la Juventus, per esempio, in Italia, in Europa o nel mondo, sono sempre di ottimo umore, ho il sospetto che quelli che sono contenti che le squadre italiane vincano nelle coppe europee, non siano dei veri appassionati di calcio ma qualcos’altro.
La frase alla quale io ho creduto quando ero piccolo, quella frase di De Coubertin sulla quale dicevano fosse fondato lo spirito delle olimpiadi moderne, «L’importante è partecipare», è, nel calcio contemporaneo, utile per le prese in giro: credo sia capitato a tutti quelli che frequentano gli stadi di sentire un coro del tipo: «Juventino (o interista, o milanista, o fiorentino, o bolognese, o parmigiano ecc. ecc.) non ti arrabbiare, l’importante è partecipare».
La partita di cui voglio parlare oggi, però, è un’eccezione.
È una partita di Champion’s League in cui mi sono trovato a fare il tifo per una squadra italiana diversa dal Parma.
Era il ritorno dei quarti di finale tra Roma e Barcellona, giocato allo stadio Olimpico di Roma il 10 aprile del 2018; all’andata la Roma aveva perso 4 a 1 e era praticamente impossibile, ribaltare il risultato, anche considerando chi c’era contro, il Barcellona che era una squadra fortissima e capace anche di ribaltamenti di risultati: l’anno prima, dopo aver perso 4 a 0 all’andata degli ottavi di finale contro il Paris Saint-Germain, aveva vinto al ritorno per 6 a 1, per dire.
Bene, è inutile farla tanto lunga, tutti quelli che seguono il calcio si ricordano benissimo come è finita quella partita, 3 a 0 per la Roma, con il terzo gol segnato a otto minuti dalla fine di testa su calcio d’angolo dal difensore Manolas. Una grande soddisfazione anche per me, soddisfazione che credo dipenda dal fatto che a vincere non è stata la Juventus, o l’Inter, è stata la Roma, che è una squadra che non è abituatissima a vincere, soprattutto in Europa, come si dice nel pezzetto che copio qua sotto del libro di Andrea Cardoni Tutti romani tutti romanisti e che mi sembra che renda in un modo chiarissimo il motivo per cui uno che tiene per il Parma può, ogni tanto, tenere anche per la Roma: «Io mi ricordo che andavamo allo stadio con mio figlio e stavamo vicini a Luisa, quella con l’ombrello a spicchi giallorossi. Io non le ho mai sentito fa una polemica, tifava e basta, era una di quelle che “la Roma non si discute, si ama” e basta. Ma che registri? Ma sei del Messaggero? Insomma Luisa lei l’ombrello l’ha tenuto sempre aperto a prescindere dai presidenti, dall’allenatori, dai giocatori, dalla classifica, dalla tessera del tifoso. Ecco: noi siamo quelli come lei, quelli come Giorgio Rossi, non so se te lo ricordi Giorgio Rossi, te sei giovane, ma lui era il massaggiatore storico della Roma e dice che poco tempo fa, che era già andato in pensione, dice che una volta l’autobus s’è pure fermato e ha cambiato tratta per accompagnarlo direttamente a casa. A Giorgio Rossi. Noi siamo fatti così. Io ancora me ricordo Dante, quello che s’è inventato l’urlo “Daje Roma Daje”. Qualcuno dice pure che s’è inventato “La Roma non si discute si ama”. A me me l’ha insegnata mio zio Bruno. Ma tu Dante l’hai conosciuto? È morto l’anno dello scudetto e non ha fatto in tempo a vederlo, porello. Dice che andava allo stadio dagli anni sessanta. Si chiamava Dante… Dante? Aspetta che mi ricordo. Dante Ghirighini, ecco. Ghirighini, me pare. Dice che faceva il macellaio a Trionfale e dice che a un certo punto, erano gli anni sessanta, a una partita della Roma fa invasione di campo con una bandiera enorme. Lui andava allo stadio con la vespa: era grosso e quando passava, prima o dopo la partita, noi gli strillavamo “Daje Roma Daje” e lui rispondeva. Arrivava in curva e tutti lo salutavano. Poi faceva il discorso col vocione suo. Ogni partita beveva un sacco di caffè Borghetti perché sveniva, ogni tanto, durante la partita e allora tutti che andavano a ritirallo su, lui se rinfrancava un po’ e poi ricominciava a fa il tifo. Dice che l’AS Roma gli aveva trovato pure un posto come spazzino, pensa te. E quando è morto gli hanno parcheggiato la vespa dentro allo stadio sotto la curva sud e prima della partita, adesso non me ricordo che partita era, Totti gli ha portato i fiori e piangeva e pure noi piangevamo tutti.
Noi siamo l’eccezione, su tutto. Dice, la moviola in campo. Adesso tutti dicono della moviola in campo. Noi siamo stati i primi che hanno avuto la moviola in campo: se chiamava Andrade, ahahah. Scherzi a parte: noi siamo i primi che ci siamo tolti la maglietta per un gol. Eh, Pruzzo s’è tolto la maglia per la prima volta nella storia del calcio dopo un gol contro la Juve e io c’ero allo stadio, ancora me lo ricordo. Pensa un po’ te. Ma te lo sai chi è stato il primo giocatore che dopo un gol non ha esultato perché era un ex? Balbo quando ha segnato con la Roma contro l’Udinese. Siamo stati i primi ad aver fatto un gol e a non aver esultato. Adesso lo fanno tutti. Poi adesso non esulta più nessuno perché cambiano squadra ogni sei mesi. Vedi? Noi siamo un’altra cosa. Noi siamo quelli di Roma Liverpool. Tutti ricordano Roma Liverpool o Roma Lecce o Roma Torino de Coppa Italia o Roma Slavia Praga, nessuno però se ricorda di Roma Gornik: è lì che è successo tutto. Sta a sentì, non so se c’entra ma te lo dico lo stesso: all’epoca non c’erano le partite come adesso, che le fanno vedere tutte in televisione e però quella sera c’era la diretta televisiva. La prima l’avevamo pareggiata 1 a 1 in casa. Al ritorno eravamo andati ai supplementari. Ci segnò uno dei loro ai supplementari e noi a un minuto della fine segniamo: Scaratti, ancora me lo ricordo. 2 a 2, in coppa. I gol fuori casa valgono doppi e Martellini, che era il telecronista di allora, dice che siamo in finale della coppa delle coppe, all’epoca c’era la coppa delle coppe, non so se lo sai. Insomma andiamo a dormire contenti, con la gente che faceva festa e il giorno dopo per strada invece uno dice che Martellini s’era rincoglionito e che la Roma non era andata in finale e che i gol fuori casa, in coppa, valgono doppio tranne che nei supplementari e che bisogna rigiocarne un’altra contro il Gornik. Lo spareggio. Insomma: giochiamo un’altra partita e finisce 1 a 1 pure quella. E se tira la monetina. Tirano la monetina e Martellini vede esultare le maglie bianche della Roma negli spogliatoi e dice a tutti che la Roma ha vinto e che è in finale e noi ricominciamo a fa’ casino un’altra volta. E invece manco per niente: i giocatori della Roma s’erano scambiati le maglie con quelli del Gornik e… ecco… questo è tutto».

[uscito ieri sulla Verità]

Tolstoj e Gervinho

sabato 17 novembre 2018

La partita di calcio di cui voglio parlare questa settimana è una partita un po’ singolare, perché si deve ancora giocare, è Parma – Sassuolo, l’anticipo delle 12 e 30 del turno di campionato del 25 novembre 2018, tredicesima giornata del girone d’andata, ed è una partita singolare non per il risultato o per quello che succederà, cioè, non lo so, magari sarà singolare anche per il risultato e per quello che succederà, ma intanto, comunque, è singolare in anticipo per il modo in cui la vedrò, perché la vedrò come inviato di una trasmissione televisiva che si chiama Quelli che il calcio. Che non è una novità assoluta, l’ho già fatto una volta, sette anni fa, nel novembre del 2011, quando ho visto, in diretta con Quelli che il calcio, la partita Parma – Udinese, dodicesima giornata di andata del campionato 2011-2012. Le conseguenze di quella apparizione televisiva erano state limitate ma abbastanza sorprendenti, il cameriere di una pizzeria in cui andavo all’epoca mi aveva indicato e mi aveva detto «T’ho visto», sottovoce, e con un tono come se avesse scoperto un mio segreto, e un caposquadra che mi comandava quando, da studente, avevo fatto la stagione dei pomodori, e che mi aveva fatto rapporto per un motivo che qui è troppo lungo spiegare, mi aveva scritto e mi aveva chiesto se ci potevamo vedere, per bere un caffè, cosa che poi non era successa, chissà perché. Di quella partita ricordo che il Parma aveva vinto due a zero, avevano fatto gol Biabiany (che è, anche quest’anno, un giocatore del Parma) e Giovinco, che adesso gioca in Canada. Mi ricordo anche che, come centravanti, nel Parma giocava Graziano Pellè, che poi sarebbe diventato centravanti della nazionale, e che aveva la stranissima abitudine di colpire la palla prevalentemente di petto, e mi ricordo che, di fianco a me, c’era della gente che contava quante volte Pellè la toccava di petto e mi sembra che, in quella partita, avesse superato la dozzina di tocchi. Ricordo che era stranissimo veder la partita dalla tribuna, io che di solito quando vado allo stadio vado in curva, e ricordo che, dato che era qualche anno che non andavo più allo stadio, mi aveva molto stupito il fatto che prima del calcio d’inizio mettessero della musica a tutto volume, come se si fosse in discoteca, e mi era venuta un po’ di nostalgia per i rumori degli stadi di una volta, la gente che arriva e comincia a parlare gente e pian piano diventa sempre più rumorosa e poi pian piano sparisce di colpo e lascia il silenzio che c’era prima, come se fosse un fenomeno naturale, come una bufera sonora, o qualcosa del genere.
Ricordo anche che quella volta, quando mi avevano invitato per Parma – Udinese, io non l’avevo detto a nessuno, che sarei andato in televisione a commentare la partita del Parma, perché era una cosa che, da un lato, mi faceva piacere, dall’altro un po’ mi vergognavo: io che scrivevo dei libri, dei romanzi, che era una cosa, tutto sommato nobile, alta, occuparmi di una cosa così pedestre, è il caso di dire, come la partita di calcio tra Parma e Udinese.
Ricordo anche che mi era sembrato stranissimo vedere una partita e intanto ascoltare in cuffia quello che dicevano in studio, che dicevano delle cose che non c’entravano niente, con quello che stavo guardando, e ricordo che mi aveva colpito il fatto che tutti quelli che intervenivano avevano una cosa spiritosa da dire e ricordo che io, da bastian contrario, ero stato attentissimo a non dire niente di spiritoso e c’ero riuscito benissimo, mi sembra.
Quando aveva fatto gol Biabiany, per esempio, che ci avevano passato la linea, io avevo detto «Bellissimo, gol. Di testa. Su calcio d’angolo. Non è neanche tanto alto. A voi la linea», o qualcosa del genere.
Ecco quest’anno, io non sono più tanto imbarazzato, a andare in televisione a parlare del Parma, e il fatto che seguirò la partita Parma Sassuolo in diretta su Rai 2 l’ho reso pubblico senza problemi, e lo sto facendo anche in questo momento. In questi ultimi anni, devo dire, sono tornato a seguire il calcio come lo seguivo quand’ero un ragazzo, probabilmente perché, come devo aver scritto la scorsa settimana, la mia vita privata è diventata meno appassionante e ho un po’ più di tempo per dedicarmi a delle cose che non servono a niente e che mi piacciono tanto, come il calcio o la letteratura. Credo però che sarò sempre un po’ imbarazzato a entrare nel ritmo di una trasmissione dove la gente dice delle cose simpatiche e divertenti, e ho paura che, in omaggio alla mia bastiancontrarite, anche questa volta dirò delle cose antipatiche e piuttosto noiose, e, forse perché consapevoli del fatto che, a invitare uno come me, che in televisione può far la figura del disadattato, si rischia, i responsabili di Quelli che il calcio mi hanno chiesto se voglio parlare anche, un po’, dell’ultimo libro che è uscito, tra quelli che ho scritto io.
Che io ho apprezzato il pensiero, solo che l’ultimo libro che è uscito, tra quelli che ho scritto io, si intitola La grande Russia portatile e parla della grande letteratura russa, e trovare un legame tra la grande letteratura russa e Parma – Sassuolo, anticipo delle 12 e 30 del turno di campionato del 25 novembre 2018, tredicesima giornata del girone d’andata, non è una cosa facilissima, ho pensato.
Poi l’altro giorno, intanto che facevo la doccia, a me vengono in mente molte cose, intanto che faccio la doccia, mi è venuto in mente che in Anna Karenina, il grande romanzo di Lev Tolstoj, il fratello di Anna, il principe Stepan Oblonski, porta il suo amico Levin in un ristorante di Mosca e gli servono il suo formaggio preferito che è, sorpresa sorpresa, del parmigiano. Il che crea una relazione tra la grande letteratura russa e la città di Parma, ma non ancora tra la grande letteratura e il campionato di calcio di serie A, ho pensato.
E avevo appena pensato così che mi son ricordato che un mio conoscente, che si chiama Davide, e che per qualche anno è stato un ultrà del Parma, mi ha raccontato che anni fa, quando seguiva il Parma con la curva, e andava anche in trasferta, una volta, in una trasferta a Pescara, gli ultras del Pescara avevano fatto un coro che diceva: «Solo i prosciutti, avete solo i prosciutti, solo i prosciutti, avete solo i prosciutti». E che gli ultras del Parma ci avevano pensato qualche minuto poi avevano risposto: «Anche i formaggi, abbiamo anche i formaggi, anche i formaggi, abbiamo anche i formaggi». E questo chiuderebbe il cerchio e legherebbe la grande letteratura russa al campionato di calcio italiano nella sua manifestazione del 25 novembre prossimo venturo Parma – Sassuolo, anticipo delle dodici e trenta della tredicesima giornata di campionato. Ma poi mi è sembrato che non fosse un legame saldissimo, e quindi ho pensato che forse non ne parlerò, di letteratura russa, a quelli che il calcio. Chissà cosa dirò. Sarà difficilissimo, dire delle cose sensate, ho paura.

[uscito ieri sulla Verità]

Un sacco di cose da fare

sabato 10 novembre 2018

L’interesse per il calcio, la necessità di seguire le partite, di vederle, o, comunque, di sapere come erano andate a finire, è cominciato, per me, quando avevo 6 anni, e continua ancora adesso che non ho 55 ma non è stato costante, nel tempo. Ci son stati degli anni che mi sembrava così interessante, la vita che facevo, che era come se per il calcio non avessi tempo.
È stato negli anni dal 1985 al 2003, più meno, che sono gli anni del mio apprendistato, se così si può dire: nel 1985, a 22 anni, sono andato a lavorare in Algeria, sulle montagne del piccolo Atlante, e lì, come in tutti i paesi mussulmani, il giorno di festa non era la domenica, era il venerdì, e io la domenica avevo altro per la testa che i risultati delle partite di calcio del campionato italiano: bisognava lavorare, era il primo lavoro da grande che facevo nella mia vita, ed ero molto interessato a capire se ero capace di farlo oppure no, e avevo molta paura che no, non sarei stato capace, ed era una paura che mi teneva sveglio e mi faceva star bene.
Due anni e mezzo dopo, nel 1988, ho dato le dimissioni e mi sono iscritto all’università, ho cominciato a studiare lingua e letteratura russa, e continuo ancora adesso, e quei primi anni l’interesse per la lingua e la letteratura russa è stato così esclusivo che anche lì non c’era posto, per dei rivali. Mi ricordo, per esempio, i mondiali di calcio del 1990, quelli in Italia, io intanto che l’Italia giocava le partite del girone eliminatorio, che faceva dei gran gol Schillaci, io di quei gol non ne ho visto neanche uno perché ero al Festival del nuovo cinema di Pesaro a vedere dei film la maggior parte dei quali erano muti e sovietici, e, a distanza di quasi trent’anni, credo di aver fatto bene perché sono dei film meravigliosi, primo tra tutti il tanto vituperato La Corazzata Potëmkin, di Ejsenštejn, che molti, in Italia, a causa del ragionier Ugo Fantozzi, pensano sia un film noiosissimo che dura ore e ore e invece è un film meraviglioso che dura, a misurarli, sessantaquattro minuti.
Poi, dopo che mi sono laureato, che ho cominciato a scrivere e che mi sono trasferito a Bologna e che è nata anche mia figlia, dopo che son diventato uno degli innumerevoli padri di famiglia che popolano il globo terracqueo, a un certo momento è stato come se avessi pensato che, dopotutto, a più di quarant’anni, ero diventato quasi una persona normale, e una persona normale non doveva per forza sempre occuparsi di cose importanti o importantissime, poteva permettersi anche, ogni tanto, di guardare una partita di calcio, o quasi; perché all’epoca, a Bologna, io non avevo la televisione, quindi le partite di calcio non le guardavo, le sentivo per radio, e la partita di cui voglio parlare oggi è una partita del maggio del 2005 che era un periodo che a casa mia, nel centro di Bologna, avevo ospiti una coppia di amici russi a cui ero molto affezionato ma che erano un po’ impegnativi, da ospitare in casa.
Loro, per esempio, che avevano vissuto tutta la vita in una città che si è chiamata con tre nomi diversi, San Pietroburgo, Pietrogrado, Leningrado e ancora San Pietroburgo, e avevano conosciuto, in quella città, molti di quelli che si erano occupati di letteratura, e con alcuni di questi non avevano un rapporto molto amichevole, e di uno di questi, in particolare, uno scrittore russo che si chiama Sergej Dovlatov dicevano che era, cito: «Una merda», loro, quando ho saputo che sarebbero venuti ospiti in casa mia, io, che avevo all’epoca una ventina di libri di e su Sergej Dovlatov, che è uno scrittore che mi piaceva e mi piace ancora moltissimo, io mi ricordo che avevo pensato che non potevo far loro lo sgarbo di fargli trovare nella stanza dove dormivano dei libri di Sergej Dovlatov che loro consideravano, cito ancora: «Una merda», e avevo trovato un nascondiglio temporaneo per quella ventina di libri che ancora oggi ho qui davanti a me nella mia libreria.
Ma cosa c’entra il calcio?, direte forse voi.
Ci arrivo.
Il caso ha voluto che i miei due amici russi fossero ancora ospiti a casa mia il 25 maggio del 2005, che è il giorno in cui c’è stata la finale della Champions League tra Milan e Liverpool. Io, da giovane, prima di ridurmi come adesso, a tener solo per il Parma, tenevo anche per il Milan, e quel 25 maggio del 2005, se non avessi avuto a casa mia quei due letterati russi, probabilmente sarei andato a casa di un mio amico italiano non letterato a vedere la partita con la sua televisione, ma allora, sentendomi responsabile del soggiorno bolognese dei miei cari amici russi, ero rimasto a casa con loro, e, durante una cena e un dopocena nel corso dei quali amabilmente conversavamo di cinema e letteratura russi e sovietici, io, a basso volume, avevo tenuto accesa la radio che dava la radiocronaca della finale di Champions League, che era cominciata benissimo, per noi che, un po’, tenevamo per il Milan: al primo minuto del primo tempo aveva segnato Maldini, al trentottesimo del primo tempo aveva raddoppiato Crespo, al quarantaquattresimo del primo tempo aveva triplicato Crespo. Tre a zero. Con due gol di Crespo che aveva giocato anche nel Parma. Io stavo benissimo. Mi sentivo un po’ Fantozzi, a sentir la partita senza farmi accorgermene, ma stavo benissimo lo stesso. Poi è cominciato il secondo tempo. Gerrard, Šmicer, Alonso. Tre a tre. Tre gol in sei minuti. E poi niente. Fino alla fine. Supplementari. E niente neanche nei supplementari. Rigori. Ecco.
Sentire perdere il Milan ai rigori la finale di coppa dei campioni, dopo essere stato in vantaggio tre a zero, e facendo finta di continuare a essere di ottimo umore, a distanza di tredici anni lo posso confessare, non è stato bello, e credo di poter confessare anche un’altra cosa, che io, i gol di quella partita lì, quello di Maldini, i due di Crespo, quello di Gerrard, di Šmicer e di Alonso e i nove rigori che hanno tirato alla fine, tre gol e un errore del Liverpool, due gol e tre errori del Milan, io non li ho mai visti e credo che non li vedrò mai in vita mai.
Anche per scrivere questa serie sulle dieci partite più interessanti tra tutte quelle che ho visto (o sentito) nella mia vita, io di solito, per le partite delle quali ho parlato finora, andavo a rivedere la fasi salienti, come si dice, su youtube, per questa, no, non so come mai. Ho tanti di quei libri da leggere, in questo periodo. Sarà forse per quello. Ho un sacco di cose da fare. Sono così impegnato.

[uscito ieri sulla Verità]

Non sto sindacare ciò che ha visto l’arbitro

sabato 3 novembre 2018

Una delle partite di calcio più strane degli ultimi anni è stata una partita che si è giocata a Madrid l’11 aprile del 2018, poco più di sei mesi fa; era il ritorno dei quarti di finale di Champions League e giocavano il Real Madrid, padrone di casa, e la Juventus. All’andata, a Torino, 8 giorni prima, la Juventus aveva perso 3 a 0. Una sconfitta umiliante, che aveva, in un certo senso, replicato l’umiliante sconfitta del giugno precedente, a Cardiff, in Galles, nella finale della Champions League del 2016/2017, quando la Juventus, che in Italia molti davano per favorita, aveva perso 4 a 1.
Quella sera dell’11 aprile del 2018, invece, la Juventus era tutt’altro che favorita, anche perché il giorno prima, il 10 aprile del 2018, a Roma, si era giocata Roma – Barcellona, altro quarto di finale di Champions League, e la Roma, che all’andata aveva perso 4 a 1, aveva vinto, in casa, 3 a 0 e aveva passato il turno grazie alla regola dei gol in trasferta che valgono doppio. Chi avrebbe scommesso su due vittorie così clamorose nel giro di due giorni? Nessuno. La Juventus, che, per passare il turno, avrebbe dovuto vincere 4 a 1, oppure 3 a 0 e sperare poi nei calci di rigore, aveva contro non solo il Real Madrid, anche la legge dei grandi numeri.
Sembrava un’impesa impossibile; invece, dopo due minuti, la Juventus era già in vantaggio 1 a 0, gol di testa di Mandzukic; dopo 37 minuti era già in vantaggio 2 a 0, gol di testa sempre di Mandukic; dopo 60 minuti era in vantaggio 3 a 0, gol di Matuidi grazie una ridicola mancata presa del portiere del Real Madrid Navas. Il Real Madrid, c’è da dire, era stato abbastanza sfortunato, aveva preso una traversa e aveva avuto diverse occasioni per fare il gol che gli serviva per passare il turno, ma quel gol non l’aveva fatto e la Juventus, se fosse arrivata alla fine dei tempi regolamentari sul 3 a 0, avrebbe cominciato i supplementari con l’entusiasmo di una squadra che è a un passo da un’impresa memorabile. Solo che lì, a un passo da un’impresa memorabile, a dieci secondi dalla fine del recupero, era successa una cosa stranissima: c’era stato un cross nell’area della Juventus, Cristiano Ronaldo, di testa, aveva passato la palla al suo compagno Vazquez che era davanti al portiere da solo e stava per tirare quando era stato tamponato dal difensore marocchino della Juventus Medhi Benatia, e il giovane, promettente arbitro inglese Michael Olivier aveva concesso il calcio di rigore.
C’era stata qualche protesta, soprattutto del capitano della Juventus, il portiere, che si chiamava Buffon, e erano state delle proteste tali che avevano costretto il giovane, promettente arbitro inglese Michael Olivier a espellere l’anziano portiere italiano. Portiere che, dopo la partita, aveva detto: «Non sto sindacare ciò che ha visto l’arbitro. Era sicuramente un’azione dubbia. E un’azione dubbia al 93′, dopo che all’andata non ci è stato dato un rigore sacrosanto al 95′, non puoi avere il cinismo per distruggere una squadra che ha messo tutto in campo. Ti ergi a protagonista per un tuo vezzo o perché non hai la personalità adatta. Un essere umano non può fischiare un’uscita di scena di una squadra dopo un episodio stradubbio: al posto del cuore hai un bidone della spazzatura. Se non hai la personalità per stare da protagonista in campo stai in tribuna con tua moglie e i tuoi figli e ti godi lo spettacolo, bevi la Sprite e mangi le patatine». Parole che erano poi costate, all’anziano portiere italiano, tre giornate di squalifica. Per la cronaca, e per quei pochissimi lettori che non lo dovessero sapere, Ronaldo aveva poi tirato il rigore e aveva fatto gol. Real Madrid in semifinale (avrebbe poi vinto anche quella Champions League) e Juventus ancora a casa. Proprio una sfortuna. Ma la cosa che fa di quella partita una partita memorabile, al di là delle circostanze, dell’essere quasi arrivati a fare un’impresa, del giovane arbitro che non era stato in tribuna ma era sceso in campo e aveva dato il rigore, dell’uscita di scena ingloriosa dell’anziano portiere, al di là di tutto questo, quella partita è memorabile anche per il piacere con cui i non juventini se la ricordano.
È un piacere che ha a che fare, come abbiamo detto la settimana scorsa, con la parola russa zloradstvovat’, che significa «godere delle disgrazie altrui», un po’ come la parola tedesca Schadenfreude che, secondo una psicologa citata da Wikipedia, che si chiama Grazia Aloi, è un sentimento che dipende dalla «considerazione di scarsissimo valore di Sé che si riflette nella consolazione (molto spesso errata) che anche il sé degli altri sia scarso e non degno». Ecco, si vede che io penso di valere molto poco, perché questa Shadenfreude non la provo solo nel calcio, ma anche in altri ambiti. Qualche anno fa, per esempio, ho saputo che un celebre storico della Russia, Orlando Figes, che ha pubblicato dei libri molto noti, come La danza di Nataša, tradotto in molte lingue, era stato accusato di mettere delle recensioni positive, su Amazon, ai propri libri, e delle recensioni negative ai libri dei propri colleghi, usando uno pseudonimo molto simile al suo nome. Aveva risposto, offeso, dicendo tra l’altro che se avesse fatto una cosa del genere non sarebbe stato così stupido da scegliere uno pseudonimo così riconducibile a lui. Poi uno di quei commenti che comparivano sotto i libri delle colleghe di Figes era stato un po’ offensivo e quella collega aveva sporto denuncia contro ignoti, e c’era stata un’indagine della polizia postale che aveva scoperto che il computer da cui erano partiti quei commenti malevoli era il computer di Figes. Al che Figes aveva detto che si scusava tanto e che aveva scoperto che era stata sua moglie. E il mattino dopo aveva cambiato versione aveva detto «No, scusatemi, sono stato io». Ecco io, forse sono cattivo, e ho una pessima considerazione di me, ma questa storia di Orlando Figes io la trovo meravigliosa: mi ricordo come mi ha messo di buon umore, la prima volta che l’ho sentita, e raccontarla, non so perché, mi piace molto. Ci provo proprio gusto. Un po’ come a raccontare certe sconfitte della Juventus, per esempio. Perché quel che ha detto il tennista Andre Agassi dopo che aveva vinto il primo Wimbledon della sua vita («Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanamente» la traduzione è di Giuliana Lupi), questa cosa che dice Agassi, che una sconfitta lascia un segno che dura molto più a lungo del segno lasciato dalla vittoria, io credo non valga solo per le proprie sconfitte, ma anche per quelle degli altri.

[Uscito ieri sulla Verità]

злорадствовать

sabato 27 ottobre 2018

Anche se, nei pezzi che sto pubblicando in questo periodo, parlo di calcio, io, devo confessare, sono un appassionato di letteratura russa, sono uno che crede che la letteratura russa sia la letteratura più bella del mondo, e la cosa, secondo me, che la rende la più bella del mondo, è il fatto che fa male.
Io mi ricordo quando, avrò avuto quattordici o anni, ho cominciato a leggere Delitto e castigo, di Dostoevskij, e sono arrivato al punto in cui Raskol’nikov, il protagonista, si chiede «Ma io, sono uno come Napoleone, o sono uno che non vale niente, come un insetto?», e per dimostrarsi che lui non è come un insetto, ma è come Napoleone, uccide due donne, con una scure; ecco, io, allora, non ho ucciso nessuno, ma mi sono chiesto anch’io, come Raskol’nikov, «Ma io, sono uno come Napoleone, o sono uno che non vale niente, come un insetto?», e questa domanda, la cosa che me la rendeva cara, la cosa che mi piaceva, di questa domanda, era il fatto che mi faceva star male; ho cominciato allora, che avevo 14 anni, e non ho ancora smesso, di star male, e la letteratura russa, la cosa che la rende diversa da tutte le altre letterature, per conto mio, è il fatto che mi ha fatto star peggio della letteratura americana, di quella italiana, di quella spagnola, di quella inglese e di quella sudamericana messe insieme.
Il calcio, una delle cose che mi piace, anche del calcio, è il fatto che mi fa star male. In questo son fortunato perché tengo per una squadra che, al momento, non lotta per vincere il campionato o una coppa europea, lotta per non retrocedere, il Parma, e quest’anno, quando sono andato a vedere per esempio Spal Parma, seconda partita del Parma in questo campionato, io quando sono entrati in campo quasi quasi speravo che non giocassero perché avevo una gran paura che il Parma perdesse e facevo bene, a avere paura, perché il Parma, effettivamente, quella partita, l’ha persa, e io son stato abbastanza male, e è stata una partita bruttissima, un ultrà del Parma mi ha anche versato in testa della birra, anzi, diciamola bene: risalendo dal bagno su per i ripidi gradini dello stadio Renato Dall’Ara, ho preso contro, con la testa, a un bicchiere di birra che un ultrà del Parma stava tenendo in mano e me la sono versata un po’ in testa da solo, la birra, è stato un pomeriggio tristissimo e per questo memorabile, non come quando ho cominciato a leggere Delitto e castigo, ma su quella strada lì, devo dire.
Quindi, secondo me, una cosa bella del calcio, come della letteratura, è il malessere che provoca, e il calcio, tra l’altro, secondo me ha anche molto a che vedere con una parola russa che comincia con il prefisso zlo-, che significa “male”, e questa parola è “zloradstvovat’”, che significa, più o meno, “gioire del male altrui”.
Ecco: la partita di cui vorrei parlare questa settimana è un quarto di finale di Champions league che si è giocato poco più di sei mesi fa, il tre aprile di quest’anno, eppure, a vederne i riflessi filmati, come si dice, sembra una partita di un’altra epoca perché nella Juventus c’era un attaccante argentino, Higuain, che adesso sembra un sacco di tempo, che non gioca più nella Juventus, e c’era un portiere, nella Juventus, Gigi Buffon, che adesso è emigrato in Francia e sembra un sacco di tempo, che non gioca più nel campionato italiano. E nel Real Madrid c’era un giocatore, Cristiano Ronaldo, che adesso sembra un sacco di tempo, che non gioca più nel Real Madrid, e è stato un giocatore che in quella partita è stato abbastanza decisivo perché dopo tre minuti aveva già fatto gol per il Real Madrid. Una sfortuna, prendere un gol subito dopo tre minuti in una partita così importante, e con una difesa che di solito era così forte si comportava così bene.
Che poi, a guardare i riflessi filmati, la Juventus avrebbe potuto pareggiare più di una volta invece, accidenti, la difesa del Real Madrid, quella sera, si vede che erano proprio in una forma straordinaria a cominciar dal portiere, Keilor Navas, che ha fatto una parata d’istinto su un tiro da pochi metri di Higuain che tutti i tifosi della Juventus avevano già urlato al gol, invece, accidenti, non era gol, era parata.
Una sfortuna, proprio. C’è da dire che, il Real Madrid, quella partita, ha preso una traversa piena e ha sbagliato qualche gol di pochi centimetri, sono stati un po’ sfortunati anche loro, è stata proprio una partita sfortunata, sia da una parte che dall’altra, una di quelle partite che ce n’è una ogni cento anni, così.
Per esempio Paulo Dybala, un giovane attaccante della Juventus, lui, Paulo Dybala, eravamo ancora nel primo tempo, era in area di rigore, sta per avvicinarsi pericolosamente alla porta, c’è stato un contrasto con un avversario, d’un tratto Dybala è caduto per terra che si contorceva che chissà che male gli avevano fatto, viene in mente a guardare la scena.
“Rigore!”, avran pensato i tifosi della Juventus che gremivano in ogni ordine di posti lo stadio della Juventus che è uno stadio moderno, inaugurato nel 2011, ma che ha già cambiato nome, per un po’ si è chiamato Juventus stadium, adesso si chiama Allianz stadium, benché in Italia non ci sia nessuna squadra che si chiami così, Allianz, ma pazienza. “Rigore”, dicevamo, avranno pensato tutti i numerosi tifosi della Juvenuts che, quella sera di poco più di sei mesi fa, popolavano l’Allianz, invece l’arbitro, il signor Cuneyt Cakir da Istanbul, non solo non aveva dato rigore, aveva ammonito anche Paulo Dybala per simulazione, che i tifosi della Juventus presenti quella sera all’Allianz devono aver pensato “Be’, pazienza, un’ammonizione, cosa vuoi che sia”, solo che se ne sono accorti poi al sessantaseiesimo, quando Paulo Dybala è stato espulso, di cosa vuol dire un’ammonizione.
Anche se, a questo proposito, ci sono da dire almeno due cose: che Paulo Dybala, al sessantaseiesimo, ha fatto un fallo così bruttino che forse lo espellevano comunque anche se non lo avessero ammonito nel primo tempo, e che allora, al sessantaseiesimo, ormai eran già due minuti che il Real Madrid aveva già fatto il secondo gol, sempre Ronaldo, che si vede era in forma, quella sera lì. Non tanto in forma, quella sera lì, dev’esser stato Buffon, che sei minuti dopo l’espulsione di Dybala, al settantaduesimo, aveva fatto un’uscita non proprio impeccabile e aveva preso il terzo gol, molto sfortunato anche Buffon, quella sera lì, e sfortunatissimo, va detto, un giocate colombiano che si chiama Cuadrado, che verso la fine della partita avrebbe potuto segnare il cosiddetto gol della bandiera, 3-1, ma gli era venuto fuori un tiro così scombinato che il gol della bandiera non l’aveva mica segnato. «Be’, poco male, – devono aver pensato gli spettatori – perdere 3 a 0 o perdere 3 a 1 che differenza c’è?». L’avrebbero capito otto giorni dopo, che differenza c’è, quando, a Madrid, allo stadio Santiago Bernabeu, si sarebbe giocato il ritorno dei quarti di finale di Champions league. E è precisamente quella, la partita di cui parleremo la prossima settimana.

[Uscito ieri sulla Verità]

Messico

sabato 20 ottobre 2018

La prima partita di cui ho avuto coscienza come un fatto di una certa importanza è una partita che non ho visto né allo stadio, né in televisione, è una partita della quale ho sentito parlare. Era il 1970, e c’erano i mondiali in Messico, e io avevo appena compiuto sette anni e le partite non le guardavo, non so perché. Direi che non ero abituato, o che era uno spettacolo che i miei consideravano troppo cruento, per un bambino così piccolo, ma forse anche no, perché due anni prima, nel 1968, avevano portato me e mio fratello a San Siro a vedere la partita che avrebbe incoronato il Milan campione d’Italia per la nona volta. Mio babbo era milanista, i miei fratelli e mia mamma lo sono ancora, io per un po’ lo sono stato, adesso son degli anni che ho smesso, tengo solo per il Parma, che mi basta e mi avanza, come squadra alla quale tenere. Di quella prima partita vista allo stadio, a San Siro, a cinque anni, mi ricordo solo che quando il Milan aveva fatto gol, il gol che voleva dire che il Milan era campione d’Italia, io mi ero spaventato per il rumore che aveva fatto la gente. Un grido terribile, come se fosse successo chissà che cosa; mi ricordo mio nonno che si era voltato, c’era anche mio nonno, anche lui milanista, mi aveva strappato dalle mani la bandierina che avevo in mano e si era messo a sventolarla. Mi sembravan dei matti, e alla fine della partita, se mi avessero chiesto «Sei contento?», io avrei risposto che ero contento, solo che, dentro di me, più della contentezza il sentimento che mi animava era la paura che mi faceva l’impressione di essere in mezzo a dei matti. A pensarci, forse ero io, che nel ’70 non volevo vedere le partite del mondiale perché troppo cruente.
Di quei mondiali del Messico mi ricordo che, quando c’erano i quarti di finale, Italia – Messico, io ero in macchina con mio babbo che ascoltava la partita per radio, e ogni volta che l’Italia segnava, ha segnato 4 volte, in quella partita, l’Italia ha vinto 4 a 1, mio babbo alzava le braccia e mia nonna lo sgridava: «Tieni sodo il volante!». Ma lo diceva in un modo che non era arrabbiata, lo diceva come se fosse contenta; era un periodo, era il 1970, che noi, come famiglia, eravamo contenti: avevamo una bella macchina, svedese, una Volvo, mio babbo aveva una piccola ma florida impresa edile, l’Italia, come nazione, andava verso un progresso che ci sembrava indefinito e ai quarti di finale dei mondiali del Messico vincevamo 4 a 1 contro il Messico, andava tutto come doveva andare. Della partita successiva, di quei mondiali, Italia Germania 4 a 3, non mi ricordo niente, mentre mi ricordo benissimo la finale, Brasile Italia 4 a 1, perché mio babbo, poi, negli anni, di quella partita ha parlato moltissime volte.
Non si spiegava come mai Valcareggi, l’allenatore, invece di fare entrare Rivera al posto di Mazzola all’inizio del secondo tempo, come aveva fatto contro Messico e Germania (e Rivera aveva segnato sia contro il Messico che contro la Germania, Mazzola invece no, diceva mio padre), lo aveva fatto entrare a sei minuti dalla fine, quando il Brasile vinceva già 3 a 1. «Che, in sei minuti, cosa vuoi fare?», diceva mio babbo. A mio babbo piaceva poi molto sottolineare una cosa che non so se sia vera, che quando la nazionale era tornata in Italia, all’aeroporto, a Fiumicino, gli avevan tirato i pomodori. Erano arrivati secondi nel mondo, e gli avevano tirato i pomodori. Ecco io, allora, il 14 giugno del 1970, quando mio babbo lasciava il volante della sua Volvo per esultare perché aveva segnato Rivera, io avevo sette anni e pensavo che tutto stava andando bene e che sarebbe continuato a andar bene per sempre.
Cinque giorni dopo, il 21 giugno del 1970, quando quel benessere calcistico era svaporato per via, forse, del fatto che Valcareggi aveva fatto giocare a Rivera solo 6 minuti, sapevo già che non era così, che le cose non è che ti vanno bene perché sei tu, perché sei italiano e sei bello. Non abbiamo più avuto una Volvo, per dire, in famiglia.
E adesso, che siamo nel 2018, e che sono passati 48 anni, da quei mondiali, e che io di anni ne ho 55, adesso io, quando mi sembra di vivere un periodo che le cose non vanno benissimo, quando faccio fatica, quando mi devo dire, nella mia testa, «Dài dài dài dài dài», mi sembra che sia normale, perché son dei decenni, che funziona così, nella mia vita: bisogna fare fatica.
Quando invece mi sembra che vada tutto bene, quando tutto mi sembra funzioni alla perfezione, io, sarò strano, ma non sono contento: mi vien da agitarmi, da ribellarmi, mi aspetto qualcosa che mi rimetta al mio posto. È una cosa che ho scritto in uno dei primi romanzi che ho poi pubblicato, la storia del filo da torcere, che quando lo trovi lo torci, e quando l’hai torto ne cerchi, e non hai mai finito, mi sembra. E di quei mondiali messicani, e dei calciatori italiani che vi hanno partecipato, Albertosi, Riva, Rivera, Mazzola, Boninsegna, Burgnich, Facchetti e di tutti gli altri, che nel gergo dei commentatori sportivi venivano chiamati “messicani”, c’è un’ultima cosa, che voglio dire, e è successa molti anni dopo, quando facevo le superiori e era un periodo che le squadre italiane non potevano assumere calciatori stranieri, perché la nazionale italiana, ai mondiali del ’74 e del ’78, era andata male, e si era trovato questo rimedio, di chiudere le frontiere, come si diceva allora. E un mio compagno di classe appassionato di baseball, che si chiama Roberto, e che si era messo a seguire un po’ il calcio perché il calcio a noialtri maschi della nostra di classe piaceva, lui, una volta, nel 1997, quando il Milan aveva vinto il decimo scudetto con Albertosi, come portiere (io tenevo ancora per il Milan), questo mio compagno di classe, Roberto, mi aveva detto: «È comoda, vincere gli scudetti con gli stranieri». «Che stranieri?», gli avevo chiesto io. «Come che stranieri?», mi aveva detto lui, «Albertosi». «Ma Albertosi non è mica straniero», gli avevo detto io. «Come no, aveva detto lui, è messicano».E io, sul momento, non sapevo come dirglielo, a Roberto, che Albertosi era nato a Pontremoli. Era uno sbaglio che mi sembrava così bello, il suo, che mi veniva da dargli ragione. «È vero, Roberto, è comoda, vincere gli scudetti con gli stranieri».

[uscito ieri sulla Verità]

Dilettanti

mercoledì 10 ottobre 2018

Sto scrivendo una serie di pezzi sul calcio, ne ho scritto la scorsa settimana e uno oggi, sulle partite memorabili che ho visto, e è un esercizio che mi sembra interessante e difficile: la deriva da evitare, qui, è accreditarsi come esperto, far credere al lettore che tu sei uno che ne sa. Indipendentemente dal fatto che tu ne sappia o non ne sappia. Io forse sono facilitato per via che io non ne so, ma anche a me, che non ne so, viene spontaneo usare dei termini e un tono che mi connotino, agli occhi del lettore, come un esperto.
Mi sembra che si dovrebbero scrivere, questi articoli sul calcio, come se si fosse un dilettante.
Che poi è la stessa cosa che mi sembra si dovrebbe fare quando si scrivono dei romanzi. O dei racconti. O degli articoli di politica estera.
Che non ho mai scritto, ma che, se li scrivessi, credo mi sforzerei di scrivere da dilettante.
Non ne ho mai scritti, comunque.
E non credo ne scriverò mai.
Ma se dovessi.

I misteri dell’etrusco

sabato 6 ottobre 2018

Qualche anno fa, il periodo che mia figlia faceva le elementari, quando andavo a prenderla a scuola, al lunedì, arrivavo di solito un quarto d’ora prima e c’erano sempre due o tre genitori di bambini che facevano le elementari con mia figlia che parlavano delle partite del campionato di calcio del giorno prima e io mi mettevo a ascoltare e mi stupivo della cura e dell’attenzione con le quali questi genitori avevano seguito la giornata di campionato, della profondità dell’analisi tecnica, tattica, strategica e psicologica e degli sviluppi che lì, nel cortile della scuola Armandi Avogli, a Bologna, sembravano certi, inevitabili, in virtù del tono quasi scientifico di quelle conversazioni che sentivo e che si ripetevano, pensavo, tutti i lunedì all’uscita di tutte le scuole di tutt’Italia, e mi ero detto che, se una parte anche minima di questa intelligenza e di questa capacità di analisi fosse dirottata, per dire, sullo studio della lingua etrusca, probabilmente nel periodo di tempo corrispondente a un girone di ritorno si sarebbe trovata la risposta a molti misteri che, credo, da secoli tormentano i linguisti di mezzo mondo. Adesso, son passati quattro anni, mia figlia fa lo scientifico e io, in questi quattro anni, non ho dato nessun significativo contributo allo studio della lingua etrusca, mi sono invece rimesso a seguire con una certa continuità il campionato di calcio. La scusa è un libro che sto provando a scrivere, ma il motivo vero credo che sia che, a me, il calcio piace più della lingua etrusca; ho dei gusti così, un po’ alla buona, nonostante ogni tanto me ne dimentichi, e la nuova serie di pezzi che scriverò per La verità, è una serie che parla delle partite di calcio più belle che ho visto nella mia vita, e son proprio curioso di vedere cosa salterà fuori e comincio da una partita che ho visto male e che è finita in un modo orribile, per me. Io, essendo nato a Parma, io tengo per il Parma, e ho cominciato a tenere per il Parma nel 1970, quando avevo sei anni e il Parma giocava in serie D, nel girone B, e i suoi principali avversari erano il Crema, la Gallaratese, la Pergolettese e la Cremonese.
Ho cominciato a andare allo stadio qualche anno dopo, quando il Parma era in serie C, e i ricordi più vividi, della mia esperienza di tifoso del Parma, hanno a che fare col freddo. Ho preso tanto di quel freddo, allo stadio Tardini di Parma, e ho l’impressione che, nei miei periodici riavvicinamenti al calcio, oltre al fatto che mi piace, c’entri anche il desiderio di dare un senso a tutto quel freddo e a quella nebbia e a tutte quelle sconfitte, perché io, devo dire, ho elaborato una teoria che a me sembra che, il senso del calcio, non sia vincere, ma perdere. Perché vincere, io mi ricordo l’Italia, i mondiali, le due volte che ha vinto, la gente sopra le macchine, con le bandiere, con le facce pitturate di blu, o di tricolore, a gridare, a suonare il clacson, a bere, non so, io non lo capisco tanto bene, che gusto c’è, a vincere. Secondo me, mi sbaglierò, ma quando perdi, magari quattro a zero, o cinque a uno, e nell’andare a casa guardi per terra e vedi tutte le foglie, tutte le crepe che ci son sull’asfalto e ti vien da pensare a tutto quello che non va mica bene nella tua vita, a tutte le cose che ti eri ripromesso che le facevi e poi non le hai fatte, tutto il freddo che hai preso, ecco, quei momenti lì, che te ti chiedi «Ma che vita sto facendo?», secondo me son momenti che hanno più senso, di quando sei in centro, imbottigliato sopra una macchina, che canti l’inno nazionale con una bandiera in mano e la faccia dipinta di blu, o di tricolore. Il tennista Andre Agassi, in un libro che si intitola Open, racconta cos’ha pensato dopo che ha vinto il primo Wimbledon della sua vita (la traduzione è di Giuliana Lupi): «Ho la sensazione di essere stato messo a parte di un piccolo, ignobile segreto – vincere non cambia niente. Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanamente». Ciò detto, io non parlerò solo di partite del Parma, e non parlerò solo di sconfitte, e la partita da cui voglio cominciare è una partita del Parma ma non è una partita in cui il Parma ha perso. No. Ha vinto. Però non ha vinto. Una partita strana. Era il febbraio del 1985, quell’anno il Parma giocava in serie B e quel giorno era ultimo in classifica, e giocava contro il Bari, che era secondo in classifica, e apparteneva a Matarrese, che era il fratello del Matarrese che era presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, se non ricordo male, e quando avevan cominciato a giocare, Parma e Bari, il Parma dopo un po’ aveva fatto gol (Pin), poi era finito il primo tempo, era scesa un po’ di nebbia, io ero in curva nord, non si vedeva tanto bene dall’altra parte, si sentiva però, e a un certo punto si era sentito gridare, e dopo qualche secondo era arrivata la notizia che il Parma aveva fatto il secondo gol (Lombardi), e dopo un po’ si era sentito gridare, e dopo qualche secondo si era sparsa la notizia che il Parma aveva fatto il terzo gol (Berti), e dopo un po’, si era sentito gridare ancora, e tutti avevamo pensato che il Parma aveva fatto il quarto gol invece dopo qualche secondo si era sparsa la notizia che l’arbitro, Pezzella da Frattamaggiore, aveva sospeso la partita all’ottantasettesimo, a tre minuti dalla fine, per nebbia. Allora noi, che eravamo in curva, eravamo scesi dalla curva ma non eravamo andati a casa, eravamo rimasti nel piazzale a vedere cosa succedeva. Io mi ero messo a parlare con un poliziotto gli avevo detto «Ma secondo lei, è normale fare delle cose del genere?». E lui, che era un signore pelato, che mi sembrava pacato, ragionevole, ha scosso la testa ha detto qualcosa del tipo «Lascia perdere». Poi, tutto d’un tratto, deve aver ricevuto un ordine, ha abbassato il casco, mi ha detto «Vai via». Io, non davo fastidio a nessuno gli ho detto «No, non vado via, non do fastidio a nessuno». Lui mi ha detto «Vai via». Io gli ho detto «No, non vado via». Lui ha afferrato il manganello, mi ha dato una manganellata di punta sulla pancia. Io, sono andato via. E nell’andare via pensavo Che cose interessanti succedono, allo stadio Tardini di Parma, e ero quasi contento. La partita l’hanno rifatta la settimana dopo, ha vinto il Parma uno a zero (gol di Facchini). Ecco. Alla prossima.

[Uscito ieri sulla Verità]

La presunzione di avere ragione

sabato 29 settembre 2018

Ho scritto, per la Verità, quattro pezzi sui social network, e il penultimo finiva con un signore che, senza sapere niente di avanguardie russe, commentava una fotografia del grande fotografo Aleksandr Rodčenko, una pubblicità del 1924 per una casa editrice sovietica, sostenendo che fosse un’immagine pornografica che aveva a che fare con il 1968, e pretendeva anche di avere ragione; qualche giorno fa, mi è successo il contrario, cioè che, su un social network, parlando di un argomento di cui non sapevo niente, son stato io a aver la presunzione di avere ragione.
È successo che una lettrice, su Twitter, ha fotografato una pagina di un libro che ho scritto io, che si intitola La grande Russia portatile, dove c’è scritto che, in una biografia di Jurij Gagarin, il primo cosmonauta, «si dice che quando, negli anni ottanta, uno scienziato americano che aveva partecipato alla missione della Nasa che aveva portato Armstrong sulla luna, aveva incontrato uno scienziato sovietico che aveva partecipato alla missione che aveva portato Gagarin nello spazio, l’americano aveva detto al sovietico: “Ascolta, noi abbiamo speso 18 milioni di dollari per l’ideazione e la costruzione di speciali articoli da cancelleria, penne, soprattutto, che funzionassero in assenza di gravità, voi come avete fatto?”, e che il sovietico, un po’ imbarazzato, avesse risposto “Noi? Eh, noi, abbiamo usato le matite”».
Un signore che si chiama Paolo D’Angelo, «space Journalits», c’è scritto nel suo profilo, ha obiettato che Gagarin, negli anni ’80, era morto da tempo, e che la storia delle penne e delle matite è pura fantasia, e ha chiesto il conforto di un suo conoscente, che si chiama Paolo Attivissimo, «giornalista informatico, cacciatore di bufale, conduttore Radio Svizzera», c’è scritto nel suo profilo, che ha scritto che Gagarin è fuori contesto e che la storia delle biro e delle matite è una balla, e ha linkato un articolo nel quale si dice che questa storia, «anche se è divertente e fa riferimento alla semplicità delle soluzioni adottate dagli ingegneri russi, notissima fra gli addetti ai lavori», non è vera. Gli americani non avrebbero speso tutti quei milioni di dollari e i russi avrebbero usato sia le penne che le matite, nello spazio, a quanto pare.
Io ho risposto dicendo che queste cose non le dice Gagarin, e che quindi il fatto che, negli anni 80, Gagarin sia morto, è del tutto indifferente, e che Gagarin non è per niente fuori contesto, visto che si parla di lui, e che, nel libro che ho scritto io, nessuno dice che la storia delle penne e delle matite è vera, si dice che è raccontata in una biografia, nella quale, effettivamente, è raccontata.
Paolo Attivissimo ha ribattuto così: «Capisco. Ma a me dispiace quando l’estetica vince sulla correttezza storica. Ogni rettifica mancata alimenta il mito e lo rinforza» e ha aggiunto che gli sarebbe piaciuto se avessi messo una nota dove dicevo che la storia delle matite sovietiche non era vera.
Io ho risposto che nel mio libro non c’è nemmeno una nota, e che questa discussione mi faceva venire in mente uno scrittore di Praga che si chiama Patrik Ourednik che, nel 2001, ha scritto un libro, intitolato Europeana, che è diventato il libro dell’anno in Repubblica Ceca e che racconta la storia del XX secolo dando a tutto, alla prima guerra mondiale, all’invenzione delle gomme da masticare, ai campi di sterminio, all’invenzione della Barbie, alla scoperta della psicanalisi, la stessa enfasi, come se tutto avesse la stessa importanza.
Sembra un libro scritto da uno storico con l’esaurimento nervoso ed è un tremendo ritratto del XX secolo, dove si legge, tra tante altre cose: «I comunisti dicevano che i membri di una società comunista non avevano bisogno del sesso perché il piacere più alto per l’uomo proviene dal lavoro di cui poteva essere fiero mentre nel capitalismo i lavoratori sfruttati non traevano alcuna gioia dal loro lavoro e dovevano fare ricorso a dei succedanei» (la traduzione è di Andrea Libero Carbone).
Ecco, io credo che, se qualche sessuologo, all’uscita del libro di Ourednik, avesse obiettato che non è vero che i lavoratori comunisti non avevano bisogno del sesso, e qualche sindacalista avesse obiettato che non è vero, che in occidente i lavoratori non traevano alcuna gioia dal loro lavoro, Ourednik avrebbe potuto ribattere che lui non aveva scritto che quelle cose eran vere, aveva scritto che venivano dette, come, effettivamente, erano state dette, nel mondo sovietico.
In un saggio dove ragiona sul proprio modo di intendere la letteratura, Ourednik scrive che, in letteratura, «non si tratta più di sapere chi ha vinto la battaglia di Solferino, ma di vedere come i cronisti l’hanno descritta». E continua dicendo che «se la letteratura deve realmente avere una funzione», la sua funzione è la realizzazione dell’utopia anarchica, «vale a dire un mondo in cui le verità non coesistono più verticalmente ma orizzontalmente, e ciò nonostante pacificamente. Se, un giorno, questo mondo arrivasse, – conclude Ourednik – allora la letteratura perderebbe la sua ragion d’essere. Non si può avere tutto, un mondo senza conflitti e la letteratura».
Questa utopia anarchica realizzata a me sembra abbia a che fare con la storia di quel padre di famiglia che, quando il suo figlio maggiore era andato a lamentarsi del figlio minore aveva detto, al figlio maggiore: «Hai ragione». Poi, quando il figlio minore era andato a lamentarsi del figlio maggiore, aveva detto, al figlio minore: «Hai ragione». Poi, quando la moglie gli aveva detto «Non puoi dare ragione a tutti e due», ci aveva pensato un po’ poi le aveva detto, alla moglie: «Hai ragione anche te».
Questo sembra un mondo in cui si è realizzata l’utopia anarchica, un modo in cui tutti hanno ragione, solo che è un mondo che a me, che aspiro a essere anarchico, non piace. E allora?
Allora la risposta mi sembra la dia ancora Ourednik nel suo libro successivo, Istante propizio, 1855, che, quando è uscito in Italia, nel 2006, aveva una quarta di copertina (che avevo scritto io) che diceva così: «Riassunto del libro: “È bella l’anarchia?” “È bellissima.” “È possibile?” “Non è possibile.” “È meno bella per il fatto di non essere possibile?” “Non è meno bella”».
Siamo salvi: l’anarchia non è possibile.
E la letteratura non è il posto delle ragioni, è il posto degli errori. Forse.

[Uscito ieri sulla Verità]