Per non firmare gli appelli

martedì 3 febbraio 2015

Giorgio Manganelli, Antologia privata

Tutti conoscono la vecchia leggenda dei Prossimani del diluvio. Secondo questa bella tradizione, il diluvio non devastò l’intero pianeta, ma solo una parte, la più prospera, ampia e fittamente popolata. Quando prese a piovere e i fiumi si ingrossarono e la gente prima inumidita, poi seccata, poi travolta si diede a inane fuga per campi, le tribù viciniori presero a deplorare la situazione. In ciò agevolati dal clima ragionevolmente sereno, gli uomini migliori di quelle razze si raccolsero in luoghi aprichi; erano uomini colti, intellettuali, fondatori delle arti, smaliziati manipolatori di sintassi. Si misero in capo di redigere un documento: il che sessi fecero presto e bene. In quel testo, costoro, rivolgendosi alle Nuvole – giacché rivolgere direttamente la parola all’iracondo Dio diluviante poteva prestarsi a interpretazioni che poi sarebbe stato difficile rettificare – «fecero notare» come fosse contrario ad ogni consuetudine piovere così a lungo, tanto e un posto solo; «deplorarono» la devastazione dei campi e delle greggi; e inserirono un pezzo sui bambini annegati che era cosa di grande e semplice bellezza. Proseguendo, ed anzi viva via incanagliendosi le piogge, i valentuomini si riunirono di nuovo, e – mentre un comitato di femminette preste di dita e conocchia si davano a far golfini – elaborarono un secondo documento, che era senza alcun dubbio accorato. In questo si «denunciava» l’indifferenza delle piogge alla pubblica opinione e si «reclamava» a) l’immediata cessazione del diluvio, b) la restituzione del ciel sereno, «inalienabile diritto di tutti i cittadini», c) l’impegno a non piovere più, se non nelle forme e nei limiti consacrati dalla tradizione. Il diluvio continuò, le brave donne allungarono i golfini adattandoli a comodi sudari, qualche dabbene scrisse una lettera aperta sulla «inutile strage», che ancora si legge nelle scuole. Si narra anche che mentre l’incaricato banditore a gran voce leggeva alle Nuvole il messaggio, più su il Numinoso Caprone si rotolasse sui bronzei pianciti dell’empireo, percotendoli con la latitudine delle arcaiche chiappe, e traendone un clangore di aureolata letizia.

[Giorgio Manganelli, Alcune ragioni per non firmare gli appelli, in Antologia privata, Macerata, Quodlibet 2015, pp. 154 155]

Antologia privata

venerdì 23 gennaio 2015

Giorgio Manganelli, Antologia privata

«Leggere i russi» è un’esperienza che molti fanno nell’adolescenza, più o meno al tempo delle sigarette e dei primi, sani desideri di scappare di casa e andare a fare il mozzo. Di questi desideri i «russi» sono i più tenaci, e se poche sono le possibilità che ci si dedichi a correre lungo i moli in cerca di un brigantino, assai minori sono quelle di liberarsi di un Dostoevskij una volta che vi è entrato nel sangue. Ma non è solo lui; non esistono disintossicanti per Gogol, ed è molto più facile dimenticare il numero del telefono del primo amore, che la prima lettura della Sonata a Kreutzer di Tolstoj, o della Steppa di Čechov.

[Giorgio Manganelli, Antologia privata, Macerata, Quodlibet 2015, pp. 211-212]

Conseguire l’insuccesso

martedì 13 gennaio 2015

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

Tuttavia possiamo provare a dare alcuni consigli a un giovane scrittore che sia fermamente deciso a conseguire l’insuccesso; tenendo presente che nessuna ricetta è sicura, ed un virtuoso giovane può trovarsi investito da un insolente successo che aveva fatto di tutto per evitare.
In linea di massima, sarà bene non parlare d’amore, o al più di un amore squallido, da consumarsi in soffitte, da una coppia priva di senso storico, di amore per la trasgressione, di immoralità trionfante. Tuttavia, bisognerà anche evitare i delitti passionali, le morti violente, i drammi della coscienza, la poesia del ricordo. Quella ipotetica coppia deve essere distratta, inutile, fiacca, di mira incerta, non votante, frettolosa nelle cose d’amore, deva avere un reddito basso ma non infimo, che può eccitare l’interesse del lettore classista. Ho detto: niente delitti, onesti scrittori votati al fallimento sono stati brutalizzati dal successo di un delitto: Delitto e castigo insegni; il sangue è seducente, e il successo è il meritato ‘castigo’ del ‘delitto’.

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 191-192]

Un personaggio

lunedì 12 gennaio 2015

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

Un personaggio che voglia fare un minimo di carriera deve, naturalmente, amare; può amare praticamente qualunque cosa in qualunque modo, ma amare deve.

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), p. 186]

Un saltimbanco

domenica 21 dicembre 2014

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Per secoli, in tutti i dialetti d’Europa, in rime rozze e calde, le storie dei paladini furono la bella letteratura dei poveri: una fiaba di amori, di audacie, di tradimenti. C’è qualcosa di più bello al mondo? Ci furono cantastorie famosi, contesi da mercato a paese, cantastorie umili e rochi, finti cantastorie. Come questo che ora ascoltiamo, una faccia accigliata e magra, due occhi più pensosi che furbi, bizzarri e svelti. Che singolare saltimbanco: si finge un dappoco, come quei prestigiatori che simulano una laboriosa inettitudine, e si trovano pieni di conigli e cilindri e fazzoletti e spade che non tagliano. Alla folla un po’ sbalordita, quell’uomo ingegnoso e strano, comincia a raccontare una fola mai dita, una miscela di fiabe antiche, nuove, paesane e colte, e molte inventate proprio or ora:

In principio era il Verbo appresso a Dio,
ed era Iddio il Verbo e’l Verbo Lui:
questo era nel principio al parer mio,
e nulla si può far sanza Costui.
Però, giusto Signor benigno e pio,
mandami solo un degli angel tui,
che m’accompagni e rechimi a memoria
una famosa, antica e degna storia.

[Giorgio Manganelli, Un’allucinazione fiamminga. Il Morgante maggiore raccontato da Manganelli, Roma, Socrates 2006, p. 41]

Una parola lussuosa come plenilunio

mercoledì 12 novembre 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho cercato di dire, un po’ a braccio, quel che pensavo delle parole nuove, o meglio ‘inventate’. Mi è capitato, anche per burla, di usare parole inesistenti: forse qualcuno ricorderà «troppità», in un recente corsivo. Confesso, mi piacerebbe che avesse fortuna; che un giorno il Battaglia lo registrasse come neologismo. Pensate, una parola lussuosa come ‘plenilunio’ è un neologismo dantesco. Che cosa è una parola ‘nuova’, includendo sotto la definizione anche le parole antiche ma perente? I fisici raccontano che nel mondo dell’infinitamente piccolo talora si disvelano particelle minime, infime, ma dotate di intesa potenza, anche se di vita estremamente aleatoria. Mi sembra che le parole inedite abbiano qualcosa di analogo: una intensità subitanea, allucinatoria, talora effimera, talora perenne: ‘Plenilunio’ è parola stupenda, ma prima che Dante la scrivesse non esisteva; è una apparizione.
Di fronte ad una parola come ‘paninoteca’ vien fatto di pensare che il neologismo ha il compito di indicare un oggetto esistente ma privo di nome: a me sembra che sia il nome ad individuare l’oggetto. Esisteva un negozio, esistevano i panini i ragazzotti che li mangiavano; tutto molto instabile, inafferrabile, inconclusivo; ma ecco che nasce quella parola mostruosa – ma anche Cerbero è un mostro, e non se ne è mai andato dalle nostre fantasie – e il negozio, i panini, i ragazzotti, vengono assurti a idee platoniche, stanno nel cielo purissimo della verbalità.
D’Annunzio, uomo sommamente verbale, trasse dal nulla parole come ‘velivolo’, squisita, definitiva presenza. Amoroso di parole arcaiche, di termini desueti, D’Annunzio fece rivolare, come farfalle già congelate, parole come ‘crambe’, ‘nenufaro’, ‘pancrazio’; né occorre cercare sempre nel dizionario, talora agiscono come suono attivo, incantamento. Appunto, incantamento: una parola è un incantamento, evocazione allucinatoria, non designa una ‘cosa’, ma la cosa diventa parola, ed esiste nell’unico modo in cui può esistere: suono significante, arbitrio fonico, gesto magato ed efficace.

[Giorgio Manganelli, Per amor di troppità, in Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 89-90]

Saggezza

lunedì 20 ottobre 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pare che Seneca, nella sua tipica, stravagante saggezza, abbia osservato che un verme dispone di una quantità incredibile di tempo libero. È probabile che Seneca, che non intratteneva rapporti intimi con i vermi (li invitò a cena solo troppo tardi per scusarsi), abbia sottovalutato la fatica che un verme deve dedicare alla bisogna di procurarsi del cibo, anche scadente. (Si parla male della Guida Michelin, ma avete mai preso in esame la Michelin dei vermi?); tuttavia, nell’insieme l’osservazione pare ragionevole.

 

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), p. 115]

Ragionevolmente

sabato 20 settembre 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Segretamente sono convinto che l’acqua venga prodotta, dirò meglio generata dal rubinetto, che l’interruttore sia il padre della luce, che il numero di telefono sia una formula pitagorica con cui posso evocare l’esistenza altrui. Sono convinto che i programmi radio – non oso neppure pensare alla televisione – siano delle cose messe dentro ad un filo da una parte, e tirate fuori dall’altra. Credo sia chiaro che la scienza non possa ragionevolmente attendersi da me preziosi contributi.

 

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 109-110]

Oligoscisti

domenica 6 luglio 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mettiamo ad ogni modo che lei sia Shakespeare o Tolstoj. Che cosa vorrei dirle? Che per scrivere l’Amleto, o anche molto meno, l’università di lettere non le darà nulla. La consiglierei di iscriversi a chimica, archeologia, geologia. Lei ha bisogno di metafore, di allitterazioni, di iperboli. Ha bisogno di perdere tempo e di commettere degli errori: molti errori. Le serve il cattivo gusto, ha bisogno di letture sciocche e inattendibili. Ha bisogno di refusi. In una parola: non pensi di imparare a scrivere frequentando chi frequenta la letteratura. Niente di peggio di fare letture giuste, di sapere quello che si sta facendo. Lei dice di essere Shakespeare? Può darsi; anzi, ci credo. Per questo le dico: si iscriva a Geologia. Vedrà quante metafore le verranno regalate. Non ricordo più che cosa siano gli oligoscisti: ma quella, caro mio, quella è letteratura.

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 104.105]

Quando sarete innamorati

domenica 29 giugno 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un giorno, ero allora liceale, un professore disse: «Quando sarete innamorati, scriverete lettere bellissime». Se l’affermazione del professore fosse fondata, la storia della letteratura sarebbe in primo luogo formata da epistolari amorosi; invece non è così. Che strano. In una vita ci si innamora da una a dodici volte, ma gli epistolari memorabili, quelli da tesi di laurea, da premio Nobel, saranno qualche decina, mettendo assieme tutte le letterature del mondo. Forse meno. In realtà, chiunque abbia conosciuto innamorati – e capita a tutti – e si ricorda di se medesimo amoroso o amorosa, sa benissimo che chi è trafitto d’amore è un personaggio monotono, ripetitivo, dalla aggettivazione scialba e iterativa, affranto dal gravame dei luoghi comuni, emotivamente instabile, solipsista, convinto che l’oggetto del suo amore sia di interesse generale, e più stupito che irritato se nota una certa tendenza a cambiare discorso nei più cari e pazienti sodali. L’innamorato è socialmente una peste, un diluvio innocente, un farneticante, un ossessivo, e sebbene tutto ciò sia assai nobile e fondamentale del punto di vista della storia psicologica specifica, non è credibile che costui sia in grado di produrre testi letterari interessanti.

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 75-76]