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A cosa servono i libri

sabato 23 dicembre 2017

I personaggi letterari che ho provato a raccontare nella serie di articoli che finiscono oggi sono il protagonista delle Anime morte di Gogol’, Cicikov, che è, in pratica, un truffatore, il protagonista di Oblomov, di Goncarov, che è uno che è talmente pigro che ci mette 163 pagine a alzarsi da letto, Monsieur Grand, un personaggio secondario della Peste di Camus che è, in buona sostanza, un incapace, il protagonista di Chadzi-Murat, di Tolstoj, che è un ribelle e due volte traditore, il narratore dei Demoni, di Dostoesvskij, che è forse il meno significativo dei tantissimi personaggi che popolano il romanzo, l’io narrante di Mosca–Petuski, di Venedikt Erofeev, che è un alcolizzato e un nullafacente, Bazarov, di Padri e figli di Turgenev, che è un nichilista, maleducatissimo, tra l’altro, Cesare Zavattini, che era un marziano e Woland, del Maestro e Margherita di Bulgakov, che è nientemeno che il diavolo in persona.
A vedere questa serie di soggetti, che sono protagonisti o coprotagonisti di alcuni dei libri che mi sono piaciuti forse di più, tra tutti i libri che ho letto da quando ho cominciato a leggere, mi è venuto in mente un pezzetto che Giorgio Manganelli ha pubblicato sul Messaggero nel 1986, e che adesso è compreso nel volume Mammifero italiano (edizione Adelphi a cura di Marco Belpoliti). In quel pezzo Manganelli dice che quel giorno ha pagato le tasse: «Come ogni volta, – scrive – ho avvertito un oscuro, profondo, incomprensibile piacere. Non avete capito male: pagare le tasse mi dà una gradevole, indubitabile eccitazione. Non lo nego: è una faccenda strana. Anomala. Stravagante». «Mi sono chiesto spesso: – continua Manganelli– perché, vecchio idiota, ti fa piacere pagare le tasse? È del tutto chiaro che in questo compiacimento non v’è traccia di esibizionismo civico; non mi offro come modello, come esempio del buon cittadino, virtuoso come un antico spartano. Come tutti gli italiani degni di questo nome, io sono un cittadino mediocre, diciamo pure scadente. So di esserlo, sebbene non sappia dire esattamente in che modo si esprima codesta mediocrità. Lo sono globalmente, come uno è avvocato o padre di famiglia. Segni particolari, nessuno. 
Credo che tutti gli italiani si sentano più o meno a questo modo. Se l’inglese è impeccabile, o lo era, se l’americano è espansivo, e il tedesco efficiente, l’italiano è colpevole. L’italiano non si stupisce se qualcuno viene arrestato, mai. Lo trova naturale. Solo silenziosamente si stupisce di non essere lui, l’arrestato. Qualcuno recentemente ha scritto che gli italiani dovrebbero fare tutti qualche mese di carcere. Suppongo che il proponente si considerasse estremamente paradossale. In realtà, interpretava l’inconscio collettivo italiano. Gli italiani, man mano che invecchiano, sempre più si rallegrano e stupiscono di non essere mai stati arrestati. Per l’italiano, il fatto di non essere in galera è semplicemente un segno che da noi lo Stato non funziona. E come potrebbe funzionare, avendo dei cittadini come lui? L’italiano libero è semplicemente un italiano che l’ha fatta franca».
«Personalmente, – scrive poi Manganelli – compiango l’evasore fiscale. Questa figura classica del “cattivo cittadino” evita l’unica forma di riscatto che lo stato gli offre. Se gli va bene, nel momento in cui evade il fisco ribadisce il suo italiano senso di colpa; si sentirà furbo e scadente. Se non gli riesce, sarà punito, e cadrà nella categoria risibile di coloro che non l’hanno fatta franca. Ho usato la parola “riscatto” – conclude Manganelli – a proposito: poiché gli italiani si sentono a piede libero, dunque in una condizione precaria e fragile, sanno di essere ricattabili; poiché non amano lo Stato, e lo Stato non li ama, gli sembra naturale che gli venga chiesto un riscatto, come fanno i sequestratori. Forse questo è il segreto del piacere che mi dà pagare le tasse. Io pago, e lo Stato non mi getta in prigione. Vengo restituito a me stesso. Quando esco dalla banca, corro a prendere l’autobus con passo leggero. Sono un evaso con i documenti in regola. È meraviglioso».
Questo pezzo di Manganelli mi ha fatto venire in mente un altro pezzetto di uno scrittore italiano contemporaneo, che dice così: «Avrei bisogno di un “decreto interpretativo” che mi chiarisse, finalmente, perché ho sempre pagato le tasse. Perché passo con il verde e mi fermo con il rosso. Perché pago di tasca mia viaggi, case, automobili, alberghi. /…/ Perché se un tribunale mi convoca (ai giornalisti capita) non ho legittimi impedimenti da opporre. Perché pago un garage per metterci la macchina invece di lasciarla sul marciapiede in divieto di sosta come la metà dei miei vicini di casa. Perché considero ovvio rilasciare fattura se nei negozi devo insistere per avere la ricevuta fiscale. Perché devo spiegare a chi mi chiede sbalordito “Ma le serve la ricevuta?” che non è che serva a me, serve alla legge. Perché non ho mai dovuto condonare un fico secco. Perché non ho mai avuto capitali all’estero. /…/ Io, come qualche altro milione di italiani – scrive questo scrittore italiano contemporaneo – sono l’incarnazione di un’anomalia. Rappresento l’inspiegabile. Dunque avrei bisogno di un decreto interpretativo ad personam che chiarisse perché sono così imbecille da credere ancora alle leggi dello Stato», conclude questo scrittore italiano contemporaneo che è Michele Serra, proponendo sé stesso come modello, «come esempio del buon cittadino, virtuoso come un antico spartano». Da una parte uno scrittore cattivo, difettoso, che non sa stare a mondo e non vuole educare nessuno, che non saprebbe come educarlo, dall’altra parte lo scrittore buono, virtuoso, che ti dice come ti devi comportare anche se non gliel’hai chiesto. Ognuno, se vuole, può scegliere quello che gli piace di più. Ho sentito dire che Franzen, uno scrittore americano, è a disagio davanti ai quadri di Caravaggio perché sa che Caravaggio ha ucciso un uomo. Ecco io, per quanto possa essere interessante, sono a disagio davanti ai romanzi di Franzen perché sono romanzi ottocenteschi che sono scritti nel ventunesimo secolo, e da un artista, o da uno scrittore, o da un giornalista, sarò strano io, ma non mi aspetto che siano buoni, come degli antichi spartani.
Io credo che non mi dimenticherò mai un momento in cui stavo leggendo il primo libro da grandi che ho letto, Il buio oltre la siepe, di Harper Lee, è successo quarantadue anni fa e io, di quei momenti lì, mi ricordo la sedia su cui ero seduto, arancione, come se la vedessi adesso, mi ricordo la polvere che c’era nell’aria, mi ricordo il cantar di mia nonna dalla cucina e lo stupore che il mondo, se uno leggeva un libro, non spariva, diventava più mondo e io, agli scrittori, o ai pittori, non chiedo di essere buoni, chiedo di fare quella magia lì che fa sì che d’un tratto il mondo diventi più mondo e tu non ci credi, non te n’eri mai accorto, che c’era davvero, invece, guardalo lì.

[uscito ieri sulla Verità]