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Un personaggio

lunedì 12 gennaio 2015

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

Un personaggio che voglia fare un minimo di carriera deve, naturalmente, amare; può amare praticamente qualunque cosa in qualunque modo, ma amare deve.

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), p. 186]

Un saltimbanco

domenica 21 dicembre 2014

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Per secoli, in tutti i dialetti d’Europa, in rime rozze e calde, le storie dei paladini furono la bella letteratura dei poveri: una fiaba di amori, di audacie, di tradimenti. C’è qualcosa di più bello al mondo? Ci furono cantastorie famosi, contesi da mercato a paese, cantastorie umili e rochi, finti cantastorie. Come questo che ora ascoltiamo, una faccia accigliata e magra, due occhi più pensosi che furbi, bizzarri e svelti. Che singolare saltimbanco: si finge un dappoco, come quei prestigiatori che simulano una laboriosa inettitudine, e si trovano pieni di conigli e cilindri e fazzoletti e spade che non tagliano. Alla folla un po’ sbalordita, quell’uomo ingegnoso e strano, comincia a raccontare una fola mai dita, una miscela di fiabe antiche, nuove, paesane e colte, e molte inventate proprio or ora:

In principio era il Verbo appresso a Dio,
ed era Iddio il Verbo e’l Verbo Lui:
questo era nel principio al parer mio,
e nulla si può far sanza Costui.
Però, giusto Signor benigno e pio,
mandami solo un degli angel tui,
che m’accompagni e rechimi a memoria
una famosa, antica e degna storia.

[Giorgio Manganelli, Un’allucinazione fiamminga. Il Morgante maggiore raccontato da Manganelli, Roma, Socrates 2006, p. 41]

Una parola lussuosa come plenilunio

mercoledì 12 novembre 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho cercato di dire, un po’ a braccio, quel che pensavo delle parole nuove, o meglio ‘inventate’. Mi è capitato, anche per burla, di usare parole inesistenti: forse qualcuno ricorderà «troppità», in un recente corsivo. Confesso, mi piacerebbe che avesse fortuna; che un giorno il Battaglia lo registrasse come neologismo. Pensate, una parola lussuosa come ‘plenilunio’ è un neologismo dantesco. Che cosa è una parola ‘nuova’, includendo sotto la definizione anche le parole antiche ma perente? I fisici raccontano che nel mondo dell’infinitamente piccolo talora si disvelano particelle minime, infime, ma dotate di intesa potenza, anche se di vita estremamente aleatoria. Mi sembra che le parole inedite abbiano qualcosa di analogo: una intensità subitanea, allucinatoria, talora effimera, talora perenne: ‘Plenilunio’ è parola stupenda, ma prima che Dante la scrivesse non esisteva; è una apparizione.
Di fronte ad una parola come ‘paninoteca’ vien fatto di pensare che il neologismo ha il compito di indicare un oggetto esistente ma privo di nome: a me sembra che sia il nome ad individuare l’oggetto. Esisteva un negozio, esistevano i panini i ragazzotti che li mangiavano; tutto molto instabile, inafferrabile, inconclusivo; ma ecco che nasce quella parola mostruosa – ma anche Cerbero è un mostro, e non se ne è mai andato dalle nostre fantasie – e il negozio, i panini, i ragazzotti, vengono assurti a idee platoniche, stanno nel cielo purissimo della verbalità.
D’Annunzio, uomo sommamente verbale, trasse dal nulla parole come ‘velivolo’, squisita, definitiva presenza. Amoroso di parole arcaiche, di termini desueti, D’Annunzio fece rivolare, come farfalle già congelate, parole come ‘crambe’, ‘nenufaro’, ‘pancrazio’; né occorre cercare sempre nel dizionario, talora agiscono come suono attivo, incantamento. Appunto, incantamento: una parola è un incantamento, evocazione allucinatoria, non designa una ‘cosa’, ma la cosa diventa parola, ed esiste nell’unico modo in cui può esistere: suono significante, arbitrio fonico, gesto magato ed efficace.

[Giorgio Manganelli, Per amor di troppità, in Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 89-90]

Saggezza

lunedì 20 ottobre 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pare che Seneca, nella sua tipica, stravagante saggezza, abbia osservato che un verme dispone di una quantità incredibile di tempo libero. È probabile che Seneca, che non intratteneva rapporti intimi con i vermi (li invitò a cena solo troppo tardi per scusarsi), abbia sottovalutato la fatica che un verme deve dedicare alla bisogna di procurarsi del cibo, anche scadente. (Si parla male della Guida Michelin, ma avete mai preso in esame la Michelin dei vermi?); tuttavia, nell’insieme l’osservazione pare ragionevole.

 

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), p. 115]

Ragionevolmente

sabato 20 settembre 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Segretamente sono convinto che l’acqua venga prodotta, dirò meglio generata dal rubinetto, che l’interruttore sia il padre della luce, che il numero di telefono sia una formula pitagorica con cui posso evocare l’esistenza altrui. Sono convinto che i programmi radio – non oso neppure pensare alla televisione – siano delle cose messe dentro ad un filo da una parte, e tirate fuori dall’altra. Credo sia chiaro che la scienza non possa ragionevolmente attendersi da me preziosi contributi.

 

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 109-110]

Oligoscisti

domenica 6 luglio 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mettiamo ad ogni modo che lei sia Shakespeare o Tolstoj. Che cosa vorrei dirle? Che per scrivere l’Amleto, o anche molto meno, l’università di lettere non le darà nulla. La consiglierei di iscriversi a chimica, archeologia, geologia. Lei ha bisogno di metafore, di allitterazioni, di iperboli. Ha bisogno di perdere tempo e di commettere degli errori: molti errori. Le serve il cattivo gusto, ha bisogno di letture sciocche e inattendibili. Ha bisogno di refusi. In una parola: non pensi di imparare a scrivere frequentando chi frequenta la letteratura. Niente di peggio di fare letture giuste, di sapere quello che si sta facendo. Lei dice di essere Shakespeare? Può darsi; anzi, ci credo. Per questo le dico: si iscriva a Geologia. Vedrà quante metafore le verranno regalate. Non ricordo più che cosa siano gli oligoscisti: ma quella, caro mio, quella è letteratura.

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 104.105]

Quando sarete innamorati

domenica 29 giugno 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un giorno, ero allora liceale, un professore disse: «Quando sarete innamorati, scriverete lettere bellissime». Se l’affermazione del professore fosse fondata, la storia della letteratura sarebbe in primo luogo formata da epistolari amorosi; invece non è così. Che strano. In una vita ci si innamora da una a dodici volte, ma gli epistolari memorabili, quelli da tesi di laurea, da premio Nobel, saranno qualche decina, mettendo assieme tutte le letterature del mondo. Forse meno. In realtà, chiunque abbia conosciuto innamorati – e capita a tutti – e si ricorda di se medesimo amoroso o amorosa, sa benissimo che chi è trafitto d’amore è un personaggio monotono, ripetitivo, dalla aggettivazione scialba e iterativa, affranto dal gravame dei luoghi comuni, emotivamente instabile, solipsista, convinto che l’oggetto del suo amore sia di interesse generale, e più stupito che irritato se nota una certa tendenza a cambiare discorso nei più cari e pazienti sodali. L’innamorato è socialmente una peste, un diluvio innocente, un farneticante, un ossessivo, e sebbene tutto ciò sia assai nobile e fondamentale del punto di vista della storia psicologica specifica, non è credibile che costui sia in grado di produrre testi letterari interessanti.

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 75-76]

I coccodrilli li vogliamo perfetti

giovedì 5 giugno 2014

manganelli, improvvisi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qualche giorno fa, ad un posto di dogana, qui in Italia, si sono presentati diciassette coccodrilli; sul numero potrei essere impreciso, ma non sui coccodrilli. Di per sé la notizia che un folto gruppo di coccodrilli si presenta alla frontiera è interessante ma non straordinaria; il turismo impazza, in tutto il mondo si leggono dispense sulla storia dell’arte, viene fatto di pensare che quelli fossero coccodrilli in viaggio d’istruzione, “vacanze intelligenti”, come si dice. Si sa che fino a qualche tempo fa il livello culturale dei coccodrilli era modesto; ma l’istruzione obbligatoria e i computer fanno miracoli. Forse era un viaggio premio per coccodrilli laureati di fresco.
Macché; i coccodrilli, interrogati, si mostrarono del tutto disorientati, e indifferenti alla meta del viaggio; neppure la Torre di Pisa parve commuoverli. Ignoranti. I coccodrilli venivano importati da un tale per motivi che non erano specificati. Forse esiste una setta che ama i coccodrilli e li adora; se ne vedono di tutti i colori. Come che sia, i coccodrilli non sono stati ammessi. Non avevano i documenti in regola.
Forse, direte, le fotografie sui passaporti non erano somiglianti. Ci sono dei coccodrilli ricercati dalla polizia che si nascondono dietro le fattezze di coccodrilli solo vagamente somiglianti. Macché. I coccodrilli sono stati trattenuti perché non erano in regola dal punto di vista sanitario.
Confesso di aver trascurato nei miei giovani anni la patologia dei coccodrilli. Sono tuttavia lieto che a Roma, in questa città universale, questa Porta Portese cosmica, ci sia un ufficio il cui compito è di esaminare con cura le condizioni dei coccodrilli. Li guardano contro luce, li scuotono, gli fanno dire facili filastrocche, li fanno rimbalzare contro i muri, misurano polso e temperatura.
A quanto pare, questi diciassette coccodrilli erano inadeguati. Malsani, anemici, costipati, uricemici, epatici, come che sia, non facevano per noi, che i coccodrilli li vogliamo perfetti, mica dei riformati per insufficienza toracica. C’è qualcosa di affascinante in questo rigore sanitario verso i coriacei draghi africani; mi fa pensare che l’Italia, l’Italia delle Usl e della tassa sulla salute, abbia raggiunto una efficienza medica suprema. Mi vedo file di mandrilli che attendono il visto, pipistrelli ospedalizzati per singulto cronico, farfalle miopi rese felici grazie a perfezionate lenti a contratto, tartarughe fornite di acceleratore e usignoli con il registratore per controllare le proprie prestazioni.
Non so come siano finiti i diciassette coccodrilli; talora penso a quei bestioni pazienti, e mi dico che, semplicemente, nessuno li ha avvertiti che non si viaggia in diciassette. Porta male.

[Giorgio Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere, Milano, Leonardo 1989, pp. 180-181]

Due settimane fa

mercoledì 7 maggio 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due settimane fa, in un momento di particolare fulgore mentale, mi capitò di osservare che l’aggettivo ‘demistificante’ è un po’ ‘mistificante’: da allora non è accaduto nulla per farmi cambiare idea.

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), p. 116]

 

Leggibili e illeggibili

martedì 29 aprile 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tuttavia, togliendoci di dosso il povero orpello di un’ora di follia, che, come dice il Moravia con icastica immagine, non è che un «piccolo vortice che gira intorno il vuoto», vediamo se si possa concludere con qualche bella e nobile sentenza questa disputa tra leggibili e illeggibili. Sono ormai generazioni che le due schiere si fronteggiano, si misurano, con varia fortuna si contrastano. Da una parte, la letteratura che il Moravia definisce leggibile e giudica valida; una letteratura che si suppone, ahimè, non senza ragione, ‘umanistica’, che trae ispirazione ‘dalla vita’, che teorizza la propria affabilità e non di rado s’immagina o si propone di dar opera al miglioramento dell’umanità. Caratteristica minima della letteratura leggibile in questa interpretazione è la più radicale, e forse lievemente patologica mancanza di ironia.
D’altro canto, esistono scrittori che non coltivano una programmatica affidabilità; non lusingano il lettore, anzi non senza protervia aspirano a inventarselo da sé: provocarlo, irretirlo, sfuggirgli; ma insieme costringerlo ad avvertire, o a sospettare, che in quelle pagine oscure, velleitarie, acerbe, in quei libri faticosi, sbagliati, si nasconde una esperienza intellettuale inedita, il trauma notturno e immedicabile di una nascita. Il loro lavoro letterario si concentra su una tematica linguistica e strutturale; domina la coscienza dell’atto artificiale, anche innaturale della letteratura; e si celebra la fastosa libertà, l’oltraggiosa anarchia dell’invenzione di inedite strutture linguistiche. Discontinue schegge di retorica, coaguli linguistici inadoperabili per compiti di socievole sopravvivenza, infine, carattere supremamente distintivo, una lingua letteraria improbabile, fitta di citazioni, anche maniacale: una lingua morta. Non è letteratura affettuosa, non accarezza i cani, in genere non svolge compiti missionari.

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), p. 101]