8 novembre – Pescara

giovedì 8 novembre 2018

Giovedì 8 novembre
a Pescara,
all’Auditorium Petruzzi,
in Via delle Caserme, 24,
alle 21 e 30,
parliamo,
con Luca Sofri,
della Grande Russia portatile

Domani e dopodomani

mercoledì 7 novembre 2018

Una cosa singolare, andare in Russia, che scopri che le montagne russe, in Russia, le chiamano montagne americane, e che l’insalata russa, in Russia, la chiamano insalata Olivier, dal nome del cuoco, belga, che l’aveva inventata; invece in Italia, un appassionato di cinema muto mi ha raccontato che il contrario del lieto fine, il finale dove le cose van male, gli appassionati del cinema muto lo chiamano finale alla russa, allora probabilmente questo libro, ho paura, anche lui, avrà un finale alla russa. Ma è ancora presto, siamo a metà.

[La grande Russia portatile, domani a Pescara, dopodomani a Parma]

Terza edizione

venerdì 26 ottobre 2018

«Molto spesso chi critica una malattia o un male, – scrive Brodskij – per il solo fatto di farlo si sente buono, si sente nel giusto. È un errore di valutazione molto grave e piuttosto diffuso in questa professione, e non credo sia sano. E c’è anche un problema di vanità: quando un’intera nazione ti ammira, puoi dimenticare piuttosto in fretta qual è il tuo vero lavoro. Il tuo vero lavoro è scrivere bene».

[Parte oggi la seconda ristampa della Grande Russia portatile, nella quale abbiamo corretto due refusi, grazie a Gabriella e Erika che li hanno segnalati]

16 ottobre – Bologna

martedì 16 ottobre 2018

Martedì 16 ottobre,
a Bologna,
alla libreria Coop Ambasciatori,
in via degli Orefici, 19,
alle 18,
La grande Russia portatile

6 ottobre – Formigine

sabato 6 ottobre 2018

Sabato 6 ottobre,
a Formigine,
in biblioteca,
in via Sant’Antonio, 4,
alle 17 e 30
La grande Russia portatile

Non c’era niente

domenica 30 settembre 2018

– La grande Russia portatile è un libro di storia, letteratura, storia della lingua e del costume russo, ma anche un romanzo autobiografico, una riflessione su grandi temi del presente: da cosa è nata l’idea? Nasce prima da un desiderio di raccontare un’esperienza personale o come “guida” al mondo intimo russo, a partire dalla scrittura?

Nel gennaio del 2018, stavano andando al collegio Borromeo di Pavia a parlare di traduzione a dei dottorandi e, intanto che andavo in stazione in bicicletta, ho pensato che per me, che prima di mettermi a studiare russo avevo lavorato per un anno e mezzo in Algeria, sulle montagne del piccolo Atlante, e per un anno e un po’ a Baghdad, in mezzo alla guerra Iran – Iraq, ecco per me, studiare russo era stata un’avventura più grande delle montagne del piccolo Atlante e della guerra Iran – Iraq, era stata una cosa che aveva cambiato il mio modo di camminare, di pensare, di muovermi, di dormire, di leggere, di parlare, di mangiare, di immaginare, di stare fermo, di ridere, di piangere, di sospirare, di disperarmi, di chiedere scusa, di arrabbiarmi, di concentrarmi e di portare pazienza e che era stata una cosa che, se non l’avessi fatta, nella mia vita, chissà dove sarei andato a finire, e mi sono detto che forse valeva la penna di raccontarla, questa avventura qua.

– Più volte in questo romanzo, ritorna il tema del suo periodo russo come chiave di volta interpretativa sul mondo, ma anche rispetto ad un percorso esistenziale. Ma che cos’è stata questa formazione russa?

Credo che, come vale per me con la Russia, vale per qualcun altro per la Francia, o per il Sudamerica, o per il Portogallo, o non so, è la fortuna di trovare un posto del quale non finisci mai di esser curioso. Io l’ho conosciuta nel ’91, in una condizione che viene raccontata bene da una storiella di una serie televisiva americana, The Americans, dove c’è un colonnello del Kgb che racconta che, nella strada principale di Mosca, ulica Gor’kogo una donna entra in un ristorante e chiede: «Non avete della carne?», e il ristoratore risponde «La carne non ce l’hanno nel ristorante di fronte, qui non abbiamo il pesce». Non c’era niente, allora, a Mosca, ed era bellissimo.

– E la Russia di oggi come le appare?

All’epoca, nel ’91, mi sembrava che la Russia fosse trent’anni indietro, rispetto all’Italia, adesso, nel 2018, Mosca è una città modernissima e molto più avanti, per esempio, di Roma, che, dopotutto, è la nostra capitale; ma una cosa che trovo incantevole è il fatto che oggi, a Mosca e a San Pietroburgo, convivono questa Russia moderna, quella sovietica che ho conosciuto io nel ’91 e quella imperiale del sette e dell’ottocento.

– Il titolo del libro richiama un’altra opera – La piccola battaglia portatile – che affronta, come tema principale, il rapporto padre/figlia. In questo caso invece sembra quasi che il cuore del romanzo sia un rapporto madre/figlio, dove la madre è la Russia, paese di elezione e formazione. Anche nel libro torna spesso il tema della relazione affettiva: esiste un nesso fra questi due mondi che, sempre stando alle parole del testo, non si toccano mai, o si sono toccati un’unica volta?

Ho presentato il libro a Mantova, e una mia amica, che era lì a sentire, mi ha detto che tutti e due i libri, secondo lei, sono due libri d’amore. Io le ho risposto che amore è una parola che faccio fatica a dire, e che amare è un verbo che non uso quasi mai, probabilmente perché in dialetto parmigiano non esiste, non si dice “Ti amo”, da noi, si dice “At voi ben”, e “A mor”, in parmigiano, non significa Amore, ma “Io muoio”, e la mia lingua, anche quando parlo della Russia, ha molto a che fare col dialetto parmigiano, credo, e con il modo in cui si parla per le strade di Parma. Credo però che forse avesse ragione quella mia amica, sono due romanzi d’amore.

– E adesso quale prossimo viaggio ci aspetta?

Adesso vediamo.

[Intervista a Caterina Bonetti uscita oggi sulla Gazzetta di Parma]

Grazie

venerdì 21 settembre 2018

E se un popolo non ha poeti, è come se gli avessero tagliato la lingua.

Jurij Lotman

[Si ristampa La grande Russia portatile: grazie a tutto lo staff di Salani, che sta lavorando benissimo, a tutti quelli che l’hanno letto e che ne hanno parlato, che son stati così cari, con questo libretto]

Il giornale che farei io

lunedì 17 settembre 2018


[Mi hanno chiesto di mettere qui il discorso che ho fatto sabato scorso a Gressoney, l’ho un po’ ricostruito, in fagottone, ci saranno dei refusi, ho aggiunto anche delle cose (Perec non c’era), lo copio qua sotto, è un po’ lungo (tempo di lettura: venti minuti)]

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15 settembre – Gressoney

sabato 15 settembre 2018

Sabato 15 settembre,
a Gressoney,
dentro il premio Subito,
alle 16.30, leggo una brevissimo discorso
(tra i 15 e i 20 minuti)
che si intitola
Ei fu, siccome immobile (elogio della letteratura russa)
e che è una specie di riassunto della
Grande Russia portatile.

Un finale

mercoledì 12 settembre 2018

E l’ultimissima cosa che mi preme di dire è una cosa che riguarda un paese in provincia di Reggio Emilia e un musicista italiano che si chiama Massimo Zamboni che l’anno scorso, nel 2017, ha fatto uno spettacolo dedicato alla rivoluzione russa e mi ha chiesto di interpretare la parte di Lenin, cosa che io non ho fatto perché, nel 2017, non volevo far niente che avesse a che fare con la rivoluzione russa, e anche perché, in quello spettacolo, io avrei dovuto dire le cose che mi dicevano loro e io, è una mia debolezza, cerco di dire le cose che dico io, allora pazienza.
Peccato però, perché il finale dello spettacolo mi piaceva molto e riguardava Cavriago, che è un paese in provincia di Reggio Emilia dove c’è ancora un busto di Lenin, busto che era stato donato a Cavriago in considerazione del fatto che nel 1919 il partito socialista di Cavriago aveva approvato un Ordine del giorno che apprezzava «il programma del Soviet di Russia» e plaudiva «al suo capo Lenin per l’instancabile opera che sostiene contro i reazionari sostenitori dell’imperialismo».
Questo ordine del giorno, pubblicato dall’Avanti, era stato citato da Lenin in un intervento del 6 marzo 1919 alla seduta del Comitato Esecutivo Centrale del Soviet di Mosca. Aveva citato Cavriago. Lenin.
Allora Cavriago ha sempre avuto una relazione, non so come dire, privilegiata, con l’Unione Sovietica, e quando, il 25 dicembre del 1991, sulla piazza rossa di Mosca era stata ammainata la bandiera sovietica, quella rossa, a Cavriago si eran trovati in tanti, in piazza Lenin, e, piangendo, avevano liberato dei palloncini rossi che si erano alzati in cielo.
Il cielo di Gagarin.
Quello senza Dio.
E senza santi.
Ecco.
Arrivederci.