Ecco

venerdì 16 luglio 2010

Son stato al mare quattro giorni, con la bambina di cinque anni, la prima volta che stavam quattro giorni da soli io e lei, e l’ultimo giorno l’ho presa in braccio e le ho detto Stella, la chiamo stella, non si chiama così, anche mia mamma mi chiamava stella, è un nome così, neutro, vale sia per i maschi che per le femmine Stella, le ho detto, son stato proprio bene questi giorni con te, e lei mi ha guardato e mi ha chiesto Davvero? E me l’ha chiesto come se voleva sapere davvero se era vero davvero. E io le ho detto Davvero, e intanto pensavo Ma non si vede?

Ogni cosa al suo posto

giovedì 15 luglio 2010

Il baro nel barile,
Il maschio nel maschile,
Il porto nel portile,
Il corto nel cortile.

[Scritto a Viareggio con la bambina di cinque anni, che ha trovato il maschio]

Non essere stanchi

sabato 3 luglio 2010

I miei vicini di sotto, o del palazzo davanti, una notte, litigavano. Si sentiva solo la voce della donna, che gridava. Non capivo quel che diceva, non stavo neanche attento, ero stanco. Le finestre erano aperte, la mia stanza da letto era illuminata, a intermittenza, dall’arancione di una freccia, o, forse, di quattro frecce. Avevo sonno. La bambina di cinque anni si era appena addormentata, e prima di addormentarsi mi aveva detto che io ero fortunato, che potevo chiuder gli occhi e dormire, che lei non ci riusciva perché se lo faceva vedeva dei mostri. Io le avevo detto che lei non doveva aver paura dei mostri, che i mostri non esistono. Lei mi aveva chiesto di cosa avevo paura io, e io le avevo detto che avevo paura di essere stanco. Lei era scoppiata a ridere e aveva giunto le mani a fare un gesto come per dire Ma cosa dici? Poi si era addormentata. Dopo qualche ora mi era venuto in mente l’inizio di quella poesia di Angelo Maria Ripellino: Vivere è stare svegli, e concedersi agli altri, dar di sé sempre il meglio, e non essere stanchi. Ma poi mi ero detto che non poteva essere Non essere stanchi, doveva essere Non essere Scaltri. Ero andato a controllare, e, aperto il libro, avevo trovato l’inizio di un’altra poesia, che faceva così: Aridità, ti respingo con tutta l’anima; proterva aridità, mia coetanea. Avevo continuato a cercare e avevo trovato un altro inizio di un’altra poesia, che faceva così: Vorrei che tu fossi felice, cipollina, vorrei che tu non conoscessi il cane nero della sventura, quando sarai uscita dal blu dell’infanzia.

Un gioco

domenica 27 giugno 2010

Con una bambina di cinque anni facciamo un gioco che uno disegna una cosa e l’altro lo deve indovinare.
Io di solito disegno delle penne, o delle Hallo Kitty, o delle forbici, o un messicano in bicicletta, o una bottiglia, lei di solito li indovina, anche il messicano in bicicletta, adesso, le prime volte no.
Le cose che disegna lei io è difficile, che le indovini.
L’altro giorno ha fatto una cosa che mi sembrava un coniglio epilettico con una fionda, e quando lei m’ha chiesto cos’era io le ho detto Un coniglio. Lei mi ha detto di no. Allora le ho detto Un coniglio con una fionda (ci diamo tre possibilità), lei mi ha detto di no. Allora le ho detto un iceberg, lei mi ha detto di no. Allora io le ho chiesto cos’era e lei mi ha detto che erano due cani, con il suo cucciolo che fa la cacca, e la cagna grande che che si lava le zampe con un lavandino piccolo che è aperto quando tornano loro.

L’altro giorno

sabato 26 giugno 2010

L’altro giorno, era l’ultimo giorno di scuola materna di una bambina di cinque anni, e a salutare la Sonia, la sua maestra preferita, mi veniva da piangere a me. Ci si era così affezionata.

Mac Donald’s Italia

sabato 19 giugno 2010

Una bambina di cinque anni è andata per la prima volta da Mac Donald’s e allora le ho chiesto se le era piaciuto, lei mi ha detto che le era piaciuto molto.
Hai mangiato un panino? le ho chiesto.
Metà, mi ha detto lei.
Non era buono?
No, mi ha detto. Però, mi ha detto, le patatine erano buonissime.

Una casa

venerdì 11 giugno 2010

Con la bambina di cinque anni siamo andati a vedere da fuori la mia nuova casa (forse).
Le ho chiesto se le piace, lei mi ha detto di sì, che le piace.
Le ho detto che son contento che le piace perché poi, quando io muoio, diventerà sua.
E lei mi ha guardato e mi ha detto E cosa me ne faccio, di tutte queste case?
Poi siamo andati a mangiare la pizza in un posto dove, per l’insalata, l’olio d’oliva, era in un contenitore con il nebulizzatore, una specie di spray, come gli insetticidi.
Siamo stati i primi, a arrivare, in pizzeria.
Erano le 6 e tre quarti. Dopo, alla fine, tornando in bicicletta, la bambina di cinque anni ha detto Siamo stati i primi, a arrivare, in pizzeria.
E io le ho detto Eh, sì, siamo stati i primi. Se qualcuno dice che è stato il primo, si sbaglia, perché siam stati noi, i primi. Prima di noi, non è arrivato nessuno, in pizzeria. Se qualcuno pensa di essere arrivato primo, si sbaglia. Siamo stati noi, i primi. Se qualcuno dice che è arrivato lui, per primo, in pizzera, conta delle balle, perché i primi, siamo stati noi. Eh, sì.

Minuti

lunedì 31 maggio 2010

Una bambina di cinque anni ieri mi ha chiesto Ma tu, quando vai via a lavorare, non puoi fare come la mamma, che va via cinque minuti e poi torna?

Un mestiere

sabato 29 maggio 2010

Secondo una bambina di cinque anni io di mestiere faccio quello che va a leggere nei paesi estranii.