lunedì 21 gennaio 2013
E andavo in centro, pioveva, e davanti alla biblioteca ci saran state quaranta persone sedute, e ognuna aveva un ombrello, aperto, tuti ombrelli piccoli, a tinta unita, sembrava un convegno di ombrelli.
E mi facevo strada attraverso gli ombrelli, entravo in biblioteca, guardavo dei libri, non ne prendevo neanche uno, uscivo, mi compravo una giacca, pensavo Ecco, vedi, adesso questa giornata me la ricordo.
E veniva a dormire da me la mia bambina, e la mia bambina dormiva bene.
E quando le cose andavano male, e le cose andavano piuttosto male, mi veniva su una tenerezza, per me, per la mia vita insensata, che non avrei saputo dire se fosse stata un bene, un male, oppure niente.
E chissà, a cosa serviva, fare tanta fatica a non fare niente.

domenica 4 dicembre 2011
Se lavoravo male, mi lamentavo perché lavoravo male.
Solo quando lavoravo bene, non mi lamentavo, andavo in giro a dire «Ho lavorato d’un bene».
Che poi andavo in giro, dove vuoi che andassi, ero sempre a casa. E quando stavo a casa non lavoravo. E quando andavo fuori lavoravo, e lavoravo bene, e poi quando tornavo a casa, nel viaggio di ritorno telefonavo dicevo «Ho lavorato d’un bene».
E poi arrivavo a casa e non lavoravo.
E succedeva così ormai da dei mesi.
mercoledì 30 novembre 2011
L’altroieri mattina doveva passare un corriere a prender le bozze di Oblomov, non è passato. Ieri mattina doveva passare un altro corriere a prendere le bozze di Oblomov, non è passato. È passato stasera. Ha suonato, è entrato dal portone e mi ha gridato Viene giù lei? Vengo, gli ho detto, mi son messo le scarpe e quando son stato giù dalle scale che l’ho visto ho pensato Eccolo qua, il corriere della sera.

mercoledì 30 novembre 2011
Cioè era un romanzo lunghissimo, l’ho già detto, era un lavoro faticosissimo e aveva delle conseguenze anche sulla mia schiena, cominciavo a avere degli anni, non ero mica più un ragazzino, e da ragazzino avevo fatto anche un incidente che mi si eran rotti dei cosi, lì’, nella schiena, delle ossa, ma piccole, che il medico, quando avevo fatto la visita mi aveva detto che adesso non era niente, me ne sarei accorto poi a diventar vecchio e adesso, dopo la traduzione di Oblomov, ero diventato vecchio, cioè forse non ancora vecchissimo, quarantotto anni, però tradurre dei romanzi così lunghi, secondo me, faceva invecchiare prima, difatti ne dimostravo anche di più, ne dimostravo già quarantanove, o anche cinquanta, prima di cominciare la traduzione, dopo che avevo finito la traduzione, sei mesi dopo, anzi otto, ne dimostravo cinquantatre o cinquataquattro, sembravo il nonno della Battaglia, anche prima sembravo il nonno della Battaglia, ma dopo di più.
[Da A cosa servono i gatti, in preparazione]

domenica 9 ottobre 2011
Non lo so. Mi vien da pensare che la questione, è una questione di preoccupazioni. Cioè: di cosa ti preoccupi? Oppure: cosa ti preoccupa? Delle cose così. Per esempio, io, il mio gatto, no? Non mi preoccupa. Miagola per delle ore, mi rompe i coglioni, ma non mi preoccupa.
sabato 3 settembre 2011
Ho appena un po’ di mal di testa, ho detto alla Battaglia.
Eh, mi ha detto lei, io ho appena un po’ di mal di gambe.
giovedì 25 agosto 2011
E dopo basta.
martedì 23 agosto 2011
L’altro giorno pensavo che Audrey Hepburn, che è un po’ l’emblema dell’eleganza, no?, molto essenziale, slanciata, niente fronzoli, riassumo, banalizzo, non ne so tanto, ma quel che capisco, di Audrey Hepburn, per quel che intuisco, di lei, mi viene da dire che lei, Audrey Hepburn, la sua eleganza innata, ammesso che fosse innata, e ammesso anche che ce l’avesse anche nella sua vita privata e non solo nell’immagine pubblica che abbiamo di lei, ecco questa eleganza, se fosse stata vera e se intuisco bene, le avrebbe impedito, a lei, a Audrey Hepburn, di essere una fan di Audrey Hepburn. Non so se mi spiego.
sabato 13 agosto 2011
Ci son delle cose che ad alta voce non si riescono a dire.
mercoledì 10 agosto 2011
L’altro giorno parlavo da solo. E mi dicevo Sai cos’hanno di bello, i miei libri? Che ci scrivo quello che voglio. Son sei mesi che non scrivo niente, traduco e basta.
Stamattina, invece, non ho niente da dirmi.
Stanotte, però, prima di addormentarmi, mi sono detto: Ma se morissi, cos’è che continuerebbe? Le tasse, per esempio, dovrei pagarle lo stesso? E i miei creditori, dovrebbero pagarmi lo stesso? Il mio conto corrente, per dire. Mi manderebbero dei bonifici, e io sarei già morto.
Se morissi domani, mi sono detto, la traduzione di Oblomov non so se la potrebbero usare. È tutta da rimettere a posto.