In realtà

mercoledì 15 giugno 2011

In realtà, è quasi impossibile mettere in scena un italiano senza essere pittoreschi e commoventi. Solo gli irlandesi sono più patetici degli italiani, coi loro preti e la pesca del salmone: ma sono monotoni, pochi e come delinquenti mi sembrano modesti.

[Giorgio Manganelli, Lunario dell'orfano sannita, Milano, Adelphi 2009, p. 121]

Una nota biobibliografica

lunedì 18 aprile 2011

Giorgio Manganelli, nato a Milano nel 1922, risiede – sebbene non si possa dire che viva – a Roma. Dal punto di vista sindacale è stato professore ed è giornalista e autore iscritto alla SIAE. Ha scritto saggi e pseudoracconti di cui non mena alcun vanto; di tutto il suo opus, è vanitoso, spesso in modo intollerabile, unicamente dei suoi corsivi; talora li legge da solo, e ride.

[Giorgio Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere, Milano, Leonardo Mondadori 1989]

Mi avevano preso in giro

domenica 3 aprile 2011

Quando hai scoperto di avere questo tipo di rapporto con le parole? Di essere usato da loro in questo modo, di poterle usare in questo modo?

«Me ne sono accoro chiaramente quando mi è capitato di parlare con qualcuno e, ad un certo punto di dirmi: “Toh, ma io penso queste cose?!”. Mi sono trovato di fronte a delle parole bene dette ed era chiaro che le parole mi avevano preso in giro ed era molto divertente scoprire che ero stato usato dalle parole per dirsi e che, ad un certo punto, ero del tutto impropriamente titolare di un agglomerato di parole per cui ho detto: “Mamma mia, che cose penso!”. Alla fine, l’ho enunciato chiaramente: “Io, per sapere cosa penso, devo parlare”.»

[Giorgio Manganelli, intervista di Lea Vergine a Giorgio Manganelli, in La penombra mentale, cit., p. 96]

Questo libro

domenica 13 febbraio 2011

Non essendo uno slavista, e avendo letto il libro in modo irresponsabile e asociale, sono esentato da talune proposizioni altrimenti vincolanti, che vanno dall’insondabile anima russa, alla decadenza della borghesia di campagna, alla crisi morale di una società che anelava ancora occulte palingenesi.
Penso che se questo libro, a 120 anni dalla sua pubblicazione, continua ad affascinare lettori né slavi, né borghesi campagnoli decadenti, né specialmente profetici, qualche segreto e potente motivo deve esserci; ghiacché questo libro, che apparentemente non racconta pressoché nulla è uno dei capolavori più insinuanti di quella incredibile letteratura russa dell’Ottocento.

[Giorgio Manganelli, Il sogno di Oblomov mite fantasma-eroe, in Ivan Gončarov, Oblomov, Torino, Einaudi 2000, pp. V-VI]

Misteriosi a se stessi

domenica 24 ottobre 2010

Dunque, un grande libro è inesauribile, come inesauribili sono gli esseri umani, misteriosi a se stessi. Vi sono libri che restano piccoli per molto tempo, poi, improvvisamente, diventano grandi. Pinocchio fu un libro per bambini, e solo da pochi anni ci si è accorti che è grande. I romanzi storici del nostro Ottocento ebbero migliaia di lettori, fecero piangere e disperare, ed ora non si leggono più neppure a scuola, e di regola li leggono solo professori pagati per farlo. Non avere accesso al libro è dunque non avere accesso a noi stessi, alle zone più oscure, magiche, enigmatiche, a ciò che in noi sogna, ama, teme, crede e dispera. Oggetto umile e potente, il libro entra nella nostra vita con una forza terribile: e non è un caso che quelle parole siano state così spesso, siano tuttora perseguitate, trattate con diffidenza, con astio, con ira, giacché esse parlano a tutto ciò che è umano, o debbono tacere. Ma la totalità dell’uomo, sempre proposta e sempre elusa, è un’oscura minaccia per chiunque abbia una verità in testa, e la forza di imporla.

Ci fu un tempo in cui la parola scritta era intimidatoria; pochi leggevano, e leggevano poche cose, e ne scrivevano anche di meno. Poi la parola scritta venne consegnata a tutti: divenne un privilegio, e insieme un mezzo per dominare. Parole liberatrici si mescolavano a parole che volevano persuadere all’ubbidienza. Allora qualcuno si rammentò che il bandito analfabeta imprendibile in mezzo alle montagne, era libero, assai più libero dell’uomo d’ordine che quotidianamente imparava una piccola e disonesta verità da un giornale qualsiasi. Ma il tempo passa, e le cose cambiano. Oggi, nuovamente, l’uomo orecchio, l’uomo palpebra, l’uomo che si consegna al quotidiano ipnotismo — manifesti, televisione, discorsi di potenti, immagini, tutto ciò che, apertamente o occultamente, è “propaganda” — è l’analfabeta che sa leggere, colui che ignora i libri, e soprattutto quello che i libri possono toccare dentro di lui.

In un mondo di pubblicità e di imbonimento, di menzogne non di rado confortate da cultura e da ingegnosa malafede, la possibilità di non essere catturati irreparabilmente, di non essere strumenti di incomprensibili, o fittizie battaglie, sta nella nostra esperienza di noi stessi, della vastità e della drammaticità della sorte dell’uomo.

Da questo punto di vista, non vi sono libri innocui, e non v’è cultura “che non fa male a nessuno” e rende migliori. Un grande libro è terribile, perché la sua storia dentro di noi non si spegnerà mai; e sarà la storia della nostra libertà.

Una biblioteca è molte, strane, inquietanti cose; è un circo, una balera, una cerimonia, un incantesimo, una magheria, un viaggio per la terra, un viaggio al centro della terra, un viaggio per i cieli; è silenzio, ed è una moltitudine di voci; è sussurro ed è urlo; è favola, è chiacchiera, è discorso delle cose ultime, è memoria, è riso, è profezia; soprattutto è un infinito labirinto, ed un enigma che non vogliamo sciogliere, perché la sua misteriosa grandezza dà un oscuro senso alla nostra vita — quel senso che la pubblicità va cercando di cancellare.

[Parte di un inedito di Giorgio Manganelli (che si trova, per esteso, qui) che ho messo su richiesta di Luca Tassinari, che mi segnala questo, e mi dice che per scrivere a Lietta Manganelli ci si può servire dell'indirizzo manganelli[@]delam.it]

Difficile

venerdì 15 ottobre 2010

2. Un matto è un capolavoro inutile.

8. Il delitto rende ma è difficile.

10. Le parole usate per servire a qualcosa si vendicano.

14. Come staremmo bene qui, se noi fossimo altrove.

19. Il mondo è uno strumento sbagliato.

28. Noi crediamo di vivere quando il nostro compito sarebbe quello di accadere.

30. La musica è molto importante, prima di tutto perché non significa niente, e questo è fondamentale.

31. Le macerie hanno imparato a fiorire.

32. Chi fa un viaggio rischia di arrivare.

33. La letteratura si fa con le parole non con i sentimenti.

[Giorgio Manganelli, Il delitto rende ma è difficile, s. l., Comix 1997, pp. 13-15]

Scoperte

domenica 22 agosto 2010

penombra-mentale

Ecco, una delle caratteristiche dello scrivere, è la mancanza assoluta di deducibilità. Questo è uno dei motivi per cui è così futile parlare di una storia della letteratura, perché la letteratura è fatta tutto di profezie. E si può fare una storia delle profezie? Ecco un altro caso in cui io so che cosa penso perché ho parlato. Una frase così non l’avevo mai detta.

[Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., p. 196]

I posti dove andiamo

mercoledì 18 agosto 2010

penombra-mentale

In realtà, i posti dove noi andiamo non sono mai i posti dove noi sapevamo di andare. Noi abbiamo programmato un viaggio in posto, arriviamo in un posto che ha lo stesso nome del posto che noi avevamo programmato di visitare, ma quel posto non ha assolutamente niente a che fare col posto che noi avevamo pensato. È un caso di omonimia. Qualunque posto dove noi andiamo è omonimo. Io ho vanamente lottato per farmi mandare nel Paraguay, sicuro che il Paraguay doveva essere una cosa deliziosa. Poi, incidentalmente, sono usciti degli stupendi articoli di Viola sulla “Repubblica” sul Paraguay e ho detto: “Hai visto che avevo ragione che il Paraguay è una chicca?”. Non so se li hai letti. Sono usciti tre articoli sul Paraguay, tra i più belli di Sandro Viola. Ecco, due anni che cerco di andare nel Paraguay o nell’Ecuador. A me piacciono questi posti che non sono centrali. Mi piacciono i posti periferici. Si possono chiamare i posti dove la storia non passa e che quindi sono posti dove si depositano degli strani, non saprei se sedimenti od escrementi, che hanno una certa loro qualità profetica. Per cui, tutto considerato, mi piacerebbe molto andare a New York dove non sono mai stato ma vuoi mettere andare in un paesino del Colorado! Ma neanche! In un paesino all’interno dell’Ecuador! Lì bisogna andare. Lì, tutto ciò che accade, non è stato in nessun modo occupato dall’usucapione della storia. Non ha mai patito l’usucapione della storia. Non è registrabile e quindi gode di una sua losca veridicità e libertà che altrove non puoi sperimentare. Io ho amato molto la Malesia perché è un nome, la Malesia è un paese adorabile e la sua adorabilità è strettamente legata alla sua scarsa verosimiglianza come esistenza. Mi piace molto la periferia. Io sono convinto che il vero centro sia periferico e che il centro ufficiale è una gibigianna giornalistica.

[Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., p. 203]

La cucina italiana

mercoledì 11 agosto 2010

penombra-mentale

La cucina italiana, del resto, non è affatto unitaria. Tra Nord e Sud ci sono grandi differenze. Nel Sud il mangiare è più dionisiaco. Laggiù ci sono spezie eccitanti, per esempio una certa varietà di peperoncino. È tutt’altra cosa dal pepe: lo si trova anche nei paesi arabi. Nell’Italia del Nord è praticamente sconosciuto. La mia – diciamo – vocazione di autodidatta gastronomico verte intorno al peperoncino. Per me ha qualcosa di fortemente magico.
Se lei soffrisse di stati ansiosi – cosa che ovviamente mi auguro non sia –, le consiglio di mangiare peperoncino. Giova incredibilmente, le assicuro. È una cosa che appartiene al mondo gastronomico del Sud, non del Nord. Il modo di mangiare dell’Italia meridionale è un rito in tutto e per tutto privato. Al Nord si tende sempre alla mensa sociale. Se lei guarda un ristorante di Milano poi uno di Roma e poi di Napoli, la cosa le si chiarisce. A Milano, il ristorante ha sempre un che di una ditta o di un’associazione. Lì si incontrano le vittime del lavoro. A Roma nient’affatto, può “portare” qualcosa tutt’al più dal punto di vista psicologico. E questo vale in genere per il Sud, benché il Sud sia povero. In Calabria, ad esempio, ho mangiato cose del tutto insolite, semplici, ma di una pienezza di gusto addirittura magica. È stato affascinante, quasi inquietante. ricordo ancora oggi l’odore di un certo tipo di pomodori. Giù a Roma non li si trova più. Questo pomodoro era l’idea commestibile del sole. Mangiarsi il sole, ecco cos’è.

[Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., pp. 175-176]