Crea sito

John Cage, i nullisti, Daniil Charms e i nullologi

domenica 25 novembre 2012

Sabato 15 dicembre, a Bologna, in Sala Borsa, dalle 10 alle 18 circa, ci sarà un convegno sul nulla.
Il convegno chiuderà le celebrazioni che il comune di Bologna dedica al musicista americano John Cage, autore, come si sa, oltre che di svariate riflessioni sul silenzio, raccolte nel volume Silence (ed. originale 1961, in italiano Silenzio, Milano, Shake 2010, traduzione di Giancarlo Carlotti) di un celeberrimo pezzo musicale, intitolato 4’ e 33”, che consiste in 4 minuti e 33 secondi di silenzio.
Il pezzo, composto nel 1952 e scritto per qualsiasi strumento (o combinazione di strumento), immagino abbia un qualche rapporto con il primo testo presente in Silence, un manifesto sulla musica, anche quello del 1952, «scritto per Julian Beck e Judith Malina, direttori del Living Theatre, perché fosse inserito nel loro programma di sala mentre si esibivano al Cherry Lane Theatre, nel Greenwich Village di New York», manifesto che dice: «non ottieni nulla scrivendo un brano musicale; non ottieni nulla, ascoltando un brano musicale; non ottieni nulla, suonando un brano musicale». Continua a leggere »

Se no magari niente

martedì 13 novembre 2012

Se uno andava sul sito di Nichi Vendola (www.nichivendola.it) quattro giorni fa, la prima cosa che vedeva era l’agenda, dove c’era scritto che Vendola, al mattino del 10 novembre, alle 10, sarebbe stato a Pistoia, al mercato, alle 11 e 45 a Prato, al cinema Terminale, alle 16 e 30 a Pisa, alle Logge dei Banchi, alle 18 a Massa, in piazza Mercurio, alle 19 e 45 a Pietrasanta, in Piazza Crispi e alle 21 a Empoli, al Palazzo delle esposizioni.
Poi, l’11 novembre, diceva l’agenda, Nichi Vendola alle 10 e 30 sarebbe stato a Piombino, al Palasport, alle 11 e 45 a Grosseto, al cinema Stella, alle 17 a Siena, al Cinema Metropolitan, alle 18 e 30 a Firenze, alle librerie Edison e alle 21 e 30 ad Arezzo, alla Sala Borsa Merci.
Poi, il giorno 12 novembre, ieri, alle 20 e 30 Nichi Vendola sarebbe stato a Milano, allo studio di Assago, il posto da dove, di solito, va in onda x factor, per il dibattito con gli altri candidati alle primarie del centro sinistra. Continua a leggere »

Dopo poi tra poco basta

lunedì 12 novembre 2012

Il programma di Bersani per le primarie del 2012 è molto colorato: rispetto a quello di Renzi sembra un programma, non so come dire, più giovane. I titoli dei dieci capitoletti che lo compongono son scritti tutti in caratteri diversi, fantasiosi, sorprendenti. Peccato che nel capitolo otto ci sia scritto, ma grosso, come titolo: «beni comni» invece di beni comuni, ma quello, i refusi, è un tratto dei nostri tempi che chi è che ne è immune, al giorno d’oggi? Quindi un programma con una grafica moderna e contemporanea, un programma che, se dovessi definirlo, a prima vista, lo definirei: smart. Questo per via dell’aspetto esteriore, del cosiddetto significante. Per via di quel che c’è scritto, del cosiddetto significato, non saprei dirlo, perché io, quello che scrive Bersani faccio fatica, a leggerlo, anzi, più che a leggerlo faccio fatica a capirlo.
Non so, io, se trovo scritto (in rosso, e sottolineato) «La grandezza e la tragedia del ‘900 in Europa è rappresentabile con una sola parola: pace», io, ma sarò io, non capisco, cosa vuol dire. Cioè è proprio un po’ un bersanese che si dicono anche delle parole importanti, pace, grandezza, tragedia, Europa, e sono parole che le conosco, e le capisco, ma insieme, non so.
«La grandezza e la tragedia del ‘900 in Europa è rappresentabile con una sola parola: pace».
Mah.
Se dicessimo: «La grandezza e la tragedia del ‘900 in Europa è rappresentabile con una sola parola: guerra», per me sarebbe più comprensibile.
Comunque.
Poi volevo dire anche un’altra cosa, a proposito delle epigrafi, no?, quel frasette che si mettono in esergo ai romanzi, non so, per esempio Anna Karenina di Tolstoj ne ha una presa dalla lettera di Paolo ai romani che dice «A me la vendetta, io farò ragione»; non so, il Maestro e Margherita di Bulgakov ne ha una presa dal Faust di Goethe che dice « Io sono una parte di quella forza che eternamente vuole il Male e eternamente compie il Bene»; poi, non so, Il respiro di Thomas Bernhard ne ha una presa da Pascal che dice: «Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno risolto, per viver felici, di non pensarci», ecco il programma per le primarie di Bersani ha un’epigrafe che dice: «L’Italia ce la farà se ce la faranno gli italiani. Se il paese [minuscolo] che lavora, o che un lavoro lo cerca, che studia, che misura le spese, che dedica del tempo al bene comune, che osserva le regole e ha rispetto di sé, troverà un motivo di fiducia e di speranza. Davanti a noi ora c’è una scelta di questo tipo: se batterci tutti assieme o rinunciare a battersi. Se credere nelle risorse e nel coraggio del Paese [maiuscolo] o affidarsi alle risorse di uno solo. È tempo di ripartire. Perché il peggio può essere alle nostre spalle. Se lo vogliamo». Firmato: Bersani. Cioè che Bersani ha messo come epigrafe al programma di Bersani una frase di Bersani, volevo dire.

[uscito sabato sul Foglio]

Non è un programma

domenica 11 novembre 2012

Il programma di Matteo Renzi per le primarie del 2012 comincia così: «Questo non è un programma».
«Qui non troverete né proclami né promesse», si legge poi dopo.
«La formula magica per risolvere i problemi dell’Italia, non esiste»; «Ecco perché non ha senso proporre l’ennesima ricetta calata dall’alto»; «Troppo spesso, da noi, si pensa che basti il comma di un decreto legge partorito in qualche ministero a cambiare le cose»; «Il punto, oggi, non è proporre l’ennesimo grande disegno di riforma»; il dovere della politica «non è quello di accrescere il caos nascondendosi dietro a tecnicismi o confondendo le acque per tenere le mani libere»; i partiti «Non siano enti pubblici», «la politica non sia la via breve per avere privilegi», e così via.
Adesso, io non sono un fine politologo, e nemmeno un politologo grossolano, ma mi sembra che la preoccupazione principale che ha mosso gli estensori di questo programma-non-programma, sia di non essere confusi con qualcun altro, che è la stessa preoccupazione, mi sembra, che ha determinato il fatto che il partito-non-partito di Beppe Grillo abbia uno statuto che si chiama Non statuto.
Una preoccupazione forte di chi fa politica oggi, mi sembra sia far capire ai potenziali elettori che loro, sì, fanno politica, però non sono come quelli che fanno politica.
Così i seguaci di Renzi in questo non programma, così i radicali che ultimamente hanno coniato lo slogan (o hashtag) «(#)tranneiradicali», così i partecipanti ad Alba, che fin dal nome si definisce «Soggetto politico nuovo», così i relatori alle riunioni di Prossima Italia, il movimento politico che fa capo a Pippo Civati, (che sono state, tra quelle che ho visto io, le riunioni più interessanti, lì ho trovato il nome di un personaggio di un romanzo che stavo scrivendo e che si chiama, da allora, «Il sempre più temibile problema del rischio idraulico e del dissesto idrogeologico»), così i grillini al consiglio comunale di Parma (non avevo mai usato la parola grillini, ma dopo aver letto la nota dell’ufficio stampa della lista 5 stelle di Milano in cui si dice che «Alla luce dell’enorme cambiamento proposto dal Movimento 5 stelle è indispensabile che tutti voi giornalisti, redattori, caporedattori e direttori poniate la massima attenzione ad evitare parole che non appartengono alla realtà del movimento»», ecco, alla luce di questo comunicato mi sembra indispensabile usarla, la parola grillini, che è una delle parole che i grillini di Milano dicono che non si possono usare, almeno una volta , e lo faccio adesso così non ci penso poi più), così i grillini del consiglio comunale di Parma, e mi viene in mente che quando Pizzarotti, il sindaco di Parma, ha scritto un libro intervista, il giornalista che l’ha scritto con lui ha dichiarato «È importante sottolinearlo, adesso c’è la moda dei politici che scrivono libri, non è certo il caso del sindaco di Parma».
Come se ci fosse una gara a candidarsi come il nuovo più nuovo, il diverso più diverso, il giovane più giovane, l’estraneo più estraneo più estraneo, il comune cittadino più comune cittadino, e a guardar questa gara a me vengono in mente due cose, Sandro Penna («Beato chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune») e Joe, un giovane di Pittsburgh, che un giorno si è presentato da Kurt Vonnegut e gli ha chiesto: «Per favore, mi dica che prima o poi finirà tutto bene», e Kurt Vonnegut gli ha risposto che lui di regole ne conosceva una sola: «Cazzo, Joe, – gli ha risposto, – bisogna essere buoni».

[uscito venerdì sul Foglio]

Kurt Vonnegut e il partito democratico

domenica 14 ottobre 2012

[ho riscritto, per il foglio di ieri, il pezzetto sul Pd che è andato in onda martedì scorso nel programma Volo in diretta]

Credo che sia per il fatto che ho quasi cinquant’anni, che quando vado in giro mi vien da pensare le cose che vedo, e che sento, non andrebbero fatte e dette così come son fatte e son dette, andrebbero fatte e dette così come si facevano e si dicevano quando io ero giovane.
Quest’estate, per esempio, sono stato al Campo Volo, a Reggio Emilia, alla Festa Nazionale dell’Unità, e ho pensato che la festa dell’Unità, secondo me, non dovrebbero chiamarla Festa del Pd, perché si chiama Festa dell’Unità; e le bandiere che ci sono alla Festa dell’Unità, non dovrebbero essere bandiere tricolori, dovrebbero essere bandiere rosse.
E i cappellini e le bandiere che hanno quelli che ascoltano i comizi, non dovrebbero darglieli all’ultimo minuto quelli dello staff, dovrebbero portarseli loro da casa. E la canzone Bandiera rossa, non dovrebbe finire, come l’ho sentita cantata dai volontari in un ristorante della festa del Pd, con la strofa «Evviva il PD e la libertà», dovrebbe finire con la strofa «Evviva il comunismo, e la libertà» (mia mamma dice che la versione originale diceva «Evviva il socialismo e la libertà»).
Forse sono io, che son così, forse sono io che son rimasto, nella mia testa, al 1966, alla Festa Nazionale dell’Unità di Rimini dove non c’eran comizi, ma “stand gastronomici, mostra mercato del libro, ricco programma di musica leggera che prevedeva Giorgio Gaber, Jonny Dorelli, Don Powell, Gianni Morandi e la partecipazione del noto cantate sovietico Vladimiro” (come si legge nel bel saggio di Anna Tonelli, Falce e tortello. Storia politica e sociale delle Feste dell’Unità 1945-2011).
E anche i comizi, non è che non mi piacciano i comizi, mi piacciono, però che si parli come dico io, che secondo me, come ho anche già scritto, io quando sento Bersani che comincia i suoi interventi dicendo «Care democratiche, cari democratici», io mi chiedo ma come si fa, dopo un inizio del genere, a dire qualcosa di sensato?. Continua a leggere »

Un pezzettino

venerdì 28 settembre 2012

Io per esempio, prendiamo un libro che per me è uno dei libri più stupefacenti degli ultimi vent’anni, Le opere complete di Learco Pignagnoli, di Daniele Benati, e prendiamone l’opera numero 13, celeberrima, tra i Pignagnolisti, quella che fa:

Opera numero 13

Tranne me e te, tutto il mondo è pieno di gente strana. E poi anche te sei un po’ strano.

Ecco, la domanda è: questa cosa qua, che a me sembra una verità incontrovertibile, che io ho trovato espressa per la prima volta compiutamente nelle Opere complete di Learco Pignagnoli, Pignagnoli, la sapeva già prima di scriverla, o l’ha trovata mentre la scriveva? Difficile dirlo, prendiamo un’altra, l’Opera numero 49, quella che fa:

Opera numero 49

Gesù Cristo ha detto: Coloro che crederanno in me non moriranno mai. E così, ai suoi tempi, è riuscito a farsi dei seguaci. Ma se avesse detto: Coloro che crederanno in me moriranno, dei seguaci non se ne sarebbe fatto neanche uno. Continua a leggere »

Sempre le stesse cose

domenica 16 settembre 2012

Delle cose che mi sono venute in mente nel mese di agosto, quando scrivevo, per il Foglio, il diario intitolato Il mondo è pieno di gente che sta a casa, una mi è rimasta in mente nel mese di settembre, ed è l’idea di riscrivere un libro che è già stato scritto, che è una cosa che non so se si può fare; per convincermi che si può fare, da qualche settimana mi dico che io, secondo me, anche se chiaramente non me l’ero mai detto, quel libro lì avrei voluto scriverlo anche prima che avessero scritto quell’altro, che quando l’ho visto per la prima volta in libreria mi ricordo ho pensato “Nooo”.
Però poi, da qualche settimana, mi ripeto nella mia testa l’inizio della nota finale che Sciascia ha messo al suo Candido, che comincia così: «Dice Montesquieu che un’opera originale ne fa quasi sempre nascere cinque o seicento altre, queste servendosi della prima all’incirca come i geometri si servono delle loro formule».
E mi dico pertanto che io potrei fare così, potrei servirmi di quel libro lì come un geometra si serve del teorema di Pitagora, e diventare uno dei cinque o seicento geometri che lo rifanno, dichiarandolo esplicitamente e mettendomi anche in una condizione di subalternità che vuol dire anche che sono modesto che è sempre una bella cosa, da mettere in primo piano, per chi scrive dei libri. Continua a leggere »

Dire di cosa parla Charms si fa fatica

domenica 9 settembre 2012

Daniil Charms (Pietroburgo 1905 – Leningrado 1942), a leggere le cose che ha scritto, si fa fatica a dire di cosa parlano, anche se credo sia possibile individuare alcune ricorrenze, per esempio la sua avversione, testimoniata anche da chi lo conobbe, per i bambini, che stupisce ancora di più se si considera che Charms, in vita, fu, sostanzialmente, uno scrittore per bambini, e, come scrive il suo biografo Aleksandr Kobrinskij, se si considera che «per alcuni decenni, a cominciare dalla metà degli anni cinquanta, vale a dire dal momento in cui fu di nuovo possibile nominarlo, intere generazioni di bambini sovietici crebbero con le poesie e i racconti per l’infanzia di Charms, che erano stati ripubblicati con tirature considerevoli».
Questo affetto dei bambini nei confronti di Charms e delle sue opere (anch’esso testimoniato dai contemporanei), suona in un modo strano se si considerano alcuni passi delle opere per adulti, di Charms (pubblicate queste, in Unione Sovietica, più tardi, in frammenti a partire dalla fine degli anni 60 e in volume dai tardi anni ’80). Continua a leggere »

Il mondo è pieno di gente che sta a casa – 19

domenica 26 agosto 2012

E poi in questi ultimi giorni, intanto che lavoravo, mi è capitato spesso di sentire per radio, o da youtube, dei dibattiti, dal meeting di Rimini, e la cosa che mi ha colpito è che, non tanto quelli che intervenivano, quelli che introducevano, che avevano quasi tutti l’accento lombardo, avevano un tono come se ci tenessero a far sapere che le cose che dicevano loro non erano cose che forse eran così, eran cose che eran così, e basta. E sembrava che queste cose che dicevano, loro le avevan scoperte per via del fatto che loro non la pensavano in un modo qualsiasi, la pensavano in quel modo lì, e basta. E la cosa era tanto più stupefacente, mi sembra, se consideriamo che spesso i dibattiti che quei signori lì introducevano trattavano di materie come la fede, o la realtà, o la spiritualità, quello che c’è di qua, e quello che c’è di là, che sono materie che, parlarne e dire qualcosa che abbia un senso, e che resti impresso in chi ti ascolta, è difficilissimo, secondo me; io ho letto pochissime cose che mi è sembrato che avessero senso, sul rapporto tra fede e realtà, mi viene in mente soltanto, in questo momento, un breve scritto di Daniil Charms che mi permetto di copiare qua sotto:

Un uomo era andato a dormire che era credente, si era svegliato che era ateo.
Per fortuna, nella stanza di quest’uomo c’era una bilancia medica decimale, e quest’uomo era abituato a pesarsi tutti i giorni, mattino e sera. Così, andando a dormire il giorno prima, l’uomo si era pesato e aveva scoperto che pesava 4 pud e 21 funt. E il giorno dopo al mattino, dopo essersi svegliato che era ateo, l’uomo si era pesato ancora e aveva scoperto che pesava in tutto 4 pud e 13 funt. «Di conseguenza», aveva pensato l’uomo, «la mia fede pesava intorno agli 8 funt». Continua a leggere »

Il mondo è pieno di gente che sta a casa – 18

sabato 25 agosto 2012

Domani finisce questo diario del mese di agosto passato a Bologna, o, meglio, a Casalecchio di Reno, vicino a Bologna, e siccome i finali son delle cose strane, io il finale lo vorrei scrivere oggi, e domani poi provo a scriver dell’altro, non un finale, perché i finali sono una parte difficile, uno rischia di rovinar tutto, con un finale, ammesso che ci sia qualcosa da rovinare, e i finali uno tra l’altro tende anche a dimenticarli, di inizi memorabili io me ne ricordo molti, di finali memorabili, non so, mi viene in mente il finale di Père Goriot, di Balzac, con Rastignac che, rivolto a Parigi, dice «A nous deux maintenant!», («Ed ora, a noi due!»), che poi non è esattamente il finale perché il vero finale, l’ultima frase del romanzo è «Rastignac alla dîner chez Madame de Nucingen» («Rastignac andò a pranzo dalla signora de Nucingen»), che però come frase non fa tanto effetto e allora si considera che il finale sia quell’altra, «A nous deux maintenant!», che è due riga sopra, ed è una frase che io, ogni tanto, quando parto al mattino sulla mia bicicletta, la dico anch’io, anche se io non mi rivolgo a Parigi, mi rivolgo a Casalecchio di Reno, che è un’altra cosa, un po’ meno sensata, forse, anche se quella frase lì di Rastignac la si può poi intendere anche in senso figurato, cioè non è che uno la può dire a Parigi e basta, la può dire anche a Roma, o a Milano, o a Firenze, o a Napoli, o, appunto, a Casalecchio di Reno, e in senso ancora più figurato, ho visto, l’ha adoperata Umberto Eco in un suo saggio del 1969 recentemente ristampato da Bompiani in un libro intitolato Il costume di casa che io, non so come mai, l’ho comprato; ci sono quei libri che te entri in libreria e vieni fuori cinque minuti dopo con quel libro lì che poi quando lo prendo in mano ti chiedi «Ma cosa l’ho comprato a fare?». Continua a leggere »