Alle sette della mattina
Dalla scuola elementare di scrittura emiliana, ma un po’ per conto suo, è venuto fuori questo testo di Pasquale (Vollo) che mi piace mettere qua.
Ecco, adesso che ci penso, che mi chiedo come faccio a spiegare qualcosa che potrebbe turbare anime troppo sensibili, che non vogliono sentire pronunciare certi termini o che non vogliono che si parli in un certo modo, ebbene, a queste anime candide e belle gli spiego le cose, così come stanno.
Mica semplice, vedi, è facile per gli altri, che non sanno, per chi non li conosce o anche per chi ci resta solo pochi minuti, è facile per loro chiedere, chiedere e sempre chiedere e pretendere. Venite alle sette della mattina, l’inferno troverete.
Sono come polli in batteria, da ingrassare, ma non li devi mica uccidere, i soldi si fanno lasciandoli il più possibile in vita.
E la mattina li svegli, cioè gli rompi i coglioni; le coperte, via; la maglietta, via; la tuta , via; il pannolone, via; Acqua, sapone, no, sapone no, salviette; apri le gambe, girati su di un fianco, girati sull’altro; pannolone pulito, mutande a rete; calze, pantaloni, scarpe, maglia; tirala su a sedere; carrozzina, et voila un bel salterello e si siede; la faccia, manca la faccia; tutto a posto, portala di la. No, aspetta, la devo pettinare.
Nooo!, non ci posso credere, Guarda quella, è piena, guarda le mani, nere sono. Anche le sponde, il muro, dappertutto ce n’è. Ha lavorato stanotte, che cazzo gli hanno dato per ridursi così.
Merda, e adesso chi è che suona. Vai a vedere, ti aspetto.
Ogni giorno è così: li svegli, li afferri, li lavi, li vesti, li alzi, li nutri, li spogli, li rivesti, li visiti, li rivisiti, li ispezioni, li controlli, li sgridi, li minacci, li coccoli, gli parli, già, gli parli, e quando?
Non mangia e non beve? Sia mai! E via di sondino. A letto? Sia mai! No, a letto proprio no, anche da morti debbono stare alzati. Si macchia, si sporca?, lo svesti e lo rivesti, gli rompi ancora i coglioni per la gioia dei parenti, dei capi e capetti.
Da quella di prima, andiamo da quella che ha fatto una boazza. Merda, come è conciata!; doppio guanto, ci vuole il doppio guanto, prendi le forbici; la barella , la barella presto, questo è un bagno d’emergenza. Via, al box doccia. Sfila la maglietta, cazzo non viene, è appiccicata alla pelle, è piena di piscio. Le forbici, tagliala con le forbici; via la tuta, taglia le mutande a rete elasticizzate, il pannolone, via, no, aspetta è pieno, fai piano, altrimenti esce di fuori, ma cosa le hanno dato da mangiare? Apri la finestra, non del tutto, a vasistas, se no si becca un accidenti. Gettale l’acqua calda, così si riscalda; attento a non bruciarla , regolala bene. E vai, metti il sapone nella spugna, dammi lo shampoo; fai piano, non strofinare, che vuoi, portarle via la pelle? Lava per bene, tutto il corpo: piedi , gambe, tronco, braccia, mani, testa, orecchie, viso, davanti e di dietro ( pur di non nominarli sti benedetti genitali!). Dai metti la doccia li, tra le gambe, mica ci vorrai affondare le mani, prima devi sgrossare e poi ci vai delicato, c’era il mondo li in mezzo. Cazzo, a questi gli danno sempre da mangiare e da bere: cibo, acqua, medicine, cibo acqua e medicine, sempre così; minestrina purè e omogeneizzato a rotta di collo, non mancano mai nel menù. Tampona per asciugare, non strofinare la pelle, in mano ti rimane se no! Merda, guarda che buco, sembra una caverna, lavato bene è lavato bene, ora lo medicheranno, chiamali che vengono: e via di creme e pomate varie, garze e cerotti. Bene, ora è a posto; i capelli, pettina i capelli se no sembra che non le abbiamo fatto nulla. Fare i capelli è la cosa più importante, fatti quelli, hai fatto tutto, sembrano nuovi. Coprila col lenzuolo, dai andiamo. Via dal box doccia, ritorno alla camera zigzagando tra alcuni che sono in mezzo al corridoio. Sposta il letto, no, non il suo, l’altro, se no non ci passiamo, sembra la stanza di Cenerentola per quanto è piccola. La barella, attaccata al letto, più alta del letto; dai falla scivolare sul letto, ops, atterrata; coprila, le sponde su, tirale su; lo schienale, tiralo su, che respira meglio, anche il bacino. Tutto a posto, missione compiuta, la 101 ha fatto il bagno.
Ora mi prendo il caffè, ci prendiamo un caffè, ce lo meritiamo, andiamo alla macchinetta e non si parla di lavoro per cinque minuti. Cazzo, suona il campanello, vai a vedere chi è. La 101?, ma non è quella che ha fatto il bagno?, che cazzo vorrà; l’acqua ce l’ha, il campanello pure, e ha suonato. Vado a vedere io.
Non ci posso credere!, senti che puzza, speriamo sia aria. Nooo! È piena di nuovo!


“Cara Parte della testa che lo apprezzi,” ha detto nella testa quella parte della testa che lo schifa, “non ho la pretesa di essere un’esperta di letteratura, anzi, ti confesso che l’unico libro che sono riuscita a sopportare è Va dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro, e se tu mi chiedi cosa mi è rimasto di quella storia, rispondo: nulla, nulla. Tuttavia ho una certa propensione per i conti, e ho scoperto che nel breve testo di Pasquale Vollo, la parola ‘cazzo’ ricorre 5 volte, la parola ‘merda’ 3 volte, ‘coglioni’ 2. Io dico che non esiste un solo motivo per cui valga la pena eccedere in volgarità. E’ un’abitudine da comico di bassa lega, una cosa che disturba, offende persino, e a lungo andare annoia. Capisco che il suo stile narrativo è preso dal parlato, con frasi che potrebbe pronunciare anche il nostro macellaio, ma sei sicura che un editore abbia interesse a pubblicargli questa roba? E se lo fa, sarà mica a pagamento?”
“Cara Parte della testa che lo schifi,” ha risposto nella testa quella parte della testa che lo apprezza, “sei davvero una stronza. Smettila di rompere i coglioni con questi discorsi del cazzo. Torna ai tuoi razionalissimi pensieri di merda e non occuparti di arte e letteratura, cose che, per tua stessa ammissione, non sei mai riuscita né riuscirai mai a comprendere. Detto questo, ti saluto: vaffanculo.”
(Molto liberamente tratto da ‘Qualunque titolo va bene’)
Per francescoconsiglio: non ho propensione per i conti, ma nel tuo commento mi sembra che ci siano circa 234 parole inutili.
241.
Ho letto tutta la prima parte del racconto, credendo si parlasse di bambini e siccome ne ho allevati un paio, mi sono ricordata di certe mattine (e anche adesso, per la verità)quando erano proprio piccoli e li tiravo fuori da sotto le coperte caldi come un uovo e addormentati e poi li catapultavo nella mia giornata: latte vestiti macchina asilo, sbrigati, non metterti a giocare, di corsa.
Sono stata quasi contenta, quando ho visto che non si parlava di loro. Però poi alla fine mi è dispiaciuto di nuovo.
E’ un modo efficace di raccontare una cosa così.
A me questo testo sembra bello e incisivo. Sembra la narrazione di un grande ossimoro: spietato e indulgente, rigido e morbido, feroce e buono.
per me l’unica cosa inutile del commento è il commento
A proposito di “volgarità” riscontrate da francesco, Don Milani (non Lino Banfi, dunque) diceva:
“Dire culo una volta di più del dovuto è peccato. Ma è peccato anche dire “culo” una volta di meno.”
Nel testo di Pasquale non mi pare si dica “culo” (o affini) una sola volta in più ne una sola volta in meno.
Ed è un testo che, letto da Pasquale medesimo, acquista ancora maggiore forza.
fa male malissimo da qualche parte fra cuore e stomaco.