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Siccome immobile

sabato 21 maggio 2016

A Torino, al salone del libro, ho trovato La coscienza di Zeno in poche parole, pubblicato da Einaudi Ragazzi, e mi ha ricordato il romanzo Sull’orlo del precipizio, di Antonio Manzini, dove a casa di uno scrittore, per occuparsi del suo libro, si presentano Aldo e Sergej, due redattori della sua casa editrice che ha appena cambiato proprietario che si sono già occupati dei Promessi sposi e di Guerra e pace. Di Guerra e pace han fatto un’edizione senza le parti noiose, «solo 300 pagine», dei Promessi sposi una versione per «avvicinare i ragazzi alla letteratura». Allora l’inizio: «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e golfi, ecccetera» diventa: «Quel pezzo di lago in provincia di Como (città di 85 mila abitanti, situata in Lombardia dove nacquero Plinio il vecchio, Plinio il giovane e Alessandro Volta, l’inventore della pila), che davvero non si incula nessuno, sperduto in mezzo a montagne lunghe lunghe, pieno di insenature e golfi, si restringe all’improvviso e, toh, sembra quasi un fiume!». C’è anche l’incontro «fra i coatti e don Abbondio». «I coatti?», chiede lo scrittore. «I Bravi, dài. “Questo matrimonio non s’ha da fare…” Ma chi parla così? Ora, invece, senta che meraviglia: “Prova a fa’ sto matrimonio e ti rompiamo il culo, bello”. È un’altra cosa. È così che i giovani si avvicinano alla letteratura». Tornato da Torino, sono andato a prendermi il libro di Svevo e sono andato a vedere la fine, che fa così: «Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà allora un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa entrerà nei cieli priva di parassiti e di malattie». La coscienza di Zeno in poche parole, invece (che è riscritta da Paola Capriolo) finisce così: «Poi un altro uomo, anche lui come gli altri ma un tantino più ammalato, deciderà di servirsene e la terra esploderà, tornando a errare muta e deserta nei cieli sotto forma di nebulosa. Soltanto allora, quando non ci sarà traccia di vita, sarà debellata anche la malattia, perché la vita stessa, finalmente l’ho capito, è malattia, malattia mortale, e con buona pace del dottor S. proprio non sopporta di essere curata». Che è un finale dove c’è qualcosa in più, mi sembra, invece di qualcosa in meno; se bisogna ridurre, ho pensato, l’ideale sarebbe trarre dei libretti dai Fincipit, l’idea di Alessandro Bonino e Stefano Andreoli che consiste nel prendere un inizio di un romanzo (o poesia, o canzone) e farlo finire subito. «Ei fu, siccome immobile, pagava l’ICI»; «Chiamatemi Ismaele. “Ismaeleeee!”»; «Una rotonda sul mare, è mia sorella che nuota»; «Respiri piano per non far rumore o sei proprio morta?»; «Chiamatemi Ismaele, che a me vede il numero e non mi risponde»; «Ho visto le menti migliori della mia generazione e ho pensato “Ah, andiam bene”; «Tutti ormai lo chiamavano don Ciccio. Anche se il suo vero nome era Ismaele».

[uscito ieri su Libero]

Come gli antichi romani

sabato 14 maggio 2016

Questa settimana c’è stata una sera che la Battaglia (che sarebbe mia figlia) non voleva lavarsi la testa allora sua mamma mi ha detto di provare a convincerla, io sono andato nella stanza della Battaglia le ho detto «Battaglia, lavati la testa», e lei mi ha detto «Va bene».
E si è alzata da letto si è andata a lavare la testa e io intanto pensavo “Ma cosa fai, obbedisci?”.
Mi sembrava strano, che ubbidisse, perché la Battaglia, che ha undici anni, è entrata in una fase pre-adolescienziale che ci si può aspettare di tutto, da lei, dei capricci anche per lavarsi la testa e la cosa che a me non torna è il fatto che lei lo sa, che noi ci aspettiamo che faccia i capricci anche per lavarsi la testa, e, l’altra sera no, ma ogni tanto un po’ se ne approfitta.
E la cosa a me non torna per via che io, quando ero adolescente, son stato adolescente anch’io, solo che io non lo sapevo, di essere un adolescente.
Come gli antichi romani, che per noi son gli antichi romani, ma loro, di sé, non pensavano mica di essere gli antichi romani. Ecco, la Battaglia, e i coetanei occidentali della Battaglia, io ho l’impressione che siano degli antichi romani che sanno di essere degli antichi romani e si aspettano di conseguenza il rispetto dovuto agli antichi romani che non lo so, se è una condizione migliore o peggiore, di quella in cui ero io, che ero un antico romano senza saperlo; mi viene in mente una favola indiana di cui parla Šklovskij, che c’è una tartaruga che fa molti complimenti al millepiedi e gli dice «Ma come fai a capire che posizione deve occupare il tuo novecentosettantottesimo piede quando porti avanti il quinto?». E il millepiedi è contento, ma poi si chiede davvero dove sono tutti i suoi piedi, mette su la centralizzazione, la cancelleria, la burocrazia e va a finire che non può più muoverne neanche uno, di piedi, e dà la colpa non mi ricordo più a chi.
Ecco, essere così coscienti della propria natura di antichi romani, adesso io non me ne intendo, ma mi sembra sia una cosa che fa aumentare le nostre aspettative nei confronti del prossimo, e mi ricordo una cosa che diceva Julio Velasco, l’allenatore di pallavolo, di uno schiacciatore che aveva allenato una volta che quando non gli riusciva una schiacciata si voltava verso l’alzatore e gli faceva segno di alzargli la palla un po’ più alta e un po’ più vicina alla rete. E quando Velasco aveva proibito questi segni, lo schiacciatore, tutte le volte che riusciva a schiacciare, si voltava verso l’alzatore e gli faceva segno che l’alzata andava bene. E Velasco aveva proibito anche questo segno perché lui voleva uno schiacciatore che buttasse di là tutte le palle, sia quelle che andavano bene che quelle che non andavano bene, e che non se la prendesse con l’alzatore se non ci riusciva. E io vorrei una Battaglia che fosse sempre pronta a lavarsi la testa e non tanto consapevole di essere un’antica romana adolescente, ma forse chiedo troppo, perché io, per esempio, che sono suo babbo, un anno fa, al salone del libro di Torino, mi ricordo c’è stato un bambino che, dopo mezz’ora che parlavo, mi ha chiesto «Ma lei, è Paolo Nori, o è uno che imita, Paolo Nori?», e io ci ho pensato e poi gli ho risposto «Un po’ tutti e due».

[Uscito ieri su Libero]

Scrivere libri

sabato 7 maggio 2016

Ogni tanto mi chiedono il significato del nome di questa rubrica, che si chiama Come la coda del maiale, e si chiama così perché c’è un modo di dire parmigiano che è «Essere indietro come la coda del maiale», e io penso di essere così, indietro come la coda del maiale, perché non capisco tanto la modernità ma non volevo dir quello, volevo dire che questa settimana mi sono successe due cose, la prima, a Modena, mi è successo che sono andato a teatro e il mio vicino di sedia, prima che cominciasse lo spettacolo, in questo bel teatro di Modena che si chiama Pavarotti, si lamentava con sua moglie che lei con gli smart phone, questi telefoni moderni che ci sono adesso, era un po’ imbranata, che non era capace di usare queste nuove tecnologie e le ha detto «Te sei indietro come la coda della mucca» e io ho pensato “Ma guarda, a Modena dicon la mucca”.
E a tornare in treno, da Modena, sempre quella sera lì, con l’ultimo treno della notte che a me ricorda una canzone di un cantautore russo che si intitola L’ultimo filobus e che parla di questo filobus che sembra che sia una barca che naviga in una Mosca notturna, e l’ultimo treno della notte in Emilia è anche lui così, per me, pieno di marinai che tornano a casa e lì, su quell’ultimo treno, mi è venuto in mente un libro che ho scritto e del quale ho parlato nell’altra cosa che ho fatto questa settimana, che è una cena con gli ex allievi della scuola media inferiore di scrittura emiliana che è una scuola che faccio a Bologna da una decina d’anni e l’ultima volta che ci siam trovati a cena, questa settimana, abbiamo parlato delle biografie che mettono nelle copertine dei libri gli scrittori di libri che sembra sempre che son tutti bravissimi e io detto che la mia, di biografie, io cerco di dire tre cose che sono: che son nato a Parma, nel ’63, che abito a Casalecchio di Reno e che scrivo dei libri.
E nell’ultimo, dei libri che ho scritto, che uscirà in giugno, che è un libro che parla del fatto che il mondo, negli ultimi anni, è un po’ cambiato, e che certe parole, come appartamento, non significano più, oggi, quello che significavano cinquanta anni fa, e racconta per esempio di un attore di Parma, Giancarlo Ilari, che è un attore bravissimo che è nato a Parma 88 anni fa e che tutte le volte che lo incontro, lo incontro tutti gli anni un paio di volte l’anno, mi faccio raccontare dei suoi vicini di casa che, ottanta anni prima, abitavano in nove in un appartamento del quartiere Cittadella e avevano un bagno solo, adesso ci abitavano in due, nello stesso appartamento, avevan due bagni.
E in quel libro lì, nella mia nota biografica, quello «scrive dei libri» è diventato, senza che io me ne accorgessi, uno che «scrive libri», che è una cosa completamente diversa, ho detto alla cena, e che a me non sembra di essere uno che «scrive libri», mi sembra di essere uno che «scrive dei libri», e che a uno che dicesse di sé che lui «scrive libri» a me mi verrebbe da dirgli ai andare a cagare, piuttosto, e allora ho detto che quando il libro esce, quando lo presento, a quelli che mi chiedono l’autografo io nella biografia aggiungo a penna «dei» tra «scrive» e «libri», e un mio amico mi ha detto che altrimenti posso aggiungere, sotto «scrive libri» «ma vai a cagare, piuttosto», e io gli ho detto che mi sembra una bella idea.

[Uscito ieri su Libero]

L’apparecchio

sabato 30 aprile 2016

L’altro giorno sono andato dal dentista, o, meglio, dall’ortodontista, se si dice così, a accompagnare mia figlia che doveva mettersi l’apparecchio, il primo apparecchio della sua vita. L’ho aspettata fuori, e intanto che aspettavo arrivavano dei clienti che si mettevano anche loro lì ad aspettare il loro turno per andar dal dentista, o dall’ortodontista, e alcuni di questi clienti, due, intanto che aspettavano si son messi a leggere delle riviste, quelle riviste che trovi dal dentista, o dall’ortodontista e io, che appena mia figlia era entrata avevo aperto il romanzo che stavo leggendo (La battaglia navale, di Marco Malvaldi), ho pensato che io ormai son degli anni, che non leggo più le riviste che trovo dal dentista (dall’ortodontista non ci son mai andato, non si usava, quando ero piccolo io). Io, magari poi non mi piacciono, le cose che leggo, ma le decido io, e se preferisco decidere io vuol dire che poi in fondo un po’, alla fine, mi piacciono, questi libri che mi porto, sempre, dentro la borsa, che in tutti i posti dove mi capita di trovarmi io ho sempre una borsa, ma non perché mi piaccion le borse, perché ho bisogno di un libro e di un quaderno e di una penna, per lo meno. E mi sono accorto che questa, però, era una contraddizione rispetto a una cosa che avevo sempre pensato; che io, quando mi chiedono di aderire a quelle campagne di promozione della letteratura, io ho sempre risposto che promuovere la letteratura, per me, è insensato, perché secondo me ha una forza, la letteratura, che sarebbe come se uno volesse promuovere la legge di gravità, che a me mi verrebbe da chiedergli, a uno così, «Ma chi sei, tu, per promuovere la legge di gravità?». Solo che lì, dal dentista, mi sono accorto che questo fatto di scegliere tu quello che leggi è un po’ come diceva David Foster Wallace in un discorso bellissimo che si intitola Questa è l’acqua, dove, rivolto agli studenti del Kenyon college di Gambier, in Ohio, diceva che una cosa difficile, da grandi, è scegliere quello che pensi, perché «imparare a pensare, diceva Foster Wallace, vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, – diceva Foster Wallace, – così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto», diceva Foster Wallace (la traduzione è di Roberto Natalini). Ecco, questa, ho pensato l’altro giorno dal dentista e dall’ortodontista, mi sembra sia una buona ragione per una campagna a favore della diffusione della letteratura. E poi ho pensato che anche scrivere, è un po’ come leggere, che le possibilità sono due: o scrivi una cosa già scritta, o scrivi una cosa ancora da scrivere. Puoi decidere. Che è bello, ho pensato.

[Uscito ieri su Libero]

Invece di piacere

sabato 23 aprile 2016

Questa settimana mi hanno invitato a Milano, al teatro Parenti, per presentare un libro di uno scrittore svedese che si chiama Fredrik Sjöberg; siccome io non so lo svedese, né nessun altra lingua scandinava, era abbastanza misterioso il motivo per cui avevano invitato me a presentarlo, forse come critico letterario, ho pensato.
Sjöberg, che è nato nel 1958, è un appassionato collezionista di mosche, e il libro che ho mi hanno chiesto di presentare si intitola L’arte di collezionare mosche.
Ho cominciato dicendo che, come critico letterario, io sono un vetero-formalista, cioè uno che la teoria che l’ha più impressionato, tra tutte le teorie della letteratura che ha letto, è la teoria dello straniamento, che è stata enunciata da un critico russo che si chiama Viktor Šklovskij in un articolo intitolato L’arte come procedimento, che è stato pubblicato per la prima volta nel 1917, che, mi sono accorto, sono 99 anni che è uscito, e che l’anno prossimo, 2017, sarà il centenario dello straniamento, oltre che il centenario di un altro avvenimento coevo che si chiama rivoluzione russa, ho pensato.
Questa teoria dello straniamento, ho detto, dice in sostanza che gli scrittori, quando descrivono una cosa, devono sforzarsi di guardarla come se la vedessero per la prima volta, e ha una serie di corollari, questa teoria formalista, tra i quali la convinzione che per trasmettere un contenuto nuovo ci vuole una forma nuova, e che per scrivere un nuovo romanzo bisogna, prima di tutto, non scrivere un romanzo vecchio.
Nel 1927 infatti, dieci anni dopo quel primo articolo, e dieci anni dopo la rivoluzione russa, quello stesso critico, Šklovskij, si era chiesto cos’era cambiato nella letteratura russa che, in quei dieci anni, era diventata letteratura sovietica, e aveva provato a fare un’analisi della letteratura per l’infanzia prerivoluzionaria e della letteratura per l’infanzia postrivoluzionaria, e aveva trovato che nella letteratura per l’infanzia prerivoluzionaria la trama di solito era questa: c’era un bambino di umili origini che, nel corso del romanzo, compiva delle imprese straordinarie, alla fine si capiva che quel bambino era di origini nobili; nella letteratura per l’infanzia postrivoluzionaria la trama era questa: c’era un bambino di origini nobili che, nel corso del romanzo, compiva delle imprese straordinarie, alla fine si capiva che quel bambino era di origini umili (proletarie).
La scoperta di Šklovskij, per come la capisco io, era che questi romanzi eran lo stesso romanzo.
Una cosa che mi è piaciuta, del libro di Sjöberg, è il fatto che, dovendo parlare di una cosa così strana come la caccia alle mosche, il suo libro è fatto a mano, con una forma nuova attraverso la quale saltano fuori dei contenuti nuovi per esempio il senso di vivere in un’isola (Sjöberg abita, e caccia le mosche, in un’isola di 15 chilometri quadrati), dove la limitazione, nel tempo e nello spazio, aiuta a definire le cose «”Quando vai via?”. Era sempre la prima domanda che i bambini facevano a chi veniva a trovarci. Solo dopo erano pronti a fare conoscenza» (la traduzione è di Fulvio Ferrari). Che siccome, un po’, viviamo tutti su un’isola, ho pensato che si potrebbe usarlo anche noi, tutti i giorni, come prima cosa, quando ci si conosce, invece di «Piacere», «Quando vai via?». E poi fare conoscenza.

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L’angoscia

sabato 16 aprile 2016

L’altro giorno mi sono svegliato e non mi volevo alzare da letto. «Dài, alzati, – mi sono detto, – che hai un sacco di cose da fare». «No, – mi sono risposto, – non mi alzo». «Dài, – mi sono detto, – hai cinquantadue anni, non sei mica più un bambino, alzati, che devi andare a correre e poi devi lavorare». «No, – mi sono risposto, – ho cinquantadue anni ma sono ancora un bambino non mi alzo».
E dopo alla fine è andata finire che sono rimasto a letto mi sono alzato un’ora dopo, nonostante tutte le cose che avevo da fare.
Sono rimasto a letto a leggere un’ora ma non me la sono goduta tanto, la lettura.
Stavo leggendo un libro di Umberto Eco che si intitola Come viaggiare con un salmone, che è il primo libro della Collana I delfini della nuova casa editrice di Elisabetta Sgarbi La nave di Teseo, e è una raccolta di articoli di Eco come quello intitolato Come non usare il fax che comincia così: «Il telefax è veramente una grande invenzione. Per chi non lo sapesse ancora, ci mettete dentro una lettera, fate il numero del vostro corrispondente, e in pochi secondi colui la riceve».
Che è una frase dove ci sono per lo meno due cose interessanti in una frase sola, la presentazione del fax (o, meglio, del telefax) come una novità, che mi ricorda il titolo di un romanzo di qualche anno fa di Sebastiano Vassalli, Archeologia del presente, e quel pronome, «colui», che nessuno probabilmente oggi userebbe più, in una prosa giornalistica; una lettura molto interessante, questo libro di Umberto Eco, solo che non ho provato, l’altro giorno, a leggere questo articolo sul fax e gli altri articoli di Umberto Eco che ho letto l’altro giorno al mattino, nessun piacere di nessun tipo.
E dopo che mi sono alzato e che mi sono vestito e che sono andato a correre, intanto che correvo mi è venuta in mente una striscia di Mafalda, un fumetto del fumettista argentino Quino che leggevo quando ero piccolo dove c’era Felipe, un amico di Mafalda, che era triste, e Mafalda gli chiedeva «Cos’hai, Felipe?» e Felipe rispondeva «Invece di fare i compiti ho letto tutto il tempo dei fumetti. E la cosa peggiore è che non mi sono goduto i fumetti perché sapevo che dovevo fare i compiti. E adesso mi è venuta l’angoscia perché i compiti non li ho ancora fatti». E Mafalda gli chiedeva «E perché non li vai a fare?». E Felipe rispondeva «Be’, non mi sono goduto i fumetti, lascia che mi goda almeno l’angoscia». Ecco, io, l’altro giorno, non mi sono goduto né i fumetti, intesi come il libro di Umberto Eco, né l’angoscia, mi son poi goduto la corsa e il lavoro, che di lavoro dovevo rivedere una specie di romanzo che uscirà in giugno e a me il lavoro di revisione dei romanzi mi piace moltissimo.
«Ma se ti piaceva moltissimo, allora perché non ti volevi alzare da letto?» mi viene da chiedermi. «Non mi volevo alzare da letto, – mi vien da rispondermi, – perché io ho bisogno di essere in difetto, di avere l’impressione di non riuscire, di essere attraversato da quell’angoscia lì di cui parla Quino altrimenti ho l’impressione che il mio lavoro non valga niente». «Non posso continuare. Continuerò» dice un personaggio di Beckett. Ecco, tutti i giorni così: «Non posso continuare. Continuerò».

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La fermata del carcere

sabato 9 aprile 2016

Questa settimana sono andato in carcere, a Bologna, alla Dozza. Non c’ero mai stato. Sono andato in autobus, col 25, e ho chiesto all’autista se poteva avvisarmi quando arrivavamo, lui mi ha detto che c’era l’avvisatore acustico, un nastro che diceva il nome delle fermate. Allora gli ho chiesto come si chiamava la fermata del carcere e l’autista mi ha detto che la fermata si chiamava Carcere. Quando siamo arrivati alla fermata Carcere son sceso, mi son guardato intorno e mi son detto «Dove vado?». Poi l’ho visto, alla mia destra, e ho pensato che un carcere, si fa fatica a sbagliarsi, si riconosce. Quando son stato dentro ho incrociato un carcerato che fumava e mi è venuto in mente che una cosa che succede, nelle carceri, è che nessuno deve andar fuori per fumare. E che il rapporto dentro-fuori, lì in carcere, è completamente diverso da quello che c’è dove abito io, a Casalecchio di Reno. E mi è venuto da pensare a uno dei protagonisti del Repertorio dei matti della città di Roma, uno che si chiamava Nino B. che quando era nel padiglione 16 del Santa Maria della Pietà e gli han detto che volevano chiuderlo, il Santa Maria della Pietà, l’ospedale psichiatrico di Roma, aveva preso il direttore sanitario Tommaso L. e gli aveva detto: «Non puoi sapere quanto sia difficile per noi entrare fuori». Ecco, io, in carcere, l’altro giorno, la sensazione che ho avuto, quelle tre ore che ci son stato, è come di essere uscito dentro. La prima persona che ho incontrato è stato un mio amico che fa il bibliotecario e che è lì da tre anni. L’hanno arrestato tre anni fa per omicidio e io, in questi tre anni, ogni tanto mi capitava sott’occhio il suo nome nella mia rubrica telefonica e pensavo «Ecco. Forse non lo vedrò mai più nella mia vita». Invece l’ho visto l’altro giorno, alla Dozza. Ci siamo detti che eravamo contenti, di vederci. I carcerati con i quali ho parlato mi han chiesto se, secondo me, loro potevano scrivere qualcosa di bello, e io gli ho risposto che secondo me potevano. E mi è tornata in mente una cosa, una frase che credo abbia detto Bertold Brecht: «Siccome i posti dalla parte della ragione erano tutti occupati, ci siamo seduti dalla parte del torto». E ho pensato che la letteratura è quasi sempre, dalla parte del torto. E che quel mondo lì, il carcere, che è il mondo dei vinti, è, per forza di cose, anche il mondo della letteratura. E che se mi invitassero a cena due persone, un industriale che ha avuto successo, un cosiddetto self made man, e un fallito, uno che è stato proprio sul bollettino dei protesti, io, l’uomo di successo, avrei paura che mi volesse insegnare a stare al mondo, non ci andrei, a cena con lui, invece il fallito secondo me è uno che ha un sacco di storie da raccontare sarei curioso, di sentirlo parlare del suo fallimento. Una mia amica di Bologna mi ha raccontato che quando lei era piccola che faceva un disastro che sua mamma la sgridava e lei le diceva «Hai ragione», sua mamma si arrabbiava ancora di più. «La ragione si dà ai matti», le diceva, «non darmi ragione». A Parma si dice «La ragione si dà ai coglioni», ma la sostanza è la stessa. Per come capisco io la cosa, se dài ragione a qualcuno è come se gli dicessi di stare zitto: chi ha ragione non ha niente da dire, quelli che han delle cose da raccontare sono quelli che han torto.

[Uscito ieri su Libero]

Tutti i film belli che ci sono

sabato 2 aprile 2016

Questa settimana ho sentito un’intervista a Chiara Gamberale dove la Gamberale, che, oltre che scrittrice, è conduttrice radiofonica, parlava del suo ultimo libro, che è un libro la cui protagonista è una conduttrice televisiva che fa un programma che si intitola Tutte le famiglie felici che, diceva la Gamberale, è un po’ il contrario dei programmi come S.O.S Tata. Che è un programma televisivo, S.O.S. Tata, che è molto utile per le famiglie che hanno dei figli un po’ troppo esuberanti, che chiedono aiuto alla Tata che sta con loro una settimana e capisce come vanno le cose e poi spiega ai genitori come si educano i bambini e gli insegna un po’ a stare al mondo, sia ai genitori che ai bambini; ecco, nel programma dalla Gamberale, la protagonista si fa adottare da delle famiglie felici che glielo spiegano a lei, come si fa a stare al mondo, cioè come si fa a esser felici, a esser contenti di quel che si fa. Il titolo del programma, Tutte le famiglie felici, viene dall’inizio stupefacente di uno stupefacente romanzo (Anna Karenina) di uno stupefacente scrittore (Lev Tolstoj) che è un rappresentante di quello stupefacente fenomeno letterario che potremmo chiamare «ottocento russo», e è un inizio che fa così: «Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Quando la Gamberale ha citato questa frase di Tolstoj ha detto poi che la protagonista del suo libro conosce, per esperienza diretta, le famiglie infelici, e sa come sono diverse le une dalle altre e poi ha aggiunto che lei pensa che anche le famiglie felici, siano diverse le une dalle altre, cioè ha, in un certo senso, confutato Tolstoj, e mi ha fatto venire in mente una cosa che avevo sentito quest’estate al festival letteratura di Mantova, detta da un altro scrittore italiano contemporaneo, Fabio Geda, che, con grande semplicità, aveva confutato Dostoevskij. «Ci sono degli scrittori che dicono che la bellezza salverà il mondo, – aveva detto Fabio Geda, – invece non è vero». E Fabio Geda mi ha fatto venire in mente una nota che Umberto Eco aveva messo alla fine dell’edizione italiana di un libro stupefacente (Esercizi di stile) di uno stupefacente autore (Raymond Queneau), rappresentante di quello stupefacente fenomeno letterario che potremmo chiamare «novecento francese», che è un libro, come si sa, dove Queneau racconta in 99 modi diversi una storia banalissima, e, se non ricordo male, il primo commento di Eco, nella sua postfazione, era qualcosa del tipo «se ne potrebbero trovare molti altri, di modi di raccontare questa storia». Cioè è come se loro tre, la Gamberale, Geda e Eco, invece di essere stupefatti da questi fenomeni stupefacenti (Tolstoj Dostoevskij e Queneau), ci tenessero moltissimo a dire la loro, a fare presente che loro ci sono, sono lì, esistono, che è una cosa che io trovo leggermente stupefacente ma meno stupefacente della reazione che mi sembra abbia avuto, qualche anno fa, il regista finlandese Aki Kaurismaki quando, arrivato a Roma per presentare una suo film, aveva trovato la sala piena e la prima cosa che aveva detto mi sembra che fosse stata «Ma con tutti i film belli che ci sono, ma perché vi interessa proprio il film che ho fatto io?».

Cancellarsi

sabato 26 marzo 2016

L’altro giorno ero su un treno, su uno di quei treni regionali che a me piacciono più dei treni Eurostar, degli Intercity, dei Freccia Rossa e dei Freccia Argento, non so come mai, mi fanno venire in mente delle espressioni come appena appena, o quasi quasi, o così così, o meno meno (come sei meno meno), che sono espressioni che rimandano a un mondo che non ce la fa quasi più che mi piace moltissimo, una condizione del genere, a me una volta è venuto da pensare che io ormai è una vita, che sono sul punto di rassegnarmi, e forse è per quello, che mi trovo così bene su quei treni, perché sembrano treni che non ce la fan quasi più, che sono sul punto di rassegnarsi e l’altro giorno, tornavo da Cesena, ero stato alla facoltà di architettura a ragionare di case emiliane, esistono le case emiliane?, e quelle romagnole?, c’è un’architettura emiliana?, e un’architettura romagnola?, ero stato due ore nella facoltà di architettura a farmi delle domande del genere e quando ero montato sul treno avevo guardato la posta elettronica, sul mio telefono, avevo visto che avevo ricevuto una mail dal negozio elettronico della Feltrinelli avevo pensato che io non le volevo mica ricevere, delle mail dal negozio elettronico della Feltrinelli, e avevo cercato in fondo alla mail il modo di cancellarmi, avevo trovato una scritta che diceva: se non vuole ricevere più questa newsletter clicchi qui, e ci avevo cliccato.
E mi era comparsa una scritta che diceva: «La tua richiesta di disiscrizione è stata registrata correttamente; da questo momento non riceverai più la nostra newsletter. Nel caso in cui dovessi ricevere ancora mail, è perché sono state pianificate prima della ricezione della tua richiesta di disiscrizione».
Che a me era sembrato un messaggio stranissimo per due motivi: per via del fatto che mi dicevano che non avrei ricevuto più le loro mail e che forse ne avrei ricevute ancora, e per via del fatto che in questo messaggio si usava per due volte una parola che non avevo mai visto e che non conoscevo: disiscrizione.
Che io, se fosse stato qualcun altro a scrivermi, avrei pensato a un errore, ma siccome la mail veniva dalla Feltrinelli, che è una delle più importati case editrici italiane, ho pensato che non erano loro che avevan sbagliato, ero io, che ero rimasto indietro.
La lingua, del resto, lo sappiamo, è fatta così, va verso la semplificazione, uno si iscrive e si disiscrive: iscrizione – disiscrizione. Perché usare cancellazione, che è brutto? Disiscrizione è molto più facile e intuitivo, e il meccanismo si può applicare anche ad altri processi, uno per esempio nasce e poi disnasce.
Pensate a un dialogo del tipo «Come stai?», «Male», «Come mai?», «È disnato mio cugino»; uno viene promosso, o dispromosso, «A me alle superiori mi han dispromosso due volte»; uno al mattino si veste, alla sera si disveste «Vieni a letto!», «Aspetta che mi disvesto», ho pensato l’altro giorno sul treno a disandare a Cesena che ci ero andato a parlar di architettura e stavo disandando a Bologna dove sarei dovuto poi andare in biblioteca a disprendere in prestito un libro, poi a fare la spesa, poi a casa a dispranzare, poi alla sera avrei fatto lezione alla scuola elementare di scrittura emiliana (una discuola di scrittura) e poi, finalmente, verso mezzanotte, avrei potuto dissvegliarmi, che mi ero disaddormentato alle sei mattino, quel giorno lì, una bella disriposata.

[Uscito ieri su Libero]

La politica di qualità

sabato 19 marzo 2016

Questa settimana Patrizia Bedori, che era candidato sindaco del MoVimento 5 stelle a Milano, ha rinunciato alla candidatura e io, devo dire, ci sono rimasto un po’ male.
La prima volta che l’avevo sentita parlare, quattro mesi fa, alla presentazione dei candidati a sindaco di Milano del MoVimento 5 stelle, lei era l’unica donna e, quando è arrivata sul palco e l’applaudivano in molti lei ha detto: «Essendo l’unica donna ovviamente ho la clap». E io avevo pensato che Patrizia Bedori era una che, nella sua carriera politica, avrebbe costruito una serie notevole di frasi memorabili.
E l’altro giorno, quando ho saputo che la sua carriera politica era già praticamente quasi finita, sono andato su youtube a cercare le sue interviste e ho trovato un’intervista in cui lei criticava Sala, il candidato sindaco del centrosinistra, e un giornalista, Stefano Zurlo, le faceva notare che lei, diversamente da Sala, era stata eletta a candidato sindaco di Milano da un numero infimo di elettori (74), e lei aveva risposto che questi pochi elettori erano elettori di qualità; cioè praticamente aveva risposto che i suoi 74 elettori, siccome erano di qualità, valevano di più dei 24.961 elettori che avevano votato Sala alla primarie del PD. Cioè che ogni elettore del MoVimento 5 stelle valeva almeno 338 elettori del PD.
Sempre in quell’intervista, la Bedori ha detto, parlando dell’expo, che l’expo è costata, per ogni visitatore, 750.000 euro. Siccome all’expo sono andati 22 milioni di persone, il costo dell’Expo sarebbe di 16.500 miliardi di euro, che, se non mi sono sbagliato a fare i conti, è una cifra che equivale al Pil degli Stati Uniti e della Cina messi insieme; se fosse vero, avrebbe ragione, Patrizia Bedori, a lamentarsi di quello che è costato l’Expo, ma mi sembra più ragionevole pensare che un po’ di queste spese siano state sostenute da degli esponenti del MoVimento 5 stelle, cioè che un po’ di questi euro siano euro di qualità, che valgono almeno 338 degli euro normali, e certi anche di più.
In un’altra intervista a Rete 4, alla domanda cosa l’avesse spinta a impegnarsi in politica, lei ha risposto che Milano aveva bisogno di facce nuove, pulite, e che lei era stata votata dalla cittadinanza attiva (e di qualità, aggiungo io) e che era «stata proclamata sindaco di Milano», che è un caso stranissimo e interessantissimo di qualcuno che viene proclamato sindaco (di qualità) prima ancora che ci siano le elezioni.
E quando in quell’intervista le hanno chiesto come avrebbe scelto i suoi collaboratori, lei ha risposto «Guardi, dal 15 novembre inizieremo a fare dei tavoli di lavoro per decidere il programma insieme ai cittadini, è già da un anno che lavoriamo insieme ai cittadini per scrivere il programma» che anche questa, come frase, è un piccolo capolavoro di insensatezza che mi ha fatto pensare a una cosa che diceva lo scrittore americano Kurt Vonnegut e che è la cosa che mi viene in mente più spesso, quando penso alla politica: «C’è un tragico difetto nella nostra preziosa Costituzione, – ha scritto Kurt Vonnegut – e non so come vi si possa rimediare. È questo: solo gli scoppiati vogliono candidarsi alla presidenza», che è una cosa che credo valga per i candidati alla presidenza degli Stati Uniti ma per gli attivisti del MoVimento 5 stelle vale forse di più, 338 volte di più, se dovessi dire.

[Uscito ieri su Libero]