Proposta per il Nobel

sabato 17 ottobre 2015

Quando ho saputo che il premio Nobel per la letteratura l’avevano dato a Svetlana Aleksievič, ho ripreso in mano il suo ultimo libro tradotto in italiano, Tempo di seconda mano, che avevo cominciato a leggere quand’era uscito, nel 2014, e l’ho riaperto alla pagina alla quale mi ero fermato, pagina 13, e ho ritrovato il punto in cui avevo smesso di leggere, questo qui: «Non finisco mai di meravigliarmi nel constatare fino a che punto le vite delle persone comuni siano in realtà interessanti. Con la loro infinita varietà di cose vissute… La storia è interessata solo ai fatti, e le emozioni ne restano escluse. Non hanno accesso alla grande storia. Io invece guardo il mondo non con gli occhi dello storico ma di chi cerca anzitutto l’uomo e non finisce mai di lasciarsene stupire…» (la traduzione è di Nadia Cicognini e Sergio Rapetti). Quando avevo letto queste righe m’era tornato in mente una volta, nel 2007, che ero andato a sentir l’Aleksievič a Reggio Emilia, che c’era l’assessore alla cultura di Reggio, con il suo dolcevita e il suo completo in velluto marrone e aveva detto, questo assessore «Dar contezza del contesto». Che io mi ricordo che avevo pensato “Va bene”. Poi era cominciata la presentazione e c’era una traduttrice che era la capa di un’associazione di badanti che lavoravano a Reggio Emilia che il russo lo sapeva benissimo, era russa, l’italiano così così. A un certo punto l’Aleksievič aveva detto che tempo fa in Russia il cibo era più genuino, la traduttrice aveva tradotto che in Russia non c’era più il cibo Giannino. Dopo l’Aleksievič aveva detto che Flaubuert diceva di sé di essere un uomo penna, lei invece era una donna orecchio, la traduttrice aveva tradotto che Flaubert diceva di sé di essere un uomo birro. Poi l’Aleksievič aveva detto che la sua poetica era come quella di Dostoevskij, che voleva sapere quanto di umano c’era nell’uomo, e la traduttrice aveva tradotto che l’Aleksievič voleva sapere quanti uomini ci sono in un uomo. Era stata una serata indimenticabile che io, se avessi dovuto scegliere, il premio Nobel l’avrei dato alla traduttrice, che aveva una lingua meravigliosa. Anche la cosa delle vite delle persone comuni che sarebbero così interessanti, quella cosa lì che dice l’Aleksievič all’inizio del suo ultimo libro, a me ha fatto venire una cosa che ha scritto Ugo Cornia che fa così: «C’è qualcosa nelle nostre vite singolari, cioè nelle vite che ognuno di noi fa normalmente tutti i giorni, che per sua virtù propria ha il potere di sbalestrare qualsiasi discorso: nei fatti noi, quasi tutti, non siamo altro che delle collezioni ambulanti, una collezione di cose in bilico dove ci sta dentro un po’ di tutto, un po’ di prati, pioppeti, lavori, hobby, nuvole, carriole del nonno, automobili, mamme» (da Sulle tristezze e i ragionamenti, pubblicato da Quodlibet nel 2008). Ecco io, mi rendo conto che è un giudizio un po’ superficiale, ma a giudicare da queste due frasi secondo me il premio Nobel lo merita Ugo. C’è il problema che Ugo è un mio amico, abbiam cominciato a scrivere insieme, e per come son fatto io, che son fatto male, se prendesse il Nobel, io sono sicuro che ci rimango malissimo. Forse è meglio se voto per la traduttrice che non mi ricordo come si chiama ma era la capa delle badanti di Reggio Emilia nel 2007 secondo me si può rintracciare.

[uscito ieri su Libero]

Non solo computer

sabato 10 ottobre 2015

Mercoledì mattina, ero a Bologna, volevo comprare un computer, sono entrato in un negozio di computer.
Non pensavo di aver fatto una cosa strana, invece, dopo venti minuti, sono uscito dal negozio di computer che non avevo comprato il computer e mi chiedevo come mai, se te entri in un negozio di computer e chiedi di comprare un computer, loro capiscono che vuoi comprare un’assicurazione.
Cioè ti dicono che il tuo computer che vorresti comprare, secondo loro ti conviene affittarlo, non comprarlo, e ti preparano una tabellina che salta fuori che per tenerlo due anni, in affitto, te devi pagare la stessa cifra che lo pagheresti a compralo. Solo che e a te, di solito, i computer ti durano quattro o cinque anni, ti vien da pensare che non ti conviene, spendere in due anni quello che spenderesti di solito in quattro o cinque anni. Allora glielo dici e loro ti dicono «Eh, però, così, se glielo rubano, gliene diamo uno nuovo». Che te, però, ci fai il conto, son ventitré anni che hai dei computer, non te han mai rubato uno. «Si vede che è stato fortunato», ti dicono loro.
Ecco.
A me, mercoledì mattina, mi è sembrato di essere come dentro una storia che raccontava un meccanico di Bologna che è una storia c che a me piace così tanto che l’ho già messa dentro a due libri la metterò anche dentro un terzo che sta per uscire spero di non averla mai messa dentro questa rubrica mi sembra di no.
Questo meccanico era un signore che si chiamava Benito, che diceva che c’era un suo amico che faceva il macellaio che quando era morto, e dei macellai nuovi avevan rilevato la sua macelleria e avevan cambiato l’insegna, che c’era un’insegna con le scritte di marmo, con le lettere ancora fasciste, quello stampatello fascista un po’ futurista, avevan tolto questa scritta di marmo così pulita che c’era scritto, semplicemente: «Macelleria», che era bellissima, secondo Benito, e quelli che l’avevan comprata, la macelleria, ci avevan cambiato la scritta ci avevan messo un’insegna luminosa con scritto: «Non solo carne».
«Che io, – diceva Benito, – cosa vuol dire? Che lì ci vuole una testa. – diceva. – Che mettere fuori quella roba lì ti può entrare dentro uno a dirti: “Buongiorno, io volevo del detersivo, alla lavanda, per cortesia”. Che te gli dici: “Guardi che questa è una macelleria”, e lui ti risponde “Ah, c’era scritto Non solo carne, pensavo che avevate anche i detersivi, alla lavanda”. Oppure può entrarti uno dirti: “Buongiorno devo giocare al lotto, 25 60 e 38 sulla ruota di Bologna, ambo e terno”, che lì, a parte il tempo che ti fan perdere, lì è la delusione, anche, che te la clientela gli proponi chissà cosa e poi gli dài quello che gli dan tutti gli altri, il contrario, bisogna fare, – diceva Benito, – che io, – diceva, – nel mio negozio, ci ho scritto, fuori: “Biciclette”; dopo tratto anche i motorini, e i clienti, una cosa del genere, loro la vedono come un regalo, non è una cosa dovuta, è un piacere che gli faccio io a loro, altro che Non solo carne», diceva Benito, e io lo capivo e adesso, secondo me, quando passerò davanti al negozio lì di Bologna dove ho provato a comprare un computer non ci sono riuscito, io penserò: «Non solo computer, assicurazioni, anche».

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Pensarci

sabato 3 ottobre 2015

Per uno che scrive dei libri, è difficile parlare di quelli che scrivon dei libri, e è difficilissimo parlare di quelli che scrivon dei libri e vendono molto di più di quello che scrive dei libri e vorrebbe magari parlare di loro.
Perché appena uno si azzarda, un minimo, non dico a criticare, a far notare qualche incongruenza, nelle opere di qualcuno che fa il suo stesso mestiere ma vende molto più di lui, a chi legge subito vien da pensare “Be’, per forza fai notare qualche incongruenza, perché sei invidioso”.
Allora di uno scrittore famoso di cui si è parlato molto questa settimana e che vende infinitamente più di quello che vendo io, io, se volessi dire qualcosa, sarebbe forse meglio non dire niente.
Potrei però, senza dir niente, citare un’opera inedita di Learco Pignagnoli, inedita nel senso che non è compresa nell’unico libro di Learco Pignagnoli che si conosca, Le opere complete di Learco Pignagnoli (l’ha scritto Daniele Benati), e l’opera inedita è l’opera numero 256, e fa così:
«Opera numero 256. Quello scrittore che è stato ucciso dalla camorra. Si vede che gli han sparato a salve, perché lo vedo tutte le sere in televisione».
Ecco.
Adesso che ho citato quell’opera lì, in cui Pignagnoli prende un po’ in giro quello scrittore famoso che vende infinitamente più di me, (e anche più di Pignagnoli) può darsi che qualcuno pensi «Be’, per forza hai citato Learco Pignagnoli che lo prende un po’ in giro, perché sei invidioso».
Resta il fatto che quelle cose lì non le ho dette io, le ha dette Learco Pignagnoli l’invidioso sarebbe magari Learco Pignagnoli e comunque più invidioso di me, mi viene da dire, e potrei finirla qui.
Solo che la questione per la quale si è parlato molto di quello scrittore famoso che vende infinitamente più di me, questa settimana, non riguarda né la camorra né la televisione, riguarda il plagio, che lui oltre a essere stato condannato per plagio per il suo primo libro (e avre dichiarato che la condanna riguardava soltanto lo 0,6 per cento del libro), adesso è accusato di plagio anche per il secondo libro, e io se dicessi qualcosa sul plagio qualcuno potrebbe pensare “Be’, per forza dici qualcosa sul plagio, perché sei invidioso”.
Meglio forse non dir proprio niente.
Solo che io ho appena finito di scrivere un romanzo dove l’io narrante è uno che scrive dei libri e tiene anche delle scuole di giornalismo (Scuole elementari di giornalismo disinformato, si chiamano) e uno dei suoi allievi, che è un aspirante scrittore, è evidentemente invidioso di uno scrittore famoso che, accusato e condannato per plagio, si è difeso dicendo che la condanna riguardava solo lo 0,6 per cento del libro, e quell’aspirante scrittore dice al suo insegnante di giornalismo disinformato «Ascolta, tu hai 55 anni, lo dici sempre, lo ripeti continuamente, quante persone avrai conosciuto in questi 55 anni? Tremila? Duemila? Millecinque? Mettiamo millecinque. E mettiamo che ti abbiano accusato e condannato per averne uccise 9, di queste 1.500 persone. Se tu ti difendessi dicendo che quelle 9 persone sono lo 0,6 per cento di tutte le persone che hai conosciuto nella tua vita, secondo te sarebbe una difesa convincente?», chiede l’aspirante scrittore al suo insegnante di giornalismo disinformato in un romanzo che ho quasi finito di scrivere.
E il suo insegnante di giornalismo disinformato si gratta la testa gli risponde «Eh. Ci devo pensare».

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Sempre ridicoli

domenica 27 settembre 2015

Mercoledì scorso sono andato a Trieste a fare un discorso sul caffè dentro una manifestazione organizzata da illycaffè e da Corraini editore che si chiamava Coffeetalks; venerdì sono stato a Torino, al cimitero monumentale, al festival Torino Spiritualità a fare una lettura quasi integrale della Morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj; sabato, oggi, da Torino vado a Santa Margherita Ligure a fare un discorso sulla punteggiatura nel contesto del primo Festival della punteggiatura e domenica, da Santa Margherita Ligure vado a Modena a presentare un libro per bambini in un festival della lettura per ragazzi che si chiama Passa la parola. Giovedì purtroppo non avevo niente da fare però c’era la riunione di condominio del mio condominio son stato lì; ecco io, quando mi chiedono che mestiere faccio di solito dico che scrivo dei libri, questa settimana il mio mestiere l’ho dovuto fare sui treni e nei ritagli di tempo ma non importa. Di queste quattro cose che faccio questa settimana, la più singolare, forse, quella che suona più eccentrica è il festival della punteggiatura, tant’è vero che un giornalista che mi ha intervistato mi ha chiesto «Perché c’è bisogno di un Festival come questo?», e io gli ho risposto che ero appena stato al Festivaletteratura di Mantova, la settimana prima, e dopo Mantova ero stato anche a Teramo al Festival della Follia, che son stati due festival secondo me molto belli ma non direi che ce ne fosse bisogno: se non ci fossero stati, credo che saremmo sopravvissuti, ho detto a quel giornalista, e la stessa cosa credo che valga per il Festival della punteggiatura e, in generale, per le nostre attività letterarie e giornalistiche, per le mie, per lo meno, ma se dovessi dire, tra tutte le cose che faccio questa settimana qual è, secondo me, la più sensata, io forse direi che è proprio il festival della punteggiatura, che a me fatto venire in mente un convegno al quale ero stato invitato nel 2001, un convegno organizzato dalla casa editrice Feltrinelli che doveva essere un’occasione per parlare, tra gente che scriveva dei libri, delle questioni che avevano a che fare con il nostro mestiere di scriver dei libri; dopo, tra l’invito e il convegno, c’era stato l’11 settembre del 2001 e il convegno, senza che io lo sapessi, era diventato un convegno dove ai convenuti si chiedeva di rispondere alla domanda «Come si deve scrivere, dopo l’undici settembre?». Che io mi ricordo che avevo pensato che se avessero fatto questa domanda a un cuoco, cioè se fossero andati da un cuoco e gli avessero chiesto «Scusi, come si deve cucinare, dopo l’undici settembre?», o se fossero andati da un carrozziere e gli avessero chiesto «Scusi, come si devono riparare le macchine, dopo l’undici settembre?», ecco io credo che quel cuoco o quel carrozziere, dopo dipendeva dalla loro educazione e dalla loro pazienza, ma io credo che avrebbero potuto reagire anche male. Allora, disponendomi a preparare l’intervento che dovrò poi leggere sabato mattina a Santa Margherita Ligure in questo contesto che suona un po’ ridicolo del Festival della punteggiatura io volevo dire di sì, che sono ridicolo, che mi occupo, da maniaco, di quelle cose terribili e ridicole che si chiamano libri la cui storia, come dice Giorgio Manganelli, «dentro di noi non si spegnerà mai; e sarà la storia della nostra libertà».

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Non smettere mai

sabato 19 settembre 2015

Una volta, all’università, avevo preparato un esame così bene che quando poi ero andato a darlo la metà delle cose che sapevo non le avevo mica dette perché mi vergognavo. E qualche ora dopo, ripensandoci, ero stato contento del fatto che avevo avuto vergogna di far bella figura, e mi era venuto da pensare che ormai ero passato in una fase della mia vita che non volevo più far bella figura.
Qualche anno dopo, quando ho cominciato a pubblicare dei libri, mi è successo, come succede a chi pubblica dei libri, di presentarli in pubblico, e, non avendo l’abitudine a parlare in pubblico, non sapevo mai cosa dire e una delle cose che mi azzardavo a dire era che il protagonista del libri che scrivevo era uno che non voleva più far bella figura.
Qualche anno dopo, confortato dal fatto che queste presentazioni non erano poi disastrose, mi azzardavo a parlare di più, in pubblico, e una volta avevo attribuito questo fatto di non voler far più bella figura non al protagonista del libro, a me stesso, e per un po’ di tempo avevo detto che io, a un certo momento della mia vita, avevo smesso di voler fare bella figura.
Qualche anno dopo, presentavo un libro in una fabbrica e avevo detto la solita cosa che io non volevo più fare bella figura e una ragazza, impiegata nella fabbrica, mi aveva chiesto «Ma lei, quand’è che ha smesso di voler fare bella figura?», e io, mi ricordo, ci avevo pensato, e avevo detto «Forse non ho mai smesso».
E poi, quella sera lì, a ripensarci, mi ero compiaciuto del fatto che io ero passato in una fase della mia vita che non mi illudevo più di non voler fare bella figura.
Adesso, ieri mattina, tornavo da correre, mi è venuto da pensare che alcune cose che avevo detto in questi ultimi giorni, per esempio quando mi avevano chiesto come erano andati i miei incontri al Festivaletteratura di Mantova, io avevo risposto che erano andati benissimo, contento proprio del fatto che fossero andati benissimo e cercando di convincere il mio interlocutore che erano andati proprio benissimo, e ieri ho pensato a queste cose e mi sono un po’ allarmato per via del fatto che mi è sembrato di essere entrato in una fase della mia vita ci tengo molto a far bella figura.
E mi è sembrato di esser diventato un po’ come quegli impiegati milanesi di cui parla Luciano Bianciardi in una lettera a un suo conterraneo maremmano: «Ma cosa credi? – scrive Bianciardi nel settembre del 1954 – Che bastino tre mesi di Milano per distruggere trentadue anni di Maremma? Credi che io mi voglio proprio far mettere le mutande di latta da questi quattro coglioni? Perché i milanesi, credimi, sono coglioni come poca gente al mondo. La gente qui è allineata, coperta e bacchettata dal capitale nordico, e cammina sulla rotaia, inquadrata e rigida. E non se ne lamentano, pensa, anzi, credono di essere contenti. Se tu domandi ad un grossetano, ad un ricco, mettiamo a Pioppino Bianciardi, come se la passa, cosa ti risponderà: “Ah, porcamadonna, ‘un si campa, ‘un si va avanti” e così via. Ma fai la stessa domanda a un ragioniere di Milano, cinquantamila mensili. Che ti dirà: “Me la passo mica male”. Questa è la socialdemocrazia, in parole povere», scrive Bianciardi, e io, sarà l’età, io non solo mi voglio far mettere le mutande di latta da questi quattro coglioni, io mi sento proprio uno di loro, di questi quattro coglioni, devo dire, non che sia interessante.

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La società civile

venerdì 11 settembre 2015

Domenica scorsa, il 6 settembre, c’è stato, a Marina di Pietrasanta, alla festa del Fatto quotidiano, un dibattito intitolato «Pagano i ladri o gli onesti?», che era un dibattito su tasse e evasione al quale partecipava, oltre a Rossella Orlandi, direttore dell’Agenzia delle Entrate, e a due magistrati, anche Peter Gomez, direttore del ilfattoquotdiano.it (il sito del giornale).
A un certo punto Gomez ha detto che la mamma di suo figlio, che è un’imprenditrice, che ha un’impresa, se non ho capito male, di moda, che fattura qualche milione di euro l’anno, è vittima di una pressione fiscale incredibile; «Oh, – ha detto Gomez, – le paga, le tasse, non evade, ha convissuto con me per sedici anni, figuriamoci se evade, però fa molta fatica ».
Io Gomez lo conosco personalmente; mi è simpatico, mi sembra una persona ragionevole, e infatti quello che ha detto, che gli imprenditori fanno fatica, è una cosa che io credo sia vera, e credo sia vero anche il fatto che la mamma del figlio di Gomez paghi le tasse, mi vengon dei dubbi sul fatto che l’aver convissuto per sedici anni con Gomez (o forse gli anni eran diciotto, non mi ricordo), sia una garanzia del fatto di essere dei corretti contribuenti.
Se assumessimo questo fatto come un fatto indiscutibile, e lo portassimo alle estreme conseguenze, potremmo forse concludere che gli evasori, quelli conclamati, condannati con sentenza passata in giudicato, basterebbe mandarli a abitare con Gomez per qualche mese e loro, dopo qualche mese di convivenza obbligata con Gomez, sarebbero, come dire, recuperati alla società civile, forse. Ma forse, mi viene in mente, la cosa vale solo tra innamorati; allora, se usciamo dal caso personale di Gomez, che è interessante, per carità, ma se traiamo da questa esperienza di Gomez una regola generale, abbiamo un mondo dove si innamorano e vanno a convivere solo quelli che hanno gli stessi comportamenti contribuitivi.
Cioè un mondo dove un contribuente corretto che si innamorasse di una ragazza, prima di chiederle se vuol diventare la sua fidanzata dovrebbe cercare di capire qual è l’ atteggiamento contributivo, di questa ragazza, di avere per esempio una copia del suo modello unico oppure di prendere informazioni sul suo commercialista, che sarebbe un mondo un po’ più complicato del nostro ma altrettanto interessante, mi viene da dire.
Un mondo del genere mi sembra sia stato descritto dallo scrittore polacco Jan Potocki nel suo Diario dell’Asia, scritto alla fine del ‘700, nella parte in cui Potocki racconta l’incontro con una principessa cecena: «In questi giorni ho incontrato una principessa cecena, – scrive Potocki. – È molto bella e ben educata; non riesce tuttavia a liberarsi dai pregiudizi del suo popolo. Ritiene che un paese in cui non si ruba per strada abbia sempre qualche cosa di monotono e di noioso e un fazzoletto rubato le fa più piacere che se le venisse comperata una collana di perle. Dice che sin dall’inizio dei tempi i principi della sua casa hanno sempre rubato sulla strada per Tiflis o su quella per Tarku e che per nulla al mondo vorrebbe che i suoi parenti e i suoi amici sapessero che lei ha sposato un uomo che non vive di rapine” (la traduzione è di Paolo Fontana).

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Quello che ho fatto

sabato 5 settembre 2015

Questa settimana è cominciato il festival del cinema di Venezia, e io, quello che ho fatto, non ci sono andato. Che è una cosa che son contento, di averla fatta, per due motivi, perché ci son stato due anni fa e non mi era tanto piaciuto, e perché così mi sono incamminato sulla strada dell’assenzialismo, che è la filosofia di Learco Pignagnoli così come la interpreta Ugo Cornia. L’assenzialismo, ha detto una volta Ugo Cornia, è un movimento che sceglie il non esserci come pratica. Ma in che senso, il non esserci? Il non esserci nel senso della pratica quotidiana di mancare a qualsiasi evento, anche eventi minimi di una mattina qualunque, nel senso di essere assenti il più possibile a se stessi, agli altri e alle cose. Se nel corso di qualsiasi evento, anche dei più banali, dice Cornia, qualcuno chiede “C’è Pignagnoli?” la risposta inevitabile è “No, Pignagnoli non c’è”, perché Pignagnoli non c’è mai. Pignagnoli è sempre assente. Ma l’abilità, dice Cornia, il sentire con fiuto qualsiasi situazione come situazione in cui mancare, o essere assenti, assume in Pignagnoli il valore della profezia, cioè il fatto di non esserci già prima degli altri, che invece ci saranno ancora, il che in pratica si realizzava nel non esserci di Pignagnoli per esempio a cavallo degli anni cinquanta negli stessi luoghi in cui tutti non volevano più esserci negli anni novanta, ma nel cinquanta solo Pignagnoli era assente e mancava. Di conseguenza, ha detto Cornia, sapere dove adesso non è Pignagnoli, conoscere gli innumerevoli eventi presso i quali Pignagnoli non è già a partire da oggi o non è stato negli anni appena trascorsi, potrebbe mostrarci luoghi o eventi ai quali vorremmo mancare nel 2030, ma oggi, per una carenza di fiuto, tutti accorriamo anche senza bisogno di esser pagati, ha detto Cornia, e io questa settimana, intanto, uno dei posti dove non sono andato è il festival del cinema di Venezia, però sono andato in una libreria di Bologna e ho trovato un libro di uno scrittore ceco che ci chiama Karel Čapek ed è quello che, in un’opera teatrale del 1929, intitolata R.U.R, ha inventato la parola robot, del ceco robota, che significa lavoro faticoso, corvée, e in ceco non lo so ma in russo mi è sempre piaciuto il fatto che il verbo scioperare, bastovat’, venisse da una parola italiana, basta, cioè smettere di lavorare, ma questo non c’entra perché in libreria, questa settimana, io non ho trovato R. U. R., ma un libro di viaggi, di Čapek, che si chiama fogli italiani e c’è un viaggio a Venezia dove c’è l’elenco delle cose che gli sono piaciute di più e quelle che gli sono piaciute di meno, a Venezia, e quelle che gli sono piaciute di meno sono gli ufficiali di dogana cecoslovacchi, Vienna, la spaventosa folla di turisti a Venezia, San marco, che «non è architettura, è un organetto; si cerca la fessura in cui inserire la moneta perché tutto l’apparato comincia a suonare «Oh, Venezia!», e le cose che gli sono piaciute di più sono il vagone letto («una bella macchina da sonno, piena di tante belle leve»), i vicoli veneziani, il fatto che non c’erano macchine, né biciclette, né carrozze né carretti e il fatto che c’erano, invece, moltissimi gatti (un libro bellissimo, quasi assenzialista anche lui, tradotto, per Sellerio, da Daniela Galdo).

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Appuntamento al buio

sabato 29 agosto 2015

L’altro giorno, nella libreria dove vado a Bologna, ho visto che vendevano un libro che io non avevo mai visto un libro del genere. Costava 10 euro, lo pubblicava la casa editrice Sperling & Kupfer e era fatto in un modo stranissimo. La copertina non si vedeva, era dentro una busta, e in alto c’era scritto: «Appuntamento al buio con un libro». Poi sotto c’era scritto: «Non puoi vedere né titolo né autore. Fatti guidare dagli indizi sulla busta! Lascia che sia il libro a leggere te!». Poi, ancora un po’ più sotto, c’era scritto: «Di questo libro hanno detto: “Ti inchioda alla pagina, è intelligente, intrigante, pieno di azione e passione, e ricco di rivelazioni…”». Dall’altra parte della busta invece c’era scritto: «Incalzante, avvincente, serrato. A te che ami la suspense, la tensione, il brivido». Ce n’era anche un altro, di libri dentro la busta, costava sempre 10 euro e c’eran scritte sempre le stesse cose, solo un po’ diverse: questo era «piacevole e scorrevole», e «Coinvolgente profondo intenso. A te che ami viaggiare nella storia».

Allora io, non lo so, ma secondo me un romanzo, e immagino che quei due libri che ho visto in libreria fossero dei romanzi, ecco secondo me, come diceva Balzac, un romanzo dovrebbe essere una cosa inaudita, cioè una cosa che, prima di lei, non l’aveva mai sentita nessuno, invece a leggere questi commenti, «incalzante e avvincente e serrato» e «piacevole e scorrevole», e «coinvolgente e profondo e intenso», questi sembrano dei libri che a uno gli sembra di averli già letti prima ancora di leggerli, e a me è venuto in mente quando, qualche anno fa, mi ero messo a fare una piccola lista delle espressioni che si trovavano in quarta di copertina e, allora andavan di moda gli ossimori, avevo trovato «Un romanzo lieve e pensieroso», «Un’opera leggera e profonda», «Una prosa calma e nervosa», «Un libro tranquillo e scatenato», «Un mondo di certezze insicure», «Una scrittura in cui i dettagli sono capitali», «Una prosa prevedibile e sorprendente», «Un romanzo dove un fratello senza uno straniero», «Un romanzo che ha dato vita a un fantasma», «Una trama dove i veri protagonisti sono le comparse», «Un personaggio che retrocede, o avanza», «Un canile che canile non è», che, a parte il canile e il personaggio che retrocede, sembravan tutti dei libri bellissimi, a credere a quello che dicevano le quarte di copertina, e a me e a un mio amico era venuto in mente, per uscire da questo clima di bellezza che ci circondava allora, eravamo all’inizio del secolo, di fare una collana di libri brutti, l’avevamo chiamata LDM, che era un acronimo che significava Libri Di Merda, c’era anche logo con una merdina stilizzata con una moschina che ci si posava sopra, e il primo libro della collana l’avevam scritto noi, si intitolava Storia della Russia e dell’Italia e la quarta di copertina faceva così: «Con questo libro si tenta di fondare un genere nuovo, il romanzo storico epistolare. Essendo un primo tentativo, a dispetto dell’indubbio interesse del tema, nonostante un attento lavoro di documentazione e di studio e malgrado una veste grafica che si sforza di essere accattivante, è venuto fuori un romanzo un po’ noioso, che si fa fatica a finire di leggerlo» che mi rendo conto che come marketing era forse peggio dell’appuntamento al buio con il libro, difatti è finita poi subito, quella collana lì.

 

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I più belli del mondo

sabato 22 agosto 2015

L’altro giorno ho sentito una sottosegretaria che diceva che in Italia ci sono «I musei più belli del mondo», e io mi ricordo che ho pensato che una che diceva così doveva esser stata in giro per il mondo, prima di dire una cosa del genere, e mi son chiesto se era stata al museo russo di San Pietroburgo che è, nella mia testa, il museo più bello che ho visto, e se c’era stata cos’era successo, mi sono chiesto, non le era piaciuto? Come mai? E ho pensato che, per me, non sono sicuro che sia vero, che in Italia ci sono i musei più belli del mondo, ma, anche se fosse vero, sentirlo dire da un’italiana, sottosegretaria, oltretutto, era una cosa che mi sembrava leggermente ridicola; come quando gli italiani dicono che in Italia c’è la costituzione più bella del mondo che io, la costituzione italiana, fin dal primo articolo, «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro», io, se fosse per me, lo cambierei con un articolo che dicesse che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul riposo, che, prima di tutto, riposarsi è una cosa bella e dirlo per legge mi sembra sensato, poi noi italiani, adesso è difficile parlare in generale di come siam fatti noi italiani, ma una caratteristica che forse è un po’ italiana è quella di provare sempre a fare il contrario di quello che dicon le leggi, fatta la legge trovato l’inganno, come si dice, quindi se mettessimo nella legge fondamentale dello stato un elogio al riposo, al dolce far niente, come si dice, io credo che potrebbe venirne fuori qualcosa di buono, forse, chissà, ma non volevo dir quello, volevo dir che l’Italia, adesso a me piace parlare un po’ male dell’Italia, e anche dei sottosegretari, ma l’Italia, io ultimamente ho conosciuto un po’ di gente che è andata a abitare a Berlino, adesso va di moda Berlino, qualche anno fa andava di moda Barcellona e infatti conoscevo della gente che era andata a abitare a Barcellona, poi, dopo, non so, Lisbona, Parigi, ho conosciuto un po’ di gente che erano andati a abitare a Lisbona, o a Parigi, ma a me, a pensarci, non m’è mai venuto in mente di andare a abitare definitivamente né a Berlino, né a Barcellona, né a Parigi né a Lisbona né a San Pietroburgo, e non per i musei, né per la costituzione, forse un po’ per la lingua. Che io non lo so, come sarebbe, svegliarsi al mattino sapendo che quel giorno intorno a te, per strada, non ci sarebbe stato l’italiano ma, per esempio, lo spagnolo, che è una lingua, non ho niente contro lo spagnolo, però l’italiano, per me che sono italiano, come lo spagnolo per uno che è spagnolo, mi immagino, son delle cose che, è come quando hai una chiave che non apre bene, che tutte le volte che torni a casa ci metti un po’ a aprire la tua porta di casa, che ti viene un nervoso, ecco, usare una lingua che non è la tua sarebbe un po’ la stessa cosa ma moltiplicato per un milione. Mi ricordo, non c’entra niente, ma mi ricordo Céline che dicevano che quand’era in Danimarca che sentiva, per radio, parlare francese, scoppiava a piangere, ecco io credo, non c’entro niente con Céline, ma credo di capire quel sentimento lì e ho l’impressione che se avessi abitato, gli ultimi dieci anni, a Berlino, io tutti i giorni avrei avuto in gola quella voglia di piangere, quel senso di soffocamento per la mancanza di quella che il poeta russo Osip Mandel’štam chiama «La più dadaistica delle lingue romanze», che io quando l’ho letto ho pensato «Ma che bello».

[Uscito ieri su Libero]

Cose che scrivono sul quotidiano Le monde

sabato 15 agosto 2015

Ci son dei giorni, in agosto, che delle cose che normalmente fai senza problemi, come prendere in prestito un libro in biblioteca, diventa un po’ più difficile, farle. L’altra settimana, per esempio, martedì 4 agosto, al mattino, ero andato in biblioteca Sala Borsa, a Bologna, per prendere in prestito un libro, solo che la biblioteca era chiusa c’era un cartello che diceva che in agosto la biblioteca Sala Borsa di Bologna apriva solo il pomeriggio allora io, quel pomeriggio lì, dovevo partire per Parigi, in biblioteca non ci sono andato sono partito per Parigi. Andare a Parigi, sull’aereo, ho preso Le Monde e a pagina 14 ho letto un articolo di Harry Bellet che parlava di Rabelais e diceva che Rabelais era un medico e ragionava di come la medicina entrava nelle sue opere e c’era una citazione di Erasmo da Rotterdam che era questa: «Trattenere un peto prodotto dalla natura è un comportamento da imbecilli che si preoccupano più dell’educazione che della salute», che era una frase che me la sono segnata perché era una frase singolare, da trovare su un quotidiano come Le monde. Dopo poi, a Parigi, c’era poca gente anche lì, devo dire, e quei pochi che c’erano quando mi sentivano parlare francese indovinavano subito che ero italiano e a Eurodisney, che non è esattamente a Parigi ma è lì vicino, quelli che lavorano a Eurodisney, se si accorgono che sei italiano, ti dicono «Buona giornata»; non «Buongiorno», «Buona giornata», come i fruttivendoli pakistani che ci son sotto casa mia a Casalecchio di Reno. E se tu gli dici «Si dice buongiorno», loro ti sorridono ti dicono di sì ma chissà se capiscono, e anche se capissero ti vien da pensare che non c’è niente da fare, son quelle mode linguistiche che sono così potenti che a te viene il dubbio che tra un po’ quando pranzi ti diranno «Buona pranzata», quando viaggi «Buona viaggiata», quando vai in vacanza «Buona feriata», per Natale «Buona Natalata», per San Silvestro «Buona annata», per Pasqua «Buona Pasquata» eccetera eccetera. E niente. Dopo, non che sia importante, ma al Musée d’Orsay, quello degli impressionisti e quello di quel quadro celebre di Courbet che raffigura i genitali femminili e si intitola L’origine du monde, ecco io, intanto che ero al Musée d’Orsay mi è venuto da pensare che a me, la cucina francese non piace, non che sia importante. Dopo, quando son tornato a Bologna, ho trovato la mia casa in disordine e ho pensato che avere la casa in disordine, quando perdi le cose, dopo, sei così contento di ritrovarle, almeno tre o quattro volte al giorno, che è una contentezza che, a mettere in ordine, dopo, come fai? No no, ho pensato, io lascio così. E dopo alla fine, martedì 11 agosto, al pomeriggio, sono andato alla biblioteca Sala Borsa di Bologna per prendere in prestito un libro solo che la biblioteca era chiusa e sopra c’era un cartello che diceva che la Biblioteca Sala Borsa di Bologna, martedì 11 agosto, sarebbe rimasta chiusa perché alla sera ci avrebbero fatto la trasmissione di Gianni Riotta Parallelo Italia. E io, niente, son tornato a casa e intanto che tornavo a casa pensavo che, secondo me, un posto dove chiudono le biblioteche per farci delle trasmissioni televisive a me non sembra un posto molto civile. Però, devo dire, la cucina italiana mi piace.

[uscito ieri su Libero]