sabato 12 dicembre 2009
Il premio letterario internazionale Russia Italia nei secoli l’han dato, poi dopo, alla traduzione alle Anime morte.
Ho fatto un discorso, che forse finirà nella prossima raccolta di pubblici discorsi, che diceva, più o meno, cito a memoria:
Vorrei nominare Albertine Cerutti, la responsabile della collana dei classici di Feltrinelli, che ha avuto l’idea di fare questa traduzione, e Barbara Travaglini, che ha redatto il volume e che ha lavorato con me alla revisione del testo. Eeeee, dopo, in una sala così bella, a ricevere un premio così importante, con una giuria così competente, verrebbe la tentazione di dire delle cose memorabili, peròòòòò, ho pensato che forse è meglio non cedere, a questa tentazione, e allora volevo solo ringraziarvi, grazie.
E finiva così. Ero molto contento.

giovedì 26 novembre 2009
Giovedì, 10 dicembre,
a Roma,
alle ore 19.30,
a palazzo Valentini,
nella sala Luigi di Liegro,
in via IV Novembre, 119/A,
premiazione del Premio letterario
internazionale Russia-Italia
attraverso i secoli,
(la traduzione
delle Anime morte
è arrivata in finale,
se così si può dire)

domenica 29 marzo 2009
Tra la prima e la seconda parte delle Anime morte, nell’edizione per i classici di Feltrinelli che è appena uscita, c’è una nota che fa così:
Avviso del traduttore
Delle Anime morte, se posso permettermi, non si può dire niente.
E, indipendentemente dal fatto che non se ne può dire niente, bisogna dire che finiscono col primo volume.
Il secondo volume, se fosse dipeso da me, non l’avrei neanche tradotto. Solo che poi avevo preso l’impegno ho tradotto anche quello.
Pensavo di consigliare al lettore di non leggerlo neanche, il secondo volume, solo che poi l’altro giorno mi son ricordato dell’Avviso dell’autore a Moskva-Petuški, di Venedikt Erofeev (le Anime morte del 900, se posso permettermi), nel quale Avviso dell’autore Erofeev scrive che nella prefazione alla prima edizione di Moskva-Petuški, edizione in un unico esemplare, l’autore, cioè lui, aveva avvisato tutte le lettrici giovani che il capitolo Serp i molot-Karačarovo era meglio non leggerlo, perché, dopo la frase «E giù a bere», seguiva una pagina e mezzo di bestemmie schiette, tanto che in quel capitolo non c’era neanche una parola castigata, se si eccettua la frase «E giù a bere».
L’unico effetto di questo consiglio, scrive Erofeev, è stato il fatto che tutti, e soprattutto le lettrici giovani, si sono buttati sul capitolo Serp i molot-Karačarovo senza neanche leggere i capitoli precedenti.
Allora niente.
È bellissimo, il secondo volume delle Anime morte, è ancora più bello del primo. Il primo volume, senza il secondo, non avrebbe neanche senso. Peccato che non ce ne sia un terzo. O un quarto. O un quinto. O un sesto. O un settimo. E un ottavo. E un nono. E un decimo. E un undicesimo. E un dodicesimo.

mercoledì 25 marzo 2009


domenica 15 febbraio 2009

E delle altre accuse arriveranno all’autore da parte dei cosiddetti patrioti, i quali siedono tranquilli in un angolo e si occupano di cose del tutto secondarie, e mettono da parte i loro piccoli capitali, costruendo la propria fortuna a spese di altri: ma appena succede qualcosa che, secondo loro, è offensivo per la patria, appena appare un qualche libro in cui si dice una qualche amara verità, si mettono a correre in tutti gli angoli, come ragni che abbiano visto che nella ragnatela è rimasta impigliata una mosca e alzano d’un tratto un grido: «Vi sembra bene mettere queste cose in piazza, farle sapere? Le cose che son scritte qui, son cose nostre, vi sembra forse bene? Cosa diranno gli stranieri? È forse divertente sentir che gli altri ci giudicano male? Penseranno che non ce ne importa? Penseranno che non siamo patrioti?». A queste sagge osservazioni, soprattutto a proposito del parere degli stranieri, confesso che non si può rispondere niente. O forse, ecco che cosa. Vivevano in un angolo remoto della Russia due cittadini. Uno era un padre di famiglia, che si chiamava Kifa Mokievič, un uomo d’indole mite, che tirava avanti così come veniva. Della famiglia sua non si occupava: la sua esistenza era orientata piuttosto verso il polo meditativo e assorta nel seguente problema filosofico, come lo chiamava: «Ecco, per esempio, una bestia, — diceva, camminando per la stanza, — una bestia nasce nuda. Perché proprio nuda? Perché non come un uccello, perché non viene fuori da un uovo? No, veramente, succede così: capirai sempre meno la natura, man mano che ti ci addentri». Continua a leggere »

mercoledì 11 febbraio 2009

Mettiamo per esempio che ci sia una segreteria, non qui, nel regno terzonono, e che nella segreteria, mettiamo, ci sia un direttore di segreteria. Prego, guardarlo quando siede in mezzo ai suoi subordinati: sì, dalla paura, semplicemente, ammutolisci! Orgoglio e nobiltà, e che cos’altro non esprime quel suo volto? Prendi solo un pennello, e dipingi: Prometeo, un autentico Prometeo! Gira lo sguardo come un’aquila, si muove gradualmente, ritmicamente. Quella stessa aquila, basta che esca dalla stanza e si avvicini al gabinetto del suo superiore, una pernice che si affretta con delle carte sottobraccio, ti fa cader le braccia. In società e alle serate, se ci son tutti gradi bassi, Prometeo resta poi Prometeo, ma se sono un po’ più alti del suo, in Prometeo c’è una tale metamorfosi, che neanche Ovidio ne ha mai inventata una così; una mosca, meno persino di una mosca, si è ridotto a un granello di sabbia! “No, non è Ivan Petrovič, – dici, guardandolo, – Ivan Petrovič è più alto, questo è basso, e magro; quello parla ad alta voce, con voce di basso, e non ride mai, e questo, lo sa il diavolo, fischietta come un uccello e non fa altro che ridere”. Ti avvicini, guardi, è proprio Ivan Petrovič.
[Nikolaj Gogol', Anime morte, parte prima, capitolo terzo]

venerdì 6 febbraio 2009

/…/ ma i comuni mortali, davvero è difficile capire come son fatti, i comuni mortali: per quanto sia banale una notizia, basta che sia una notizia, loro senz’altro la affibbiano a un altro comune mortale, anche magari solo per dire: “Guardate che balle, che mettono in giro”. E l’altro comune mortale, con piacere porge l’orecchio, benché poi dica egli stesso “Sì, questa è una volgare menzogna, che non merita che le si presti nessuna attenzione”, dopo di che parte subito a cercare un terzo comune mortale al fine, dopo avergliela raccontata, di potere esclamare con lui, con nobile indignazione: “Che volgare menzogna!”. E la cosa farà senza dubbio il giro di tutta la città e tutti i comuni mortali, per quanti ce ne sono, ne parleranno senza dubbio a sazietà, e poi riconosceranno che la cosa non merita attenzione /…/
[N. V. Gogol', Anime morte, parte prima, capitolo ottavo]

lunedì 26 gennaio 2009

Fino a quel momento tutte le signore, in un certo senso, avevano parlato poco di Čičikov, rendendogli, tuttavia, piena giustizia come amabile uomo di mondo; ma dal momento in cui cominciarono a circolar delle voci sulla sua natura di milionario, cercarono anche delle altre qualità. Anche se le signore, non è che fossero interessate; la colpa l’aveva solo la parola “milionario”, non il milionario in sé, ma proprio la parola; perché nel solo suono di questa parola, non consideriamo i mucchi di soldi, c’è racchiuso qualcosa che fa effetto sulle persone vigliacche, e sulle persone così così, e sulle brave persone, in una parola su tutti, fa effetto. Un milionario ha questo vantaggio, che può guardare la viltà, la viltà disinteressata, pura, non fondata su nessun calcolo; molti sanno benissimo che non riceveranno niente da lui, e che non hanno diritto a ricevere niente, ma immancabilmente o gli corron davanti, o gli sorridono, o si tolgono il cappello, o brigano per farsi per forza invitare a un pranzo dove sanno che è stato invitato il milionario. Non si può dire che questa tenera inclinazione alla viltà fosse condivisa dalle signore: tuttavia in molti salotti si cominciò a dire che, naturalmente, non si poteva dire che Čičikov fosse una gran bellezza, però era proprio così come dev’essere un uomo, e bastava che fosse un pò più grasso o un po’ più pienotto, che non sarebbe stata più la stessa cosa. Dopo di che si aggiungeva qualcosa che poteva suonare anche un po’ offensivo sul conto dell’uomo magrino: che assomigliava più a una specie di stuzzicadenti, che a un uomo.
[Nikokaj V. Gogol', Anime morte, prima parte, capitolo 8]

venerdì 23 gennaio 2009
È stranissimo che un libro così, un libro dove i contadini diventano dei samovar, i ballerini delle mosche, i possidenti degli orsi, le possidenti delle scatolette, un libro dove le signore si dividono in signore semplicemente piacevoli e signore piacevoli da tutti i punti di vista, dove le carrozze diventano dei cocomeri e gli ufficiali arrivati da Rjazan’ stanno svegli tutta la notte a decidere se comprare o non comprare un quinto paio di stivali, sia stato considerato un caposaldo del realismo russo.
Ed è ancora più strano, e terribile, vedere come l’incanto e la grazia del primo volume diventano, nel secondo, crollo e rovina.
[Quarta di copertina delle Anime morte in uscita (fine marzo) per i Classici di Feltrinelli]