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Alain Delon

lunedì 11 settembre 2017

Quest’estate non ho visto solo delle stazioni italiane, ma anche delle stazioni russe, perché son stato in Russia per dieci giorni a fare un lavoro e l’ho trovata completamente diversa dalla Russia che avevo conosciuto venticinque anni prima.
La prima volta che sono andato in Russia era il 1991, e era un periodo, la fine della perestrojka, che il paese era in una condizione stranissima.
Raccontano che una volta, in ulica Gor’kogo, una strada centrale di Mosca, a poche decine di metri dalla piazza rossa, una signora fosse entrata in un ristorante e avesse chiesto «Non avete del pesce?», e che il padrone del ristorante gli avesse risposto «No, noi qui non abbiamo la carne, il pesce non ce l’hanno nel ristorante di fronte».
Cioè era un periodo, il periodo in cui io ho conosciuto la Russia (che era ancora, per qualche mese, una delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), che nei negozi non si trovava niente, la vodka, la carta igienica, il pane, e uno come me, che veniva dall’occidente, veniva considerato uno che veniva dal progresso, da un posto in cui le cose funzionavano.
Il fatto che, in quel periodo, mancasse, tra le altre cose, la vodka, che, in Russia, non è un bene accessorio, è un bene essenziale, indispensabile, fondamentale, il centro attorno al quale ruota l’intera gastronomia russa, questo fatto comportava, allora, delle conseguenze, per esempio il fatto che, dovendo bere qualcosa, si beveva l’acqua di Colonia, che costava poco, si trovava, e produceva un effetto simile, a quello prodotto dalla vodka.
E questa cosa, il dover bere acqua di Colonia invece di qualcosa come si deve, aveva alimentato, tra i russi, un certo senso di inferiorità nei confronti del mondo occidentale, senso di inferiorità manifestato, all’epoca, in una celebre canzone di un gruppo che si chiama Nautilus Pompilius; la canzone si intitola Vsgljad s ekrana (Sguardo dallo schermo) e il suo protagonista è Alain Delon, il celebre attore francese; il ritornello fa così: «Alain Delon, Alain Delon, non beve Eau del Cologne; Alain Delon, Alain Delon, beve dei gran bourbon; Alain Delon, lui parla il francese». (clic)
I treni e le stazioni sono stati, fin dall’ottocento, un luogo trattato diffusamente dalla grande letteratura russa.
I primi esempi che mi vengono in mente sono L’idiota, di Dostoevskij, che comincia col «Treno di Varsavia che filava a tutto vapore, avvicinandosi a Pietoburgo» e Anna Karenina.
Se qualcuno non ha letto Anna Karenina e ha intenzione di leggerlo, meglio che non legga le prossime righe; lo dico perché, qualche anno fa, a un corso di scrittura, quando ho raccontato la teoria del critico russo Boris Ejchenbaum secondo la quale non era un caso, che Anna Karenina non finisse con la morte di Anna Karenina, ma che, dopo la sua morte, sotto un treno, ci fosse ancora un’intera parte del romanzo dove Anna Karenina non c’era più, quando ho raccontato quella cosa, una della ragazze che facevano il corso ha detto «No, perché spoileri!» (spoilerare significa «rivelare dettagli rilevanti della trama di un libro, un film, una serie televisiva, ecc., rovinando l’effetto sorpresa» – definizione del Dizionario della crusca).
Un altro libro, novecentesco, questo, che si svolge tutto su un treno, è il romanzo Mosca – Petuški di Venedikt Erofeev, che ha avuto, in Russia, uno straordinario successo: quella prima volta che son stato a Mosca, nel 1991, c’era una libreria, su Ulica Gor’kogo, a poche decine di metri dalla piazza Rossa, che vendeva un libro solo, Mosca – Petuški: pile e pile di Mosca – Petuški; lo scrittore russo Evgenij Popov ha scritto che Mosca–Petuškì in Russia lo conoscono tutti quelli che hanno un rapporto, per quanto minimo, con la letteratura o, nella peggiore delle ipotesi, con la vodka, e ha spiegato il motivo del successo del romanzo di Erofeev col fatto che Erofeev, «diversamente da altri scrittori, non è venuto dal popolo, ma nel popolo è rimasto». Erofeev, ha scritto Popov, «ha vissuto la sua vita terrena come un uomo semplice: ha bevuto, ha girovagato, si è sposato due volte, è diventato padre e nonno, i suoi taccuini sono stati trovati sotto le gambe di tavolini zoppi di legno, dove avevan servito da zeppe, fogli con la sua scrittura sono stati usati per chiudere barattoli di marmellata».

Il titolo del romanzo, Mosca – Petuški, è il tracciato di un treno regionale, l’equivalente, per dire, di Bologna – Porretta Terme, e i capitoli del romanzo corrispondono alle stazioni in cui si ferma il treno, che è un treno molto particolare perché, in un periodo in cui, in Russia, tutti bevevano molto, e una delle poche cose che si potevano fare era bere, su quel treno il controllore girava con un bicchiere in mano, e, invece del biglietto, chiedeva ai passeggeri tanti grammi di vodka quanti erano i chilometri che avrebbero percorso.
Si parla anche dell’Italia, in Mosca – Petuški, il cui protagonista, Venička, dice di essere stato in Italia per vedere tre cose, il Vesuvio, Ercolano e Pompei, ma che non era riuscito a vedere nessuna delle tre, e, poi aveva pensato di fermarsi a dormire a casa di Luigi Longo, allora segretario del Partito Comunista Italiano Luigi Longo, in una brandina, a legger dei libri e, alla domanda come sono gli italiani, risponde che gli italiani si comportano in un modo stranissimo, e che se vai in una strada italiana, la prima persona che vedi è uno che canta, e poi, a qualche metro di distanza da quell’italiano che canta c’è un altro italiano che fa il ritratto a quello che canta, e poi, a qualche metro di distanza da lui, c’è un altro italiano che canta una canzone su quello che fa il ritratto a quello che canta, e così via, scrive, in Mosca – Petuški, Venedikt Erofeev che, in vita sua, non è mai uscito dall’Unione Sovietica.
Ecco io quest’anno, come dicevo, sono stato in alcune stazioni russe, tra le altre le stazioni moscovite di Kursk (che è quella da cui parte il treno per Petuški), e di Leningrado, (che si chiama ancora di Leningrado anche dopo che Leningrado è ridiventata San Pietroburgo), e mi son sembrate due stazioni modernissime, pulitissime e che non avevano niente da invidiare alle stazioni italiane, anzi, mi è tornato in mente quel che, qualche anno fa, mi ha raccontato un mio amico, che era partito, di sera, su un interregionale dalla stazione di Milano Centrale con un ritardo di quaranta minuti; il vagone dove viaggiava il mio amico era senza luce e senza riscaldamento, era inverno, e vicino al mio amico erano seduti due pakistani, uno dei quali, dopo averlo guardato, gli aveva detto «In Pakistan, i treni vanno molto meglio che in Italia», e lui, il mio amico, gli aveva risposto: «Eh, non stento a crederci».

[uscito sabato sulla Verità]