Una domanda
Ma nell’ottocento, mi chiedevo, come facevano, a presentare i romanzi, senza microfoni.
Ma nell’ottocento, mi chiedevo, come facevano, a presentare i romanzi, senza microfoni.

Tra il 14 e il 17 giugno, l’ANPI, l’associazione nazionale partigiani d’Italia, terrà a Marzabotto la sua festa nazionale. Allora mi hanno chiesto un’adesione e un messaggio da pubblicare sui loro spazi di comunicazione, mi han scritto. Allora io gli ho mandato il seguente messaggio.
Vi ringrazio molto della vostra richiesta e vi confesso che sono un po’ imbarazzato, a mandare un messaggio di adesione alla festa nazionale Anpi che verrà pubblicato sugli spazi di comunicazione della festa. Sono imbarazzato perché la vostra richiesta mi mette in una condizione un po’ strana, come se io fossi un’autorità che con la sua adesione conferisce lustro all’Anpi e alla festa nazionale dell’Anpi, e invece mi viene da dire che è vero il contrario, che siete voi, che con la vostra richiesta conferite lustro a me, e volevo dirvi che qui, nel mio appartamento di Casalecchio di Reno, località Croce, siam tutti contenti. Vi ringrazio ancora e vi abbraccio e vi auguro che sia una festa memorabile.

Per esempio quando ho letto Il grande Gatsby, di Fitzgerald, la prima pagina, quando l’io narrante dice che a lui, suo padre, gli aveva insegnato una cosa sola, piccola, di non giudicare, io mi ricordo che avevo pensato Ma che fortuna. Che è veramente uno fortunato, uno così, secondo me. E il contrario, il fatto di giudicare, è veramente un po’ una disgrazia, e uno che giudica, soprattutto se giudica senza sapere, e si giudica quasi sempre, senza sapere, è veramente un po’ un disgraziato, secondo me.

Stanotte, quando sono arrivato a casa, mi sono accorto che non avevo il telefono, non sapevo come mettere la sveglia. Allora ho pensato che forse era in macchina. E mi sono rivestito, e sono sceso giù per le scale per vedere. E sono arrivato alla macchina e ho aperto la macchina e era lì, per terra. E l’ho preso e ho chiuso la macchina e son rimontato su per le scale e intanto che rimontavo su pensavo che è incredibile, certe volte, quello che succede. Che pensi che il telefono sia in macchina, e il telefono è veramente in macchina.

Tutti fanno il loro lavoro, chi più chi meno; io, per qualche anno, l’ho fatto meno.

L’altro giorno son stato nell’ufficio di un maresciallo dei carabinieri, son rimasto lì ad aspettare cinque minuti e a guardare la foto del presidente della Repubblica e il presidente della Repubblica, a guardarlo, ti guardava anche lui. Con la sua faccia da presidente della Repubblica. Con quella cravatta. Con quel nodo da presidente della Repubblica. Che anche lui, io sono uno che si lamenta, ma anche lui, tutti i giorni vestirsi da presidente della Repubblica, non dev’essere facile, ho pensato. E ho pensato che io, da ragazzo, i politici, non mi dispiacevano mica. C’eran certi partiti che avevan dei nomi bellissimi, Partito Socialista Italiano. E c’era quell’idea del potere, ma non del potere, di poter fare le cose. Tipo la stanza dei bottoni. Ecco, i politici, la stanza dei bottoni, su di me, quando ero un ragazzo, avevano il fascino che ha un operatore di un escavatore, sopra un ragazzo, la stanza dei bottoni. E dopo poi un socialista, Nenni, la prima volta che era andato al governo aveva detto che si era molto stupito quando si era accorto che, nella stanza dei bottoni, non c’erano bottoni. E io, adesso, i politici, da una ventina d’anni, non che sia contrario in assoluto, solo che ci voglion dei requisiti e il il requisito minimo, per me, che perlomeno che non abbian la faccia tosta di candidarsi. Ecco, uno così, che non ha la faccia tosta di candidarsi, io lo potrei anche votare, ho pensato nell’ufficio del maresciallo.
[uscito oggi su Libero]

Quel libro lì che sto scrivendo, La banda del formaggio, che doveva essere, nelle mie intenzioni, un libro sugli anni ottanta, sta diventando, mi sembra, un libro sulla vecchiaia. Per via del titolo, Eterogenesi dei fini, non so se capisco bene cosa vuol dire.

Sul binario 4 della stazione di Bologna c’era un signore che aveva una borsa nera con su scritto, in bianco, Vernice is faaaaantastic, mi era sembrato, e mi era sembrata una bellissima borsa, e dopo poi avevo letto meglio Venice is faaaaantastic, c’era scritto, e mi era sembrata una borsa un po’ meno bella.

Io sono vent’anni che un paio di volte al giorno penso E se fumassi una sigaretta? E poi non la fumo. E dopo uno po’ penso che sono contento di non averla fumata. E dopo un po’ mi vien da pensare E se fumassi una sigaretta? Poi non la fumo. E dopo un po’ penso che sono contento di non averla fumata. E dopo un po’ mi vien da pensare E se fumassi una sigaretta? E poi non la fumo. E dopo un po’ penso che son contento di non averla fumata. Vent’anni un po’ monotoni, da un certo punto di vista.
