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Oxford English Dictionary

mercoledì 8 febbraio 2017

Iosif Brodskij, Per compiacere un'ombra, in Fuga da Bisanzio

Lo vidi l’ultima volta a Londra nel luglio del 1973, a una cena da Stephen Spender, Wystan, seduto a tavola con una sigaretta nella destra e un bicchiere nella sinistra, dissertava sul tema del salmone freddo. Poiché la sedia era troppo bassa, la padrona di casa provvide a infilargli sotto la persona due squinternati volumi dell’Oxford English Dictionary. Pensai allora che davanti ai miei occhi stava l’unico uomo che avesse il diritto di usare quei volumi come sedili.

[Iosif Brodskij, Per compiacere un’ombra, in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), p. 132]

Descrivere una coppia

mercoledì 11 gennaio 2017

Adam Philips, Monogamia, traduzione di Giulia Arborio Mella e Matteo Codignola, Milano, Adelphi

Descrivere una coppia significa scrivere un’autobiografia. Dato che nasciamo da una coppia e che lì trascorriamo i nostri primi anni, quando parliamo di coppie raccontiamo la storia della nostra vita. Se riusciamo a fare della coppia un’astrazione, è proprio perché ci è così familiare. O meglio, perché è la famiglia; perché una volta non c’era nessun altro posto dove andare.

[Adam Philips, Monogamia, traduzione di Giulia Arborio Mella e Matteo Codignola, Milano, Adelphi 2007, p. 34]

Ecco

venerdì 23 dicembre 2016

Tatti Sanguineti, Il cervello di Alberto Sordi. Rodolfo Sonego e il suo cinema, Milano, Adelphi

Un giorno un gruppo di giovani registi e sceneggiatori molto intellettualizzati, molto raffinati ma poco pratici, andarono sul set a raccontare a Totò una storia, un tema con molte parole difficili e anche un po’ astratte. Totò li ascoltò per circa un’ora in silenzio, approvando sempre, finché alla fine disse: «Be’, allora, ragazzi, adesso vogliamo tornare in sé?».

[Tatti Sanguineti, Il cervello di Alberto Sordi. Rodolfo Sonego e il suo cinema, Milano, Adelphi, 2015, p. 100]

Un giorno

mercoledì 21 dicembre 2016

Joseph Roth, Le città bianche, traduzione di Fabrizio Rondolino, Milano, Adelphi

Un giorno, disperato perché ogni lavoro era del tutto incapace di soddisfarmi, divenni giornalista. Non appartenevo alla generazione di persone che inaugurano e concludono la pubertà scrivendo versi. E neanche a quella più recente ancora, che raggiunge la maturità sessuale con il calcio, lo sci e il pugilato. Sapevo solo pedalare su una modesta bicicletta con il contropedale, e il mio talento letterario non andava al di là di un diario nel quale scrivevo alcuni circostanziati appunti.
Ho sempre avuto poco cuore. Da quando sono in grado di pensare, penso in modo spietato. Quand’ero ragazzo davo le mosche in pasto ai ragni. I ragni sono rimasti i miei animali preferiti. Di tutti gli insetti sono, con le cimici, i più intelligenti. Se ne stanno quieti al centro di una ragnatela che si sono costruiti da sé e si affidano al caso, che provvede a nutrirli. Tutti gli animali danno la caccia alla preda. Del ragno tuttavia si può dire che è ragionevole e saggio nella misura in cui ha scoperto che dare disperatamente la caccia a tutti gli esseri viventi non serve a niente e che soltanto l’attesa è fruttuosa.

[Joseph Roth, Le città bianche, traduzione di Fabrizio Rondolino, Milano, Adelphi 2011 (9), p. 11]

Il contrario

lunedì 12 dicembre 2016

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Vitez è già stato diverse volte in Unione Sovietica, parla un po’ di russo e, nonostante quelle che definisce «ottusità», a ogni visita si ritrova a pensare che qui ci sia la vita vera: seria, adulta, con tutta la sua pesantezza. I volti, dice, sono volti veri, scavati, affilati, mentre in Occidente si vedono soltanto facce da bambini. In Occidente tutto è permesso e nulla è importante, qui invece è il contrario: nulla è permesso, tutto è importante, e Vitez ritiene che sia molto meglio così.

[Emmanuel Carrère, Limonov, traduzione di Francesco Bergamasco, Milano, Adelphi 2012, p. 200]

C’è stato uno che tutto questo l’ha raccontato

sabato 10 dicembre 2016

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Ma per restituire il colore dell’epoca, va detto che c’era anche la massa di quanti non erano né eroi, né corrotti, né furbetti. Erano tutti quelli che appartenevano all’underground, e avevano due certezze assolute: che i libri pubblicati, i quadri esposti, i drammi rappresentati fossero necessariamente compromessi con il potere e mediocri, che un artista autentico fosse necessariamente un fallito. Non per colpa sua, ma di un’epoca in cui essere un fallito era un marchio di nobiltà. Lo era, per un pittore, guadagnarsi da vivere come portiere di notte. Lo era, per un poeta, spalare la neve davanti a una casa editrice a cui mai e poi mai avrebbe dato in lettura le proprie poesie, e toccava al direttore sentirsi a disagio quando scendeva dalla sua Volga e lo vedeva nel cortile con la pala in mano. Facevano una vita di merda, ma non avevano tradito. Ci si scaldava, tra falliti, nelle cucine dove si discuteva per nottate intere, facendo circolare samdizdat e bevendo samogonka, la vodka fatta in casa nella vasca da bagno, con zucchero e alcol denaturato.

C’è stato uno che tutto questo l’ha raccontato. Si chiama Venedikt Erofeev. Aveva cinque anni più di Eduard, era nato come lui in provincia e, dopo essere passato per tutte le tappe comuni alle persona sensibili di quel tempo (l’adolescenza appassionata, la deriva alcolica, l’assenteismo e una vita di espedienti), era giunto a Mosca nel 1969 con un manoscritto in prosa che però lui chiamava «poema», come Gogol’ faceva con le Anime morte. Aveva ragione: Mosca sulla vodka [Moska Petuški] è il grande poema dello zapoj, l’ubriacatura russa di lungo corso a cui, sotto Leonid Brežnev, tendeva ad assomigliare la vita intera.

[Emmanuel Carrère, Limonov, traduzione di Francesco Bergamasco, Milano, Adelphi 2012, pp. 86-87]

L’esercito svizzero

giovedì 8 dicembre 2016

John Pc Phee, Il formidabile esercito svizzero

Gli svizzeri non fanno la guerra da circa cinquecento anni e sono ben decisi a saperla fare appunto per non farla.
In Italia si sente dire, dell’esercito svizzero: «Non sapevo che esistesse». Quando un italiano viene a sapere che l’esercito svizzero è molto più numeroso di quello italiano, dice: «Ci vuol poco».

[John Pc Phee, Il formidabile esercito svizzero, traduzione di Lodovico Terzi, Milano, Adelphi 1987, p. 9]

Quello che può pensare la gente

sabato 26 novembre 2016

Gerald Durrell, La mia famiglia e altri animali, traduzione di Adriana Motti, Milano, Adelphi

Nelle pagine che seguono ho cercato di dare un quadro preciso e tutt’altro che esagerato dei miei familiari; essi sono rappresentati come li vedevo io. Per spiegare alcuni dei loro tratti più strambi, comunque, mi sento in obbligo di precisare che nel periodo in cui stemmo a Corfù eravamo tutti molto giovani: Larry, il più grande, aveva ventitré anni; Leslie diciannove; Margo diciotto; mentre io ero il più piccolo, avendo appena toccato il tenero e impressionabile traguardo dei dieci anni. Non siamo mai stati molto sicuri dell’età di mia madre per il semplice motivo che lei non riesce mai a ricordarsi la sua data di nascita; posso soltanto dire che era abbastanza avanti negli anni da avere quattro figli. Mia madre vuole anche che dica he è vedova, perché, come ho osservato acutamente, non si mai che cosa può pensare la gente.

[Gerald Durrell, La mia famiglia e altri animali, traduzione di Adriana Motti, Milano, Adelphi 1975, pp. 11-12]

Due versi

giovedì 3 novembre 2016

Wisłavwa Szymbroska, Discorso all'ufficio oggetti smarriti, a cura di Pietro Marchesani, Milano, Adelphi

Un tempo sapevamo il mondo a menadito:
– era così piccolo da stare fra due mani,

[Wisłavwa Szymbroska, Discorso all’ufficio oggetti smarriti, a cura di Pietro Marchesani, Milano, Adelphi 2004, p. 115]

In rime banali

mercoledì 2 novembre 2016

Wisłavwa Szymbroska, Discorso all'ufficio oggetti smarriti, a cura di Pietro Marchesani, Milano, Adelphi

È una gran gioia: fiore accanto a fiore,
i rami degli alberi nel cielo puro,
e una più grande: domani è mercoledì,
arriverà una tua lettera di sicuro,
e ancora più grande: tema la busta,
è buffo leggere nelle macchie del sole,
e ancora più grande: solo una settimana,
ormai soltanto quattro giorni d’attesa,
e ancora più grande: la valigia
l’ho chiusa con mia vera sorpresa,
e ancora più grande: un biglietto
per le sette, sì, grazie signora,
e ancora più grande: nel finestrino
i paesaggi corrono velocemente,
e ancora più grande: è più buio, è buio,
stasera saremo insieme finalmente,
e più grande ancora: apro la porta,
e più grande ancora: quando lì davanti,
e ancora più grande: fiore accanto a fiore.
– Perché ne hai comprati cooosì tanti?

[Wisłavwa Szymbroska, Discorso all’ufficio oggetti smarriti, a cura di Pietro Marchesani, Milano, Adelphi 2004, p. 19]