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Essere famosi

mercoledì 3 agosto 2016

kundera il sipario

In Hugoliade, pamphlet contro Victor Hugo, Ionesco, che ha ventisei anni e vive ancora in Romania, scrive «La caratteristica della biografia degli uomini famosi è che hanno voluto essere famosi. La caratteristica della biografia di tutti gli uomini è che non hanno voluto o non hanno pensato di essere uomini famosi… Un uomo famoso è rivoltante».

[Milan Kundera, Il sipario, traduzione di Massimo Rizzante, Milano, Adelphi 2005, pp. 105]

No!

venerdì 29 luglio 2016

campigli barilli

– No! Meglio esser pigri come una pera che matura. L’Arte ha bisogno di assorbire tutta la sua stagione favorevole. Lasciandola sul ramo, giorno e notte, inverno, primavera, estate, fin che il suo frutto rotola a piè dell’albero e si apre.

[Bruno Barilli, Il paese del melodramma, Milano, Adelphi 2000, p. 83]

Una vasca da bagno bianca

mercoledì 27 luglio 2016

Czesław Miłosz, La mente prigioniera

«Gli americani sono proprio così stupidi?» mi chiedeva un amico di Varsavia, e nella sua voce c’era una nota di disperazione e al tempo stesso di speranza che lo contraddicessi. Questa domanda è abbastanza sintomatica dell’atteggiamento che regna nelle democrazie popolari nei confronti dell’Occidente; una quasi completa delusione con un residuo di speranza.
Sul piano politico l’Occidente ha offerto nel corso degli ultimi anni una quantità sufficiente di motivi di dubbio. Tuttavia nel caso degli intellettuali sono in gioco anche altri elementi, di gran lunga più complessi. Prima di entrare a far parte dell’Impero, i paesi dell’Europa centrale e orientale hanno fatto l’esperienza della seconda guerra mondiale, che per essi è stata infinitamente più dura che per l’Europa occidentale. Non soltanto la guerra ha distrutto la loro economia, ma ha anche annientato numerosi valori che fino allora erano considerati incrollabili.
In generale l’uomo è incline a considerare naturale l’ordine nel quale vive. Le case che guarda andando al lavoro gli appaiono più come rocce generate dalla terra stessa che come opera della mente e delle braccia umane. La sua attività in una ditta o in un ufficio viene da lui considerata importante e decisiva per l’armonico funzionamento del mondo. Il modo di abbigliarsi, suo e degli altri, è a suo avviso esattamente quello che deve essere e l’idea che sia lui sia i suoi conoscenti potrebbero altrettanto bene indossare tuniche romane o armature medievali lo fa ridere. La posizione sociale di un ministro o di un direttore di banca gli sembra qualcosa di serio e degno di invidia, e il possedere una cospicua somma di denaro una garanzia di tranquillità e sicurezza. Non riesce a credere che in quella strada che conosce così bene, dove dormono gatti e giocano bambini, possa fare la sua comparsa un cavaliere che getterà un laccio al collo dei passanti per poi portarli in un mattatoio dove saranno subito uccisi e appesi a uncini. È anche abituato a soddisfare quei bisogni fisiologici comunemente considerati intimi nel modo più discreto possibile, lontano dagli occhi dei suoi simili, senza nemmeno riflettere sul fatto che tale usanza non è comune a tutti i consorzi umani. Insomma, si comporta un po’ come Chaplin nel film La febbre dell’oro che è tutto affaccendato nella sua baracca e nemmeno sospetta di essere sospeso sull’orlo di un burrone.
Ma basta che una sola volta percorrendo quella strada egli veda sui marciapiedi uno spesso strato di vetri rotti dalle bombe mentre il vento porta via documenti a uffici evacuati in preda al panico, che già è intaccata la sua fiducia nell’illusoria naturalezza delle sue abitudini fino a quel momento. Come volano tutti quei fogli così pieni di timbri, con le diciture «confidenziale» e «segretissimo»! Quante casseforti, quante chiavi, quante pappagorge dirigenziali, quante conferenze, quanti uscieri, quanti sigari, quante signorine che battono tese sulle loro macchine da scrivere! E il vento si porta via tutti quei fogli che ognuno può prendere e leggere mentre invece nessuno lo fa perché ci sono cose più pressanti, come ad esempio procurarsi un chilo di pane. E il mondo va avanti come se niente fosse. Che strano! L’uomo avanza lungo la strada e si ferma davanti a una casa sventrata da una bomba. L’intimità delle abitazioni umane, i loro odori familiari, il loro tepore di cellule ‘ape, i loro mobili che serbano la memoria dell’amore e dell’odio. Tutto è nudo adesso! La casa mostra la sua struttura: non più roccia che ha sfidato i secoli ma intonaco, calce, mattoni, armature. E al terzo piano, solitaria e accessibile ai soli angeli, una vasca da bagno bianca dalla quale la pioggia cancellerà il ricordo di coloro che vi si sono lavati. Persone ancora poco tempo fa potenti e venerate hanno perduto tutto ciò che avevano, e vanno per i campi mendicando dai contadini qualche patata. I soldi da un giorno all’altro cambiano valore, diventando mucchi di assurdi rettangoli stampati. Su un ammasso di rovine fumanti sta seduto un ragazzino che frugando nella cenere con un filo di ferro canticchia una canzone su un grande condottiero, tanto valoroso che non permette al nemico di avvicinarsi nemmeno alla frontiera.

[Czesław Miłosz, La mente prigioniera, traduzione di Giorgio Origlia, Milano, Adelphi 2013 (3), pp. 47-48-49]

La tirannia dei tenori d’opera

mercoledì 27 luglio 2016

kundera il sipario

La parola «Kitsch» è nata a Monaco verso la metà del XIX secolo e indica lo sciropposo cascame del grande secolo romantico. Ma forse Hermann Broch, che vedeva il rapporto tra il romanticismo e il Kitsch in proporzioni quantitativamente inverse, era più vicino alla verità: a suo giudizio, lo stile dominante del XIX secolo (in Germania e nell’Europa centrale) era il Kitsch, dal quale si discostavano, come fenomeni eccezionali, alcune grandi opere romantiche. Coloro che hanno conosciuto la secolare tirannia del Kitsch (la tirannia dei tenori d’opera) avvertono una particolare irritazione nei confronti del velo rosa gettato sulla realtà, dell’impudica esibizione di un cuore sempre turbato, del «pane sul quale si sia versato del profumo» (Musil); da tempo il Kitsch è diventato un concetto molto preciso nell’Europa centrale, dove rappresenta il male estetico supremo.

[Milan Kundera, Il sipario, traduzione di Massimo Rizzante, Milano, Adelphi 2005, pp. 18-19]

Come la peste

giovedì 21 luglio 2016

kundera il sipario

Fielding è stato uno dei primi romanzieri in grado di concepire una poetica del romanzo; ciascuna delle diciotto parti di Tom Jones si pare con un capitolo dedicato a una sorta di teoria del romanzo (teoria leggera e amena; perché è così che un romanziere fa teoria: salvaguardando gelosamente il suo linguaggio, rifuggendo come la peste dal gergo degli eruditi).

[Milan Kundera, Il sipario, traduzione di Massimo Rizzante, Milano, Adelphi 2005, pp. 18-19]

Autore, scrittore, romanziere

sabato 16 luglio 2016

Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi

Il bisogno di usare un’altra parola in luogo di quella più ovvia, più semplice, più neutra (essere – penetrare; andare – camminare; pensare – sferzare) potrebbe essere definito come un riflesso di sinonimizzazione – ed è un riflesso di quasi tutti i traduttori. Possedere una vasta vasta gamma di sinonimi fa parte del «bello stile»; se nello stesso paragrafo del testo originale compare due volta la parola «tristezza», il traduttore, contrariato dalla ripetizione (che considera un oltraggio alla doverosa eleganza stilistica), sarà tentato di tradurre, la seconda volta, con «malinconia». Ma c’è di più: il bisogno di sinonimizzare è ormai così profondamente radicato nell’animo del traduttore che questi opta da subito per un sinonimo: traduce «malinconia» laddove nel testo originale c’è «tristezza», traduce «tristezza» laddove c’è «malinconia».
Ammettiamolo senza ombra di ironia: la situazione del traduttore è estremamente delicata: deve essere fedele all’autore e contemporaneamente rimanere se stesso; come riuscirci? Vuole (che ne sia o no consapevole) infondere nel testo la propria creatività; quindi, come per farsi coraggio, sceglie una parola che apparentemente non tradisce l’autore ma che nonostante ciò è frutto di una sua iniziativa personale. Faccio questa constatazione mentre sto rivedendo la traduzione di un mio breve testo: io scrivo «autore», e il traduttore mette «scrittore»; io scrivo «scrittore», e lui traduce «romanziere»; io scrivo «romanziere», e lui traduce «autore»; se scrivo «verso», traduce «poesia»; se dico «poesia», traduce «poemi».

[Milan Kundera, Postilla sulla sinomizzazione sistematica, in I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi 2010 (6), pp. 107-108]

I biografi

sabato 16 luglio 2016

Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi

I biografi, che non sanno nulla vita sessuale delle proprie consorti, sono però convinti di conoscere quella di Stendhal o di Faulkner.

[Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi 2010 (6), p. 50]

Sospendere il giudizio morale

venerdì 15 luglio 2016

Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi

Sospendere il giudizio morale non costituisce l’immoralità del romanzo bensì la sua morale. Una morale che si contrappone alla inveterata pratica umana che consiste nel giudicare subito e di continuo tutto e tutti, nel giudicare prima di e senza aver capito. Dal punto di vista della sapienza del romanzo, questa fervida disponibilità a giudicare è la più esecrabile sciocchezza, il peggiore di tutti i mali. Non che il romanziere contesti in assoluto la legittimità del giudizio morale, ma egli si limita a spostarlo oltre i confini del romanzo. Detto questo, siete liberi di condannare Panurge per la sua viltà, di mettere sotto accusa Emma Bovary e Rastignac, sono affari vostri; il romanziere non c’entra.

[Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi 2010 (6), p. 17]

Può sembrare molto stupido ma

giovedì 7 luglio 2016

Topkapi, Eric Ambler, Adelphi, Mariagrazia Gini

Può sembrare molto stupido ma, se siete come me, l’effetto delle cose brutte che per poco non succedono non è così diverso da quello delle cose brutte che succedono veramente.

[Eric Ambler, Tokpaki, traduzione di Mariagrazia Gini, Milano, Adelphi 2016, p. 143]

In fin dei conti

lunedì 4 luglio 2016

Topkapi, Eric Ambler, Adelphi, Mariagrazia Gini

In fin dei conti, se non fossi stato arrestato dalla polizia turca sarei stato arrestato dalla polizia greca. Non avevo scelta: potevo fare solo come mi diceva lui, Harper. È successo tutto per colpa sua.
Pensai che fosse americano. Sembrava proprio un americano: alto, con un completo largo e leggero, la cravatta sottile e il colletto con i bottoni, la faccia liscia da vecchio giovane o da giovane vecchio, i capelli a spazzola. Parlava anche da americano, o perlomeno come un tedesco che ha vissuto parecchio in America. Certo, ora so che non lo era, ma di sicuro dava quell’impressione. La sua valigia, per esempio, era assolutamente americana: di finta pelle, con le chiusure in similoro. Riconosco una valigia americana, quando la vedo. Il passaporto, però, non gliel’avevo mica visto.
Arrivò all’aeroporto di Atene con un aereo da Vienna. Magari era partito da New York o Londra o Francoforte o Mosca – o magari arrivava da Vienna e basta. Era impossibile dirlo. Non aveva etichette di alberghi sulla valigia. Da parte mia, avevo stabilito che veniva da New York. Un errore del genere sarebbe potuto capitare a chiunque.

[Eric Ambler, Tokpaki, traduzione di Mariagrazia Gini, Milano, Adelphi 2016, p. 9]