domenica 21 aprile 2013

Non v’è letteratura senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell’anima. Diserzione da che? Da ogni ubbidienza solidale, ogni assenso alla propria o altrui buona coscienza, ogni socievole comandamento. Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere intuile: quanto volte gli si è gettata in faccia l’antica insolenza degli uomini utili: «buffone». Sia: lo scrittore è anche buffone. È il fool: l’essere approssimativamente umano che porta l’empietà, la beffa, l’indifferenza fin nei pressi del potere omicida.
[Giorgio Manganelli, La letteratura come menzogna, Milano, Adelphi 1985, p. 218]

lunedì 11 marzo 2013

Ogni viaggio è il più bel viaggio del mondo. Non fanno il viaggio né la lunghezza né la durata, né le così dette meraviglie, i capolavori che ci può accadere di vedere. Il viaggio è fatto in primo luogo di se stesso. È uno spazio longilineo, dentro il quale, come in una fessura del pianeta, cadono immagini, profili, parole, suoni, monumenti e fili d’erba.
[Giorgio Manganelli, La favola pitagorica, Milano, Adelphi 2005, p. 11]
giovedì 21 febbraio 2013

«La stupidità del critico è la sua dote maggiore – dice Giorgio Manganelli –. Guai a chi capisce tutto. Esiste una gloria della stupidità. È il non capire per capire. È come nell’amore. Non si può essere innamorati di tutti. Ci si specializza.»
[Mirella Serri, È letteratura vera se dice bugie, in Giorgio Manganelli, La penombra mentale, a cura di Roberto Deidier, Roma, Editori riuniti 2001, p. 160]

venerdì 8 febbraio 2013

Sono profondamente irritato. Frustrato, ecco. Depresso. Si chiude la campagna di presentazione dei candidati e nessuno mi ha chiesto di presentarmi.
Eppure mi dicono che i partiti, ansiosi di darsi una immagine e insieme di catturare le masse, vanno cercando candidati prestigiosi, capaci di affascinare rurali e grecisti. Debbo dedurne che non sono considerato prestigioso; che si suppone che la mia capacità di irretire le folle sia irrilevante; che non porto voti, al massimo un mezzo milione, che neanche basta a mettere assieme un senatore di mezza tacca; infine, mi si dice, con questo offensivo silenzio, che io non conferisco grazia e stile ad una lista, per quanto sciamannata e folta di rudi pregiudicati. In questi giorni, lo squillo del telefono sembrava ogni volta preannunciarmi una insistente, lusinghiera richiesta. «Abbiamo bisogno di lei», «Ci occorre un nome intemerato e di sicuro prestigio», «Le folle scandiscono il suo irto cognome». Niente. Continua a leggere »

domenica 30 dicembre 2012
Giorgio Manganelli una volta ha scritto che non ci sono libri innocui e non c’è cultura che non fa male a nessuno e rende migliori. «Un grande libro – ha scritto Manganelli – è terribile, perché la sua storia dentro di noi non si spegnerà mai; e sarà la storia della nostra libertà. Una biblioteca è molte, strane, inquietanti cose; è un circo, una balera, una cerimonia, un incantesimo, una magheria, un viaggio per la terra, un viaggio al centro della terra, un viaggio per i cieli; è silenzio, ed è una moltitudine di voci; è sussurro ed è urlo; è favola, è chiacchiera, è discorso delle cose ultime, è memoria, è riso, è profezia», ha scritto Manganelli, e m’è tornato in mente in questi giorni per via di un libro bellissimo che ho appena riletto e di un discorso del sindaco di Parma. Il libro bellissimo, recentemente ristampato dal Saggiatore, è Gnanca na busìa, di Clelia Marchi (che in questa nuova ristampa è intitolato Il tuo nome sulla neve), ed è la storia della Marchi e di suo marito, che la Marchi, una signora nata nel 1912 a Poggio Rusco, in provincia di Mantova, ha scritto, alla morte del marito, sul loro lenzuolo nuziale; «io ero una bambina di fronte a lui – ha scritto la Marchi – io avevo 14 anni e lui 25 ma io non avevo mai pensato che quel bel ragazzo che avevo visto per la prima volta alla macchina mi domandasse di fare la more; le ò detto se lo sa la mia famiglia; che voi siete vecchio: mi disse ma se ti piacio, parleremo di nascosto e quando avrai compiuto 16 anni si sposeremo; ma chi pensava à sposarsi: veniva tutti i giorni in casa mia a lavorare con il mio papà». Il libro è scritto tutto così, in un italiano che è l’italiano di chi l’italiano non lo sapeva, ed è bellissimo, ed è, tra le altre cose, un inno a una lingua povera, fatta di niente, a un’ignoranza benedetta, che permette alla Marchi di dir delle cose che se avesse studiato forse non sarebbe riuscita a dire. Invece, il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, l’altro giorno, a Parma, ha fatto un discorso che ha fatto gli auguri alla città, e il discorso finiva così: Continua a leggere »

mercoledì 5 dicembre 2012
«Non vi sono libri innocui, – scrive poi Manganelli, – e non v’è cultura “che non fa male a nessuno” e rende migliori. Un grande libro è terribile, perché la sua storia dentro di noi non si spegnerà mai; e sarà la storia della nostra libertà. Una biblioteca è molte, strane, inquietanti cose; è un circo, una balera, una cerimonia, un incantesimo, una magheria, un viaggio per la terra, un viaggio al centro della terra, un viaggio per i cieli; è silenzio, ed è una moltitudine di voci; è sussurro ed è urlo; è favola, è chiacchiera, è discorso delle cose ultime, è memoria, è riso, è profezia; soprattutto è un infinito labirinto, ed un enigma che non vogliamo sciogliere, perché la sua misteriosa grandezza dà un oscuro senso alla nostra vita — quel senso che la pubblicità va cercando di cancellare».
[fine di un discorso su Gogol' (intitolato Gogol') della scorsa settimana all'università di Modena]

martedì 13 novembre 2012

Mi hanno chiesto [...] cosa pensavo della morte, che idea avevo dell’aldilà, che cosa pensavo di una certa nave fenicia, e naturalmente della droga, del Foscolo, dell’amore, dell’eros, dell’erotismo, della pornografia, del sesso, dell’eterosessualità, della fotografia, del cinema muto, degli handicappati, degli omosessuali, dell’inferno, della scuola, dei flipper, di Dio, del romanzo; ma un oracolo non ha raggiunto il suo culmine, non è se stesso, se non gli fanno la domanda estrema: «Che cosa ne pensa lei del culo?» Continua a leggere »

martedì 6 novembre 2012

In un paese della Liguria, Borgio Verezzi, pare sia scoppiata una sorta di sommossa dei commercianti e degli albergatori; essi, infatti, si dichiarano indignati e sconvolti all’idea che, in quel borgo ligure, un certo albergo venga trasformato in clinica per bambini spastici. L’idea degli «operatori turistici» è semplice: se vengono gli spastici, e li portano alla spiaggia, e li fanno vedere in giro, i turisti si immalinconiscono e se ne vanno; e noi moriamo di fame. Non vogliamo spastici per i piedi. Bene; era ora che qualcuno mettesse il dito sulla piaga; dal punto di vista turistico, gli spastici sono un pessimo investimento; dirò meglio, una perdita secca. Non si capisce per qual motivo le autorità locali continuino ad accentrare grappoli di spastici nei luoghi turisticamente più ghiotti, come la Madonnina, Capri, e il cratere del Vesuvio. L’idea forse è che gli spastici facciano ridere, con quelle loro mossette mal coordinate. Be’, si sa come è; anche una buona barzelletta raccontata molte volte alla fine viene a noia. Forse si potrebbe diversificare la produzione di spastici, ma per ora siamo ai semplici progetti. Il giornalista (cito dalla «Stampa», 31 maggio) ha intervistato alcune persone, tra cui un signore proprietario d’albergo, che assicura (cito testualmente) «io non ho malanimo contro gli spastici». Questo è bello e generoso, e dimostra che non si tratta di bizze moralistiche, ma di opinioni fondate su una lucida analisi della realtà. Infatti, l’odio per gli spastici è non solo diffuso, ma talmente normale, da far apparire una dichiarazione di «non malanimo» nei loro confronti, come il primo passo verso una sommessa richiesta di canonizzazione. Certo, ci sono molti e fondati motivi per detestare gli spastici: non stanno mai fermi, sono piccoli, vogliono andare al mare in Liguria. Sarebbe comodo, basta nascere spastici, ed ecco che ti mandano al mare, e naturalmente dove? in Liguria, la spiaggia più accogliente, il paesaggio più custodito, il mare più disinquinato, infine l’ambiente dove ci si riposa e si sta allegri. Calci in faccia, altro che villeggiature. Bene, noi siamo anche disposti a perdonare gli spastici; guardi, non li picchiamo nemmeno. Solo, non li vogliamo a casa nostra. Siamo liberi di sceglierci noi i nostri ospiti? Come dice il sindaco, «non vogliamo bambini deformi». L’idea, per adesso, è di mandarli «altrove», la caldeggia anche il parroco. Il parroco è un buono, ma a mio parere non solo non ha malanimo, ma è indulgente verso gli spastici. «Altrove»? Ma esiste un altrove abbastanza sordido, e tetro, un «altrove» così ignaro di turisti , di allegria estiva, di riposo, da poter tollerare dei bambini deformi? Esiste una estate così invernale da accettarli senza contagiarsi?
[Giorgio Manganelli, Lunario dell'orfano sannita, Milano, Adelphi 1991, 2009, pp. 156-157]

domenica 4 novembre 2012

Con calma, lentamente, rimisi mio padre nel cassetto.
«Non mi lasci mai fuori, la sera» si lamentò, con quel suo fare cruccioso e villano, che per un instante mi diede fantasia di stritolarlo pian piano nella mano, farmene colare il sangue di pipistrello per le mani. Gli risposi con calma; da piccolo, ho studiato coi Fratelli Cristiani.
«Lo sai che ti fa male.» Tacqui. «Sei vecchio,» aggiunsi affettuosamente «presto sarai morto comunque; allora ti metteremo a putrefarti sugli alberi, tra le belle foglie dell’ippocastano.»
«Sì, tel chì l’ippocastano» disse mio padre con quella sua voce milanese, odiosa e codarda. «Anche l’altra volta me l’avevi promesso, poi me l’hai messa nel culo, l’ippocastano.»
Rabbrividii. Quando avevamo circa la stessa età, ma io ero insieme più forte e più incauto perché ero morto un minor numero di volte, spesso mi accadeva di percuotere selvaggiamente mio padre per ore, con cinghie, bastoni, grossi chiodi, vetri rotti, specialmente sulle gengive e sui genitali, che egli ha grandissimi, e che ama dipingersi in modo esibizionistico. Lo picchiavo perché bestemmiava, facendo soffrire mia madre e, in breve, tutto il suo discorso non era che un turpiloquio immondo, tanto che districare il senso da quel suo orrendo vaniloquio era impresa angosciosa. Feci, sperma, Dio, orina, empietà da suburra accerchiavano qualunque sua frase, anche povera e inetta, ed egli era in ogni momento separato dai suoi simili da una barriera di labirintiche fognature.
«Ricordi» ripresi con dolcezza «che allora morì anche nostra cugina Aurelia.»
«Quella vacca» disse mio padre non senza dolcezza.
[Giorgio Manganelli, Sconclusione, Milano, Rizzoli 1976, pp. 5-6]

domenica 29 aprile 2012

Umberto Eco ha scritto un libro estremamente gradevole, divertente, lucido; un po’ manageriale, da manager giovane e aggressivo, cui piacciono le cose ben fatte. Il libro insegna come si fa una tesi di laurea; ed è talmente cattivante, da far venire gola di laurearsi da capo. A mio avviso, bisogna resistere. Eco ha un suo modo di sussurrare, raccontare, inventare le vie, le virtuose trame che consentono di scrivere una tesi che a negargli ascolto ci vuole protervia. L’avessi incontrato, un libro così fatto, nella mia giovinezza, avrei imparato a fare cose che non sarò mai fare. Ad esempio, le note a piè di pagina. Troppo tardi; incapace di frequentare metodicamente le biblioteche nostrane, di compilare schede, di catalogare argomenti, di redigere note, ho dovuto ridurmi a fare il genio. Miserabile fine, per chi era nato per gli studi. Ma, in questo modo, mi sono esentato da tutto ciò che non so fare, che è, appunto, tutto.
[Giorgio Manganelli, Basta con la tesi di laurea, in Tèchne, 20, Campanotto, Udine 2012, p. 55]
