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Un capo

mercoledì 11 febbraio 2015

cani dell'inferno, daniele benati

[Ho trovato, in un cd che credevo di aver perso, delle cose vecchie, come questa che è uscita sull’Indice nel 2003]

Una volta parlavo con uno di Feltrinelli, mi ha chiesto chi conoscessi dei loro autori, io gli ho detto Benati. Ah, che grande artista, mi ha detto lui. Guardi, gli ho detto io, io quando Benati parla di letteratura, è uno dei pochi che lo starei a sentire per delle ore, la maggior parte delle idee di teoria della letteratura che ho mi vengono da lui, gli ho detto, per esempio la pigrizia della lingua, pensi a ricco sfondato, gli ho detto, perché un ricco è sempre sfondato? Ah, mi ha detto lui, non sapevo che Benati fosse anche un esperto di letteratura, di pittura con lui ne ho parlato spesso, di letteratura poco. No, gli ho detto io, lei parla di Davide, io parlo di Daniele, suo fratello. Continua a leggere »

Due opere inedite (credo)

domenica 18 gennaio 2015

pignagnoli

Opera numero (non mi ricordo).

Ho finalmente scritto una poesia in rima. Fa così:
Com’è innamorato
Renato.

Opera numero 280

L’11 settembre del 2001 è un giorno che non mi scorderò mai più, ho preso una multa di 650 euro.

I prodotti dei matti

giovedì 4 dicembre 2014

cop-dic-14s

 

In La banda del formaggio, nel “dizionario delle cose che sento sui treni, e sugli autobus e dentro i telefoni”, che rappresenta una piccola parte dell’eredità che Paride ha lasciato all’amico Ermanno, compare questa definizione: “LIBRO. Nelle grandi occasioni, fare precedere da: è riduttivo chiamarlo”. Che cosa rappresenta, per lei, un libro? Mi riferisco ai libri degli altri e anche a quelli di Nori, quelli scritti e quelli ancora da scrivere.

Mi ricordo, l’ho anche già scritta, questa cosa, del primo libro per grandi che ho letto, Il buio oltre la siepe, di Harper Lee; sono passati quarant’anni e io, di quel momento lì che ho scoperto, in un certo senso, i libri, mi ricordo tutto, mi ricordo la sedia su cui ero seduto, mi ricordo la luce che c’era nell’aria, mi ricordo mia nonna che cantava, in cucina, mi ricordo mio babbo che passava con dei secchi di calce e mi ricordo la meraviglia che veniva dal fatto che, a metter la testa dentro nel libro, il mondo non si oscurava, il mondo diventava più mondo, e questa cosa poi mi è successa con tutti i libri importanti che ho letto nella mia vita e mi sembra che sia una cosa simile a quel che dice Giorgio Agamben in un libro che si chiama Il fuoco e il racconto quando dice che la bellezza non rende visibile l’invisibile, rende visibile il visibile. Continua a leggere »

Un lavor

venerdì 18 luglio 2014

Mercoledì, a Fahrenheit, Loredana Lipperini mi ha chiesto come si intitolava in dialetto reggiano il racconto di Beckett tradotto da Daniele Benati in dialetto reggiano e che Daniele stava per leggere a Questa è l’acqua, il festival sonoro della letteratura; quel racconto lì  in inglese si intitola From an Abandoned Work, e in italiano è stato tradotto Da un’opera abbandonata, e come si intitolava in dialetto, io, siccome non lo sapevo, ho detto che non lo sapevo, poi ieri ho sentito Daniele che lo diceva e il titolo in dialetto è Da un lavor pianté le.

Longo, Beckett e i giudizi su Tripadvisor

venerdì 18 luglio 2014

Davie longo, il caso bramard

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho letto il romanzo di Davide Longo Il caso Bramard (Feltrinelli) dopo aver sentito un’intervista per radio in cui Longo diceva che i romanzi son come le pizze, che fare la pizza non è una cosa difficile, la cosa difficile è farla buona, usare quella mozzarella lì buona, quel pomodoro lì buono,  che è una teoria interessante, secondo me. E a me sembra di aver ritrovato questa cura nella scelta della mozzarella e del pomodoro nei paragoni costruiti da Longo. Per esempio, a pagina 34: «Percorsero il corridoio, l’uomo basculando sul suo baricentro basso, le gambe tozze e corte, sgraziato come certe macchine costruite per la fatica»; oppure, a pagina 35: «Tra loro un insegnante camminava a capo chino, solo come un prete su un carro di Carnevale»;  a pagina 51: «Si fermò ad aspettare che il brutto passasse, solo come un cavallo sotto il temporale»; «I due, forse fratelli, si aggiravano con aria svogliata tra le auto, tutte Bmw, Audi e Mercedes di grossa cilindrata, aprendo il cofano o chinandosi a controllare i cerchioni, come si verificherebbero i genitali di un toro a una fiera paesana» (p. 56); «Corso abbassò gli occhi sui sandali. Il cuoio sopra le dita era sbiadito, come se li avesse indossati qualcuno che attendeva da anni sul bagnasciuga, con le onde che gli salano la punta dei piedi» (p. 72); «Un silenzio che l’aveva spossato, come stancano gli addii di cose taciute» (p. 91); «La vecchia Faema sfiatò, come un bovino costretto ad alzarsi, e il caffè cominciò a colare rugginoso nella tazza» (p. 101); «I polsi le uscivano dalle maniche del giubbotto come snodi di una vecchia lampada da tecnigrafo» (p. 111); «Aveva sentito l’odore della sua pelle appena entrata nella sala interrogatori. Un odore complesso e riposante, come le cose così vecchie che non vale la pena chiedersi quando sono nate» (p. 125); «Madame Gina prese una sigaretta dalla scatola d’alabastro che stava sul tavolino come un animaletto desideroso di essere toccato solo da lei» (p. 140); «Rise Gina, poi sollevò la mano e lo salutò come si salutano i bambini sulle giostre e una parte della giovinezza» (p. 145); «”Torni a trovarci” disse prima di avviarsi verso il gabbiotto, con l’andatura di chi aspetta un sassata nella schiena da un momento all’altro» (p. 174); «Alviano fece un passo all’indietro, come un grosso erbivoro che vuole sfilarsi da una posizione di svantaggio» (p. 191); «Il suo petto si alzava e abbassava con la fragilità di una crosta di pane» (p. 218). Ecco. Io, probabilmente ho un gusto primitivo, questi pomodori e queste mozzarelle mi sembrano, devo dire, un po’ troppo ricercati. I primi scrittori che mi sono piaciuti, tra quelli che ho conosciuto, eran scrittori che facevano a Modena una rivista che si chiamava Il semplice, e lì a Modena, dove la facevano, loro chiedevano a quelli che volevano pubblicare sul Semplice di leggere i loro racconti, ad alta voce, davanti alla redazione, e poi i redattori, che erano, tra gli altri, Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati e Ugo Cornia, dicevano cosa ne pensavano, e avevano una specie di gergo che non è che si capiva subito, se il giudizio era positivo o negativo; per esempio se di una cosa dicevano che era «scritta bene», voleva dire che non gli era piaciuta, che la trovavano scritta bene e basta, senza altre qualità, invece se una cosa era «strampalata» voleva dire che gli era piaciuta. Provo a fare un esempio. Uno di questi scrittori, Daniele Benati, qualche anno fa ha provato a tradurre un racconto di Beckett in dialetto reggiano. Il racconto di Beckett cominciava con l’espressione: «I was feeling awful», che Daniele ha tradotto così: «A stèv mäl» («Stavo male»). C’è un traduttore italiano (Valerio Fantinel), che ha tradotto quel racconto in italiano prima che Daniele lo traducesse in reggiano e quell’inizio lì, «I was feeling awful», l’ha tradotto così: «Avevo una tarantola di inquietudini in petto». Quando Daniele mi ha raccontato questa cosa io mi son chiesto cos’aveva pensato Fantinel;  “Beckett ha preso il Nobel, – deve aver pensato, – non può mica scrivere «Stavo male». «Stavo male» son capaci tutti, di scriverlo, Beckett gli han dato anche il Nobel, non può scrivere una cosa del genere. Ha preso anche il Nobel”. Come se i libri belli dovessero essere fatti di materiale pregiato, mozzarelle selezionate, pomodori biologici; invece Beckett, secondo me, che mette in scena dei barboni, della gente che dorme sulle panchine e che si nutre con la spazzatura, uno dei motivi per cui è bravo, forse, è il fatto che riesce a mettere in bocca ai quei personaggi lì una lingua coerente con la loro fisionomia. Beckett, mi sembra, non ha nessun desiderio di fare bella figura, non vuole un bel voto, non vuole un giudizio positivo su tripadvisor, i suoi personaggi quando stan male stan male, e per me, come lettore, è un sollievo, trovare ogni tanto delle cose che non sono oggetti di design, son delle cose, chissà se si capisce.

[Uscito ieri su Libero]

Hadleyburg

martedì 17 giugno 2014

Storie di solitari americani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Accadde molti anni fa. Hadleyburg era la città più onesta e retta di tutta la regione circostante. Aveva mantenuto intatta questa sua fama per tre generazioni e ne andava fiera più di qualunque altra sua proprietà. Ne andava così fiera ed era così ansiosa di perpetuarla, che cominciò a inculcare i principi dell’onestà ai bambini ancora in fasce, facendo in modo che a partire da quel momento, e per tutti gli anni della loro istruzione, tali insegnamenti costituissero la base della loro cultura. Oltre a ciò, provvide a far sì che i giovani, negli anni della loro formazione, venissero tenuti alla larga dalle tentazioni, affinché la loro onestà avesse modo di temprarsi e di solidificarsi fin dentro il midollo delle ossa. Le cittadine confinanti erano invidiose di questa virtuosa supremazia e ostentavano un certo dileggio per l’orgoglio che Hadleyburg manifestava in proposito, chiamandolo vanità; tuttavia erano obbligate a riconoscere che Hadleyburg era difatti una città incorruttibile; e, messe alle strette, ammettevano pure che, per un giovane, il semplice fatto di essere originario di Hadleyburg era la sola raccomandazione di cui aveva bisogno, qualora se ne fosse andato dalla sua città natale in cerca di un impiego di responsabilità.
Ma alla fine, col passar del tempo, Hadleyburg ebbe la cattiva ventura di offendere un forestiero di passaggio: forse senza nemmeno rendersene conto, certamente senza darvi alcun peso, in quanto cittadina che pensava soprattutto a se stessa, a cui non importava un fico secco dei forestieri o delle loro opinioni. Ma sarebbe stato meglio che in questo caso avesse fatto un’eccezione, perché costui era un tipo inesorabile e vendicativo. Per un anno intero, durante le sue peregrinazioni, tenne a mente l’affronto subito e dedicò ogni momento del suo tempo libero alla ricerca di un modo per pareggiare i conti. Escogitò molti piani, tutti buoni, ma nessuno così buono da avere un effetto travolgente; quello meno efficace avrebbe colpito un gran numero di persone, ma lui ne cercava uno che piegasse l’intera città e non lasciasse illeso nessuno. Alla fine ebbe un’idea ingegnosa e, quando gli balzò alla mente, la sua testa s’illuminò di una gioia maligna. Cominciò subito a predisporre il piano, dicendo fra sé: «Ecco cosa devo fare: corrompere la città». Continua a leggere »

23 gennaio – Bologna

giovedì 23 gennaio 2014

Giovedì 23 gennaio,
a Bologna,
alla libreria Modo infoshop,
in via Mascarella 24/b,
alle ore 21 (circa)
si parla di e si
legge da Si sente?
con Daniele Benati

Anch’io

venerdì 12 luglio 2013

il semplice numero 6
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anch’io ero convinto di conoscere me stesso, ha detto uno dei quattro viandanti come per riprendere un discorso già incominciato da un altro. Invece non aveva mica parlato nessuno fino a quel momento e infatti poco dopo un altro viandante ha detto: scusi lei ha detto anch’io ero convinto di conoscere me stesso come se qualcuno avesse parlato prima di lei mentre qui ha mica parlato nessuno a meno che non mi sbaglio.
 

[Daniele Benati, Viandanti, in Il semplice, 6, Milano, Feltrinelli 1997, p. 25]

22 giugno – Massenzatico (RE)

sabato 22 giugno 2013

Sabato 22 giugno,
al circolo arci Cucine del popolo,
in via Beethoven 78/C,
a Masenzatico (RE)
alle ore 21,
si parla della Banda del formaggio,
con Daniele Benati e me.

21 giugno – Bologna

venerdì 21 giugno 2013

Venerdì 21 giugno,
alla libreria Modo infoshop
in via Mascarella 24 /b,
a Bologna,
alle 21 e 45,
dentro una manifestazione che si chiama
Letti di notte,
partendo dall’uscita dell’audiolibro
Grandi ustionati (Marcos y Marcos),
paliamo, con Daniele Benati,
di letteratura orale
e della pratica di leggere
ad alta voce.