Insomma

mercoledì 30 dicembre 2015

Il 18, il 19 e il 20 dicembre c’è stata, a Reggio Emilia, la seconda edizione del festival sonoro della letteratura Questa è l’acqua, che mi hanno chiesto di curare, e io ho pensato che sarebbe stato bello iniziare con una conferenza di Andrea Moro, che è un linguista italiano bravissimo, uno dei principali collaboratori di Noam Chomsky, che ha inaugurato il festival con una conferenza sul linguaggio e mi piaceva molto questo fatto di iniziare un festival di letteratura con una conferenza sul linguaggio, che è una cosa che, nella mia testa, sarebbe stato come iniziare un festival di architettura con una conferenza sul calcestruzzo.
Andrea Moro ha detto che quando ha ricevuto il nostro invito è rimasto colpito per via del fatto che i suoi studi recenti dimostrerebbero che le onde elettriche che colpiscono il cervello quando si attiva il linguaggio, agiscono in modo molto simile alle onde sonore che colpiscono i timpani quando si parla, e che questa cosa, nel cervello, succede anche quando uno legge a bassa voce, e che se lui dovesse, oggi, rispondere con una battuta alla domanda «Di cosa è fatto il linguaggio?», lui risponderebbe: «Di suoni».
Quando dopo mi han chiesto come mai il festival sonoro della letteratura si chiamava Questa è l’acqua, io ho detto che si chiamava così per via del fatto che, secondo me, quel che si fa, in un festival di letteratura, è costruire dei silenzi; la qualità dei festival di letteratura, per come li capisco io, ho detto, dipende dalla qualità dei loro silenzi, cioè dalla potenza e dalla durata dei momenti che gli spettatori si trasformano da spettatori individuali in un gruppo di persone che respirano insieme, una specie di bestia che trattiene il fiato, e il silenzio che segue il discorso tenuto da Foster Wallace il 21 maggio del 2005 per il conferimento della lauree al Kenyon college di Gambier, in Ohio  è molto eloquente, e quel discorso si intitola Questa è l’acqua, ho risposto.
E la contraddizione che deriva dal fatto che la qualità di un festival sonoro la si capisce dal silenzio, mi sembra sia stata risolta da uno dei testi che è stato letto nel corso di questa edizione del festival Questa è l’acqua, L’Etimologiario di Maria Sebregondi, che è un libro fatto da 101 definizioni da dizionario etimologico, la decima delle quali è: contraddizione, e fa così: «contraddizione s. f. – una delle operazioni fondamentali dell’aritmetica, opposta all’addizione. In base al principio di contraddizione i termini (contraddendi) invece di unirsi si scontrano dando luogo a paradossi, aporie, antinomie,. Il risultato, opposto alla somma, è l’insomma, con valore dubitativo».
Hanno partecipato anche Ermanno Cavazzoni, che ha letto l’Intervista con Dio onnipotente di Giorgio Manganelli, Leo Ortolani, che ha letto il suo Gande Magazzi, Antonio Pennacchi, che ha letto L’autobus di Stalin, Sara Loreni e Lorenzo Buso, che hanno musicato l’Etimologiario, Fabio Genovesi, che ha letto e raccontato Morte dei marmi e, accompagnato da Luisanna Messeri, Paolo Poli, che ha detto le cose paradossali e bellissime che dice lui come, a proposito dei greci, questa (tratta da Alfabeto Poli, a cura di Luca Scarlini): « Gli antichi in un vaso per l’insalata ci disegnavano donne che facevano i pompini. Ma che persone civili! Ma che cosa meravigliosa!».

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In potenza

sabato 19 dicembre 2015

Ogni tanto succede, a me succede spesso, di aver l’impressione di non aver niente da dire, cioè non di non aver niente da dire, di non esser più capace di scrivere niente, cioè non di non esser capace di scrivere niente, di non esser capace di scrivere niente di bello, cioè non di non esser capace di scrivere niente di bello, di non aver neanche più la forza di mettermi lì, al computer, aprire un file per raccontare una cosa che magari dopo vien fuori bella e contiene magari qualcosa da dire.
Quando mi succede di andare in giro a parlare della scrittura, una delle cose che ripeto più spesso è una cosa che sembra abbia detto Bukowski, che quando gli han chiesto cosa serve per scrivere lui sembra abbia risposto che per scrivere servon due cose: una macchina da scrivere e una sedia. Delle volte è difficile trovare la sedia, sembra dicesse Bukowski, e io, certe volte, ho l’impressione di essere in quella condizione lì in cui si trovava Bukowski che è difficilissimo trovare la sedia.
Allora mi viene in mente una cosa che ha scritto Viktor Šklovksij, che una volta ha scritto che tutte le volte che cominciava a scrivere un libro, aveva l’impressione che scriverlo fosse un’impresa al di sopra delle sue forze e poi, a forza di daì e dài, a forza di macchine da scrivere e di sedie, arrivava un giorno che aveva tra le mani il libro che aveva scritto
E una cosa simile mi sembra succeda anche a me quasi tutti i giorni che io, tutti i giorni, mi sveglio al mattino mi dico «È impossibile che io vada a correre, oggi», e dopo poi vado a correre.
E tornato da correre che mi viene addosso una cosa che mi dico «È impossibile che trovi quella forza lì di mettermi al computer per tirar fuori qualcosa», e ormai, son degli anni che mi succede, io questa cosa qua non la trovo scoraggiante, la trovo incoraggiante, quasi, un segno che forse alla fine anche questa volta salterà fuori qualcosa.
E mi ripeto una cosa che ho letto non so più dove che diceva, più o meno «Tu cosa fai per vivere?», «Stacco il wi-fi».
E mi torna in mente il decalogo di Augusto Monterroso, che ha scritto un decalogo dello scrittore in dodici punti (se a uno due non gli piacevano li poteva scartare) e il primo diceva: “Quando hai qualcosa da dire, dillo; quando non ce l’hai, anche. Scrivi sempre». E il quinto diceva: « Sebbene sembri strano, scrivere è un’arte; essere scrittore è essere un artista, come il trapezista, o il lottatore per antonomasia, che è colui che lotta con la lingua; per questa lotta esercitati giorno e notte». E il nono diceva: « Credi in te, ma non troppo; dubita di te, ma non troppo. Quando hai un dubbio, credi; quando credi, dubita. Questo è alla base dell’unica vera sapienza che può accompagnare uno scrittore» (la traduzione è di Barbara Bertoni). E delle volte mi ricordo anche di Auden, il poeta, che una volta ha scritto che «agli occhi degli altrui si è poeti se si è scritta una bella poesia, ai propri lo si è solo nel momento in cui si danno gli ultimi tocchi a una poesia nuova. Un attimo prima si era ancora e soltanto un poeta in potenza; un attimo dopo si è uno che ha smesso di far poesia, forse per sempre» (la traduzione è di Gabriella Fiori). E questa settimana mi è venuto molto in mente un poeta che faceva il fotografo, che si chiamava Mario Dondero e che stava al mondo in un modo così gentile che era bello guardarlo.

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Ansiaaaa

sabato 12 dicembre 2015

Questa settimana son stato a Roma per una fiera della piccola editoria che si chiama Più libri più liberi e che si tiene all’Eur e ne ho approfittato per presentare, in una libreria in via del Governo vecchio, un libretto che ho curato e che si chiama Repertorio dei matti della città di Roma, che è un catalogo di matti romani tra i quali quel tifoso della Roma «che andò al campo di allenamento della squadra a Trigoria, aspettò che i giocatori uscissero dal parcheggio per fermarsi a fare gli autografi e quando vide il difensore Cesar Gomez, da due anni alla Roma e con una sola presenza in campionato con la sconfitta al derby, fermò la sua macchina e gli disse: ”A Cesar Gomez se c’hai ‘na penna te faccio l’autografo”».
Oppure «uno a piazza Fiume che alle 16 in punto si metteva davanti alla fermata dell’autobus e gridava: “Ansiaaaa, Ansiaaa”, tre o quattro volte, poi si bloccava, cercava con gli occhi qualcuno o qualcosa, e ricominciava a gridare: “Ansiaaa, anssiaaa”. Quando gli venne chiesto chi cercasse, rispose che si trattava del suo cane», e tanti altri così.
Prima della presentazione, una ragazza che aveva partecipato al seminario nel corso del quale avevamo scritto il libro, aspettando che la presentazione cominciasse è entrata nella chiesa di san Nicola alle carceri, al Ghetto, perché aveva letto che c’era un concerto per la festa del patrono.
Ascoltando, guardandosi in giro e leggendo gli annunci ha visto che la chiesa aveva vinto il premio di eccellenza 2015 di TripAdvisor.
E mi ha chiesto cosa può fare una chiesa per vincere un premio del genere.
E io le ho risposto che non lo sapevo, cosa poteva fare, ma mi è venuto in mente che a Bologna, in via Oberdan, c’è una gelateria che ha aperto quest’anno e che l’hanno chiamata Antica gelateria Pellegrino.
Allora poi il giorno dopo, quando mi hanno intervistato, alla fiera Più libri più liberi, e, a proposito di un libro per bambini che ho scritto io e che si chiama La bambina fulminante mi hanno chiesto se aveva senso pensare, oggi, alla pedagogia, quando si scrivono dei libri per bambini, a me è venuto da dire che la pedagogia, cioè insegnare ai bambini a stare al mondo, ha senso in un mondo che si capisce; e che quando mio babbo mi ha consegnato il suo, di mondo, negli anni sessanta, mio babbo mi ha consegnato un mondo che lui abitava, capiva, e che era mosso da regole che, in larga parte, condivideva.
Io invece, ho detto al mio intervistatore, che mi muovo in un mondo dove i tifosi fanno gli autografi ai giocatori, dove i cani si chiamano Ansia, dove c’è chi vota le chiese su Tripadvisor e dove le antiche gelaterie sono state aperte sei mesi fa, io a mia figlia le consegno un mondo che non capisco tanto anche per quello ho paura che non ci sia da aspettarsi, da me, tanta pedagogia.
E alla fine dell’intervista ho chiesto a una giornalista della Rai come mai c’era così poca gente, quest’anno, alla fiera Più libri più liberi, e la giornalista della Rai mi ha risposto che, con il giubileo, il palazzo dei congressi dell’Eur era stato segnalato come obiettivo sensibile e io ho pensato “È vero, che oggi è cominciato il giubileo, e io che ero a Roma non me ne son neanche accorto, son proprio distratto”.

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A cosa pensi

sabato 5 dicembre 2015

L’altro giorno, a Torino, dentro un corso che si chiamava Scuola elementare di letteratura russa, cioè un corso dove si provava a scrivere prendendo esempio dai russi, ho detto che Čechov, tra i consigli che dava a chi voleva cominciare a scrivere, c’era il fatto di non preoccuparsi del pubblico, che «Ogni sciocchezza che viene stampata, – diceva Čechov – si trova sempre qualcuno che è pronto a giurare che è un capolavoro». E un altro consiglio che dava è il consiglio che aveva dato a Ivàn Bunin, il primo scrittore russo a vincere il premio Nobel per la letteratura, nel 1933, e Čechov una volta gli aveva chiesto «Scrivete molto?» e lui Bunin sembra gli avesse risposto che scriveva poco.
Allora Čechov aveva detto: «Male. Bisogna lavorare Lavorare sodo… Tutta la vita». E poi sembra che avesse aggiunto: «Secondo me, terminato un racconto bisognerebbe gettare via l’inizio e la fine. È lì che noialtri uomini di lettere concentriamo le bugie maggiori…». E che questo consiglio, ho detto a Torino, era stato riassunto nel titolo di un libro che era stato curato da Piero Brunello e pubblicato da minimumfax, libro che si intitolava Senza trama e senza finale e che conteneva 99 consigli di scrittura di Čechov.
E uno dei ragazzi che stava facendo il corso mi ha detto che era uscito un altro libro di consigli di scrittura e di vita di Čechov che si intitolava Né per fama né per denaro e allora io sono andato a comprarlo e ho cominciato a leggerlo e ci ho trovato una storia che dice che una volta Čechov aveva scritto a Gor’kij dicendo che lui, Gor’kij, era molto intelligente, e Gor’kij gli aveva risposto che lo ringraziava ma lui, Gor’kij, non era affatto intelligente. «Io, – aveva scritto Gor’kij a Čechov, – da quando ho cominciato a scrivere mi son messo a correre come un treno ma io, sotto, non ho le rotaie, e ho paura che andrò a sbattere contro qualche muro che mi spacco la testa», aveva scritto Gor’kij a Čechov, e Čechov gli aveva risposto gli aveva detto «Ma cosa dice, Gor’kij? Lei sa benissimo che non ci si spacca la testa perché si scrive, ma che si scrive perché ci si è già spaccata la testa». Che è una storia che mi è piaciuta molto, però è una storia che avevo già letto nel libro di minimum fax Senza trama e senza finale, e allora ho guardato questo libro che avevo comprato, Né per fama né per denaro, e ho visto che era anche quello a cura di Piero Brunello e che era praticamente la ristampa di Senza trama e senza finale e di un’altra antologia degli scritti di Čechov, sempre a cura di Piero Brunello, Scarpe buone e un quaderno di appunti, che avevo anche quella, e allora adesso ho due libri doppi, che a me non dispiace, però, ne ho anche uno triplo, di libri, Pan, di Knut Hamsun, che a me va bene averlo triplo perché dentro ci son delle frasi che dicono: «Può piovere o tirar vento, ma non importa; spesso una piccola gioia può impadronirsi di te in un giorno di pioggia, spingendoti a ritirarti in te stesso con la tua felicità. Allora cerchi di darti un tono; guardi dritto davanti a te, di tanto in tanto sorridi in silenzio e volgi lo sguardo intorno. A che cosa pensi? Al vetro trasparente di una finestra, a un raggio di sole che batte sul vetro, alla vista di un ruscello e, forse, a uno squarcio azzurro fra le nubi. Non serve di più» (la traduzione è di Fulvio Ferrari).

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Turbolenze

sabato 28 novembre 2015

Un ragazzo che si chiama Domenico mi ha detto che lui, quando era piccolo, pensava che Turbolento fosse il superlativo di lentissimo.
Che a me è sembrato un significato così bello, di Turbolento, che d’ora in poi io ho pensato che lo uso così; se vado a veder per esempio a uno spettacolo di Bob Wilson, ammesso che sia lui il regista teatrale che fa muovere i suoi attori in maniera turbolenta, se vado a vederlo e dopo quando esco mi chiedono com’è stato, io gli rispondo «Turbolento», e mi vien da definir turbolente certe giornate in pianura padana quando ti aspetti che succeda qualcosa e non succede niente, che quella mi sembra che sia un po’ una costante della mia vita che io mi aspetto sempre che succeda chissà che cosa e dopo alla fine succede chissà niente anche se ci sono delle eccezioni come in questi giorni che è appena uscito un romanzo che ho scritto e mi invitano in giro a presentarlo o mi chiedono di fare delle interviste e questa settimana ho fatto un’intervista televisiva a una trasmissione che si chiama Buongiorno regione che va in onda al mattino alle sette e un quarto dalla sede regionale della Rai che io, siccome abito lontano dalla sede Rai, e siccome per muovermi uso la bicicletta, devo andarci in bicicletta e esco di casa alle sei e un quarto, ci metto tre quarti d’ora, e questi viaggi in bicicletta, la notte prima penso «Ma chi me l’ha fatto fare, di accettare questa intervista a Buongiorno regione?», la mattina dopo son contentissimo, di uscire in bicicletta alle sei un quarto, che Bologna alle sei e un quarto è una città completamente diversa da quella che vedo di solito e a me viene in mente Piero Manzoni quando usciva alle cinque del mattino a Milano per fare delle fotografie, che alle cinque del mattino la città si vedeva tutta; e è anche un momento, quando son lì che pedalo sul ponte di via Stalingrado, che mi sembra che potrei essere qualsiasi cosa, un imbianchino, un muratore, un fabbro, e per me, esser qualsiasi cosa equivale a non essere niente e non essere niente è una cosa che mi piace da matti, e poi, l’ultimo motivo per cui mi piacciono queste dirette a Buongiorno regione, è il fatto che sono la fonte della mia popolarità presso i miei vicini di casa, che i miei vicini di casa sono quasi tutti dei pensionati e alle sette e un quarto del mattino la televisione gli unici che la guardano sono dei pensionati l’unico aspetto negativo, di fare un’intervista così presto, è che io ci metto un po’ a ragionare, io ho un cervello turbolento, allora per quello non le risento mai, queste interviste, che chissà cos’ho detto, mi dico, e se qualcuno adesso mi chiedesse «Cos’hai detto?» io gli risponderei «Non lo so», anche se dopo, quando sono ormai già le otto, mi fanno sempre anche una piccola intervista per il TG regionale e lì capisco già un po’ meglio e questa volta mi han chiesto come reagirebbe il protagonista del mio romanzo, che è un giornalista, ai fatti di questi giorni, gli attentati di Parigi, e io credo di avere risposto che secondo me gli verrebbe in mente il modo in cui ha reagito il primo ministro norvegese alla strage del 2011, quando son stati uccisi da un terrorista 77 ragazzi che non avevan fatto niente, e il primo ministro deve aver detto che loro avrebbero risposto con le armi più potenti del mondo, la libertà e la democrazia.

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Conseguenze di un pollo arrosto

sabato 21 novembre 2015

L’altro giorno, al supermercato dove vado, regalavano un pollo arrosto a tutti quelli che facevano una spesa di almeno 20 euro e io, dovevo pranzare con mia figlia, ho pensato che potevamo mangiare un pollo arrosto ero solo preoccupato, quando sono arrivato alle casse, per via che non sapevo se ero arrivato a 20 euro di spesa, avevo preso anche un po’ di cose che non è che mi servissero proprio, una crema per le mani norvegese che usavo quando facevo il manovale da muratore, trent’anni fa, un freddo, su quelle impalcature, un male alle mani e adesso, trent’anni dopo, mi era venuta nostalgia per quel freddo e per quel male alle mani avevo comprato la crema anche se eran trent’anni che non frequentavo delle impalcature non l’avevo presa tanto per le impalcature, l’avevo presa per il pollo arrosto e poi, una volta arrivato alle casse, avevo scoperto che avevo speso 43 euro e 40 centesimi allora in questi giorni mi sono dato un sacco di crema nella mani che non è che mi serva tanto, devo dire.
Dopo, con queste mani molto curate, sono andato a Novara a presentare un libro che era appena uscito, era la prima presentazione e lì a Novara non è che c’era tantissima gente, era anche in una sala un po’ così, di traverso, io parlavo rivolto a una colonna e era anche una sala adiacente a un ristorante e dal ristorante veniva il suono di un sassofono che sembrava Fausto Papetti, o un suo imitatore, e io, queste cose, mi passa la voglia, mi ero quasi augurato che non venisse nessuno così saltava la presentazione invece alla fine undici o dodici persone si erano ammucchiate avevo cominciato a leggere avevo letto quaranta minuti poi avevo detto «Ecco, io avrei finito, avete delle domande?», e un signore che era seduto in prima fila e che nel corso della lettura aveva preso degli appunti mi aveva chiesto «Ma è tutto così?» e io gli avevo risposto «Sì, è tutto così», e con questo è finita la prima presentazione del mio nuovo romanzo e siccome io sono convinto che la lettura ad alta voce serve per capire se le cose che uno scrive son belle o son brutte, e che una cosa bella, letta ad alta voce, sembra ancora più bella, e una cosa brutta, letta ad alta voce, sembra ancora più brutta, io l’altro giorno, dopo la presentazione di Novara, sono andato a letto convinto di avere scritto un libro tutto così, brutto, solo che poi il giorno dopo il libro l’ho presentato in una libreria di Torino e la presentazione è stata bellissima e le stesse cose che avevo letto a Novara, lette a Torino mi eran sembrate completamente diverse e quella sera lì sono andato a letto convinto di avere scritto un libro bellissimo solo che poi, due giorni dopo, ho presentato il libro a Bologna, e la lettura è cominciata ed è finita molto bene solo che in mezzo, anche nella libreria dove l’ho presentato a Bologna c’è, sopra, un ristorante, e mentre leggevo, dal ristorante preparavano si vede la sala per la cena facevano un casino, con le sedie, e forse è stato per quello che in mezzo, la presentazione a Bologna è stata un po’ complicata e, alla fine è stata una presentazione così così e sono andato a letto convinto di avere scritto un libro così così ma prima di addormentarmi mi son ricordato di guardarmi le mani ho pensato “Ma che belle mani, ma di chi sono queste mani, ma sono mie? Ma che meraviglia”, ho pensato.

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Palombari

sabato 14 novembre 2015

L’altro giorno è uscito un articolo di uno scrittore italiano contemporaneo che si chiama Fabio Genovesi che parlava di un libro di un altro scrittore italiano contemporaneo che si chiama Diego De Silva, e cominciava, questo articolo, dicendo che ogni scrittore ha il suo mestiere. «C’è chi scrive da architetto, – scriveva Genovesi, – chi da ingegnere, scalatore o musicista, ragioniere o equilibrista, ballerino, sarto o elettricista. Diego De Silva invece è un palombaro. E mentre comincia a scrivere un nuovo romanzo, – continuava Genovesi, – io me lo immagino che entra nel suo scafandro, un respiro lungo, si fa il segno della croce e poi giù nell’abisso ». Ecco, secondo me, magari mi sbaglio, ho letto qualche libro di Genovesi e io mi immagino che anche lui, Genovesi, scriva da palombaro, anzi, a pensarci bene, io ho l’impressione che cominciare a scrivere un romanzo, comporti sempre, inevitabilmente, questa cerimonia del respiro profondo, del segno della croce e del tuffo nell’abisso, e mi viene in mente lo scrittore russo Viktor Borisovič Šklovskij quando diceva che tutte le volte che cominciava a scrivere un romanzo aveva l’impressione di  dover fare una cosa al di sopra delle sue forze e che poi, un giorno, chissà come, si accorgeva che il romanzo che aveva pensato in tutti quei mesi che non sarebbe mai riuscito a scrivere, l’aveva scritto, era lì, c’era.

Ecco, chi scrive dei romanzi credo che sappia che scrivere un romanzo è una cosa così faticosa, e pericolosa, anche, un po’, che non sembra, probabilmente, vista da fuori, una volta un signore che ho incontrato in treno mi ha chiesto «Lei che mestiere fa?», «Scrivo dei romanzi», gli ho risposto, «Ho capito, – mi ha detto lui, – ma di mestiere?», «Scrivo dei romanzi», gli ho detto, «Ho capito, – mi ha detto lui, – ma i soldi, il mestiere che le fa guadagnare dei soldi, che mestiere fa?», mi ha chiesto lui, ecco, visto da fuori scriver dei romanzi non sembra neanche un mestiere, sembra un divertimento, invece, visto da dentro, uno che li scrive lo sa bene, tutti i segni della croce che sei costretto a farti se ti azzardi a immaginare di avere la sfrontatezza di scrivere addirittura un romanzo e di farlo addirittura come mestiere solo che poi, questa settimana, ho visto la la presentazione dei candidati sindaci di Milano del MoVimento 5 stelle e una candidata, una cinquantaduenne disoccupata che si chiama Patrizia Bedori, che era l’unica donna, quando l’hanno presentata, lei è arrivata sul palco e l’applaudivano in molti e lei, come prima frase, ha detto: «Essendo l’unica donna ovviamente ho la clap».

Ecco. Se consideriamo che poi Patrizia Bedori quelle primarie lì dopo le ha vinte, e che è quindi candidato sindaco di Milano del MoVimento 5 stelle, ecco io lì ho pensato che anche fare il politico, e in particolare il candidato sindaco di Milano del MoVimento 5 stelle, è una cosa che, prima  di cominciare, conviene tirare un bel respiro, o anche cinque o sei bei respiri, farti un bel segno della croce, o anche cinque o sei segni della croce, e poi via, giù nell’abisso, e spero per lei che non vinca.

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Non cinema

domenica 8 novembre 2015

Questa settimana parlavano tutti di Pasolini, e ne ha parlato anche il regista Gabriele Muccino che ha scritto, su Facebook: «So che quello che sto per dire suonerà impopolare e forse, chissà, sacrilego? Ma per quanto io ami Pasolini pensatore, giornalista e scrittore, ho sempre pensato che Pasolini regista fosse fuori posto, anzi, semplicemente un “non” regista che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava, in anni in cui il cinema italiano era cosa altissima».
Molti, su Facebook, si sono, per così dire, meravigliati, del fatto che Muccino giudicasse in modo così severo un collega così illustre, ma a me è venuta in mente una cosa che mi avevano detto all’università quando avevo fatto un esame di storia del cinema e cioè che Fellini, quando aveva visto Accattone, il primo film di Pasolini, aveva detto che secondo lui quello lì era non cinema, cioè aveva detto più o meno la stessa cosa che adesso un po’ si rimprovera a Muccino, mi sembra.
Che, anche se ha dei gusti molto diversi dai miei, a me certi film di Pasolini piacciono forse proprio per la loro natura sgrammaticata, sghemba, come i pensierini dei bambini delle elementari, che sono bellissimi, alcuni, mentre nei suoi libri trovo «una tale quantità di superiorità morale nei confronti dell’universo» (lo dice Giorgio Manganelli) che non riesco a leggerli, anche se ha dei gusti molto diversi dai miei, dicevo, mi sembra che Muccino, così come Fellini, possa dir quello che vuole di chi vuole e possa coltivare le sue predilezioni e le sue idiosincrasie in piena libertà e capisco benissimo che, in un periodo in cui tutti parlano di Pasolini, a un regista possa venire da dire «Ma cosa parlate tutti di Pasolini che non è capace di tenere in mano la macchina da presa?».
Forse lo capisco così bene perché anche a me, ogni tanto, quando tutti parlan di uno scrittore, mi vien da chiedermi come mai ne parlano così tanto per esempio, non so, Roberto Saviano, il suo ultimo libro, quello che si intitola ZeroZeroZero, che è stato il libro italiano più venduto del 2013, ecco io, quando è uscito, ho resistito tanto, a leggerlo, che Saviano, non per via della superiorità morale, proprio per via della scrittura, che per me lui lì ha una scrittura, tutta un’accumulazione, non so cosa farci, non mi piace, e ho resistito due anni poi quest’estate, in libreria, mi sono imbattuto nell’edizione economica, l’ho comprato, ho cominciato a leggerlo, ho letto: «La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l’ha presa per svegliarsi stamattina o l’autista al volante dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale». E lì mi sono fermato “I crampi alla cervicale?” ho pensato. E ho telefonato al mio medico, che si chiama Gabriele, e gli ho chiesto «Gabriele, esistono i crampi alla cervicale?», e lui mi ha detto che non esistono, che è come dire i crampi al mal di testa, o i crampi al mal di denti, o i crampi ai crampi, praticamente.
E allora mi sono fermato nella lettura mi sono detto che potevo fare a meno di comprarlo, ZeroZeroZero di Roberto Saviano, che mi rendo conto che con Pasolini e Muccino non c’entra niente, ma io è un periodo che a Roberto Saviano ci penso un sacco, non so come mai.

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Drin drin

sabato 31 ottobre 2015

Un mio amico marchigiano mi ha detto che sta scrivendo un pezzo per un convegno dove vuol parlare della Romagna, ma non la Romagna allegra di cui parla Tondelli in Rimini, non la Romagna delle spiagge, delle discoteche, delle notti d’estate, non la Romagna ottimista di Romagna e sangiovese di Raoul Casadei, non la Romagna del boom economico, no, a lui interessa la Romagna triste, intima, malinconica, la Romagna di Guido Guidi, il fotografo, quella di Raffaello Baldini, il poeta, e io gli ho detto che era strano che me lo diceva e che usava proprio quella parola lì malinconica perché io avevo appena cominciato a fare una lettura integrale delle poesie di Raffaello Baldini in una libreria di Bologna, e dopo che le leggo le metto in rete, la registrazione, su un sito internet che si intitola ilpost punto it dove uno se vuole le può ascoltare e se vuole può anche commentare quel che ha sentito e avevo appena messo in rete la prima lettura, l’integrale della prima raccolta di Baldini che si intitola E’ solitèri, che significa Il solitario, nel senso del gioco delle carte, e un signore l’aveva commentata dicendo che facevamo bene a divulgare l’opera di Raffaello Baldini che però non lo convinceva per niente la «cantilena parmense» di Nori, che aggiungeva «un velo di malinconia rassegnata che nell’originale, specialmente se letto dallo stesso Baldini, è del tutto assente».
Adesso, io, parmense, secondo me quel signore lì non è tanto pratico di Parma perché io, parmense, non sono parmense, son parmigiano, parmensi son quelli della provincia io son di Parma, nato a Parma cresciuto a Parma ma a parte quello, quel signore lì, ho detto al mio amico, ha un’idea della Romagna che non dico che sia sbagliata, mi ricordo per esempio una volta che con mia mamma abbiam letto una poesia che c’è in copertina del libro che sto leggendo a Bologna (che si intitola La nàiva Furistìr Ciacri), poesia che dice: «Ma così, delle volte, quando torno a casa, la sera, prima d’infilare la chiave, suono, drin, drin, – non risponde mai nessuno», che a mia mamma, questa poesia qua, la fa ridere, e a me invece un po’ mi immalinconisce ma son contento, di immalinconirmi, gli ho detto al mio amico, anche se non mi sembra che la mia sia una malinconia rassegnata, sicuramente non è parmense e probabilmente non è rassegnata che io ho cominciato anche un romanzo con una premessa che fa così: «Io ormai è una vita che sono sul punto di rassegnarmi», che mi sembra la condizione di uno che non è rassegnato, altrimenti non sarebbe sul punto, di rassegnarsi e a me, per esempio, l’altro giorno ho comprato un libro perché aveva in epigrafe al quinto capitolo una frase di Kafka che diceva così: «C’è speranza ma non per noi», che a me l’idea di una vita senza speranza mi piace molto e non mi sembra per niente rassegnata e tra l’altro, gli ho detto al mio amico, anche quella Romagna lì di Tondelli delle feste delle discoteche, a me mi sembra malinconica anche quella, che io, il posto più malinconico dove son stato è Eurodisney, gli ho detto, che mi ha fatto venire in mente quella frase di Gogol’ che dice «Avete provato anche voi quella sensazione di dopo la festa, che ti sembra che la pelle ti si stacca di dosso?»; ecco quella sensazione lì, gli ho detto al mio amico, secondo me è romagnola anche quella, ma anche emiliana, e anche parigina, devo dire, l’ho trovata a Eurodisney.

[uscito ieri su Libero]

Realismo

sabato 24 ottobre 2015

Sono stato a Torino a fare un discorso su Zavattini e sul neorealismo e mi è venuto da chiedermi cosa vuol dire realismo, e mi son ricordato di una volta che ero andato a fare una lettura a Milano, e dopo la lettura delle ragazze mi avevano chiesto se andavo nel loro centro sociale che facevano un festival e io avevo detto di sì, e dopo un po’ mi era arrivato un invito, per mail, a questo festival che c’era venerdì sabato e domenica, e sabato avevano invitato Paolo Cognetti e i Wu Ming, che loro, diceva la mail, eran degli scrittori che usavano come sfondo delle loro narrazioni la realtà, che sabato, nel loro festival, era la giornata dedicata agli scrittori che usavano come sfondo delle loro narrazioni la realtà, a me mi invitavano venerdì.
Che io gli avevo risposto gli avevo chiesto se per cortesia mi spiegavano cos’era, la realtà
E non mi avevan mica risposto al loro festival non ci ero mica andato ero rimasto a casa.
Quello era un periodo che mi avevano anche invitato, sempre a Torino, a legger La morte di Ivan Il’ič, di Tolstoj, al cimitero monumentale, e io c’ero andato ero arrivato in treno a Torino, mi eran venuti a prendere in macchina e io sbadigliavo, sbadigliavo, e eravam passati davanti a un edificio giallo, che c’era scritto, di fianco, «Ossario», e io mi ero chiesto, cosa ci sarà, in un ossario? Le ossa, mi ero risposto. E in un calvario?, mi ero chiesto. I calvi, mi ero risposto. E avevo cominciato a prendere nota, ma così, per frenar gli sbadigli, e avevo fatto una lista: le ossa nell’ossario, i calvi nel calvario, il sudore nel sudario, le rime nel rimario, le corolle nel corollario, le rose nel rosario, l’acqua nell’acquario, gli alimenti nell’alimentario, gli anniversari nell’anniversario, i referendum nel referendario, l’argento nell’Argentario, le lampade nel lampadario, i culi nel culinario, i deficit nel deficitario, le fogne nel fognario, i forfait nel forfettario, le formule nel formulario, le glosse nel glossario, le immagini nell’immaginario, l’incendio nell’incendiario, la volontà nel volontario, l’idrosanità nell’idrosanitario, una cosa del genere, e dopo alla fine eravamo arrivati e avevo ricominciato a sbadigliare, che io, quando ho paura, sbadiglio, e fare quella cosa lì, leggere ad alta voce tutta La morte di Ivan Il’ič è una cosa che un po’ fa paura però è anche una cosa che io, intanto che leggevo, quella volta lì, al cimitero monumentale, a Torino, io intanto mi chiedevo cosa avevo fatto di bello, nella mia vita, perché mi toccassero quelle fortune lì, per aver la fortuna di avere a che fare con quelle realtà lì perché La morte di Ivan Il’ič non è una cosa che ha come sfondo la realtà, La morte di Ivan Il’ič è, una realtà, e tutte le opere d’arte non hanno come sfondo la realtà, tutte le opere d’arte sono, delle realtà, tutte le cose che uno dipinge, o suona, o scrive sono, delle realtà, tutte, anche quella stupidata lì dell’ossario e dell’idrosanitario, io quando l’ho scritta è diventata una realtà, una realtà stupida ma reale, che questa è una cosa che quei ragazzi lì di quel centro sociale non l’avevano mica capita e io, per un attino, avevo avuto la tentazione di spiegargliela solo che poi mi ero chiesto «Ma chi sono, io, per avere la presunzione di spiegargli qualcosa?».
«Nessuno», mi ero risposto.

[Uscito ieri su Libero]