Imparare a tremare

lunedì 17 dicembre 2018

Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare. Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce. Non voglio imparare a non arrabbiarmi, voglio sentire il fuoco, circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io. Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere. Non voglio essere buona, voglio essere sveglia. Non voglio fare male, voglio dire: mi stai facendo male, smettila. Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio. Non voglio essere un’altra, voglio adottarmi tutta intera. Non voglio pacificare tutto, voglio esplorare la realtà anche quando fa male, voglio la verità di me. Non voglio insegnare, voglio accompagnare. Non è che voglio così, è che non posso fare altro.

[Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione, Torino, Einaudi 2018, p. 75]

Angelo Angelo

venerdì 26 ottobre 2018

E il mio amico-angelo Angelo mi ha regalato una frase di Eduardo Galeano: «Beati gli ubriachi, perché vedranno Dio due volte».

[Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione, Torino, Einaudi 2018, p. 10]

Il dottore nuovo

mercoledì 10 ottobre 2018

Disse: – Non avrà mica l’arteriosclerosi?
Disse: – Ci sarà da fidarsi di questo dottore nuovo? Il vecchio era vecchio, si capisce, non si interessava più. Se gli si diceva un disturbo, diceva subito che l’aveva anche lui Questo scrive tutto, hai visto come scrive tutto? Hai visto com’è brutta la moglie?
Disse: – Ma possibile che non si possa avere da te, qualche volta, il miracolo d’una parola?
– Che moglie? – dissi.
– La moglie del dottore.
– Quella che è venuta ad aprire, – dissi, – non era la moglie. Era l’infermiera. La figlia del sarto di Castello. Non l’hai riconosciuta?
– La figlia del sarto di Castello? Che brutta che è.
– E come mai non aveva il camice? – disse. – Gli farà da serva, non da infermiera, ecco qua.
– Non aveva il camice, – dissi, – perché se l’era levato, perché stava per andarsene. Il dottore non ha né serva, né moglie. È scapolo, e mangia alla Concordia.
– Scapolo, è?
Mia madre subito nel suo pensiero mi sposò col dottore.
– Chissà se si trova meglio qui, o a Cignano dov’era prima? Meglio a Cignano, probabile. Più gente, più vita. Dovremo invitarlo a pranzo una volta. Con Gigi Sartorio.
– A Cignagno, – dissi, – ha la fidanzata. Si sposano in primavera.
– Chi?
– Il dottore.
– Così giovane, già fidanzato?

[Natalia Ginzburg, Le voci della sera, in Cinque romanzi brevi e altri racconti, Torino, Einaudi 1993, p. 274]

Una gamma di sedie

domenica 16 settembre 2018

Presi appuntamento con uno psicologo all’ambulatorio dell’università. In sala d’attesa vidi una brochure intitolata Verità e falsi miti sull’acidità di stomaco e mi misi a leggere, perché di solito i falsi miti mi divertivano, ma questi facevano pena. «La menta piperita è un rimedio contro l’acidità di stomaco». Un’infermiera disse una parola che quasi sicuramente voleva essere il mio nome. La seguii fino a una porta con una targa di metallo che diceva PSICOLOGIA DELL’INFANZIA E DELL’ADOLESCENZA. All’interno, un uomo dai capelli bianchi con la faccia rubizza sedeva dietro una scrivania circondato da blocchetti di legno e maiali di plastica. Non c’erano altri animali, solo maiali. Ivan li aveva nominati nelle sue mail. I maiali avevano qualcosa di speciale che io non sapevo?
– Accomodati, prego, – disse lo psicologo dell’infanzia e dell’adolescenza, indicando una gamma di sedie, alcune a dimensione di bambino e altre, immaginai, a dimensione di adolescente. Mi sedetti su una delle sedie più grandi e gli raccontai tutto.

[Elif Batuman, L’idiota, traduzione di Martina Testa, Torino, Einaudi 2018, p. 139]

Mai

mercoledì 5 settembre 2018

Era difficile decidere quale corso di letteratura frequentare. Tutto ciò che dicevano i professori sembrava secondario rispetto alle questioni importanti. Tu volevi sapere perché Anna doveva morire, e invece quelli ti dicevano che i proprietari terrieri russi dell’Ottocento erano combattuti fra il sentirsi e il non sentirsi davvero europei. Il sottinteso era che fosse sinonimo di ingenuità voler parlare di qualcosa di interessante, o pensare di poter mai arrivare a capire qualcosa di importante.

[Elif Batuman, L’idiota, traduzione di Martina Testa, Torino, Einaudi 2018, p. 18]

Significa che vuoi un’altra birra?

martedì 10 luglio 2018

Erano insieme da qualche mese quando lui comprò la casa di Shamrock Street dove viveva in affitto già da un po’. Lei vi si trasferì, riempì le stanze dei suoi costosi shampoo al miele e appese in giro vasi di edera e foto stampate su carta opaca. Ogni domenica prendevano la macchina e andavano a mangiare in un ristorante all’aperto sulla Laguna Madre: cestini di gamberetti e focaccine di farina di mais. Una sera lei gli disse: – Portatemi via tutto, ma lasciatemi l’Estasi.
Nora parlò a voce talmente bassa e calma che a Sonny il cuore si fermò nel petto. Le chiese: – Significa che vuoi un’altra birra?
– Significa che voglio sposarti.
Il vento sollevò delicatamente un lembo della tovaglia a quadretti rossi dal tavolo ad assicelle e subito lo lasciò ricadere, le onde sciaguattavano pesanti contro i piloni, l’odore di pastella, di pesce e di legno di cedro schizzato di acqua salata, quella sensazione divina di calore nel petto, simile a un raggio di luce che si rifrangeva attraverso un gioiello.

[Bret Anthony Johnston, Corpus Christi, traduzione di Federica Aceto, Torino, Einaudi 2018, pp. 5-6]

I nomi delle strade

martedì 1 maggio 2018

nino

Le strade sono
tutte di Mazzini, di Garibaldi,
son dei papi,
di quelli che scrivono,
che dan dei comandi, che fan la guerra.
E mai che ti capiti di vedere
via di uno che faceva i berretti
via di uno che stava sotto un ciliegio
via di uno che non ha fatto niente
perché andava a spasso
sopra una cavalla.
E pensare che il mondo
è fatto di gente come me
che mangia il radicchio
alla finestra
contenta di stare, d’estate,
a piedi nudi.

[Nino Pedretti, Al vòusi e altre poesie in dialetto romagnolo, Torino, Einaudi 2017, p. 19]

I partigiani

mercoledì 25 aprile 2018

nino

I partigiani

Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna, a far la guerra. Di guerra eravam stanchi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza. Per questo abbiam sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva, con le labbra tremanti. Ma anche così sapevamo che di fronte a un boia di fascista noi eravam persone, e loro marionette.

[Nino Pedretti, Al vòusi e atre poesie in dialetto romagnolo, Torino, Einaudi 2007, pp. 17-18, la poesia si intitola I partigièn]

Ecco com’è

mercoledì 18 aprile 2018

ecco com’è signorina, in questo consiste la passione dei poeti per le sbronze e la meditazione, e quando poi la situazione si fa disperata, i cieli si spalancano e l’idea si arrampica con la sua manina fino a raggiungere la luce, e io con la pala rivoltavo quel malto scatenato, e per prima cosa avevo dovuto spalarlo a ventaglio col volgemut, Socrate e Cristo non hanno scritto nemmeno una riga, e guardate un po’! il loro insegnamento è valido ancora oggi, mentre gli altri piú libri pubblica- no e piú sono degli sconosciuti, è la cospirazione della storia, io una volta avevo fatto a gara con un saponaio nel salto a testa in giú dal biliardo e ero stato io il vincitore, certo alla fine la testa ce l’avevo bella piena di bozzi e bitorzoli, poi avevamo fatto di nuovo l’Ingresso trionfale di re Faruk, tutte le sventolone del locale ci avevano partecipato, ma poi si era messo a armeggiare Olánek, quella carogna che commerciava in mobilio vecchio e in quadri, una volta era arrivato con un quadro e ci aveva fatto un buco proprio all’altezza dell’occhio della Vergine Maria, poi aveva preso l’occhio di una carpa e l’aveva incastrato dentro fissandolo dall’altra parte col cerotto e l’aveva venduto a certi ungheresi che stavano nel cortile, e loro avevano attaccato la Vergine alla stufa, e una volta che stavano lí a pregare se n’erano scappati tutti fuori di corsa, che la Vergine Maria stava piangendo per loro, ma venne a galla il fatto dell’occhio della carpa attaccato col cerotto, per cui quella carogna, quell’Olánek, aveva portato un asino al Tunnel, dove intanto alcune sventolone mi avevano spogliato e mi avevano fatto indossare una sottoveste, sulla testa mi avevano piazzato un turbante e la faccia me l’avevano pitturata coi colori a smalto, e loro poi se n’erano andati in giro per le osterie con quell’asino e con me, e eravamo appena stati sbattuti fuori dal Grandhotel in- sieme a quel nostro Ingresso trionfale di re Faruk quando Olánek, quella carogna, aveva fatto annusare all’asino del pepe e lui mi aveva disarcionato, ma anche cosí ero io il vincitore, ero andato poi al giardino zoologico, indossavo un bel completo che avevo ereditato da uno che c’aveva le gambe cosí storte che i vestiti doveva farseli cucire su misura, ma per il resto mi cadeva a meraviglia come a Miss Venus, per cui me ne sto allo zoo davanti alla gabbia del leone e il leone all’improvviso aveva avuto tutto un fremito e appresso un sibilo! e giú una pisciata da mezzo litro, e me la spiaccica come brillantina sopra ai capelli, riuscendo poi ancora a innaffiare due slovacche, per una settimana mi ero dovuto riempire di profumo, tanto era lo spuzzo, le sventolone del City dancing, loro continuavano a annusarmi e drizzavano
le orecchie, non è che magari ero stato da qualche parte con delle altre?

[Boumuil Hrabal, Lezioni di ballo per anziani e progrediti, a cura di Giuseppe Dierna, Torino, Einaudi 2018, pp. 75-77]

Vengono da tutto il mondo

domenica 15 aprile 2018

In un libretto intitolato Bohumil Hrabal spaccone dell’infinito, c’è una conversazione tra Hrabal e alcuni suoi conoscenti.
Tra questi c’è anche il birraio della birreria di Praga U zlatého tygra (Dalla tigre d’oro), che dice: «La Tigre d’oro è come il terzo domicilio di Hrabal. Il primo è il suo appartamento, la seconda è la casa di campagna, il terzo è la Tigre d’oro. Tutti i giorni, da lunedì a giovedì. Vengono da tutto il mondo per farsi fare una dedica».
Qui Hrabal racconta, tra le altre cose, come scrive: «Quando non scrivo, è allora che scrivo di più. Quando passeggio, quando cammino, quando faccio un monologo interiore, quando assorbo non solo quello che sento e che è interessante ma anche ciò che matura dentro di me». Poi batte a machina, e dopo aver battuto a macchina «prendo le forbici – è questo il momento più bello – taglio tutto, e lo assemblo, prendo i fogli e metto all’inizio quello che c’era alla fine. Lavoro come un regista nella sala di montaggio, poi lo incollo tutto insieme e vado avanti finché non è finito. E allora di nuovo esco e vado in giro per le birrerie, è solo nella taverna che i discorsi si muovono».
Sembra frutto di questo procedimento di maturazione e montaggio Lezioni di ballo per anziani e progrediti, che, per la cura di Giuseppe Dierna, viene ora proposto da Einaudi nella collana Letture.
È il terzo libro di Hrabal, uscito, in origine, nel 1964, pochi mesi dopo i primi due, per la casa editrice Československý spisovatel (Lo scrittore Cecoslovacco), ed è il monologo di un vecchio calzolaio praghese, al quale «Baťa in persona» aveva spedito il decreto di nomina «perché lavorassi da lui, perché rimettessi in piedi la sua ditta».
Tomàš Bat’a è il fondatore della celebre azienda calzaturiera, un signore che raccomandava ai suoi impiegati di non leggere romanzi russi, e che aveva fatto scrivere sul muro del gommificio, a caratteri cubitali: I ROMANZI RUSSI UCCIDONO LA GIOIA DI VIVERE.
Questo vecchio calzolaio aveva fatto anche il maltatore, cioè l’addetto al maltaggio nella produzione della birra, e il soldato «nel più bell’esercito del mondo», l’esercito austriaco quando l’Austria era l’Impero austroungarico e Praga era una città austroungarica, ma la sua passione sono le belle donne, che lui chiama Sventolone.
Di sé ci dice che, quando era giovane, «avevo un’energia che da sola sarebbe bastata a illuminare Praga per un’intera settimana»; erano tempi in cui «non c’era la televisione, per cui le persone si dovevano fare ogni cosa da sole, ivi compresa la radio». «All’emporio avevo visto una serie di flaconcini marca Peru Tannin che favorivano la crescita rigogliosa dei capelli, – racconta il calzolaio – sulle bottigliette c’erano le due figliolette del suo inventore con i capelli fin oltre le caviglie, bisogna però dire che l’Austria non ci teneva neanche così tanto a una rigogliosa crescita dei capelli quanto invece ad averci un seno rigoglioso, alcune ce ne avevano così tanto da essere costrette a portare sulle spalle uno zainetto con dentro un mattone, per non precipitarsene tutte in avanti, tale era la forza di trascinamento, erano davvero qualcosa di straordinario quelle grazie enormi». Alle sventolone il calzolaio si prendeva la licenza di fare delle scarpe rosse di coppale, anche a quelle che avevano un occhio di vetro, «e questa non è una cosa piacevole, perché poi voi non sapete quello che ci può combinare lei con quell’occhio, un cappellaio mi aveva detto che era stato al cinematografo con una tipa del genere, quella aveva starnutito e l’occhio le era volato via, e durante l’intervallo avevano dovuto cercarlo sotto alle poltrone, e quando poi lei l’aveva ritrovato gli aveva dato una lustratina, aveva sollevato la palpebra, e zappete! una strizzatina dell’occhio ed era fatta». Il calzolaio, però, non si era mai sposato, perché «io per il matrimonio non ho tendenze criminali sufficientemente sviluppate».
Racconta Derna che pochi mesi dopo l’uscita del libro (che fu, insieme ai due che l’avevano preceduto di pochi mesi, «un successo senza precedenti», con 60.000 mila copie vendute in poco tempo), alla casa editrice era arrivata una lettera firmata Antonín Šebek, dottore in medicina, che diceva che lui, tempo prima, aveva lavorato in un manicomio, e avevo trovato il quaderno d’un paziente, e l’aveva letto. «E lí dentro c’erano parole affastellate senza alcuna logica o senso, proprio come nel libriccino di Hrabal». « Adesso, – scrive Šebek – dopo aver letto le Lezioni di ballo, rimpiango parecchio di non aver offerto alla casa editrice Československý spisovatel quella creazione letteraria, Quale gigantesca perdita ha patito la letteratura ceca, o forse la letteratura universale, quando ho gettato il quaderno nel cestino della carta straccia!».
Ecco, io, dopo aver letto Lezioni di ballo, sono d’accordo col dottor Šebek, una gran perdita.

[Uscito ieri su Tuttolibri]