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Anche l’elefante è un grande animale

lunedì 29 dicembre 2014

vladimir nabokov, nikolaj gogol'

Dicono che quando Vladimir Nabokov, nel 1957, aveva chiesto di insegnare ad Harvard, Roman Jakobson, che ad Harvard ci insegnava, si sia opposto, e sembra che a uno dei collaboratori di Jakobson, che aveva obiettato: «Ma è un grande scrittore», Jakobson abbia risposto: «Anche l’elefante è un grande animale; lei lo chiamerebbe a dirigere il dipartimento di zoologia?». Nell’antologia intitolata, in italiano, Intransigenze (Adelphi 1994, 2012) Nabokov, in un’intervista alla BBC del 1962, dichiara che la poesia che preferisce in lingua russa, l’ha scritta, «naturalmente», lui, Nabokov, e in un’altra intervista rilasciata a Playboy nel 1964 dice che Dostoevskij era «un giornalista dalla lingua sciolta e un teatrante da strapazzo» e che «i suoi assassini dal cuore tenero e le sue prostitute dalla grande anima non si possono sopportare», e la reazione che possono provocare queste Strong Opinions (titolo originale di Intransigenze) in un lettore comune come il sottoscritto è pensare che avesse ragione Jakobson, che è bene che questo elefante non abbia diretto il dipartimento di zoologia, ma a rileggere il saggio Nikolaj Gogol’, appena ripubblicato da Adelphi per la cura di Cinzia De Lotto e Susanna Zinato, l’autore è sempre questo elefante appassionato di farfalle, a leggere della madre di Gogol’ «che stupiva e annoiava i suoi amici sostenendo che le locomotive, i piroscafi e così via erano stati inventati dal suo Nikolaj», a leggere della relazione che Gogol’ aveva con «I fiori dell’Italia (dei quali diceva: «Io rispetto i fiori che sono cresciuti su una tomba»), [e che] lo riempivano di un forte desiderio di essere trasformato in un Naso: perdere qualsiasi altra parte del corpo, occhi, braccia, gambe, ed essere solo un enorme Naso, “con le narici delle dimensioni di due grandi secchi, così da poter inalare quanti più aromi possibile, quanto più primavera”. Egli – scrive Nabokov, – era particolarmente naso-consapevole quando viveva in Italia», a leggere della traduzione delle Anime morte scovata da Nabokov e pubblicata in inglese con il titolo Vita domestica in Russia narrata da un nobile russo (London, Hurst and Blachett Publishers, 1854), che conteneva un’introduzione nella quale si diceva che «L’opera è scritta da un nobile russo, il quale offrì il manoscritto in inglese alla casa editrice», e che «ci si può rammaricare di non essere liberi di menzionare il nome dell’Autore – non che l’opera in sé richieda qualche ulteriore verifica, giacché quasi ogni sua riga ne dichiara l’autenticità – ma la verità è che lo scrittore è ancora ansioso di tornare al suo paese natale ed è perfettamente consapevole che l’aperta ammissione del suo operato e un tale sfoggio di forza satirica non serviranno certo come raccomandazione speciale, semmai forse come passaporto per le più remote e selvagge terre siberiane», a leggere come Gogol’ a volte inserisca nel più innocente passo descrittivo questa o quella parola, talvolta un semplice avverbio o un preposizione, per esempio la parola “persino” o “quasi” /…/ in modo da far esplodere l’innocua frase in uno spiegamento sfrenato di fuochi d’artificio da incubo», a leggere che lo stile di Gogol’ «Dà la sensazione di qualcosa di ridicolo e di stellare al tempo stesso – e piace richiamare alla mente che la differenza tra il lato comico delle cose e il loro lato cosmico dipende da una sibilante», a leggere il riassunto che Nabokov fa del Cappotto «Per riassumere: il racconto segue questa via: borbottio, borbottio, onda lirica, borbottio, onda lirica, borbottio, onda lirica, borbottio, climax fantastico, borbottio, borbottio e ritorno al caso dal quale tutti erano derivati» e a leggere che, secondo Nabokov, «A una tale suprema altezza dell’arte la letteratura non ha, ovviamente, niente a che vedere con la pietà per i derelitti o con la condanna dei potenti. Fa appello a quella profondità segreta dell’animo umano in cui le ombre di altri mondi passano come navi mute e senza nome», a leggere tutte queste cose e tutte le tantissime altre che ancora si trovano in questo libretto bellissimo, ecco un po’ a me dispiace, per gli studenti di Harvard, devo dire.

[uscito ieri su Libero]