Niente, niente, niente

venerdì 9 aprile 2010

turgenev

[Mi è arrivata ieri la nuova edizione di Padri e figli, per i classici della Feltrinelli. Metto qua sotto l'introduzione]

1. Il senso

Tutte le volte che, in questi anni, ho sentito parlare di nichilismo, e è successo spessissimo, ne parla continuamente anche il papa, mi è tornato in mente questo romanzo di Turgenev e in particolare il protagonista, Bazarov, e le rane, e quando per esempio ho visto il film dei fratelli Coen Il grande Lebowski, dove c’era un gruppo di nichilisti, tutti vestiti di pelle nera, che ripetevano continuamente «Noi non crediamo a niente, noi non vogliamo niente, noi non sappiamo niente», mi è venuto in mente che Bazarov non era così, lui credeva nelle rane, e non fingeva di rapire le mogli di facoltosi produttori cinematografici, come i nichilisti dei fratelli Coen, se non ricordo male, ma studiava continuamente e curava la gente e sapeva parlare coi contadini.
Mi è sembrato, nei vent’anni che sono passati dalla prima volta che ho letto Padri e figli, che il nichilismo, così come Turgenev l’aveva presentato alla pubblica opinione occidentale, fosse stato, nella sua variante moderna, completamente travisato, e mi sembrava che quelle tre cose, Bazarov, il nichilismo e le rane, fossero il senso del romanzo, e che nella corretta interpretazione del nichilismo, del ruolo di Bazarov, e del suo lavoro con le rane, stesse il senso di Padri e figli.
Adesso che l’ho riletto dopo vent’anni, mi sembra che le cose non stiano così.

2. Il caso

Sarà forse per via anche del fatto che nella biblioteca che frequento, la biblioteca Sala Borsa di Bologna, è ricomparso, dopo qualche anno, un libro che era stato mandato a rilegare, perdeva le pagine, un libro introvabile in libreria e che è piuttosto raro trovare anche nelle biblioteche, un libro pubblicato in Italia nel 1967, La mossa del cavallo, di Viktor Šklovskij, una raccolta di saggi dove a un certo punto si trova un saggio, intitolato Mille aringhe, che comincia così:

Nei manuali, i problemi sono disposti in bell’ordine. Alcuni problemi vogliono un’equazione con una sola incognita, altri, di seguito, ne richiedono di secondo grado.
Le soluzioni si trovano alla fine, incolonnate:

4835 5 pecore.
4836 17 rubinetti.
4837 13 giorni.
4838 1000 aringhe.
Sciagurato chi comincia lo studio della matematica direttamente dalle «soluzioni» e cerca di trovare un senso nell’acurattissima colonna.
Importano i problemi, il loro svolgimento, non le soluzioni.
Si trovano nella situazione di chi, volendo studiare la matematica, studia la colonna delle risposte, quei teorici ai quali nelle opere d’arte interessano le idee, le conclusioni, non la struttura delle opere.
Nel loro cervello si forma la colonna seguente:
romantici = rinuncia religiosa
Dostoevskij = ricerca di Dio
Ròzanov = problema del sesso
anno 18° = … rinuncia religiosa
anno 19° = … ricerca di Dio
anno 20° = … problema del sesso
anno 21° = … trasferiemento nella Siberia settentrionale.
Ma per i teorici dell’arte esistono le cattedre universitare, come per i baccalà esistono gli essicatoi .

Ecco io, in questi anni, riguardo a Padri e figli, ero come un baccalà nel suo essicatoio, bisogna dire.
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Turgenev

lunedì 1 marzo 2010

turgenev

– Be’, anche se non mi capisci molto bene, ti annuncio quel che segue: secondo me, è meglio spaccare i sassi per la strada, che permettere a una donna di possedere anche una falange di un tuo dito. È tutto… – Bazarov stava per pronunicare la sua parola preferita, «romanticismo», ma si trattenne e disse: – una sciocchezza. Tu adesso non mi crederai, ma io ti dico: io e te siamo capitati in una compagnia femminile, e ci stavamo bene; ma abbandonare una compagnia del genere è come roversciarsi addosso dell’acqua fredda in un giorno caldissimo. Un uomo non ha tempo di occuparsi di queste inezie. Un uomo deve essere crudele, dice un ottimo probverbio spagnolo. Ecco tu per esempio, – aggiunse rivolgendosi al contadino che sedeva in serpa, – tu, uomo intelligente, ce l’hai una moglie?
– La moliéra? C’è. Come fai, senza moliéra?
– La picchi?
– La moliéra? Delle volte. Ma sol se gh’è il motivo.
– Benissimo. E lei ti picchia?
Il contadino tirò le redini.
– E, che lavor c’a t’è dit, signor! At schersi semper… – era evidente che si era offeso.

[Ivan Sergeevič Turgenev, Padri e figli, capitolo XIX - esce in aprile]

Una descrizione

lunedì 5 ottobre 2009

turgenev

credeva nei veggenti, nei geni della casa, negli spiriti del bosco, nei cattivi incontri, nel malocchio, nella medicina popolare, nel sale del giovedì santo, nell’imminente fine del mondo; credeva che se la domenica di Pasqua, alla messa notturna, non venivano spente le candele, il grano avrebbe fruttato bene, e che un fungo smetteva di crescere, se lo vedeva un occhio umano; credeva che il diavolo amasse i posti dove c’era dell’acqua, e che ogni giudeo avesse sul petto una macchiolina color sangue; aveva paura dei topi, delle bisce, delle rane, dei passeri, delle sanguisughe, del tuono, dell’acqua fredda, degli spifferi, dei cavalli, dei caproni, dei rossi di capelli e dei gatti neri e pensava che grilli e cavalli fossero animali impuri: non mangiava né carne di vitello, né piccioni, né gamberi, né formaggio, né aspargi, né tartufi di canna, né lepri, né cocomeri, perché un cocomero tagliato ricordava la testa di Giovanni Battista.

[Della mamma di Bazarov, dal capitolo XX di Padri e Figli]

Niente, niente, niente

giovedì 1 ottobre 2009

Tutte le volte che, in questi anni, ho sentito parlare di nichilismo, e è successo spessissimo, ne parla continuamente anche il papa, mi è tornato in mente questo romanzo di Turgenev e in particolare il protagonista, Bazarov, e le rane, e quando per esempio ho visto il film dei fratelli Coen Il grande Lebowski, dove c’era un gruppo di nichilisti, tutti vestiti di pelle nera, che ripetevano continuamente «Noi non crediamo a niente, noi non vogliamo niente, noi non sappiamo niente», mi è venuto in mente che Bazarov non era così, lui credeva nelle rane, e non fingeva di rapire le mogli di facoltosi produttori cinematografici, come i nichilisti dei fratelli Coen, se non ricordo male, ma studiava continuamente e curava la gente e sapeva parlare coi contadini.

Mi è sembrato, nei vent’anni che sono passati dalla prima volta che ho letto Padri e figli, che il nichilismo, così come Turgenev l’aveva presentato alla pubblica opinione occidentale, fosse stato, nella sua variante moderna, completamente travisato, e mi sembrava che quelle tre cose, Bazarov, il nichilismo e le rane, fossero il senso del romanzo, e che nella corretta interpretazione del nichilismo, del ruolo di Bazarov, e del suo lavoro con le rane, stesse il senso di Padri e figli.

Adesso che l’ho riletto dopo vent’anni, mi sembra che le cose non stiano così.

[Inizio della postfazione - o prefazione - dell'edizione dei classici della Feltrinelli di Padri e figli di Turgenev (esce nel 2010)]

Amico mio

mercoledì 19 agosto 2009

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– Oh, amico mio, Arkadij Nikolaič, – esclamò Bazarov, – ti prego di una cosa: non parlare bene.

[Ivan Sergeevič Turgenev, Padri e figli, capitolo XXI]

Litigavano

lunedì 17 agosto 2009

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Davanti alla prima isba c’erano due contadini col cappello, e litigavano. «Te sei un gran maiale, – diceva uno all’altro, – e peggio di un porcellino piccolo».

[Ivan Turgenev, Padri e figli, capitolo XIX]

Com’è possibile?

domenica 16 agosto 2009

- No - disse l’Odincova staccando le parole.

[Turgenev, Padri e figli, capitolo 17]

Su un

martedì 11 agosto 2009

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Gli si presentò ancora alla mente la povera moglie, ma non come l’aveva conosciuta per molti anni, non la buona massaia, la brava padrona di casa, ma una giovane ragazza con un corpo sottile, uno sguardo innocentemente indagatore e una treccia annodata stretta su un collo da bambina.

[Ivan Sergeevič Turgenev, Padri e figli, capitolo XI]