Dei fucili

mercoledì 22 agosto 2018

Vladimir Nabokov, Nikolaj Gogol'

Un famoso scrittore di teatro ha detto (probabilmente in stizzosa risposta a un rompiscatole che desiderava conoscere i segreti del mestiere) che se nel primo atto alla parete è appeso un fucile, nell’ultimo atto deve sparare. Ma i fucili di Gogol’ rimangono appesi a mezz’aria e non sparano – in sostanza, il fascino delle sue allusioni consiste proprio nel fatto che non hanno assolutamente nessuna conseguenza.

[Vladimir Nabokov, Nikolaj Gogol’, a cura di Cinzia De Lotto e Susanna Zinato, Milano, Adelphi 2014, p. 51]

Be’, sai

venerdì 20 luglio 2018

Iosif Brodskij, Per compiacere un'ombra, in Fuga da Bisanzio

Non si poteva dire molto, in quei colloqui [telefonici], bisognava per forza essere reticenti o allusivi ed eufemistici. Si parlava quasi soltanto del tempo o della salute, niente nomi, un gran quantità di consigli dietetici. L’importante era udire la voce dell’altro, assicurarsi in questo modo puramente animale della nostra rispettiva esistenza. Non c’era quasi niente di semantico, e non c’è da stupire se io non ricordo nessun particolare, se non la risposta che ebbi da papà il terzo giorno della degenza di mia madre all’ospedale. «Come sta Masja?» domandai. «Be’, sai, Masja non è più» disse lui. Quel «sai» era lì perché anche in quella circostanza papà cercava di essere eufemistico.

[Iosif Brodskij, In una stanza e mezzo in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), pp. 236-2237]

I genitori di Brodskij in una stanza e mezzo

mercoledì 18 luglio 2018

Iosif Brodskij, Per compiacere un'ombra, in Fuga da Bisanzio

La cosa sorprendente è che non erano mai annoiati. Stanchi sì, ma non annoiati. Per quasi tutto il tempo che passavano a casa, li vedevo in piedi a cucinare, a lavare, ad andare avanti e indietro fra la cucina comune e la nostra stanza e mezzo, ad armeggiare intorno questo o quel pezzo del patrimonio domestico. Per i pasti si sedevano, naturalmente, ma mia madre la ricordo seduta quasi soltanto davanti alla sua macchina per cucire, la sua Singer a pedale, curva ad aggiustare vestiti, rivoltare colletti di vecchie camicie, riparare o riadattare vecchie giacchette. Quanto a mio padre, usava la sedia solo per leggere il giornale o mettersi al tavolo da lavoro. A volte la sera seguivano un film o un concerto sul nostro televisore del 1952. Allora stavano seduti anche loro… Così, su uan sedia, nella stanza e mezzo ormai vuota, un vicino trovò morto mio padre un anno fa.

[Iosif Brodskij, In una stanza e mezzo in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), p. 190

A furia di inseguire la realtà

martedì 17 luglio 2018

Iosif Brodskij, Per compiacere un'ombra, in Fuga da Bisanzio

Verso la metà dell’Ottocento le due cose si fusero in una: la letteratura russa, a furia di inseguire la realtà, la raggiunse. A tal punto che oggi, quando pensate a San Pietroburgo, non potete distinguere quella raccontata nei romanzi da quella reale. Il che è abbastanza curioso per un luogo che conta soltanto duecentosettantasei anni di vita. La guida, oggi, vi mostrerà la sede della Terza Sezione della polizia, dove Dostoevskij fu processato, ma manche la casa dove un suo personaggio, Raskolnikvo, uccisa a colpi d’ascia quella vecchia usuraia.

[Iosif Brodskij, Guida a una città che ha cambiato nome, in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), p. 56]

Lo stesso sentimento

domenica 17 giugno 2018

«Non mi rendevo conto, all’epoca, che in me i periodi di astio si alternavano con perfetta regolarità a quelli che chiamavamo di amore. A un periodo di amore seguiva un periodo di astio; a un acceso periodo di amore, un lungo periodo di astio; a un più debole manifestarsi dell’amore, un breve periodo di astio. Allora non capivamo che l’amore e l’astio erano lo stesso sentimento animalesco espresso in due modi diversi».
(L. N. Tolstoj, La sonata a Kreutzer)

[Vladimir Pozner, Tolstoj è morto, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco, Milano, Adelphi 2010, p. 45]

La poesia notturna dei wagon-lit

giovedì 7 giugno 2018

Alla fine i treni ripresero a funzionare, vennero aperte le frontiere, arrivi e partenze tornarono regolari. Attraverso l’animato, operoso e lindo Belgio, attraverso le città distrutte della Germania – Colonia, Düsseldorf, Amburgo, che mi parvero negozi di stoviglie dopo un terremoto –, finii nelle nebbie tardoautunnali che in Danimarca mi accolsero insieme a tutta la poesia notturna dei wagon-lit, quando svegliarsi alla luce azzurra della vieilleuse che crepita e al quieto scricchiolio di qualcosa che ti ricorda la tua casa, o addirittura la tua infanzia, è come volare in un abisso – un abisso, però, non più familiare e infantile ma spaventoso, tremendo, che non dimenticherai mai e avrà un ruolo misterioso e ferreo nel tuo destino.

[Nina Berberova, Il giunco mormorante, traduzione di Donatella Sant’Elia, Milano, Adelphi 1990, p. 40]

Tratto peculiare di Venezia

giovedì 7 giugno 2018

La mattina il vaporetto mi porta alla stazione passando davanti ai palazzi, lungo l’acqua verde del Canal Grande; arrivo al treno all’ultimo istante, il facchino mi spinge sul vagone. Tratto peculiare di Venezia: scomparire in un attimo, non correre dietro al treno, non agitare a destra e a sinistra il capo in cenno di saluto come fanno le altre città quando le lasci – svanire in un solo istante, come se non esistesse, come se non fosse mai esistita.

[Nina Berberova, Il giunco mormorante, traduzione di Donatella Sant’Elia, Milano, Adelphi 1990, p. 79]

Eccetera

mercoledì 23 maggio 2018

La scrittura sovversiva, disarmonica, «goffa» di Dostoevskij, la sua costante violazione delle norme (stilistiche, grammaticali, lessicali – d’ogni genere) suscitò fin dagli inizi giudizi severi. Perfino parodie. Dopo la pubblicazione del Sosia (1846), Konstantin Aksakov accusò l’autore di aver copiato Gogol’, di averne saccheggiato i «procedimenti stilistici»: «Non è difficile fare propri questi procedimenti,» scrisse facendogli il verso «già, questi procedimenti non sono affatto difficili da far propri, del resto farli propri non è assolutamente cosa difficile. Ma non è così che si fa, signori miei, non è questo il modo, signori miei, no, signori, il modo non è affatto questo. Qui ci vuole, sapete, qualcosa; vedete, di qualcosa c’è bisogno, c’è un gran bisogno di questo e di quello ancora, di qualcosa, insomma. Proprio questo non c’è: talento, signori miei, già, vedete, talento, quello poetico, voi mi capite, signori, cioè quello artistico, ed è proprio quello che manca…».
Da molti, anche in seguito, lo «stile» dostoevskiano fu accusato di prolissità, monotonia, enfasi, sentimentalismo, eccesso – di ripetizioni, epiteti altisonanti, prestiti dal parlato e dal linguaggio e delle cancellerie, diminutivi e così via. Tolstoj diceva «Nonostante l’orrenda scrittura, in Dostoevskij si trovano pagine straordinarie», mentre Nabokov spiegava ai suoi studenti americani: «La fastidiosa ripetizione di parole e frasi, l’intonazione di chi è posseduto da un’idea ossessiva, l’assoluta banalità di ogni parola e la magniloquenza a buon mercato caratterizzano lo stile di Dostoevskij…». Quanto al periodo sovietico, di ben più gravi colpe fu imputato lo scrittore «reazionario» che «predicava il cristianesimo e lottava contro l’ateismo, che rifiutava i metodi violenti della lotta rivoluzionaria», ecc.

[Serena Vitale, Nota al testo, in Fëdor Dostoevskij, La mite, a cura di Serena Vitale, Milano, Adelphi 2018, p. 100]

Quando la scienza avrà messo tutto in ordine

lunedì 14 maggio 2018

L’amor che muove il sole e l’altre stelle. Ecco un verso di Dante che vede oltre il telescopio di Galileo. Quando la scienza avrà messo tutto in ordine, toccherà ai poeti mischiare daccapo le carte.

[Ennio Flaiano, Autobiografia del Blu di Prussia, Milano, Adelphi 2003, p. 14]

Un problema di vanità

venerdì 20 aprile 2018

Brodskij, Conversazioni

Molto spesso chi critica una malattia o un male, per il solo fatto di farlo si sente buono, si sente nel giusto. È un errore di valutazione molto grave e piuttosto diffuso in questa professione, e non credo sia sano. E c’è anche un problema di vanità: quando un’intera nazione ti ammira, puoi dimenticare piuttosto in fretta qual è il tuo vero lavoro. Il tuo vero lavoro è scrivere bene.

[Iosif Brodskij, Intervista a Mike Hammer e Christina Daub, in Iosif Brodskij, Conversazioni, a cura di Cynthia L. Haven, traduzione di Matteo Campagnoli, Milano, Adelphi 2015, pp. 234]