A mio avviso

sabato 6 febbraio 2016

Una mia amica mi ha detto che una popolazione africana del Mali, i Dogon, erano stati accusati di fingere di avere dei riti speciali per far contenti gli antropologi che li andavano a studiare lì in Africa dove abitavano e a me, non so se sia vero, ma a me è venuto in mente che io, nel corso della mia vita, più di una volta mi son comportato con i miei interlocutori come forse si comportavano i Dogon con gli antropologi occidentali.
Per esempio quando ero un bambino, quando mi avevano regalato il primo orologio, io ogni dieci minuti guardavo l’orologio e facevo una faccia che mi sembrava che tutti mi guardassero e che si immaginassero i pensieri profondi che c’erano nella mia testa, e io mi ricordo cercavo di atteggiar la mia faccia all’espressione che fa uno quando pensa la frase seguente: «A mio avviso».
Oppure, sempre da bambino, quando avevo avuto il mio primo portafogli ogni tanto io mi fermavo, nei giri che facevo in città, entravo in un bar, prendevo un succo di frutta e dopo pagavo con un’aria come per fare intendere al barista che io ne avevo già bevuti, dei grappini.
Oppure quand’ero un ragazzo che giocavo a pallone che quando entravamo e ci mettevamo in fila al centro del campo e l’arbitro poi dopo fischiava per dire che potevamo schierarci ognuno al suo posto, io subito dopo quel fischio mi mettevo a saltellare e a fare dei gesti come per sciogliere i muscoli che cercavo di fare capire agli spettatori, che poi eran tutti parenti di noi che giocavamo, che io avevo dei muscoli duri abbastanza che se non li scioglievo prima di cominciare a giocare sarebbe stato un problema.
Oppure, quand’ero a scuola, le volte che la professoressa stava per chiamare qualcuno per interrogarlo io guardavo fuori dalla finestra con un’aria che manifestava al mondo la serenità mia interiore che era la serenità di uno che nelle ore successive non c’era nessun avvenimento che poteva turbarne l’interno benessere.
O infine, ma solo perché poi lo spazio di questa rubrica finisce, da quando ho cominciato a scriver dei libri io quando mi fotografano per via che scrivo dei libri io cerco di atteggiar la mia faccia all’espressione che fa uno quando pensa una frase che che poi è sempre quella: «A mio avviso».
Ogni tanto, è raro, ma ogni tanto ci son dei momenti che i miei comportamenti non sono dettati degli antropologi che mi stanno studiando, per esempio l’altro giorno son stato a Fabbrico, un paese in provincia di Reggio Emilia che non c’ero mai stato, e data la mia passione per l’Unione Sovietica ero contento, d’andarci, che Fabbrico dev’essere stato uno dei paesi più comunisti d’Italia e avevano un sindaco, mi han raccontato, un ex partigiano, che quand’era partigiano, un sabato sera, i fascisti gli avevan sparato e l’avevan lasciato lì pensando che fosse morto e invece non era morto e si era trascinato fino a una casa che l’avevan curato e lui, una cosa che gli dispiaceva moltissimo, era il fatto che aveva il vestito della festa che gliel’avevan bucato, e poi dopo la guerra aveva fatto l’operaio e poi era diventato il sindaco di Fabbrico, uno dei paesi più comunisti d’Italia e l’altra sera, quando sono arrivato a Fabbrico, la prima cosa che ho visto quando sono uscito dalla macchina che mi era venuta a prendere in stazione, ho visto un bar che fuori c’era un’insegna che diceva Bar Beautiful, e ho fatto la faccia come di uno che ci era rimasto d’un male.

[uscito ieri su Libero]