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Pubblici trasporti

sabato 12 marzo 2016

Questa settimana, il 6 marzo, al teatro Quirino, a Roma, Francesco Storace ha aperto la campagna elettorale per le elezioni comunali presentando la propria candidatura a sindaco e ha fatto un discorso di un’ora circa nel corso del quale ha detto che, se lui diventasse sindaco, la prima cosa che farebbe sarebbe convocare l’ambasciatore indiano e dirgli che, se non restituissero all’Italia entro dieci giorni Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri di marina che sono da anni trattenuti in India in stato di arresto, lui farebbe chiudere tutti i ristoranti indiani di Roma, che è una cosa della quale molti hanno parlato perché è abbastanza strana, come programma elettorale, ma siccome è una cosa di cui molti hanno parlato io preferisco non parlarne preferisco parlare di un’altra cosa, che ha detto Storace sempre in quell’occasione, che è una cosa che ha a che fare con un’altra questione che sembra sia un problema romano da anni, la questione dei trasporti pubblici.
Il problema dei trasporti pubblici a Roma è un problema talmente evidente che me ne sono accorto anch’io, che non abito a Roma ma a Casalecchio di Reno, perché l’anno scorso, con dei ragazzi e delle ragazze di Roma, abbiamo fatto un libro che si chiama Repertorio dei matti della città di Roma che uno di questi matti repertoriati «era un autista dell’autobus 62. Quando arrivava la notte, alla fine della corsa, al capolinea di Piazza Bologna, scriveva sul suo display “Gotham city”».
Ma a parte questo, Storace l’altro giorno al teatro Quirino ha detto che Roma bisogna farla diventare più veloce, e che, riguardo agli autobus, ci sono tecnologie che, se solo si studia un po’, se solo ci si impegna un po’, ti consentono, con l’utilizzo del biglietto digitale, di non perdere più un euro dai passeggeri che non lo pagano. Che il biglietto digitale, ha spiegato Storace, vuol dire un autobus dotato di nuove tecnologie che, se tu non hai il biglietto a bordo, ha detto Storace, ti blocca, e saranno gli altri passeggeri a farti scendere perché si illuminerà la postazione dove sei.
Che io, adesso, non so se ho capito bene, ma un autobus che si blocca fino a quando tutti i passeggeri non hanno tutti il biglietto, a me non sembra risolva il problema della lentezza degli autobus, mi sembra lo aggravi, in un certo senso. Ma a parte la lentezza o la velocità, queste nuove tecnologie suggerite da Storace vanno in una direzione che, non so, se ci fosse, in un condominio, un inquilino moroso, una soluzione analoga sarebbe far dormire tutti gli inquilini all’aperto finché anche quello moroso non paga l’affitto anche lui.
E, per finire, a proposito di case e di Gotham city, mi è venuto in mente un altro matto, tratto dal Repertorio dei matti della città di Milano, che «aveva comperato cinque capannoni industriali e dentro ci aveva costruito una Bat casa con una piscina con il ponte levatoio, con una Bat botola automatizzata che si apriva su un bunker sotterraneo, con un poligono di tiro insonorizzato e un ring da boxe, probabilmente per allenarsi a combattere i nemici della sua città Milano. Poi però si era dimenticato di pagare un fornitore e quando gli ufficiali giudiziari erano entrati nella Bat casa da 447 metri quadri e si erano resi conto che era tutto abusivo, la sua mamma aveva detto che comunque avrebbe dato tutto in beneficenza». 

[Uscito ieri su Libero]

Bevessero il lambrusco e mangiassero i tortellini

sabato 5 marzo 2016

Sta per uscire un’antologia che parla dell’Emilia, e siccome hanno chiesto anche a me di scrivere un pezzo, per questa antologia, io ci ho provato ma mi sembra una cosa difficilissima. Mi è venuto in mente il periodo in cui una rivista di viaggi mi aveva mandato nel Mississippi a scrivere di blues, nel 2002, e io ci ero andato e molti di quelli che incontravo per strada e ai quali chiedevo cosa pensavan del blues mi guardavano stupiti e poi mi dicevano che loro, del blues, non ne pensavano niente, e che ascoltavano della musica tutta diversa. E io mi ero sentito come credo si sarebbe sentito un americano che fosse venuto in Emilia convinto che tutti gli emiliani ascoltassero il liscio, bevessero il lambrusco e mangiassero i tortellini quando si fosse accorto che c’eran degli emiliani che il liscio non lo ascoltavano e erano astemi e vegetariani. E mi è tornato in mente un esempio che mi torna in mente spesso, in questi ultimi mesi, l’esempio di quegli antropologi bolognesi che qualche decennio fa avevano invitato un cantastorie senegalese, uno che scriveva delle storie e poi le metteva in musica e le cantava ai suoi concittadini, l’avevano invitato a Bologna e gli avevano detto di osservare i bolognesi e di scrivere poi una canzone su di loro da cantare ai senegalesi e lui, tra le altre cose, aveva scritto che in Europa, al mattino, succedeva una cosa stranissima, c’era un sacco di gente che andava in giro legata ad un cane.
Che, per uno che non ha mai visto un guinzaglio, e non ha idea neanche di cosa sia, è esattamente quello che succede tutte le mattine, anche sotto casa mia, solo che vederlo è difficile, perché io son così abituato, ai guinzagli, che ho smesso di vederli, e con l’Emilia, mi sembra, succede la stessa cosa, e è per ovviare a questa mancanza di intelligenza nel mio sguardo, che secondo alcuni critici e alcuni teorici dell’arte esistono l’arte e la poesia.
L’arte, ha scritto una volta un filosofo che si chiama Agamben, non serve per rendere visibile l’invisibile, serve per rendere visibile il visibile, e questa cosa, con l’Emilia, a me è successa grazie alla fotografie di Luigi Ghirri.
Prima di vedere le fotografie di Luigi Ghirri, se pensavo all’Emilia io, oltre che al ballo liscio, al lambrusco e ai tortellini, pensavo a poche cose, ai pioppi e al fiume Po, prevalentemente; c’erano queste immagini bucoliche che non avevano niente a che fare con le mie giornate, abito lontano dai pioppi e dal Po, ma che erano da qualche parte nella mia testa dentro una cartellina con su scritto «Emilia»; dopo che ho visto le fotografie di Ghirri, io mi sono accorto che in Emilia ci sono anche i distributori di benzina, i semafori, le fermate dell’autobus, la neve, i bambini che si vestono da Batman per carnevale, i gommisti, le saracinesche, le pubblicità, il cielo. Lui, Ghirri, con le sue fotografie, è come se avesse preso con due dita l’imballaggio che avvolgeva l’Emilia, sotto casa mia, e avesse tolto dal loro imballaggio che li rendeva invisibili i distributori di benzina, i semafori, le fermate dell’autobus, la neve, i bambini che si vestono da Batman per carnevale, i gommisti, le saracinesche, le pubblicità e il cielo che c’erano sotto casa mia e io adesso, è incredibile, riesco a vederli, e la cosa è ancora più incredibile se si considera che Ghirri, sotto casa mia, probabilmente, non c’è mai neanche passato.

[uscito ieri su Libero]

Se uno conosce troppo se stesso

domenica 28 febbraio 2016

Io di solito, per un vizio che si potrebbe definire il conformismo dell’anticonformismo, cerco di non parlare delle cose di cui parlano tutti, quindi questa settimana non volevo parlare di Umberto Eco, solo che questa settimana ho scoperto uno scrittore spagnolo che si chiama Ramón Gómez de la Serna e il suo Mille e una greguería (a cura di Danilo Manera), dove ho letto delle cose del tipo: «Se uno conosce troppo se stesso, smette di salutarsi», o «Nell’elenco del telefono, siamo tutti esseri microscopici», o «L’anguria è un salvadanaio di tramonti », o «Il tram approfitta delle curve per piangere», o «Sui fili del telegrafo rimangono, quando piove, delle lacrime che rendono tristi i telegrammi», e quando sono arrivato a leggere «Aveva una memoria così cattiva che si dimenticò di avere una cattiva memoria e cominciò a ricordarsi tutto», ho pensato che io, se sono veramente anticonformista come credo di essere, devo esserlo al punto da scrivere qualcosa su Umberto Eco. Solo che poi mi son detto «Ma cosa puoi scrivere te, di Umberto Eco, che non l’hai mai conosciuto?». E invece poi mi son ricordato che io son così affetto, dal conformismo dell’anticonformismo, che l’ho conosciuto, Umberto Eco. Una delle cose più sorprendenti di una città molto sorprendente, San Pietroburgo, per me è stato il fatto che nella Dom Knigi, la più grande libreria della città, all’ultimo piano, tra le fotografie degli scrittori che avevano visitato la libreria c’era, unico scrittore non russo, la fotografia di Umberto Eco. E quindici anni fa, nel 2001, il padrone di casa dell’appartamento che avevo affittato a San Pietroburgo, che si chiamava Sergej, quando aveva saputo che abitavo a Bologna mi aveva chiesto se era la stessa Bologna dove abitava Umberto Eco, e, siccome io gli avevo detto sì, prima di partire mi aveva detto che aveva un favore da chiedermi: siccome Umberto Eco era il suo scrittore preferito, potevo, per cortesia, quando incontravo Umberto Eco, chiedergli un autografo per lui, per Sergej? Io mi ero detto che era bellissima, l’idea che Sergej aveva di Bologna, un posto dove tutti conoscevano tutti, e quell’ingenuità lì mi era sembrata molto russa, figlia di un mondo dove poteva succeder di tutto, mica come in Italia.
Due settimane dopo, a Bologna, all’Osteria dell’Orsa, appoggiato al bancone che aspettava che gli consegnassero la sua cena da asporto, avevo visto Umberto Eco e gli avevo chiesto se potevo disturbarlo un minuto e gli avevo raccontato la storia della Dom Knigi di San Pietroburgo e del mio padrone di casa Sergej, del quale lui era lo scrittore preferito, e del suo desiderio di avere un autografo, e lui, Umberto Eco, mi aveva detto che in Russia, alla Dom Knigi, dall’abbraccio degli ammiratori l’avevan salvato solo i cosacchi, e poi aveva preso un foglietto e ci aveva scritto «A Sergej», e poi sotto aveva fatto l’autografo e io l’avevo messo in una busta e l’avevo mandato a Sergej e poi mi ero messo ad aspettare una lettera che mi ringraziasse dell’autografo che gli avevo mandato.
La lettera di ringraziamento non mi è mai arrivata e dopo un po’ di tempo mi è venuto il dubbio che Sergej non avesse capito, che il foglietto che gli avevo mandato era l’autografo di Umberto Eco.
E questo, in sostanza, è tutto.

[Uscito ieri su Libero]

I più grandi

sabato 20 febbraio 2016

L’altro giorno in libreria ho visto il libro di Ljudmila Petruševskaja C’era un volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina, pubblicato da Einuadi Stile libero, nella cui quarta di copertina c’era scritto che Ljudmila Petruševskaja è «la più grande autrice russa vivente».
Io non avevo mai sentito nominare Ljudmila Petruševskaja, il che è segno del fatto che io sono poco informato sulla letteratura russa moderna e contemporanea.
È anche vero che negli ultimi dieci anni questa è forse la quindicesima volta, che trovo in libreria un libro nella cui quarta di copertina si presenta l’autore (o l’autrice) come «il più grande autore (o la più grande autrice) russo (o russa) vivente».
Dei quattordici colleghi della Petruševskaja, devo dire, dopo quel primo libro che annunciava al pubblico italiano la loro grandezza, a me sembra di non aver visto altre manifestazioni editoriali in lingua italiana, e non voglio mettere in dubbio la competenza dei russisti di Manchester (il giudizio sulla grandezza della Petruševskaja si deve al quotidiano di Manchester The Guardian), né voglio esprimere dubbi sul fatto che la fama di Ljudmila Petruševskaja possa durare nel tempo anche in Italia, oltre che in Russia, dove devo presumere sia molto famosa, se è vero che è «la più grande autrice russa vivente», né, del resto, ho motivi per credere che fosse millantata la fama dei suoi predecessori; mi viene piuttosto da pensare che la letteratura russa contemporanea sia una letteratura talmente fertile e vivace da avere, contemporaneamente, quindici «più grandi» autori (o autrici) viventi.
Mi viene in mente la conclusione cui era arrivato qualche anno fa lo scrittore italiano Dario Voltolini, che ogni volta che leggeva una critica che cominciava dicendo «Nel desolante panorama della letteratura italiana contemporanea, finalmente un romanzo significativo» la metteva da parte, e in tre anni ne aveva messe da parte dieci, di critiche di questo tipo, e aveva concluso che una letteratura che produceva dieci romanzi significativi in tre anni, disegnava un panorama tutt’altro che desolante, secondo Voltolini e secondo gli stessi critici che lo trovavano desolante.
Certo in Italia non si è mai arrivati ai livelli della letteratura russa dove c’è ben altro che dieci romanzi significativi in tre anni, ci sono, contemporaneamente, «quindici più grandi autori russi viventi», ma i russi, si sa, sono stati avvantaggiati dalle circostanze, come si deduce dalla nota biografica della Petruševskaja.
Ljudmila Petruševskaja «nata nel 1938 a Mosca», è stata «a lungo ostracizzata ai tempi dell’Unione Sovietica», c’è scritto, ed è scritto come se fosse un titolo di merito, come se questa circostanza fosse necessariamente una circostanza significativa da un punto di vista letterario.
Io quando l’ho letto ho pensato a una cosa che diceva un signore che si chiama Iosif Brodskij e che ha avuto una biografia abbastanza vivace, da questo punto di vista, e che avrebbe potuto riscuotere questo credito, se così si può dire, ma che non lo faceva perché era convinto che «Gli scritti di una persona non dipendono dalla sua biografia. È la biografia che deriva dagli scritti» (questa frase di Brodskij viene dal volume da poco pubblicato da Adelphi Conversazioni, la traduzione è di Matteo Campagnoli).

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Siccome l’anno prossimo è il 2017

sabato 13 febbraio 2016

Siccome siamo nel 2016, e l’anno prossimo è il 2017, e nel 2017 a Parma si vota, un mio conoscente parmigiano mi ha chiesto cosa succederà, secondo me, nel 2017 e chi sarà, secondo me, il prossimo sindaco di Parma.
Io gli ho detto che, secondo me, queste cose più o meno funzionano sempre nello stesso modo, e che per capire cosa succederà nel 2017 bisogna ripensare a quello che è successo nel 2007 e nel 2012, le ultime due volte che si è votato.
Nel 2007 è successo che un candidato sindaco si è presentato promettendo che avrebbe fatto, a Parma, città pianeggiante di 163.000 abitanti, la metropolitana e che, nel giro di qualche anno, avrebbe fatto diventare Parma, città pianeggiante di 163.000 abitanti, una città di 400.000 abitanti e poi aveva detto tante altre cose e i parmigiani, quel candidato lì, bisogna dire, l’hanno votato e lui è diventato sindaco di Parma e a Parma la metropolitana non l’hanno poi fatta e la città non è diventata una città di 400.000 abitanti è rimasta più o meno dello stesso numero di abitanti che aveva nel 2007.
Nel 2012, invece, c’è stato un candidato sindaco che ha detto che l’inceneritore, che stavano finendo di costruire, se diventava sindaco lui l’avrebbero smontato e venduto ai cinesi e che, con lui sindaco, i rifiuti a Parma non li avrebbe bruciati nessuno, perché c’era il pericolo, con le polveri che si sprigionavano dagli inceneritori, che venissero dei tumori ai bambini, e che i rifiuti i parmigiani li avrebbero mandati a bruciare in Olanda, se diventava sindaco lui, e quando gli han chiesto dei bambini olandesi lui ha risposto che in Olanda non governava lui e che non è che poteva pensare a tutti.
E poi aveva detto, questo candidato, che se fosse diventato sindaco lui avrebbe cominciato una raccolta differenziata spinta che avrebbe portato la differenziata al 90 per cento nel giro di un anno (era al 48 per cento, circa) e poi aveva detto tante altre cose e i parmigiani, bisogna dire, quel candidato sindaco lì l’hanno votato e lui è diventato sindaco di Parma e a Parma, dopo, ma quasi subito, hanno accesso l’inceneritore, e i rifiuti di Parma li han bruciati a Parma e per i bambini olandesi non è cambiato niente ed è un bel lavoro e lui, quando hanno acceso l’inceneritore, ha scritto una lettera ai suoi concittadini dove si diceva, tra le altre cose: «Non guardiamo al passato, guardiamo al futuro».
E la raccolta differenziata, c’è da dire, dopo un anno e tre mesi che il sindaco era diventato sindaco avevano fatto il primo controllo era al 53 per cento, e al 90 per cento, son passati quattro anni, non c’è ancora arrivata, la raccolta differenziata, e secondo me non ci arriva nei prossimi trent’anni, a Parma, la raccolta differenziata, a quei livelli lì, ho detto al mio amico, e poi gli ho detto ancora due cose: che il prossimo sindaco, secondo me, per diventar sindaco si deve inventare una cosa, da dire in campagna elettorale, che dev’essere una cosa talmente enorme, se vuol essere eletto, che io, la mia immaginazione una cosa del genere faccio fatica, a concepirla, ho detto al mio amico, e poi dopo gli ho detto che comunque, a parte tutto, io ero molto sorpreso del fatto che lui questa cosa me l’avesse chiesta a me perché io, se dovessi chiedere qualcosa a qualcuno, l’ultimo a cui la chiederei sono io.

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A mio avviso

sabato 6 febbraio 2016

Una mia amica mi ha detto che una popolazione africana del Mali, i Dogon, erano stati accusati di fingere di avere dei riti speciali per far contenti gli antropologi che li andavano a studiare lì in Africa dove abitavano e a me, non so se sia vero, ma a me è venuto in mente che io, nel corso della mia vita, più di una volta mi son comportato con i miei interlocutori come forse si comportavano i Dogon con gli antropologi occidentali.
Per esempio quando ero un bambino, quando mi avevano regalato il primo orologio, io ogni dieci minuti guardavo l’orologio e facevo una faccia che mi sembrava che tutti mi guardassero e che si immaginassero i pensieri profondi che c’erano nella mia testa, e io mi ricordo cercavo di atteggiar la mia faccia all’espressione che fa uno quando pensa la frase seguente: «A mio avviso».
Oppure, sempre da bambino, quando avevo avuto il mio primo portafogli ogni tanto io mi fermavo, nei giri che facevo in città, entravo in un bar, prendevo un succo di frutta e dopo pagavo con un’aria come per fare intendere al barista che io ne avevo già bevuti, dei grappini.
Oppure quand’ero un ragazzo che giocavo a pallone che quando entravamo e ci mettevamo in fila al centro del campo e l’arbitro poi dopo fischiava per dire che potevamo schierarci ognuno al suo posto, io subito dopo quel fischio mi mettevo a saltellare e a fare dei gesti come per sciogliere i muscoli che cercavo di fare capire agli spettatori, che poi eran tutti parenti di noi che giocavamo, che io avevo dei muscoli duri abbastanza che se non li scioglievo prima di cominciare a giocare sarebbe stato un problema.
Oppure, quand’ero a scuola, le volte che la professoressa stava per chiamare qualcuno per interrogarlo io guardavo fuori dalla finestra con un’aria che manifestava al mondo la serenità mia interiore che era la serenità di uno che nelle ore successive non c’era nessun avvenimento che poteva turbarne l’interno benessere.
O infine, ma solo perché poi lo spazio di questa rubrica finisce, da quando ho cominciato a scriver dei libri io quando mi fotografano per via che scrivo dei libri io cerco di atteggiar la mia faccia all’espressione che fa uno quando pensa una frase che che poi è sempre quella: «A mio avviso».
Ogni tanto, è raro, ma ogni tanto ci son dei momenti che i miei comportamenti non sono dettati degli antropologi che mi stanno studiando, per esempio l’altro giorno son stato a Fabbrico, un paese in provincia di Reggio Emilia che non c’ero mai stato, e data la mia passione per l’Unione Sovietica ero contento, d’andarci, che Fabbrico dev’essere stato uno dei paesi più comunisti d’Italia e avevano un sindaco, mi han raccontato, un ex partigiano, che quand’era partigiano, un sabato sera, i fascisti gli avevan sparato e l’avevan lasciato lì pensando che fosse morto e invece non era morto e si era trascinato fino a una casa che l’avevan curato e lui, una cosa che gli dispiaceva moltissimo, era il fatto che aveva il vestito della festa che gliel’avevan bucato, e poi dopo la guerra aveva fatto l’operaio e poi era diventato il sindaco di Fabbrico, uno dei paesi più comunisti d’Italia e l’altra sera, quando sono arrivato a Fabbrico, la prima cosa che ho visto quando sono uscito dalla macchina che mi era venuta a prendere in stazione, ho visto un bar che fuori c’era un’insegna che diceva Bar Beautiful, e ho fatto la faccia come di uno che ci era rimasto d’un male.

[uscito ieri su Libero]

Licenze

sabato 30 gennaio 2016

La scorsa settimana era successo che era stato presentato il dossier per la candidatura di Parma a Capitale italiana della cultura 2017, e che l’assessore alla cultura della città di Parma, che si chiama Laura Maria Ferraris, aveva detto che, in quel dossier, ci avevano messo «la Parma più… più migliore».
Dopo, a chi le ha fatto notare che, per un assessore alla cultura, e in un contesto come la presentazione del dossier per la candidatura di Parma a capitale italiana della cultura, dire «più migliore» era un errore un po’ grosso, l’assessore Laura Maria Ferraris aveva replicato che non era affatto un errore, era una licenza rafforzativa.
Che io, forse per via del fatto che, come dicevo anche la scorsa settimana, non sono tanto aggiornato, ma io non avevo mai sentito parlare di licenze rafforzative e quando avevo sentito così ero andato in rete a cercarle subito non le avevo trovate, avevo trovato la licenza poetica, la licenza di pesca, la licenza windows 7, la licenza di caccia, la licenza media, ma di licenze rafforzative, niente.
Dopo, in una scheda di una grammatica italiana pubblicata su un sito che si chiama google books, avevo trovato un caso che forse aveva a che fare con quello che aveva detto l’assessore: la scheda parlava dei pronomi io e tu e del caso che si trovassero insieme, che se tu era il primo restava tu (tu e io), se era il secondo diventava te (io e te). «Questo te – diceva la scheda – è un lascito del complemento di compagnia latino (tecum = con te), ancora presente nelle forme letterarie meco e teco. Meco e teco, – continuava la scheda, – contengono già la preposizione con, che quindi non va ripetuta, nonostante l’illustre licenza poetica, con un finalità eminentemente rafforzativa», e c’era l’esempio di un passo dell’Inferno di Dante «pianger senti’ fra ‘l sonno i miei figlioli / ch’eran con meco e domandar del pane».
Quindi, se ho capito bene, la licenza rafforzativa non esiste, esiste la licenza poetica con funzione rafforzativa e forse è stata quella, che ha usato l’assessore alla cultura della città di Parma quando ha detto «più migliore».
Solo che, per usare una licenza poetica, secondo me è un po’ come la licenza di pesca, o di caccia, cioè se uno va in giro per la città con un fucile e si mette a sparare, non è che se gli chiedono «Scusi, cosa sta facendo?», e lui dice «Licenza di caccia», se la cava così.
Cioè la licenza di caccia, intanto bisogna averla, e poi si può esercitare solo nelle riserve di caccia, non in città in mezzo al traffico, e la stessa cosa mi sembra valga per la licenza poetica, sia con funzione rafforzativa che senza funzione rafforzativa, secondo me. Che intanto uno dev’essere un poeta, e poi dev’essere dentro una poesia, o dentro un poema, e una che è un assessore e presenta il dossier per la candidatura di Parma a Capitale italiana della cultura 2017, non credo che possa usar delle grandi licenze poetiche, rafforzative o non rafforzative, quello lì era un errore, secondo me. Che non c’è niente di male, a me piaccion molto gli errori, se non altro perché son memorabili, che io, prima che dicesse «più migliore», non ci avevo mai fatto caso, a quello che diceva l’assessore alla cultura della città di Parma, Laura Maria Ferraris. Comunque poi dopo la capitale italiana della cultura 2017 hanno scelto Pistoia, alla fine.

[uscito ieri su Libero]

Non si può

sabato 23 gennaio 2016

Un anno fa, la città di Parma ha concorso all’assegnazione del titolo di Capitale italiana della cultura 2016, e non ha vinto, ha vinto Mantova. Un anno dopo, la città di Parma concorre all’assegnazione del titolo di Capitale italiana della cultura 2017, e in questi primi giorni del 2016 è stato presentato pubblicamente il dossier che sostiene questa candidatura. A presentarlo, insieme al sindaco, Federico Pizzarotti, il cui libro preferito, mi vien sempre in mente quando penso a lui, è Il gabbiano Johnatan Livingston (e non c’è niente di male, è un bel libro, con delle belle foto, anche), insieme al sindaco Federico Pizzarotti (a cui piace moltissimo Il Gabbiano Johnatan Livingston), a sostenere la candidatura di Parma a Capitale italiana della cultura 2017 c’era anche l’assessore alla cultura della città di Parma che, essendo una donna, io non so come si debba dire, e visto che adesso si dice ministra e non ministro, a me viene il dubbio che di debba dire assessrice, invece di assessore, non lo so, comunque c’era lei, la responsabile (o responsabila) della cultura, che dal sito del comune di Parma si vede che è anche responsabile (o responsabila) del Coordinamento delle Politiche Culturali, dei Servizi Cimiteriali, della toponomastica e dei T.S.O., che, se non sbaglio, sono i Trattamenti Sanitari Obbligatori, del comune di Parma. Questa donna, che si chiama Maria Laura Ferraris, e che, si legge nel suo curriculum, pubblicato sul sito del comune di Parma, prima di fare la responsabile (responsabila) della cultura della città di Parma ha lavorato «con Volkswagen Group in progetti legati alla guida sicura e alla responsabilità sociale di impresa e con Contemporary International per le Olimpiadi di Torino 2006 in qualità di deputy venue manager», questa donna, in occasione della presentazione del dossier che sosteneva la candidatura della città di Parma a Capitale italiana della cultura 2017, ha detto che nel dossier loro, gli estensori, hanno cercato «di descrivere la Parma più… più migliore». Non le è scappato, si è proprio fermata, ci ha pensato e poi ha detto: «più migliore» e poi ha continuato come se niente fosse. Allora adesso io, la grammatica e la morfologia della lingua italiana cambiano continuamente, adesso si dice perfino ministra invece di ministro, io è un po’ di tempo che non mi aggiorno per esser sicuro ho chiesto a mia figlia, che ha undici anni e che è fresca di studi e che ha, tra l’altro, appena cominciato anche lei a legger dei libri da grandi, non è ancora arrivata al Gabbiano Johnatan Livingston è ancora ferma a Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen, che dopo averlo letto l’altro giorno mi ha detto che io scrivo dei libri strani.
E io le chiesto strani in che senso e lei mi ha detto che la Austen, quando scrive un libro, scrive il libro e basta. E io le ho detto
«Eh, anch’io, quando scrivo un libro scrivo il libro e basta».
«No, – mi ha detto lei – te ci metti dentro anche un sacco di Secondo me, un sacco di parentesi, parli parli. La Austen non ci mette mai tutti quei Secondo me, tutte quelle parentesi, non parla, scrive il libro e basta», mi ha detto la Battaglia (quando scrivo di lei, la chiamo La Battaglia), ma questo non c’entra, l’altro giorno l’ho presa e le ho detto «Battaglia, si può dire più migliore?». «No, – mi ha riposto lei, – non si può». Ecco. Quindi. Non si può.

[uscito ieri su Libero]

Le osservazioni

sabato 16 gennaio 2016

Io, quando vado in giro, di solito, non è che vado in giro così, senza niente da fare, ho delle cose da fare, e le cose che devo fare sono le osservazioni, tutti i giorni ne devo fare due o tre.
Il giorno che è morto il cantante inglese David Bowie, per esempio, ero a Milano e, tra le altre cose, son tornato in quella libreria che c’è in piazza Gae Aulenti che si chiama Feltrinelli RED, e son tornato a guardarla perché la prima volta che l’avevo vista mi era sembrata incredibile, una libreria così poco libreria, e quella seconda volta lì avevo pensato che difatti quella lì non era una libreria, era un un incrocio tra un autogrill e la scuola Holden.
E, fatta questa osservazione, con la piacevole impressione di aver fatto il mio dovere ero andato in stazione ero montato su un treno per Bologna e nei posti davanti a me c’erano un ragazzo e una ragazza che io non li vedevo in faccia, sentivo solo quel che dicevano e lei aveva detto detto a lui «Hai sentito chi è morto?», «Chi è morto?», «Quel cantante lì, famosissimo», «Bob Dylan?», «Sì lui».
Che io mi ero ricordato di una volta, dieci anni prima, che ero alla stazione di Bologna, alle sei e mezza di mattino, correvo per prendere il treno, nel sottopassaggio della stazione, uno che arrivava di corsa giù dalle scale si era rivolto a un altro che arrivava in senso inverso «Ma è vero che è morto Berlusconi?» gli aveva chiesto.
«Sì», aveva risposto l’altro, «è vero».
«Be’», aveva detto il primo, «meglio lui di me».
Allora per me, quel giorno lì, il viaggio in treno e poi tutto il mattino, era morto Berlusconi. Tutti i pensieri «Chissà il suo medico, che diceva che scampava fino a centoventi anni. Che figura». «E le televisioni?». «E il Milan?». Dopo, verso l’una, quando ero ritornato a Bologna, non ne parlava nessuno “Forse non è mica vero”, avevo pensato. Ma per me, quelle quattro ore lì, era stato vero, e avevo pensato che fare un repertorio degli abbagli, delle notizie che si eran rivelate tutte sballate ma che erano esistite, per del tempo, nella nostra testa, sarebbe stato un repertorio forse anche bello, a me per esempio tutte le volte che vado in un albergo, quando poi esco, al mattino, dopo dieci minuti che sono uscito mi fermo di colpo, apro la borsa, comincio a frugarci dentro perché mi è venuto in mente che mi sono scordato nella stanza d’albergo il caricatore del telefono.
E intanto che frugo mi immagino che telefono in albergo e gli dico di cercare, per cortesia, nella stanza 207 che ho lasciato lì il caricatore del telefono e se me lo possono mandare, a carico del destinatario, a casa mia a Casalecchio di Reno. E subito dopo penso che probabilmente non lo troveranno e mi vedo, la mattina dopo, a Bologna, a entrare nel negozio della Apple, andare al primo piano, comprare un caricatore e pagare col bancomat.
Quanto può costare? mi chiedo nella mia testa, e mi immagino che costi intorno ai venti euro, secondo me, massimo trenta, e mi sono appena detto così che trovo il caricatore e son così contento.
Ecco, queste cose qua, la morte, finta, di Bob Dylan, o la scomparsa, finta, del caricatore del mio telefono, sono cose che, per un certo periodo di tempo, son così vere, producono un’energia così potente che, se si trovasse il modo di trasformarla in un liquido, o in un gas, potrebbe essere il carburante dei prossimi decenni, secondo me.

[uscito ieri su Libero]

Comunque proviamo

sabato 9 gennaio 2016

Questa settimana son stato così contento di cominciare l’anno nuovo, con tutte le cose che devi fare nei giorni normali, appena svegliato, lavarti, farti la barba, vestiti, metterti le scarpe, allacciarle.
Quando si ricomincia, i primi di gennaio, non so se succede a tutti, ma per me è come se questi gesti abituali riprendessero senso, e mi è tornata in mente una cosa che mi hanno detto l’anno scorso a proposito delle cose che scrivo, che parlano della vita quotidiana, mi han detto, e quando mi han detto così a me era venuto da pensare che io conoscevo solo la vita quotidiana e che la vita settimanale, la vita quindicinale, la vita mensile, la vita bimestrale non le frequentavo, e quest’anno, davanti allo specchio del mio bagno, il sei di gennaio, intanto che mi facevo la barba, mi è venuto da pensare che mi auguravo che quest’anno, il 2016, fosse pieno di vita quotidiana e che fosse un anno dove sarei riuscito a lavorare tutti i giorni, che è una cosa difficile perché tutti i giorni son tutti i giorni comunque proviamo, ho pensato.
E questo entusiasmo, se così si può dire, per l’anno nuovo, secondo me dipendeva anche dal fatto che l’anno scorso, il 2015, forse mi aveva un po’ stancato, e quando eravamo arrivati alla fine io mi ricordo che avevo pensato che, siccome quest’anno è un anno bisestile, io mi ero chiesto se non era magari possibile fare l’anno bisestile ogni due anni e ogni quattro anni saltare l’ultimo dell’anno. Cioè fare un anno senza l’ultimo dell’anno, che è così impegnativo, l’ultimo dell’anno, con tutte quelle cene speciali, quelle pettinature speciali, quelle toilette, quelle bottiglie messe da parte per l’occasione che io, forse son io che sono così, ma a me non mi piacciono, le occasioni, a me piacciono i supermercati e le librerie e quest’anno, i primi giorni dell’anno, ero in fila alla cassa del supermercato mi è venuta voglia di prender dei fiori, di mettere sul mio tavolo da lavoro un mazzo di fiori e ho preso dei fiori gialli, i primi che mi son capitati, e quando son stato a casa mi sono accorto di due cose strane, la prima, che non avevo un vaso dove metterli, li ho messi dentro un termo, per il caffè, la seconda, che erano dei crisantemi, ho cominciato l’anno con dei crisantemi gialli sopra il mio tavolo da lavoro che sono ancora qui che mi guardano, questo a proposito di supermercati. A proposito delle librerie, invece, la prima libreria dove son stato quest’anno è stato una libreria di Milano che si chiama Feltrinelli RED che è una libreria, ho scoperto, che non è una libreria, è praticamente un bar dove i libri è come se servissero per fare atmosfera, sono sparsi un po’ qua e là e dove c’è una libreria, sulla parete là in fondo, sopra c’è scritto, in un maiuscolo grosso: LIBRI, così se uno non li ha mai visti sa cosa sono, quei bagagli lì colorati.
Era molto colorato anche quel bar lì, il bar Feltrinelli che si chiamava RED, c’erano anche delle scritte sui muri, c’era anche una barzelletta su Dante, scritta sui muri, diceva che si racconta che Dante avesse una memoria eccezionale. Che un giorno avesse incontrato uno che gli aveva chiesto qual era il cibo più buono del mondo, e che Dante aveva risposto L’uovo. E che poi l’aveva incontrato ancora un anno dopo e aveva aggiunto Col sale. Molto divertente. Una delle cose fondamentali, di Dante. L’uovo. Col sale. Bellissima libreria. La prima dell’anno.

[uscito ieri su Libero]