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Con la calma dei forti

sabato 16 gennaio 2016

Giorgio Manganelli, Ufo e altri oggetti non identificati

Leggo che vi è un gran cruccio, estrema ambascia per l’imminente offerta sul mercato di un ritrovato destinato a rendere estremamente agevoli i messaggi tra gli esseri umani, in qualunque luogo si trovino; si tratta di un telefono da tasca, verosimilmente esente da fili, con il quale si può telefonare e ricevere telefonate dovunque in qualsiasi momento. Il telefono starà in tasca, e basterà fare il numero desiderato, che potrà anche essere di altro telefono da tasca; allo stesso modo chiunque potrà venir squillato a qualsiasi ora, dovunque si trovi e in qualsivoglia circostanza.
Il cruccio, l’ambascia naturalmente si riferiscono alla minacciata privacy; si afferma, non senza ragione, che la vita privata ne uscirebbe offesa, invasa, minacciata. La notizia è divertente. Ne risulta, in primo luogo, che il concetto di vita privata è strettamente legato con quello di comportamento che è bene nascondere, variamente disdicevole, vergognoso e quanto meno malizioso. Niente da eccepire, peccare è umano, ma non è saggio che tutti ci vedano peccare. Ma non posso fare a meno di osservare che dopo tutto questo ingegnoso ritrovato sarà da noi sperimentato in Italia, nella fertile penisola dei cui telefoni, lo confesso, da troppo tempo non mi occupo.
Ora noi siamo abituati alle telefonate sviate, variamente scivolate, che finiscono su numeri simili, ma dopo tutto ci si sbaglia di strada, più raramente di quartiere. Sì, rammento che una volta, facendo un numero del tutto consueto e domestico, mi si affacciò nel telefono la severa voce di una femmina di Sant’Agata dei Goti; ma forse si trattava di un evento paranormale. Quello che pregusto è il ventaglio di possibilità che si apriranno ai telefoni nazionali, quando saranno inseriti nella rete planetaria delle telecomunicazioni. Io conto di avere delle belle esperienze, altro che Sant’Agata dei Goti. Già mi vedo Gorbaciov che, nel cuore del dibattito del Comitato Centrale, si ferma per rispondere al telefono, ascolta, lo depone e con la calma dei forti: «È il solito Manganelli che cerca il vinaio». Non troverò una lavanderia al posto dell’amico Edmondo, ma il tempio d’oro di Amristar nel Punjab, e sono certo che, quando mi troverò dal mio barbiere, affidato alle mani esperte del tecnico dei baffi, mi toccherà eludere con una punta di fastidio l’ennesima telefonata del Dalai Lama ansioso di parlare al campomonaco di un eremo himalayano. O forse da noi un inventore ingegnoso progetterà un telefono da tasca con il segnale di occupato, oppure «L’abbonato ha cambiato numero», incorporato in modo non eliminabile. La nostra privacy è sicura: possiamo peccare.

[Giorgio Manganelli, Ufo e altri oggetti non identificati 1972-1990, Roma, Mincione Edizioni 2015, pp. 235-236]

Intervista a Dio onnipotente

venerdì 15 gennaio 2016

manganelli cavazzoni

Ermanno Cavazzoni legge e racconta Giorgio Manganelli al festival sonoro della letteratura Questa è l’acqua: Clic

19 dicembre – Reggio Emilia

sabato 19 dicembre 2015

Sabato 19 dicembre,
a Reggio Emilia,
a FONDERIA 39
in via della Costituzione 39
dentro Questa è l’acqua,
festival sonoro della letteratura
alle 17,
Intervista a Dio onnipotente, di Giorgio Manganelli
legge e ne parla Ermanno Cavazzoni,
alle 18.30
Rat-Man Live!
legge Leo Ortolani
alle 21.15
L’autobus di Stalin ferma a Reggio Emilia
Antonio Pennacchi L’autobus di Stalin

Le canagliate della sintassi

mercoledì 11 novembre 2015

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

Ci sono libri che ci dànno una moderata sensazione di libertà, per il loro destino un poco periferico, che li fa restare ai margini delle storie ufficiali, scolastiche; sono libri un po’ bastardi, di dubbia legalità domestica, e senza discendenti riconosciuti. Sono dei tàngheri, dei mettimale, dei poco di buono; sono ambigui e insieme di buon umore in un modo provocatorio. Hanno del canagliesco. È bene che qualsivoglia sensazione di libertà abbia un che di canagliesco. Non occorre rompere lampioni; si possono fare più canagliate con una ben manipolata sintassi e un lessico furbesco che con le motociclette delittuose del cinema.

[Giorgio Manganelli, Quei mascalzoni di Pulci e Stendhal, in Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), p. 214]

Leggere i russi

giovedì 22 ottobre 2015

Domani vado a Milano, all’associazione Italia Russia, a fare un discorso sulla letteratura russa che si intitola Leggere i russi e prende il titolo da questa cosa che ha scritto una volta Giorgio Manganelli: «Di nuovo, sono stato risucchiato. Ho avvertito una lieve pressione alle vertebre cervicali, mi è arrivato alle narici un odore aspro di campagna concimata di recente, di bettole, di sobborghi torvi e tristi, di tenerissimi fiori appena sbocciati e odore di mucche, di cavalli, di carrozze coperte dalla muffa della morte, e infine l’aroma sacro del sangue, l’afrore della cosa uccisa o suicida. Oh, certo sono immagini, molto discordanti, addirittura senza senso, perché metterle tutte insieme? Diciamo che sono esibizionista – che sto diventando, come succede a molti, un personaggio di ciò di cui vorrei parlare: vorrei parlare infatti di quella esperienza violenta, malsana, indispensabile, unica, che dà il semplice gesto di «leggere i russi». L’ho scritto tra virgolette, perché leggere i russi non è mica una variante di tutti i mondi letterari, come leggere i ruteni, o magari gli italiani dell’Ottocento, eccettuato Manzoni, che, in questo momento, mi sembra un caso secolare di samizdat, di esule russo nel suo secolo.
«Leggere i russi» è un’esperienza che molti fanno nell’adolescenza, più o meno al tempo delle sigarette e dei primi, sani desideri di scappare di casa e andare a fare il mozzo. Di questi desideri i «russi» sono i più tenaci, e se poche sono le possibilità che ci si dedichi a correre lungo i moli in cerca di un brigantino, assai minori sono quelle di liberarsi di un Dostoevskij una volta che vi è entrato nel sangue. Ma non è solo lui; non esistono disintossicanti per Gogol, ed è molto più facile dimenticare il numero del telefono del primo amore, che la prima lettura della Sonata a Kreutzer di Tolstoj, o della Steppa di Cechov. Così accade che, periodicamente, nella vita, veniamo accolti da un attacco di «leggere i russi».

La cellulite dei secoli

mercoledì 16 settembre 2015

manganelli

Roma veniva fuori da quella pelle posticcia, tra fascista e liceale, con la sua pinguedine grandiosa, la sua pessima digestione, le arcaiche flatulenze, la cellulite dei secoli.

[Giorgio Manganelli, in Roma degli scrittori, a cura di Giorgio Biferali, Roma, Artemide 2015, p. 67]

Producete, producete cultura

domenica 19 luglio 2015

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

Si deplora che gli studenti non leggano libri ma riassunti, recensioni, ‘profili’; bene, è esattamente ciò che è riuscita a fare la scuola, la quale, non potendo trasmettere esperienza, libertà, gioia o angoscia, trasmette ‘cultura’. Il motivo per cui lo studente «non sa leggere» non accade malgrado i suoi studi, ma a causa dei suoi studi. […] Producete, producete cultura: è il vostro mestiere, e soprattutto è il contrario della letteratura.

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 211-212]

Sarà bene non parlare d’amore

sabato 18 luglio 2015

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

È noto, anzi addirittura ovvio, che se il successo è gratificante, l’insuccesso, se bene amministrato e vissuto, lo è anche di più. Un best-seller è certamente un libro cordiale, comunicativo, coinvolgente e sciarmoso; è un libro che parla a ‘tutti’; ma un worst-seller può essere un libro delicatamente scostante, afono, schivo, un libro che dà del ‘lei’ e si rivolge a pochi, pochissimi, nessuno. Beckett cominciò con libri stampati in trecento copie, e arrivò al Nobel. Dunque la tentazione ci indurrebbe a scrivere un best-seller, ma l’astuzia della storia ci dovrebbe persuadere a ricercare l’insuccesso. In realtà, se il verso ‘successo’ è misterioso e imprevedibile, così l’autentico ‘insuccesso’ è difficile da perseguire, e da amministrare una volta conseguito. Infine ci sono dei best-seller che sommano i vantaggi del successo e dell’insuccesso, e dei worst che sono e restano tali, non letti da alcuno. Tuttavia possiamo provare a dare alcuni consigli ad un giovane scrittore che sia fermamente deciso a conseguire l’insuccesso, tenendo presente che nessuna ricetta è sicura, ed un virtuoso giovane può trovarsi investito da un insolente successo che aveva fatto di tutto per evitare.
In linea di massima, sarà bene non parlare d’amore, o al più di un amore squallido, da consumarsi in soffitte, da una coppia priva di senso storico, di amore per la trasgressione, di immoralità trionfante. Tuttavia, bisognerà anche evitare i delitti passionali, le morti violente, i drammi della coscienza, al poesia del ricordo. Quella ipotetica coppia deve essere distratta, inutile, fiacca, di mira incerta, non votante, frettolosa nelle cose d’amore, deve avere un reddito basso, ma non infimo, che può eccitare l’interesse del lettore classista. Ho detto: niente delitti; onesti scrittori votati al fallimento sono stati brutalizzati dal successo di un delitto: Delitto e castigo insegni; il successo è il meritato ‘castigo’ del ‘delitto’.  

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 191-192]

Per servire a qualcosa

martedì 14 luglio 2015

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Le parole usate per servire a qualcosa si vendicano.

[Giorgio Manganelli, Il delitto rende ma è difficile, Milano, Comix 1997, p. 13]

Per non firmare gli appelli

martedì 3 febbraio 2015

Giorgio Manganelli, Antologia privata

Tutti conoscono la vecchia leggenda dei Prossimani del diluvio. Secondo questa bella tradizione, il diluvio non devastò l’intero pianeta, ma solo una parte, la più prospera, ampia e fittamente popolata. Quando prese a piovere e i fiumi si ingrossarono e la gente prima inumidita, poi seccata, poi travolta si diede a inane fuga per campi, le tribù viciniori presero a deplorare la situazione. In ciò agevolati dal clima ragionevolmente sereno, gli uomini migliori di quelle razze si raccolsero in luoghi aprichi; erano uomini colti, intellettuali, fondatori delle arti, smaliziati manipolatori di sintassi. Si misero in capo di redigere un documento: il che sessi fecero presto e bene. In quel testo, costoro, rivolgendosi alle Nuvole – giacché rivolgere direttamente la parola all’iracondo Dio diluviante poteva prestarsi a interpretazioni che poi sarebbe stato difficile rettificare – «fecero notare» come fosse contrario ad ogni consuetudine piovere così a lungo, tanto e un posto solo; «deplorarono» la devastazione dei campi e delle greggi; e inserirono un pezzo sui bambini annegati che era cosa di grande e semplice bellezza. Proseguendo, ed anzi viva via incanagliendosi le piogge, i valentuomini si riunirono di nuovo, e – mentre un comitato di femminette preste di dita e conocchia si davano a far golfini – elaborarono un secondo documento, che era senza alcun dubbio accorato. In questo si «denunciava» l’indifferenza delle piogge alla pubblica opinione e si «reclamava» a) l’immediata cessazione del diluvio, b) la restituzione del ciel sereno, «inalienabile diritto di tutti i cittadini», c) l’impegno a non piovere più, se non nelle forme e nei limiti consacrati dalla tradizione. Il diluvio continuò, le brave donne allungarono i golfini adattandoli a comodi sudari, qualche dabbene scrisse una lettera aperta sulla «inutile strage», che ancora si legge nelle scuole. Si narra anche che mentre l’incaricato banditore a gran voce leggeva alle Nuvole il messaggio, più su il Numinoso Caprone si rotolasse sui bronzei pianciti dell’empireo, percotendoli con la latitudine delle arcaiche chiappe, e traendone un clangore di aureolata letizia.

[Giorgio Manganelli, Alcune ragioni per non firmare gli appelli, in Antologia privata, Macerata, Quodlibet 2015, pp. 154 155]