Non vi servono?

domenica 2 luglio 2017

Una volta salita la scala del Dipartimento regionale dell’Istruzione pubblica di Vladimir e chiesto dell’Ufficio del personale, ero rimasto sorpreso di trovare i funzionari non più dietro la solita porta nera di cuoio, bensì dietro un vetro divisorio, come in farmacia. Comunque, mi ero timidamente avvicinato allo sportello e, chinandomi, avevo chiesto:
– Mi scusi, non vi servono matematici in un posto qualunque, lontano, dove non passano treni? Vorrei stabilirmi lì per sempre.

[Aleksandr Solženicyn, La casa di Matrëna, in Una giornata di Ivan Denisovič, a cura di Ornella Discacciati, Torino, Einaudi 2017, p. 166]

Il fuso orario di Dublino

lunedì 12 giugno 2017

L’infermiera circolante si accosta allo stereo portatile piazzato su uno dei carrelli, e in men che non si dica parte quella canzone degli U2 che parla dell’omicidio di Martin Luther King alle prime luci dell’alba del 4 aprile. In realtà Martin Luther King è stato ammazzato di sera, anche secondo il fuso orario di Dublino, ma col greatest hits degli U2 bisogna imparare a convivere, se si lavora nel campo della medicina. Tutti i chirurghi bianchi sopra la quarantina non possono farne a meno.

[Josh Bazell, Vedi di non morire, traduzione di Luca Conti, Torino, Einaudi 2009, p. 192]

I nomi delle strade

lunedì 1 maggio 2017

nino

Le strade sono
tutte di Mazzini, di Garibaldi,
son dei papi,
di quelli che scrivono,
che dan dei comandi, che fan la guerra.
E mai che ti capiti di vedere
via di uno che faceva i berretti
via di uno che stava sotto un ciliegio
via di uno che non ha fatto niente
perché andava a spasso
sopra una cavalla.
E pensare che il mondo
è fatto di gente come me
che mangia il radicchio
alla finestra
contenta di stare, d’estate,
a piedi nudi.

[Nino Pedretti, Al vòusi, Torino, Einaudi 2017, p. 19]

Nino Pedretti

martedì 25 aprile 2017

nino

I partigiani

Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna, a far la guerra. Di guerra eravam stanchi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza. Per questo abbiam sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva, con le labbra tremanti. Ma anche così sapevamo che di fronte a un boia di fascista noi eravam persone, e loro marionette.

[Nino Pedretti, Al vòusi e atre poesie in dialetto romagnolo, Torino, Einaudi 2007, pp. 17-18, la poesia si intitola I partigièn]

Del loro padre ambosesso

venerdì 31 marzo 2017

Un libro che non scriverò

Dopo tutto il male che hanno fatto alla mia mamma, a mia sorella e a me, io; col cuore in tumulto, malato, orribilmente spaurito dai sistemi della borghesia della mia città, e della città dove mi portarono fin da bambino, e della vicina città nella quale per caso ero andato come a rifugiarmi, io; rimasto senza terra e senza averi, rimasto privo di affetti, torturato per beffa persino dal medico di P. che mi ha ridotto con le mascelle gonfie e gli orecchi quasi sori, abbandonato da una falsa fidanzata ricchissima che faceva a società con l’avvocato che derubava gli ultimi margini delle mie terre: io avevo ben deciso di scrivere un racconto, un racconto enorme, sconfinato, pieno terribile, vendicativo e giustiziere; un racconto che avrebbe dovuto diventare un romanzo; un romanzo che avrebbe dovuto trasformarsi nella realtà di una Storia Risoluta; io avevo dunque deciso, dopo tutto il male che hanno fatto a mia mamma, a mia sorella e a me, avevo dunque deciso, davanti a Dio e agli uomini, e ove avessi avuto ancora vita tempo e intelletto, avevo dunque deciso di scrivere senza paura né del Tribunale né degli immondi figuri che mi sono stati appresso per la nostra rovina, che mi sono stati appresso derubandomi svilendomi e riducendomi nella solitudine, nel vuoto, nel silenzio dell’angoscia (e così alla mamma, a mia sorella); avevo dunque deciso di scrivere. E doveva diventare il più grosso libro del nostro tempo. Doveva diventare la più grossa condanna del nostro tempo e di quello che l’ha generato, la più grossa condanna perciò dell’antifascismo e dei partiti borghesi antifascisti e del loro padre ambosesso: il fascismo.

[Antonio Delfini, Diari, Torino, Einaudi 1982, p. 401]

1948

domenica 26 marzo 2017

Raffaello Baldini, La nàiva furistír ciacri

Ventitre anni, carina, innamorata, ma i suoi non volevano, suo padre delle scenate, per settimane, mesi, una guerra, lei sempre più innamorata e l’altra sera, è andata a letto presto, si è chiusa in camera, e la mattina non si è svegliata più. Che uccidersi non va bene, non si può, però ‘sta bambina, adesso, come farà il signore, a mandarla all’inferno?

[Raffaello Baldini, 1948, in Raffaello Baldini, La nàiva Furistir Ciacri, Torino, Einaudi 2000, pp. 252]

72

venerdì 24 marzo 2017

Angelo Maria Ripellino, Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde

Darling, lo so, il mio continuo lamento ti attedia,
questa eterna altalena tra ebbrezza e malore.
Il mio rammarico è forse volontà di commedia.
Grande è la buffoneria del dolore.

[Angelo Maria Ripellino, Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde, Torino, Einaudi 2007, p. 277]

Iscritto nel 1884, laureato a pieni voti nel 1990

lunedì 6 marzo 2017

Wells

[Nota biografica della nuova edizione (Einaudi) della Macchina del tempo di Wells, dalla bacheca Facebook di Edoardo Camurri, segnalato da Milvia Comastri (grazie)]

Un tostapane per un ingegnere

giovedì 23 febbraio 2017

Noah Hawley, Prima di cadere, traduzione di Marco Rossari, Torino, Einaudi

Dove un ingegnere vede forma e funzione, un artista vede un senso. Un tostapane, per un ingegnere, consiste in una varietà di componenti meccaniche ed elettriche che funzionano all’unisono per scaldare il pane, tostandolo. Per un artista, un tostapane è tutto il resto. È un aggeggio rassicurante, una delle tante scatole meccaniche in una casa che dànno un’idea di famiglia. Antropomorfizzato, è un uomo con le mascelle spalancate che non si stanca mai di mangiare. Apre la bocca e tu ci infili dentro il pane. Povero Signor Tostapane. È un uomo che, poco importa quanto mangia, non si sentirà mai sazio.

[Noah Hawley, Prima di cadere, traduzione di Marco Rossari, Torino, Einaudi 2017, p. 225]

Non posso

martedì 21 febbraio 2017

Noah Hawley, Prima di cadere, traduzione di Marco Rossari, Torino, Einaudi

Jack era il ragazzo mingherlino con i brufoli che si abbuffava di dolci, il cucciolo che un giorno era andato fuori di testa e aveva cercato di uccidere il fratello con un’ascia. Poi arrivò l’epifania, la decisione stile roveto ardente. Gli arrivò in un lampo. Avrebbe scatenato tutto il potenziale del suo corpo. Si sarebbe ricostruito da capo a piedi e in quel modo avrebbe cambiato il mondo.
E così Jack il cicciottello, il golosone, inventò gli esercizi. Divenne l’eroe che poteva fare un migliaio di salti sul posto e un migliaio di trazioni alla sbarra in un’ora e mezza. Il muscolo che si era addestrato a fare mille e tre flessioni in venti minuti mentre si arrampicava su per una corda di dieci metri con sessanta chili legati alla cintura.
Ovunque andasse, la gente lo fermava per strada. E lui era un po’ scienziato, un po’ mago, un po’ dio.
«Non posso morire – diceva alla gente. – Rovinerebbe la mia immagine».

[Noah Hawley, Prima di cadere, traduzione di Marco Rossari, Torino, Einaudi 2017, p. 23]